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	<title>attentati di Parigi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Diario parigino 5. La democrazia bloccata, la crisi del Partito Socialista e i movimenti di contestazione in Francia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Jun 2016 13:33:38 +0000</pubDate>
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<p>&nbsp;</p>
<p>di<strong> Andrea Inglese</strong></p>
<p>Proviamo a guardare la sequenza più ampia. In Francia, paese del presidenzialismo, per 17 anni abbiamo un presidente della Repubblica che viene dai ranghi della destra. Chirac è rieletto per due mandati consecutivi dal 1995 al 2007, e Sarkozy, che gli succede, lascia la carica, nel maggio del 2012, a Hollande, nuovo presidente socialista. Prima di lui, bisogna risalire alla lunga parentesi rappresentata dal doppio mandato di Mitterand (1981-1995), per trovare un altro presidente socialista. Non azzardo un bilancio politico dell’ultima presidenza di destra, quella di Sarkozy, ma alcune cose risultano evidenti.<span id="more-62631"></span> Sarkozy ha fatto quanto poteva per aiutare i grandi patrimoni e le grandi imprese, e nello stesso tempo si è impegnato a fondo per criminalizzare i poveri, cominciando dagli immigrati. I margini di manovra per realizzare delle massicce riforme che spingessero la Francia verso scenari di radicale liberalizzazione sul modello Thatcher o Regan, in Francia non c’erano. Sarkozy si è trovato, quindi, in una situazione simile a quella di Berlusconi in Italia. Non potendo demolire le garanzie universali dello Stato sociale, senza provocare violente reazioni nella popolazione, entrambi hanno agito soprattutto sul versante fiscale e su quello repressivo. In qualche modo, hanno dovuto compensare sul piano della retorica neo-liberista l’impossibilità di realizzare, nei fatti, il progetto di uno smantellamento radicale dello Stato sociale. Da qui la continua e virulenta stigmatizzazione degli immigrati, dei disoccupati delle periferie, degli assistiti, dei funzionari statali, per non parlare dei “comunisti” (Berlusconi) e dei “sessantottini” (Sarkozy). Tutta questa violenza verbale ha funzionato come una sorta di esorcismo nei confronti della loro incapacità di servire il grande capitale fino in fondo. Gli effetti di questa retorica, almeno in Francia, sono stati estremamente nocivi, e hanno aperto uno spazio di manovra all’immaginario e al discorso ancora più aggressivo dell’estrema destra razzista del Fronte Nazionale.</p>
<p>Hollande vince le elezioni contro Sarkozy, tenendo un discorso esplicitamente di sinistra che suscita grandi speranze negli elettori più ingenui e qualche speranza negli elettori più scettici. Due chiari obiettivi della campagna di Hollande sono: limitare il potere delle banche e delle grandi fortune, e limitare la politica europea di austerità. Vale la pena, però, di fare un passo indietro e chiedersi chi sono, nel 2012, i socialisti. Per capirlo, basta pensare a colui che, al posto di Hollande, doveva essere il candidato vincente delle primarie socialiste, Dominique Strauss-Kahn. L’uomo di punta per le elezioni presidenziali del partito socialista doveva essere l’ex direttore del Fondo Monetario Internazionale, ossia una delle istituzioni economiche internazionali più permeata dall’ideologia liberista. Ma al giorno d’oggi non solo esiste una destra, come dicono in Francia, <em>décomplexée </em>(senza complessi), ma anche la sinistra (socialista) è molto <em>décomplexée</em>. Quindi presidenza del Fondo Monetario e (eventuale) presidenza della Repubblica con governo socialista, non erano per nulla considerate come esperienze disparate o contraddittorie. Strauss-Kahn, però, si è dimostrato “senza complessi” anche sul versante “morale”. Lo scandalo suscitato dalla (presunta) aggressione sessuale nei confronti di una cameriera del Sofitel di New York farà emergere pubblicamente la sua predilezione per rapporti sessuali violenti e umilianti con prostitute, che in genere venivano pagate dai suoi amici o clienti. Ricordo questi fatti, perché è doveroso comprendere che la crisi del Partito socialista francese non è solo una crisi d’orientamento politico, di un partito che “non fa più una politica di sinistra”. È anche una crisi d’orientamento morale. A riprova di questo, si pensi al caso di Jérôme Cahuzac, ministro del Bilancio nel primo governo a maggioranza socialista costituito sotto la presidenza Hollande. Due informazioni soltanto sul personaggio: dirige una clinica di chirurgia estetica di sua proprietà e si è fatto montagne di soldi come consulente delle industrie farmaceutiche. Non rimarrà nel governo neppure un anno, perché – grazie a informazioni diffuse dal sito indipendente <em>Mediapart </em>– è accusato di frode fiscale, e dovrà dare le dimissioni.</p>
<p>Volendo ora fare un bilancio rapido della presidenza Hollande, essa si caratterizza per “un tradimento” del mandato elettorale. Quello che il presidente ha promesso, non ha fatto. E tanto il suo discorso elettorale era spostato a sinistra, tanto il suo attuale governo è spostato a destra. Il primo ministro attuale, Valls, alle primarie socialiste aveva ottenuto solo il 5% dei voti. (Secondo un giornalista, Hollande avrebbe fatto questa battuta durante le primarie: “Fortunatamente vi partecipa anche Valls, così c’è almeno qualcuno che si colloca più a destra di me”.) La situazione che si è venuta a creare intorno all’azione di governo è quindi doppiamente tesa. All’interno del partito socialista, dove Valls rappresenta una corrente minoritaria di orientamento “socio-liberale” – se una tale formula ha un qualche significato –, una fetta importante di deputati socialisti (i cosiddetti “frondisti”) non si riconoscono nella sua azione di governo. La medesima tensione si è fatto ancora più esplicita tra l’esecutivo e una grossa parte dell’elettorato di sinistra, come la massiccia mobilizzazione contro la “legge sul lavoro” rende evidente.</p>
<p>Ci troviamo, qui, di fronte a un doppio impedimento al normale funzionamento della democrazia rappresentativa. L’impedimento derivante dalle politiche economiche europee, che limitano in maniera illegittima la sovranità politica degli Stati, e l’impedimento derivante da un diretto tradimento di mandato, da parte di chi è stato eletto in virtù di certi valori riconosciuti, e di certi orientamenti politici.</p>
<p>In questo contesto di forte disillusione dell’elettorato di sinistra, si sono verificati in Francia, nell’arco di soli dieci mesi, degli attentati terroristici estremamente violenti per il numero di vittime e feriti realizzati, e per le modalità attraverso cui sono stati condotti. L’intero paese ha vissuto per alcuni mesi sotto una cappa di piombo, soprattutto a partire dal 13 novembre con l’adozione del governo dello “stato d’emergenza” e l’osceno dibattito, promosso dallo stesso Hollande, sulla “revoca della cittadinanza” per i terroristi francesi condannati, che abbiano la doppia cittadinanza (francese e algerina, ad esempio).</p>
<p>Apro una breve parentesi. All’epoca delle grandi mobilitazioni in risposta agli attentati contro la redazione di <em>Charlie Hebdo</em> e dei clienti dell’Hyper Cacher, diversi interventi nati nell’ambito della sinistra radicale denunciarono, con riferimento soprattutto alla grande manifestazione parigina dell’11 gennaio, una reazione islamofobica, una mobilitazione acefala e manipolata dai media, una discesa in piazza massiccia dei “bobo”, ossia del ceto medio-alto della capitale. Io diedi una lettura diversa di quella imponente mobilitazione, che non mi sembrava per nulla confermare lo “spostamento” sempre più a destra della società francese. (Questo spostamento c’era e c’è, ma non riguardava <em>quel</em> popolo in piazza.) La mia valutazione di quell’evento era globalmente positiva, e mi sembrava dimostrasse la capacità di una fetta importante della società francese di reagire in modo solidale e democratico, senza farsi trascinare in una deriva razzista e paranoica. Toni Negri, che non è mai stato un mio autore culto, si spinse persino a vedere in quella mobilitazione i germi di una nuova generazione in grado di uscire dal fatalismo e capace di sviluppare atteggiamenti critici nei confronti della società attuale. In questo caso, mi pare che l’ottimismo di allora sia confermato dai fatti di oggi. In particolar modo, la ripresa della mobilitazione studentesca e la nascita di forme di cittadinanza critica e autogestita come “Nuit debout”, mostrano che delle premesse già esistevano, e in qualche modo gli attentati terroristici invece di sancire un definitivo ripiegamento della società sui temi della sicurezza e del controllo, hanno funzionato sul medio periodo come elementi scatenanti, in grado di far emergere una forte reazione sociale.</p>
<p>La mobilitazione ampia e trasversale nei confronti della “legge sul lavoro” mostra che l’elettorato di sinistra non si accontenta di subire astenico e rassegnato lo spettacolo di una democrazia bloccata, in cui i rappresentanti della visione del mondo democratica ed egualitaria possano tradire il loro mandato senza conseguenze.</p>
<p>Uno dei temi che ha caratterizzato un movimento come “Nuit débout” è stato quello del passaggio dalla contestazione di una legge specifica alla contestazione di un intero sistema (sociale, economico e politico). In un contesto caratterizzato da un&#8217;azione estremamente orizzontale e apartitica come quello rivendicato dai militanti di “Nuit débout”, una tale radicalizzazione produce, in realtà, vantaggi e svantaggi. Il primo svantaggio è che quando si passa dalla lotta per il ritiro di una legge specifica all’assemblea permanente cittadina per riscrivere la costituzione, il rischio di ritrovarsi con la vecchia costituzione, aggravata dalla nuova legge, è molto alto. Questo è un problema tipico della militanza anticapitalista, che oscilla tra lotte locali circoscritte, efficaci e con chiari obiettivi, e lotte permanenti che guardano a obiettivi astratti, come la fuoriuscita dall’economia capitalistica e la dissoluzione dello Stato. Ma questo tipo di radicalizzazione ha anche un enorme vantaggio. Costituisce una palestra di pensiero e formazione per nuove generazione di militanti che non si trovano semplicemente instradati nelle azioni e nei discorsi dei partiti dell’estrema sinistra o delle organizzazioni sindacali più attive. Più che una convergenza di lotte, c’è stata una convergenza di soggetti diversi, tutti accomunati da un’insofferenza nei confronti di una democrazia bloccata, in cui l’iniziativa è presa costantemente dal grande capitale e dalle grandi imprese. Il fatto che la radicalità libertaria e orizzontale di “Nuit débout” si sia trovata alleata all’irruenza dei movimenti studenteschi e soprattutto all’azione potentemente organizzata dei sindacati francesi, che combattono sempre con un obiettivo chiaro e quindi con la possibilità concreta di verificare il grado di efficacia di un lunga lotta, tutto ciò ha grandemente contribuito a rendere questo movimento di contestazione forte e anche originale.</p>
<p>Vi sono due altre questioni che m’interessa affrontare. Ma lo farò in un pezzo ulteriore. Alludo al rapporto tra la violenza dei “casseurs” e la brutalità poliziesca, da un lato, e la difficoltà di integrare nei movimenti di contestazione di sinistra le fasce popolari spesso proveniente dai quartieri più poveri e degradati.</p>
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		<title>Diario parigino 1. Visita alla moschea</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Jan 2016 13:00:48 +0000</pubDate>
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<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Un po’ di anni fa, sei o sette, ho sentito il bisogno di chiudere i conti con una città dove avevo vissuto in modo discontinuo per un certo periodo di tempo, una città che non era né quella dove sono nato né quella in cui sono cresciuto, una città straniera, molto celebre in Europa e nel mondo, ossia Parigi. Per chiudere quei conti, mi sono messo a scrivere. Non sapevo bene cosa né in che forma. Non me ne sono preoccupato e ho continuato alla cieca per diverso tempo. Alla fine, tutto questo scrivere ha assunto la forma di un romanzo dal titolo <em>Parigi è un desiderio</em>, che uscirà in primavera. Quando questo romanzo l’ho consegnato, pensavo di aver esaurito un’ossessione. Così non è stato. <span id="more-58800"></span>Mentre ancora scrivevo, avvennero i fatti spaventosi di gennaio (17 persone ammazzate dai terroristi e 3 terroristi ammazzati dalle forze di polizia) e, a scrittura terminata, i fatti ancor più spaventosi del 13 novembre (130 persone ammazzate dai terroristi e 7 terroristi suicidi o ammazzati dalle forze di polizia). Due scuotimenti brutali, che dalle strade di Parigi si sono trasmessi al mio sistema di conoscenza del mondo, come probabilmente a quello di tante altre persone, europee o meno.</p>
<p>Il regolamento di conti che mi ha impegnato molti anni muoveva da questioni biografiche e circoscritte, ed è stato per queste vie idiosincratiche che ho costruito un certo sguardo sulla città. Ora accade qualcosa di diverso. Delle cose facili da capire e perfettamente enigmatiche, delle cose che ho visto migliaia di volte al cinema e in televisione e che mi sembrano impossibili, delle cose fatte qui vicino, in posti dove io stesso ho messo piede, e che assumono le fattezze di zone oscure, non appartenenti al nostro sistema solare, delle cose che gli opinionisti hanno spiegato in mille modi, anche se tutti molto somiglianti, e che gli analisti politici già sapevano a memoria ancor prima che accadessero, queste cose qui hanno colpito Parigi e a me sembra persino che comincino a mutarne il carattere.</p>
<p>Le stragi di Parigi non costituiscono una novità assoluta. Altre stragi con modalità simili e ancora più sanguinose sono avvenute e continuano ad avvenire in altre parti del mondo. Ma quelle di Parigi, però, parlano <em>a noi </em>in modo più perentorio, a noi parigini, francesi, europei, a tutti quelli, soprattutto in occidente, che stanno ancora dalla parte abbastanza prospera, abbastanza pacificata, del mondo. Ci parlano con l’orrore e l’assurdità dei corpi qualunque trucidati. In altre parti del mondo, è moneta corrente, un esperanto sanguinario che tutti riconoscono, o con cui certuni sanno di farsi riconoscere, al di là delle lingue, culture o confessioni religiose diverse. Per noi, è divenuta la frase al tempo incomprensibile ed eloquente di un oracolo mortifero. Lo chiamiamo <em>sintomo</em>, sintomo di una serie di crisi che s’intrecciano a livello nazionale e internazionale. Sono crisi dell’anima e del petrolio, della civiltà e della metafisica, crisi rispetto a cui, nonostante lo sforzo intellettuale di tanti opinionisti, i francesi, ma anche buona parte degli europei e degli occidentali, percepiscono un disagio che è a un tempo intellettuale ed etico. Questo duplice disagio è quello di chi fa fatica a trovare una chiave di lettura soddisfacente, e nello stesso tempo di chi è pressato, sul piano pratico, della deliberazione quotidiana, a mutare qualcosa della propria condotta di vita. Queste stragi io le ho sentite come un <em>ultimatum</em> indirizzato dalla realtà contemporanea alle forme di vita di noi europei, un <em>ultimatum</em> che dice due cose simultaneamente: “è ora di aprire gli occhi” e “è ora di agire”. D’altra parte, è impossibile agire ad occhi chiusi o con la vista annebbiata, da qui la difficoltà di costruire una visione sufficientemente ampia e articolata, per includere il paesaggio storico dentro cui quegli eventi si sono resi possibili. Nello stesso tempo, quanto ho appena scritto potrebbe essere solo una frase di cerimonia, una cerimoniosa frase di speranza, dal momento che nessuno aprirà davvero gli occhi, e che nessuno farà alcunché in grado di spostare almeno un poco il fronte del conflitto o i termini in cui esso pretende di affermarsi.</p>
<p>In questa situazione, ho deciso di tenere un diario. Come sempre, la scelta del genere non è indifferente. Mi sembra che un diario mi dia la possibilità di costruire dei ponti tra il grande mondo là fuori e la mia piccola vita qui dentro, anche se non c’è nessun dentro e fuori, non ci sono pluralità di mondi, ma c’è un unico mondo in cui siamo brutalmente situati in un <em>stesso tempo</em>, che però non si conosce, che è inconsapevole di sé, dal momento che ciò che ognuno veramente conosce è il <em>proprio tempo</em>, individuale o collettivo, ossia il tempo della propria memoria, della propria biografia intellettuale o collettiva, tempo lacunoso, tempo lentissimo e a volte immobile, tempo di tutti i ritardi e le intempestività.</p>
<p>Non so, in realtà, come funzionerà questo diario, né se sarò sufficientemente motivato a prolungarlo, a fornirgli un minimo di continuità o coerenza. Mi sembra però l’unica forma di scrittura, in questo momento, che mi tenga lontano dall’ambizione dell’<em>opera</em>, quale essa sia (un racconto, una poesia, una prosa) e dall’ambizione del <em>giudizio</em>, ossia dell’intervento teorico, che pretende oltrepassare il proprio oggetto, giudicandolo. Accetterò questa duplice deficienza di <em>forma</em> e di <em>concetto</em>, per salvaguardare una sorta di equanime apertura al mondo, in cui i piccoli fatti e i fatti tremendi si possano intrecciare oscenamente, come in questo appunto tratto dai <em>Diari</em> di Kafka e che mi ha sempre affascinato: “2 agosto [1914]. La Germania ha dichiarato la guerra alla Russia. – Nel pomeriggio scuola di nuoto.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Visita alla moschea</em></p>
<p>Settimana scorsa, alcuni giornali e alcune radio hanno dato la notizia che durante il week-end le moschee avrebbero aperto le porte ai non musulmani, insomma a tutti i francesi che non frequentano questi luoghi di culto. La giornata moschee “porte aperte”, se ho ben capito, avviene in realtà ogni anno, ma forse quest’anno è stata più pubblicizzata. Nella cittadina dove vivo io, a una quindicina di chilometri da Parigi, non ci sono moschee, anche se la comunità musulmana è senz’altro numerosa. Da noi c’era solo una piccola mostra, realizzata nella chiesa protestante – un luogo esageratamente brutto –, riguardante le caricature religiose. Temerari protestanti. In realtà, la mostra è stata programmata nel 2013, e questo mese è stata aperta al pubblico non senza un certo imbarazzo. Mia moglie c’è andata, e mi ha detto che c’era un sacco di gente. Il protestantesimo parrebbe la confessione religiosa più a proprio agio con le caricature e gli atti blasfemi. Si sono allenati fin dal Cinquecento a rappresentare papi come sciacalli divoratori di escrementi.</p>
<p>Non faccio in tempo a parlare a mia moglie di questa faccenda delle moschee aperte, per constatare se la cosa le interessi. Anche lei ha avuto la stessa idea e per di più ha già organizzato tutto. Ha individuato una moschea e domenica partiamo visitarla con nostra figlia di cinque anni. Due atei in visita alla moschea. Mia moglie è di solito più interventista di me. Soprattutto ha una gestione disinvolta e dinamica della logistica. Io esibisco una ricchezza sconfinata di iniziative, di cui solo una ridottissima percentuale viene realizzata, proprio per una certa pigrizia logistica. Partiamo con un tempo da cani. Guida mia moglie (io sono un pessimo guidatore, e mi sono già dimostrato pericoloso per l’incolumità familiare). Ascoltiamo come al solito <em>Police and Thieves</em>, un album di reggae di Junior Marvin del 1977. Da almeno cinque mesi, ascoltiamo in modo particolare le prime due canzoni dell’album, manifestando una inquietante ma irresistibile propensione monomaniacale. Il tempo fa schifo. Enorme pozze ai lati della strada, notte già alle quattro del pomeriggio, pioggia battente. Arriviamo comunque senza difficoltà nel posto dove dovrebbe essere situata la nostra moschea. Siamo a circa quaranta chilometri da Parigi, in una cittadina di quindicimila abitanti. Ci ritroviamo davanti al numero civico. Vi è una cancellata aperta e si entra in un piccolo piazzale. Di fronte un edificio basso e rettangolare, con delle porte sprangate. Sulla prima porta c’è scritto <em>Boxe</em>, sulla seconda <em>Arti marziali</em>. Alla fine, sulla sinistra, avvistiamo una casetta bassa, carina, dipinta di bianco, con della luce alle finestre. Ad ogni finestra vi sono delle tende e non è facile vedere dentro. Sull’angolo, però, c’è una porta finestra. Riesco a scorgere delle persone e una pila di libri, con scritte dorate in caratteri arabi in copertina. Ci siamo. Ma non assomiglia lontanamente a una moschea. Mi viene l’idea di penetrare per la porta finestra, ma mi accorgo che proprio contro di essa è sistemato una sorta di altare, e se insistessi con la mia nota brutalità l’incontro comincerebbe con una sorta di gag disastrosa. Troviamo la buona entrata. Siamo timidi. La porta è aperta, tappeto rosso per terra, scarpiera su di un lato, e qualche paio di scarpe buttate a terra. Mia moglie potrà entrare oppure no? Mi affaccio sulla sala non molto grande. Ci sono una quindicina di persone che già stanno pregando, dandomi le spalle. Solo un giovane appoggiato al muro guarda inespressivamente verso di me. Non mi fa alcun cenno. Aspettiamo. Finalmente arriva un tipo da fuori. È alto, magro, viso aguzzo, qualche dente d’oro, sorridente, indossa una lunga tunica e un berretto scuri. Subito si rivolge a noi, e gli spieghiamo il motivo della visita. Scopriamo che non siamo ovviamente in una moschea, ma in una semplice sala di preghiera, e che essendo una sala piccola non c’è la parte riservata alle donne. Complicazione. Mia moglie quindi non può entrare. Il tipo ci spiega, che dopo la preghiera saranno ben contenti di parlare con noi. Per il momento mia moglie se ne torna in macchina, parcheggiata poco lontano, perché fuori, sulla soglia, fa freddo. Io mi siedo con mia figlia davanti alla porta della sala di preghiera. La litania araba è bella e ipnotica. Non c’è che dire. Con la voce ci sanno fare.</p>
<p>Dopo la preghiera, la maggior parte delle persone se ne va. Mi fanno entrare nella sala. Mia figlia gioca con una coppia di bimbi più o meno della sua età. Mi sento vicino a quei bimbi. Come loro, lì, non ho un ruolo definito. Le bimbe, per esempio, non sono ancora separate dal mondo dei maschi. Privilegio dei piccoli. Non so bene ancora quale delle persone che passano e mi salutano, si occuperà di me. Ma sento che, come è prevedibile, si tratta di una questione di autorità. Il tipo sorridente dal viso aguzzo, comincia a parlarmi. Mi dice subito che è un convertito, e che la fede musulmana è strettamente legata alla pratica, e quindi ha degli alti e dei bassi. Si riferisce alla sua esperienza. Mi basta questo per immaginare un poco la sua storia. Non deve avere alle spalle belle vicende. Consumo di droga, spaccio, condanne per piccoli crimini, o semplicemente una giovinezza dura, sbandata, piena di avvenimenti di cui non si può andare fieri? La credenza religiosa come una solida e completa infrastruttura etica, che ti estrae dalle pastoie della vita, dal disastro della coazione a ripetere, da tutte le fragilità del carattere, le ferite mentali, le amputazioni intime, e ti mette su solidi binari, dentro una rete di rituali certi e ripetitivi, in mezzo a una comunità entro la quale hai il tuo posto assicurato.</p>
<p>Abbandoniamo la sala grande e ci sistemiamo di fronte, in una stanzetta molto più piccola e incasinata, che è riservata in altre occasioni, mi sembra di capire, alle donne. Mi chiedono di mia moglie. Spiego loro che, visto il freddo, si è rifugiata in macchina, in attesa che la situazione si chiarisse. La chiamo per telefono. Siamo in quattro nello stanzino: noi due, un signore che avrà tra i trenta e i quarant’anni, e un altro un po’ più vecchio, con una barba folta e un bel viso segnato dalle rughe, che si è messo a trafficare per preparare il tè. Mi figlia è andata a giocare con l’altra coppia di bambini nella sala della preghiera, che ora è rimasta quasi vuota. Il tipo più giovane inizia a parlarci dell’organizzazione della pratica, delle feste religiose importanti, poi ben presto s’infila in spiegazioni relative al corano, al rapporto tra musulmani, cristiani ed ebrei, cita un numero foltissimo di profeti, e utilizza la metafora del meccanico. Dice che i profeti ebrei, sono venuti per aggiustare le cose, hanno cominciato il lavoro, ma presto non son riusciti ad andare avanti, poi è arrivato Gesù che ha fatto di meglio, infine Maometto a portato a termine il lavoro come dio comanda. (Io ho brandito la mia educazione cattolica come una sorta di lasciapassare o, semplicemente, per rompere il ghiaccio. Ma è anche vero che nei primi scambi con il tipo dal viso aguzzo, ho subito chiarito che non ero credente. E l’informazione secondo me è stata trasmessa al tipo che ci parla, perché in diversi momenti, oltre a nominare cristiani ed ebrei, cita anche gli atei.)</p>
<p>Si definisce molto presto questa situazione. Il tipo, pur non essendo un imam, pare però quello che possiede più autorità religiosa, ed è quasi unicamente lui che ci rivolge la parola. Quello che prepara il tè ascolta in silenzio, e interverrà solo verso la fine. Poi c’è il giovane convertito, che nel frattempo ci ha raggiunto, e che muore dalla voglia di dire la sua, ma si trattiene per ragioni gerarchiche. Le domande che io ho in testa sono di un certo tipo. Sono curioso di capire come funziona una sala di preghiera come la loro, nella società francese di oggi, in un comune un po’ disperso dell’Ile de France. Dietro al fatto religioso, a me interessa il fatto sociale. Il tipo, invece, è assolutamente concentrato sulla dottrina dell’islam, e mi parla di tutti i benefici per l’uomo di avere una fede come quella islamica, che è presentata ovviamente come la migliore in circolazione. Conosco bene questa faccenda. Questo prevedibile proselitismo, che anima anche ogni buon parroco di provincia nel mondo cattolico. Solo che i preti da noi, oggi, sono più disincantati e anche più scafati: la prendono più alla larga. In ogni caso, devo interrompere queste fitte narrazioni intorno al corano o ai tempi pre-coranici, con domande più mirate, che ci portino più verso il presente e la vita di tutti i giorni. Ma è appunto dal presente e dalla vita di tutti i giorni che la narrazione religiosa deve in qualche modo astrarsi, per prendere spazio in una zona franca, al di sopra delle miserie, dei conflitti, delle infinite varietà di circostanze storiche, per ripetere il medesimo <em>plot</em>, sacro e cristallino. D’altra parte, la storia presente è un’immensa palude, che spesso il forsennato volontarismo non rende più percorribile, di quanto lo consenta la narrazione religiosa, con il suo carattere autoreferenziale e fluttuante.</p>
<p>Comunque un vero scambio è avvenuto, nei momenti in cui la macchina del proselitismo s’imballava, e s’imballava anche la mia curiosità preconcetta. Si è discusso, alla fine, della diffidenza reciproca, in un contesto come quello legato agli attentati. Di come sia possibile venirne fuori. Buoni propositi di questo tipo, che però hanno fatto bene a tutti noi in quel momento, per fragili e ingenui che fossero. Mia moglie notava poi che, pur essendo arrivati all’improvviso e in un tardo pomeriggio di domenica, in poco tempo sono stati in grado di accoglierci, di offrirci del tè, e di rendersi disponibili a una lunga chiacchierata. In ogni caso, abbiamo appurato che la sala di preghiera dove siamo finiti nulla c’entrava con l’elenco delle moschee “porte aperte” che erano state segnalate sul giornale. La disinvoltura logistica di mia moglie ha i suoi limiti: nella fretta aveva digitato su <em>google maps</em> una cittadina con un nome simile. E invece di trovarci di fronte a un’autentica moschea in ghingheri, pronta all’accoglienza degli infedeli, eravamo piombati in una sperduta sala di preghiera, lontano dai grandi centri. “Avremmo potuto finire in una sala di preghiera &#8216;radicalizzata&#8217; – scherzo mentre torniamo a casa –, nel buco del culo della provincia parigina, dove un paio di sbandati lupi solitari incapaci di mettere in piedi un serio attentato, cercavano un modo facile per far fuori qualche miscredente. E noi gli saremmo arrivati in bocca.”</p>
<p>Prima di salire in macchina, il tipo dal viso aguzzo ci insegue nel cortile. Vuole farci un piccolo regalo. Tira fuori una boccettina di profumo. Si scusa, è profumo da uomo. Lo ringrazio. Si vede che è contento, e si congratula per il fatto che siamo dei tipi aperti e che si vede, comunque, per via che io bianco sto con una tipa di colore. Non è che dica proprio così, ma salutandoci ci tiene a farci sapere che la sua compagna è africana. Mia moglie è meticcia, madre francese e padre della Guadalupa. La faccenda del <em>metissage </em>è molto importante in un paese come la Francia, ma già lo è anche per l’Italia. Chi corre più veloce, l’odio razziale o l’amore tra le persone? Messa così suona un po’ fiabesca. Eppure non siamo lontani dalla realtà. Più numerosi sono i matrimoni e le unioni miste, più grande è il numero dei meticci in circolazione, e più il razzismo e la sua ossessione identitaria perdono terreno. Qui le statistiche del demografo hanno delle cose da dire. Consiglierei a tutti di leggere un capitolo di <em>Après la démocratie</em>, un libro di Emmanuel Todd, demografo e antropologo, uscito nel 2008 e intitolato <em>Ethnicisation?</em> Non solo per le conclusioni a cui arriva, ma soprattutto per il metodo che utilizza. (Todd non piace, in genere, ai marxisti, per il semplice fatto che non è marxista. Ma questo è un problema di un sacco di persone che si richiamano oggi al marxismo: sono in grado di ascoltare e leggere solo discorsi con il marchio d’origine marxista controllata e garantita. Attitudine deleteria. Chissà chi avrebbe dovuto, allora, leggere il povero Marx, quando ancora non esistevano studiosi e intellettuali marxisti in circolazione?) Se si guardano le società attuali attraverso l’occhio del demografo (e dell’antropologo), oltre ad abbandonare un certo catastrofismo, si rinuncerebbe anche a segnalare una nuova rivoluzione antropologica ogni dieci anni. Vecchia lezione di Musil (e della scuola storica delle Annales): sotto l’agitazione convulsa dell’attualità politica, alcune strutture sociali dipendono da evoluzioni molto più lente e si rivelano sul lungo periodo.</p>
<p>Una cosa mi ha sorpreso della conversazione con il responsabile religioso della sala di preghiera. Non ho mai sentito in lui né vittimismo né spirito di rivendicazione. Ad un certo punto evochiamo le reazioni della società francese nei confronti della popolazione di religione musulmana dopo gli attentati: il rischio crescente di una stigmatizzazione generale, ecc. Lui mi risponde tranquillamente, che tutto ciò non lo riguarda, che insomma non si fa condizionare da questo clima, che continua a seguire come prima la pratica dell’islam, e a portare tunica e berretto tradizionali del praticante.</p>
<p>Mi è piaciuto il giro moschee “porte aperte”. In realtà, sono situazioni di cui vado pazzo: incontrare gente che non c’entra niente con me, e parlare di qualcosa che non sia possibilmente il costo di uno smartphone o il grado di nuvolosità del cielo. Mi è sempre piaciuto poi, da ateo quale sono, dialogare con credenti di ogni genere. C’è sempre un momento in cui vorrei strangolarli, ovviamente. Hanno voglia a spiegarmi che il multiculturalismo è l’ultimo e inevitabile orizzonte del pensiero di sinistra. Dopo un po’ che sento argomentazioni di carattere religioso, che ascolto in una prima fase con diletto conoscitivo, fascinazione, curiosità, subentra una sorta di repentina esasperazione. Di colpo non capisco più nulla. “Ma di che diavolo stanno parlando?” Qui forse tocco i limiti del mio multiculturalismo. (Uso ironicamente il termine “multiculturalismo”, perché si tratta di una nozione per me in gran parte oscura. Non si tratta di essere pro o contro, si tratta di capire – anche in questo caso – di cosa si sta parlando. Mi sono reso conto almeno di una cosa. Per avere una posizione chiara a riguardo, con dovuta padronanza semantica e concettuale della questione, dovrei darmi almeno un mese di tempo per una serie di letture mirate e continuative. Le necessità materiali e lavorative non mi permettono, per ora, una tale vacanza-studio. Ma rimane una partita aperta.)</p>
<p>*</p>
<p><em>[Immagine: da un&#8217;opera di Claude Closky.]</em></p>
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		<title>Tanto baccano per una strage</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Nov 2015 13:32:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese Perché tanto baccano per le stragi del 13 novembre a Parigi, che hanno fatto solo 130 morti? La domanda è legittima, se uno considera che la copertura mediatica di queste stragi è stata particolarmente intensa a livello mondiale. A ciò bisogna aggiungere le reazioni di solidarietà espresse sia dalle istituzioni sia dai [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Perché tanto baccano per le stragi del 13 novembre a Parigi, che hanno fatto solo 130 morti? La domanda è legittima, se uno considera che la copertura mediatica di queste stragi è stata particolarmente intensa a livello mondiale. A ciò bisogna aggiungere le reazioni di solidarietà espresse sia dalle istituzioni sia dai cittadini di un gran numero di paesi, e ulteriormente amplificate dai media. Certo, una strage di civili inermi realizzata da un’organizzazione terroristica è una fatto che suscita sempre emozione, e solleva una quantità di questioni sulle conseguenze politiche e sociali, ma l’impressione che alcuni hanno avuto è che a Parigi una strage terroristica abbia uno statuto <i>speciale</i>. Ci si è chiesto, insomma, se l’attenzione mediatica, l’empatia e le espressioni di solidarietà non siano <i>selettive</i>, e non finiscano, in questo modo, per delegittimarsi o, addirittura, per apparire un po’ oscene. Questa critica può assumere svariate forme. Elenchiamone alcune.<span id="more-58322"></span></p>
<p align="JUSTIFY">I francesi si sentono sempre al centro del mondo, ma perché i loro morti dovrebbero pesare di più dei morti che altri paesi europei hanno conosciuto per simili cause, sia che si trattasse di terrorismo di matrice islamista o di matrice politica e nazionalista? I 130 morti europei contano più dei 224 in gran parte russi, provocati dall’esplosione di un aereo turistico due settimane prima, rivendicata dallo Stato Islamico? L’eurocentrismo impedisce ai cittadini europei e non musulmani di considerare che le vittime più numerose delle diverse organizzazioni del terrorismo islamista sono persone di religione musulmana che risiedono al di fuori dei confini europei? Gli europei non si rendono conto che, nel mondo, vi sono molteplici guerre in atto, di cui si parla pochissimo ma che sono responsabili ogni giorno di innumerevoli morti tra la popolazione civile? Tutto questo è vero, ed è importante ricordarlo. È importante che qualcuno ci ricordi, quanto sia <i>selettiva</i> la nostra compassione e la nostra attenzione nei confronti delle vittime innocenti della guerra e del terrorismo, e di tante altre cause prodotte da scelte umane e non da leggi fatali della natura. Dobbiamo, però, anche essere coscienti che la nostra compassione non potrà mai essere che selettiva. Innanzitutto, è assurdo ipotizzare l’esistenza di un tribunale neutrale e sovrastorico in grado di calcolare il grado di copertura mediatica assoluta che un evento dovrebbe ottenere in virtù del suo carattere intrinseco. In secondo luogo, non è possibile, umanamente, rispondere empaticamente a tutte le sofferenze terrestri, siano pure quelle più ingiuste ed evitabili. In una tale circostanza, tranne i pochi che raggiungerebbero una condizione prossima alla santità, gli altri si getterebbero in breve tempo dalla finestra. Vi è poi un fatto semplice da ricordare: Parigi è la capitale del turismo di massa, del turismo mondiale, in un testa a testa con Londra per il conteggio dei milioni di turisti che la percorrono ogni anno. Ed è stata proprio l’esperienza turistica (inautentica per eccellenza) a costituire per molte persone, anche geograficamente e culturalmente lontane da Parigi, un elemento di prossimità, un’occasione di empatia e riconoscimento con le vittime e i superstiti. Perfidia della storia vuole che la rivelazione di un possibile terrorismo di massa si realizzi proprio nella città del turismo di massa.</p>
<p align="JUSTIFY">Se con gli attentati nei confronti dei vignettisti di <i>Charlie</i> e i clienti ebrei dell’<i>Hyper Cacher</i> si profilava ancora una violenza di carattere ideologico, le sventagliate di kalashnikov contro delle persone sedute ai tavolini di un bar o riuniti in una sala da concerto hanno perso per noi un plausibile contorno motivazionale. Si apre uno scenario inedito: qualsiasi francese può sparare, in qualsiasi occasione, su qualsiasi altro francese. Quello che sappiamo (abbastanza poco) sulle biografie dei terroristi e, più in generale, delle reclute francesi dello Stato Islamico, permette di affermare almeno una cosa: la non omogeneità del profilo sociologico e la rapidità del percorso di radicalizzazione del futuro jihadista. E i candidati al viaggio iniziatico in Iraq o Siria, con relativo <i>stage</i> di guerra civile e razzia, non sono solo individui con un passato di esclusione sociale, delinquenza e prigione, ma anche giovani rappresentanti delle classi medie, alcuni dei quali convertiti, in quanto provenienti da famiglie cattoliche o atee. Qualcosa di molto spaventoso si è intravisto nelle pieghe di un avvenimento già sufficientemente orribile e sconcertante. Qualcosa che, in Europa, potrebbe diffondersi oltre i confini della sola Francia o del solo Belgio, e acquisire la frequenza di un evento banale. (Qualcosa, inoltre, che ricorda lo spettacolo truce che i protagonisti di <i>Salò </i>di Pasolini, nella scena finale del film, osservano attraverso un binocolo da una finestra della villa, dove hanno inscenato il loro teatro di sevizie.)</p>
<p align="JUSTIFY">Si è voluto a tutti i costi parlare di &#8220;guerra&#8221;, per descrivere l’impatto eccezionale di questi fatti. Ma le stragi del 13 novembre illustrano un’azione di perfetto terrorismo, una semplice e impietosa rappresaglia nei confronti del nemico, che non ha alcun valore strettamente militare, ma solo propagandistico. (Il successo degli attentati, sia nei confronti della Francia che della Russia, non dà allo Stato Islamico alcun vantaggio militare, anzi lo costringe a far fronte ad un’intensificazione dei bombardamenti aerei. Il successo, quindi, viene riscosso su di un altro fronte, quello della battaglia mediatica per il prestigio.) Evocare uno scenario di &#8220;guerra&#8221; significa proiettare nel futuro quanto è accaduto nel presente, andando a costruire una serie immaginaria. È solo in questo modo, d’altra parte, che la maggior parte di noi europei, cresciuti in un tempo di pace, finisce con il fare un’esperienza diretta della guerra.</p>
<p align="JUSTIFY">Questo fatto ha diversi risvolti. Il primo riguarda il risveglio di coloro che, in qualsiasi punto della scala sociale, per interesse cinico o pulsione oscura, sono attirati dallo scenario dello scontro bellico e mortale. Un altro aspetto, con un significato ben diverso, può essere espresso dalla formula: &#8220;i francesi (gli europei) <i>scoprono </i>cosa davvero è la guerra, dopo averne seguite una gran quantità sui giornali e in TV, e dopo aver legittimato i propri governi a farne un certo numero <i>a distanza</i>, tramite l’esercito professionale&#8221;. Alcuni commentano in modo sarcastico questa &#8220;scoperta&#8221;. Ma non vi siete accorti che viviamo in uno stato di guerra permanente, che sono più di una quarantina le guerre in corso e che esse fanno sempre più vittime nella popolazione civile? Voi prendete coscienza della barbarie della guerra perché un giorno centotrenta persone vengono ammazzate per le nostre strade? Bè, questo potrebbe essere un inizio. Una cognizione dell’orrore della guerra potrebbe, allora, nascere dalla paura che si ripresenta puntuale salendo su di un mezzo pubblico o camminando per una stazione ferroviaria. E forse anche proiettando una scena televisiva di massacro in un luogo che abbiamo conosciuto e amato in qualità di meri &#8220;turisti&#8221;. Tutto questo potrebbe avere almeno come effetto quello di renderci <i>la guerra patita dagli altri qualcosa di più reale</i>, di più vicino a noi e dunque più intollerabile. Il paradosso di molta popolazione europea e occidentale sta nel fatto di essere, da un lato, molto poco propensa a morire in guerra, in quanto troppo &#8220;educata&#8221; ai vantaggi di un lungo periodo di pace ma, dall’altro, tale familiarità con la pace ci rende indecifrabile, e in qualche modo irreale, ogni forma di guerra che si svolga al di fuori delle nostre frontiere.</p>
<p align="JUSTIFY">Le sventagliate di kalashnikov non sono i mezzi più idonei a risvegliare le coscienze, né lo sono le emozioni che nascono da loro ricordo. L’odio chiama l’odio, e l’agguato terroristico risveglia le vocazioni belliche (il sito dell’Esercito francese ha conosciuto vette di traffico, con un aumento di domande di arruolamento nei giorni che hanno seguito l’attentato). Per non parlare di quanto sia opportuna, sul piano politico, una miscela di odio e paura. Eppure questa visione spaventosa, di autentica guerra quotidiana, intravista attraverso le stragi del 13, forse può renderci consapevoli del disastro di ampia portata, nel quale noi occidentali continuiamo a camminare, indenni per il momento, ma in genere corrucciati a causa di contrarietà secondarie o decisamente futili. La comparsa di questo odio distruttore e indiscriminato dei terroristi dello Stato Islamico emerge all’intersezione di diverse orbite di crisi. Per questo ogni tentativo, seppure animato da un forte tasso di volontà critica, di leggerlo in termini di semplice causalità sociale o come frutto inevitabile di più globali peccati dell’Occidente, finisce per mancare la complessità di strati, che di quest’odio costituisce il terreno germinativo.</p>
<p align="JUSTIFY">Dopo gli attentati di gennaio, io stesso scrivevo, come anche altri, che &#8220;lo jihadismo dei fratelli Kouachi e di Amedy Coulibaly non è un problema musulmano, non è un problema di differenze etnico-culturali, ma è un problema <i>repubblicano e francese</i>, perché nasce dentro la società francese e dentro le istituzioni repubblicane&#8221;. Oggi mi risulta chiara l’insufficienza di una tale visione. Gli attentatori e il loro odio si trovano oggi all’incrocio di una crisi sociale della società francese (ed europea) e di una crisi sociale e politica del Medio Oriente (e delle società arabe in generale). Queste due crisi geograficamente lontane e nate in contesti storici molto diversi sono entrate d’un tratto in una sorta d’intima risonanza, e si alimentano a vicenda. Da un lato, abbiamo tutto ciò che di deleterio produce una sofferenza sociale provocata dalla mancata o incerta integrazione, una sofferenza, per altro, che non trova sbocchi per esprimersi politicamente, se non nella forma estrema ed effimera del tumulto; dall’altro, abbiamo i frutti dell’onda destabilizzante delle rivolte arabe, che hanno costituito come un prisma in grado di scomporre anni di sofferenza e risentimento cumulati in diversi paesi del Maghreb e del Machrek. Ma queste due orbite &#8220;di crisi&#8221; sono a loro volta intersecate da altre orbite &#8220;critiche&#8221;: quella del fallimento del &#8220;governo mondiale&#8221; a guida statunitense, che in Medio Oriente prima e soprattutto dopo l’11 settembre 2001 ebbe la sua tragica celebrazione. In tale scenario di violenta destabilizzazione, realizzata in questo caso attraverso l’azione militare, le due potenze locali che hanno incarnato maggiormente una continuità politica, ma in senso eminentemente negativo, sono state l’Arabia Saudita, con il suo sostegno a tutto campo del rigorismo musulmano (il <span style="color: #545454;">wahabismo</span>) e Israele, con la prosecuzione della sua politica d’occupazione e di rappresaglia militare in Palestina e in Libano. Infine vi sono due vuoti ideologici che si guardano frontalmente, quello della crescita economica di stampo occidentale, come velleità di un capitalismo insaziabile e autodistruttore, e quello del ritorno al califfato, come sostituto mitico a un vuoto ideologico e di progetto sociale delle popolazioni arabe, dopo la fine del panarabismo e dei movimenti di liberazione nazionale.</p>
<p align="JUSTIFY">Dentro questo inanellamento di crisi di portata storica, ogni facile tentativo di lettura e di taglio, d’iniziativa drastica e risolutrice non può che incrementare il caos e l’entropia, il livello di violenza e il disorientamento ideologico. Non si tratta, certo, d’indossare i panni poco attraenti degli esperti geopolitici o geostrategici. Si tratta di situare gli eventi d’attualità negli scenari e nelle serie storiche sufficientemente ampie per permetterne una lettura non riduttiva, parziale, esorcistica. Solo in questo modo possiamo realizzare in quale condizione tragica ci troviamo, come cittadini di paesi europei e occidentali. I nostri governanti, infatti, propongono soluzioni e vie di fuga, che sono ulteriori sprofondamenti e trappole. Un articolo recente di Helena Janeczek proprio su NI s’intitolava <i>Il trappolone</i>. Ecco, dentro questo inanellamento di crisi di medio e lungo periodo le trappole sono molteplici ed esse saranno tanto più efficaci, quanto più semplici, spettacolari e unilaterali saranno le soluzioni proposte.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Tra la esse e la zeta. Una riflessione sul dettaglio</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Nov 2015 06:00:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#160; di Giulia Scuro Sono in metro, un uomo si siede accanto a me con aria corrucciata, ma ha la busta regalo di una pasticceria, tiro un sospiro di sollievo. Vedo una coppia di ragazzi camminare a passo spedito, seguo senza volerlo le loro schiene, le nuche, tesa come un falco al succedersi dei passi, [&#8230;]]]></description>
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<p>di <strong>Giulia Scuro</strong></p>
<p>Sono in metro, un uomo si siede accanto a me con aria corrucciata, ma ha la busta regalo di una pasticceria, tiro un sospiro di sollievo. Vedo una coppia di ragazzi camminare a passo spedito, seguo senza volerlo le loro schiene, le nuche, tesa come un falco al succedersi dei passi, poi loro entrano in un negozio di abbigliamento e io ritorno ai miei pensieri. Riconosco in me una Miss Marple in erba, ma un’erbaccia incolta, qualche zolla di prato in un terreno pieno di pozzanghere e buche. Mi rendo conto di avere inconsapevolmente sviluppato una segreta attenzione ai dettagli che adopero puntualmente sui passanti, coloro con cui condivido quello spazio pubblico che reca con sé l’esposizione &#8211; sociale o asociale &#8211; alle circostanze. Perché anche spostarsi da un luogo privato all’altro non può prescindere dall’attraversarlo, fosse anche per un minimo tragitto.<br />
È sempre necessario riappropriarsi del mondo, anche se nella maggior parte dei casi si cerca di dimenticarlo. Come quando si considera sciocco informarsi su un’eclissi di luna, in quanto evento che non ha rapporti di causa o effetto con la nostra vita, e ci si dimentica che è l’unica occasione che ha un uomo comune per vedere l’ombra del mondo stesso in cui vive, di cui si ricorda solo quando deve cedere il passo alle sue incombenze – siano esse naturali come gli eventi atmosferici, oppure innaturali e irragionevoli, irrazionali o razionali azioni dell’uomo. E allora alla stazione faccio la differenza tra l’uomo che mangia un panino con gusto e quello che gira da solo, indossando una giacca inadeguata al freddo che fa, magari portando con sé poco più di una piccola busta di plastica stropicciata.<br />
Esercito un piccolo e personale, seppur fitto filtraggio della specificità dell’estraneo: ha un passeggino, una rivista, del cibo, ascolta la musica con le cuffie, ha un cappotto vistoso, chiacchiera con qualcuno, o non ha nulla a difenderlo dal tempo o dallo spazio? Mi dico che, se ha uno degli oggetti che ho individuato, non si farà saltare in aria, non può essere un terrorista. Io, che non posso capire cosa spinga un uomo a indossare un gilet esplosivo, posso solo illudermi di distinguerlo dal mio simile terrorizzato, e presumibilmente non terrorizzante. A rifletterci ora, realizzo di riconoscermi in colui che, d’istanza, tende a difendersi abitualmente dalle ingerenze esterne, aggiudico fiducia immediata a coloro in cui percepisco il medesimo barcamenarsi nella vita con una bussola simile alla mia. Comprendo il suo senso del mondo grazie al condiviso bisogno di non privarsi mai di una fetta di privato – che sia una musica o una lettura scelta, ma anche un videogioco – in un pubblico spazio indeterminabile, comune e indeterminato.<br />
La cultura occidentale è costruita in larga misura su un assunto fondamentale: superare la paura della morte. Cosa può esserle allora più incomprensibile di un kamikaze? Già il termine presenta grafemi che nell’alfabeto latino preludono a una presenza esotica, poco nota, come l’abbandonata k e l’inconsueta z: sonorizzazione estrema di una più consona s. S come sicuro, sospensione, stato. Tre parole che hanno in comune l’ambizione opposta al vuoto e l’illusione di un mancato servilismo mai annunciato, più facilmente perseguito con sonniferi o altri stimoli – sesso, stordimento, stipendio.<br />
Penso da giorni alla storia dei fratelli Abdeslam. Quello che mi preme è che per la prima volta vengo a sapere i retroscena di una missione di questo genere, a prescindere dalle notizie più o meno affidabili di chi collabora alle indagini, o al loro presunto litigio nell’appartamento in cui abitavano a Bruxelles, la sera prima dell’attentato di Parigi, in cui pare che uno dei due avesse urlato di non avere più intenzione di andare in un luogo se non avesse ricevuto la somma pattuita, mentre l’altro fermamente respingeva le sue lagnanze. Quello che è certo è che il maggiore, 31 anni, si è fatto esplodere al Comptoir Voltaire, un bar con pochi avventori nel quale non ha causato morti perché una parte del suo armamentario era disinnescata; lui stesso non è morto sul colpo. Ibrahim è sceso in un bar qualsiasi, a pochi passi da una piazza gigantesca e spesso desolata, in cui i clienti, pochi, inizialmente non hanno neanche immaginato si trattasse di un attacco kamikaze, pensavano piuttosto a una fuoriuscita di gas; uno di loro ha anche tentato di effettuargli un massaggio cardiaco, e solo dopo averlo liberato della maglia che indossava ha svelato i fili e i bulloni della parte inesplosa del suo corsetto.<br />
Tutto ciò sembra vanificare la mia arbitraria e tutta umana identificazione dei dettagli, e però scopro che il fratello minore, 26 anni, non è voluto saltare in aria, e allora ricomincio a tessere il mio cifrario. Non se ne conoscono le ragioni ma il fatto che sia ancora latitante nonché braccato dall’Is stesso, oltre che dalla polizia, porta presumibilmente a pensare che abbia avuto paura. Che, al contrario di altri &#8211; il cui compito è forse più specifico e legato all’organizzazione internazionale degli attacchi, per cui esplodere è solo una misura di sicurezza che impedisce loro di finire nelle mani del nemico -, Salah fosse tenuto a farsi bomba umana. Salah, che ha scampato più di una volta controlli e posti di blocco, e si aggira ora camuffato chissà dove, non ha voluto saltare in aria, continuo a ripeterlo; dopo l’attentato ha chiamato degli amici e si è fatto venire a prendere dal Belgio, dove si è nascosto, con la cintura esplosiva ancora indosso.<br />
L’Is gli dà la caccia perché lo considera un traditore che potrebbe collaborare con i servizi segreti europei. Ma tutto resta confuso. Salah ha ucciso a sangue freddo decine di persone che si intrattenevano in un solito weekend parigino, ha sorriso passeggiando per strada alle telecamere di un’emittente televisiva poste allo stesso incrocio che sarebbe divenuto scenario di morte dopo poche ore. E adesso l’Is vuole la sua testa, piuttosto che glorificarlo e metterlo in salvo, perché non si è fatto saltare in aria? Forse il punto è che la paura non è ammissibile, né lo è la scelta di una sorda S di salvezza rispetto a una più sonora Z.<br />
Barthes ha scritto che la S e la Z sono l’una il riflesso dell’altra, e quest’ultima introduce in <em>Sarrasine</em>, romanzo breve di Balzac, il rovesciamento dell’ordine morale, la deviazione. In questo caso, la Z rappresenta a sua volta un ordine morale, e rigoroso, per quanto folle e omicida: Salah deve essere punito proprio per la sua evasione dal contratto, per il suo slittamento da una lettera all’altra, che lo ha portato a scivolare in una zona grigia che nessun alfabeto contempla.<br />
Chi è figlio della cultura occidentale ha ogni strumento per indagare le evoluzioni della brama di vivere, mentre fatica di più nel capire il superamento dell’istinto di sopravvivenza nell’ottica di una salvezza metafisica. Cosa c’è oltre l&#8217;atto mancato di Salah? Il suo venir meno al dovere, il suo essere ancora vivo rivela lo spazio di un inconscio che non è privato né pubblico, che banalizza ogni interpretazione. Forse soggiace all’assurdo connaturato alla guerra, in cui sonori cannoni e sordi cadaveri si specchiano tra loro attoniti.</p>
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		<title>Il trappolone</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Nov 2015 06:00:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Helena Janeczek C’è un arma usata a Parigi che si sta rivelando micidiale come un gas tossico: il passaporto che portava con sé uno degli attentatori, il primo e l’unico documento d’identità a essere stato ritrovato dagli inquirenti. Benché un ufficiale dell’intelligence americana avesse tempestivamente espresso l’ipotesi d’un falso e anche la polizia francese [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/86711849_passportsyria.png"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-58180" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/86711849_passportsyria-282x300.png" alt="_86711849_passportsyria" width="282" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/86711849_passportsyria-282x300.png 282w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/86711849_passportsyria.png 660w" sizes="(max-width: 282px) 100vw, 282px" /></a></p>
<p>C’è un arma usata a Parigi che si sta rivelando micidiale come un gas tossico: il passaporto che portava con sé uno degli attentatori, il primo e l’unico documento d’identità a essere stato ritrovato dagli inquirenti.<br />
Benché un ufficiale dell’intelligence americana avesse tempestivamente espresso l’ipotesi d’un falso e anche la polizia francese abbia parlato di <a href="http://www.independent.co.uk/news/world/europe/paris-terror-attacks-ahmed-almuhameds-passport-may-have-been-planted-by-terrorists-a6735476.html">un documento contraffatto</a> probabilmente acquistato in Turchia, l&#8217;altro ieri il nome di tal Ahmad Almohammad è stato diffuso in maniera ufficiale. <span id="more-58179"></span><br />
Le impronte digitali, s’è scritto, coinciderebbero con quelle prese sull’isola di Leros, dove l&#8217;uomo è stato registrato a ottobre prima di transitare per la Serbia.<br />
Questa è esattamente la traccia che gli organizzatori degli attacchi parigini intendevano farci scoprire. Per la riuscita del loro piano era importante ci fosse <em>un terrorista arrivato con i barconi</em>, per dirla con Salvini. Ne bastava uno, uno solo. Gli altri quattro sinora identificati, il quinto in fuga e anche l’organizzatore, sono cittadini francesi e belgi. Ragazzi convertiti al jihadismo e radicalizzati da un soggiorno d’addestramento e indottrinamento in Siria; presenze interne alle nostre società, come gli attentatori di Charlie Hebdo, nemici che non potremo mai sconfiggere chiudendo le frontiere.<br />
Il passaporto intonso trovato presso l’uomo che s’è fatto esplodere fuori dallo Stade de France (sebbene almeno uno degli attentatori abbia cercato di entrarci) rafforza la congettura che agli ideatori della strage di Parigi bastasse usare quel primo attacco come un grande fuoco inziale; efficace per attirare le telecamere in mondovisione, come diversivo per le mattanze affidate agli altri comandi, e infine forse persino come pretesto per far compiere una missione circoscritta. L’uomo con il passaporto siriano non doveva fare altro che ricordarsi di buttarlo via prima di azionare la cintura esplosiva.<br />
È cruciale riconoscere che Daesh ha agito così in modo deliberato, con la piena consapevolezza di come funziona l’informazione, dove conta la notizia data a caldo. Una sua smentita o correzione a distanza non arriva più all’opinione pubblica, non ne cambia la visione formata nel momento di massimo sconvolgimento emotivo. Infatti, con il passare dei giorni, <a href="http://www.theguardian.com/world/2015/nov/17/serbian-police-arrest-man-with-syrian-passport-matching-paris-attackers">il giallo del passaporto</a> s’infittisce anziché risolversi; a quanto pare l’identità sarebbe riconducibile a un soldato di Assad morto in battaglia, in Serbia hanno registrato diversi passaporti con lo stesso nome, e <a href="http://www.dailymail.co.uk/news/article-3320356/Fake-Syrian-passport-used-MailOnline-shocking-frailty-migrant-registration-used-suspected-Paris-terrorist-travel-Europe.html">un giornalista inglese</a> ne ha acquistato in Turchia uno esattamente identico. Soltanto ieri sera la polizia francese ha lanciato un <a href="https://twitter.com/PNationale/status/666733662369652738">&#8220;appello ai testimoni&#8221;</a> per identificare &#8220;l&#8217;individuo deceduto&#8221;, usando la fototessera del documento greco come fotografia segnaletica. Il passaporto siriano con i suoi dati anagrafici è stato quindi ufficialmente riconosciuto come falso solo cinque giorni dopo il suo ritrovamento. Viene invece confermata l&#8217;identificazione dell&#8217;attentatore con l&#8217;uomo sbarcato a Leros basata sulla coincidenza delle impronte digitali, di cui tuttavia non è chiaro se riguardano soltanto quelle trovate sul documento falso o anche qualche traccia rilevata dai resti corporei. È presumibile che, prima di farsi esplodere, non abbia usato i guanti noti ai lettori di vecchi romanzi di detection, ma non bisogna sentirsi Agatha Christie per ritenere che siamo caduti in un tranello sempre più simile a una sanguinosa presa in giro, mentre non sappiamo assolutamente nulla sulla vera identità del uomo-bomba, e chissà mai se avremo modo di stabilirla.<br />
L’unica certezza, oggi, è che la manipolazione rafforzativa del terrore è servita a ottenere uno scopo. Marine Le Pen ha chiesto la sospensione immediata dell’ammissione di rifugiati in Francia, seguita dalla dichiarazione dei governatori di ben venticinque o ventisei stati americani, preceduta dal no del nuovo governo polacco che aspettava giusto un segnale per sottrarsi agli accordi UE sottoscritti obtorto collo. Le destre occidentali, sempre più capaci di orientare il discorso in ambito tradizionalmente “moderato” verso i contenuti più estremi, si rivelano non solo oggettive alleate di Daesh, ma il docile strumento che risponde ai suoi progetti con l’affidabilità prevista. Un’Europa e un mondo occidentale che diventa roccaforte dei “crociati”, non più culla e custode d’idee universali espresse nelle carte dei diritti che abbracciano qualsiasi essere umano, assolve esattamente la funzione che gli viene assegnato dalla teleologica politica di Daesh.<br />
Come scrive Alessandro Leogrande, i peggiori nemici di quel disegno sono coloro che costituiscono <a href="http://www.minimaetmoralia.it/wp/i-teorici-dello-stato-islamico-e-primo-levi/">la zona grigia </a>degli “apostati”. Tra questi, s’annoverano i gestori d’origine algerina del caffè “Le Carillon”, il ragazzo egiziano gravemente ferito davanti allo stadio, il cui passaporto è stato inizialmente <a href="http://english.ahram.org.eg/News/166657.aspx">attribuito a un terrorista</a>; le sorelle tunisine ammazzate sulla terrazza di un bar popolare in Rue de Charonne dove festeggiavano il compleanno, la cugina del calciatore Lasanna Diarra che quella sera era in campo con la Nazionale, il violinista algerino che stava rientrando a casa, e tante vittime di nazionalità diverse, a cominciare da quella francese. Ma accanto a queste donne e questi uomini dediti al perverso stile di vita dei “crociati”, la colpa mortale dell’apostasia tocca anche gli uomini e le donne in fuga da Siria, Iraq, Libia, Somalia, Nigeria, Pakistan e così via. In breve, da ogni parte del mondo dove è in atto uno scontro che vede coinvolti eserciti brutali, da poco o da molto affiliati al vincente outsourcing di Daesh per la realizzazione di un dominio totalitario sulle terre dell’Islam. Quegli uomini e quelle donne rappresentano uno scandalo per il solo fatto di voler fuggire dalla società perfetta che li attende come sudditi devoti, e ancor più perché cercano riparo presso le terre degli infedeli. Vale a dire: l’Europa (e l’Occidente) che nella sua chiusura identitaria non è solo disposta a lasciarli morire sotto le bombe o marcire in condizioni disumane nei campi dei paesi arabi e africani, potrebbe in più rendersi complice di consegnarli alla vendetta punitiva dei tanto aborriti tagliagola. Viceversa l’Europa e l’Occidente che accoglie i rifugiati senza cadere nella trappola della paranoia, non dimostra soltanto di possedere dei “valori” fondativi e non solo difensivi, nonché una memoria storica che non si riduce a vuota retorica, ma esercita in aggiunta una politica immediatamente efficace per combattere l’estremismo islamista, invalidando con l’azione più concreta e pacifica la sua visione manichea. La posta in gioco è molto alta. Appare quasi matematico che se oggi respingiamo come “potenziali terroristi” persone che giungono alle nostre coste piene di disperazione e di speranza, sarà solo una questione di tempo che molti di costoro o i loro figli radicalizzati in un campo profughi, ci tornino indietro come un boomerang trasformati, stavolta sì, in jihadisti vendicativi.<br />
Quindi anche l’argomento della sicurezza, l’argomento oggi brandito con successo dai portavoce della chiusura necessaria, conosce un’interpretazione esattamente opposta che non bisogna avere timidezza di sostenere neanche di fronte all’eventualità di un attentatore arrivato attraverso le rotte dei profughi. Questa visione non riguarda soltanto le prospettive preoccupanti per il futuro, ma può essere tradotta in proposte politiche e operative già avanzate e applicabili sin da adesso: non lasciare che i rifugiati cerchino di raggiungere clandestinamente l’Europa, alla mercé delle organizzazioni criminali &#8211; capaci anche di fornire false identità, come è stato dimostrato &#8211; e dei pericoli di morte in mare e in terra. Organizzare invece sin dalla Turchia, o in altre realtà accessibili, monitoraggi e registrazioni non emergenziali e infine trasbordi sicuri, gestiti e concertati tra gli Stati membri. Questa alternativa non sarebbe solo una scelta umanitaria o, peggio, un atto scriteriato di “buonismo”, bensì un’opzione razionale per tutelare quelle vite tanto quanto <strong>la nostra sicurezza.</strong> Basta capire che se un terrorista può arrivare con i barconi, questo accade perché di tutto ciò che succede con quei barconi, su quei barconi e prima e dopo che la gente vi s’imbarchi, la nostra politica così sensibile alle preoccupazioni popolari ha deciso, quanto meno, di lavarsi le mani.</p>
<p><em>ho deciso di non usare l&#8217;immagine del passaporto trovato a Parigi ma il montaggio satirico con cui dei siriani prendono di mira la conservazione di un documento &#8220;resistente all&#8217;acqua, al fuoco, alle esplosioni&#8221;.</em></p>
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		<title>Paris is burning. Stato d&#8217;emergenza e tentazioni sinistre</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jamila mascat]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Nov 2015 14:00:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Jamila Mascat A dispetto del titolo questo post è stato scritto a freddo e con umore raggelato. Non dice niente rispetto alla cronaca degli ultimi attentati che non sia già stato detto, in modi più o meno fortunati e più e meno condivisibili, altrove. Per intenderci: non ero, per mia fortuna, a tre tavoli [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Latuf.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-58148 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Latuf.jpg" alt="Latuf" width="965" height="466" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Latuf.jpg 965w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Latuf-300x145.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Latuf-620x300.jpg 620w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Latuf-900x435.jpg 900w" sizes="(max-width: 965px) 100vw, 965px" /></a>di <strong>Jamila Mascat</strong></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><b></b><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">A dispetto del titolo questo post è stato scritto a freddo e con umore raggelato. Non dice niente rispetto alla cronaca degli ultimi attentati che non sia già stato detto, in modi più o meno fortunati e più e meno condivisibili, altrove. Per intenderci: non ero, per mia fortuna, a tre tavoli dalle fucilate in rue de Charonne venerdì sera, né a due civici dal Petit Cambodge, non sono una habituée del Carillon, frequento raramente il 10ème e l&#8217;11ème da stupida fanatica del 18ème che sono e a un grado di separazione (ma solo uno, perché tra gli amici di Facebook non mancano i R.I.P.) tutte le persone che conosco sono salve. Per caso ho appreso quasi subito la notizia delle <em>fusillades</em> in radio (si parlava all&#8217;inizio solo di sparatorie e non di vittime, si capiva davvero poco) e la mia prima sciocca riflessione, mentre leggevo sul divano uno scritto soporifero è stata &#8220;vedi, alla fine Althusser, la disoccupazione e la neonata ti guastano la movida del venerdì sera, ma almeno ti risparmiano i proiettili” (ora me ne vergogno). Aggiungo che non ho fatto pellegrinaggi né perlustrazioni sui luoghi dei delitti in questi giorni. Sabato mattina verso le 11 sono uscita di casa, ho tentato “la prova del bar” per vedere che aria tirava e divorato frastornata un croissant in mezzo a gente ipnotizzata davanti alla TV che annunciava nei titoli a scorrimento la prevedibile rivendicazione degli attentati da parte di Daech, mentre un opinionista politico non meglio identificabile suggeriva prospettive inedite per una nuova stagione di lotta al terrorismo <i>made in France</i> evocando la metafora della disinfestazione delle cucine dagli scarafaggi<i> </i>(forse liberamente ispirata al bilancio sanitario di Marine <a href="http://www.huffingtonpost.fr/2015/11/10/marine-le-pen-immigration-bacterienne_n_8519976.html">Le Pen</a> sull&#8217;<i>immigration bactérienne </i>di qualche giorno prima). Sabato ho camminato per le strade del mio quartiere, il 18esimo basso, Barbès, dove nulla somigliava allo scenario da guerra atomica che m&#8217;aspettavo: il <i>negotium</i> del marciapiede, tra pannocchie, sesso, telefonia mobile, sigarette, oro e stupefacenti, e poi le panetterie e le macellerie, i bar e i fruttivendoli, tutto all&#8217;apparenza – che magari inganna – era lì come niente fosse, come se per alcuni, affaccendati in altri affari e in altri affanni, la vita semplicemente continua alla meno peggio nel solito tran tran, senza resa e senza eroismo.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Ma se solo il giorno prima qualcuno mi avesse detto che a Parigi stava per succedere qualcosa di simile a quello che è successo venerdì, l&#8217;avrei accusato di paranoia e della peggior specie, islamofoba e razzista. Oggi purtroppo prevalgono la sensazione e il timore che non finiremo facilmente di stupirci. Non mi riferisco allo shock, la commozione, lo sdegno, le manifestazioni di solidarietà, i kamikaze, le <a href="http://www.lemonde.fr/societe/article/2015/11/14/attaques-a-paris-francois-hollande-evoque-un-acte-de-guerre-commis-par-une-armee-terroriste_4809867_3224.html">dichiarazioni</a> di Hollande sulla Francia <em>impitoyable</em> contro l&#8217;ISIS, né al profluvio del tricolore sui social network– che purtroppo (non smetterò di ripeterlo abbastanza) richiama più mattanze che rivoluzioni gloriose. Non mi riferisco ai <em>N</em><i>ot in Our Name</i> dei musulmani &#8216;per bene&#8217; chiamati a smarcarsi dai fatti, né ai 115mila uomini in armi dispiegati in tutta la Francia, all&#8217;orrore di uomini e donne inermi, e nemmeno alla <em>République</em> che fa capolino come al solito o alle voci – le <a href="http://www.npa2009.org/communique/leurs-guerres-nos-morts-la-barbarie-imperialiste-engendre-celle-du-terrorisme">solite</a> – di quanti non accettano di poterla tirare in ballo ogni volta che l&#8217;aria si fa pesante, come fosse l&#8217;innocuo deodorante per ambienti che non è.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><strong>E&#8217; gia politica</strong></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Questo <a href="https://www.nazioneindiana.com/2015/01/10/peggio-per-tutti-di-charlie-hebdo-della-republique-e-dellapocalisse/">puzzle</a>, che si è tristemente assemblato nel dopo <em>Charlie,</em> ricompare in una configurazione di poco mutata ora che di nuovo <em>Je suis</em><i> Paris </i>e<i> Pray for Paris.</i> Lo stupore a cui accennavo, perciò, non deriva dalla somma di questi elementi, piuttosto dal bersaglio: qualunque, indeterminato, indistinto. Sono affiorati progressivamente i nomi e i volti delle vittime come cadaveri sull&#8217;acqua: Matthieu, Luis Felipe, Djamila, Valeria, Nohemi, Mohamed, Patricia, Halima e più di altri cento. Retrospettivamente né Charlie Hebdo né il supermercato Hyper-Cacher meritano di essere considerati per nessun motivo obiettivi giustificati, ma dieci mesi fa, costretti a misurarci con la logica dei simboli ignobilmente eletti a capri espiatori, potevamo ricostruire (e mai comprendere) le ragioni aberranti di quegli attacchi, pur senza farcene una ragione. Mentre le informazioni ancora scarseggiano e il web è cosparso di bufale, mentre le poche notizie che sono state appurate finora – il <a href="http://www.info-afrique.com/8664-revendication-par-daesh-letat-islamique-des-attentats-en-france-a-paris/">comunicato</a> di Isis che rivendica “l&#8217;attacco benedetto” e l&#8217;identificazione parziale degli attentatori tra Parigi e Bruxelles passando per la Siria – bastano per che il coro infaticabile delle destre xenofobe d&#8217;Europa alzi il volume per intontirci di ritornelli insulsi, stavolta facciamo ancora più fatica a non considerare una follia quello che abbiamo tuttavia il dovere di <em>politicizzare</em> e non <em>patologizzare.</em> Stessi kalashnikov, stesso presunto Dio, stesso terrore, con molti morti in più rispetto a gennaio. Ma le vittime <em>casuali</em> – giovani e meno giovani, di decine di nazionalità, a cena fuori, a spasso vicino allo stadio, a bere, a un concerto metal – forse <em>non sono un caso</em>. Ed è ottimista chi pensa di poter fare di questo accidente infausto un semplice incidente, pura psicosi, roba da matti. E&#8217; piuttosto la politica dell&#8217;Isis che piaccia o no, e il risultato (altrettanto politico) è la percezione diffusa, spaventosa e asfissiante che attacchi di questo genere siano sempre possibili perché imprevedibili e fuori controllo – non sto calcolando l&#8217;indice delle probabilità né additando il fiasco multiplo dell&#8217;intelligence francese in questo 2015 <i>annus horribilis</i>, ma penso alla restituzione di vulnerabilità assoluta che quest&#8217;ultima carneficina ha generato diffusamente. Il risultato di questo risultato è il rischio che di fronte alle schegge apparentemente impazzite del terrorismo, si finisca per impazzire tutti e ritrovarci senza bussola a ingoiare i deliri securitari di cui si nutrono in questi giorni il discorso del governo e le chiacchiere dell&#8217;opposizione.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Hollande ha <a href="http://www.liberation.fr/france/2015/11/16/demesure-d-urgence-a-versailles_1413967">dichiarato</a> di voler prolungare, ammodernare e “consolidare” lo stato di emergenza (in vigore da sabato a mezzanotte), passando per un ritocco della Costituzione. Quando il Parlamento avrà votato a favore della proposta che verrà presentata mercoledì dal Consiglio dei ministri, sarà possibile estendere il perimetro e la durata di questo intramontabile residuato bellico del 1955 (bellico perché risale ai tempi della guerra d&#8217;Algeria) che l&#8217;ultima volta, non a caso, era stato resuscitato 10 anni fa, nel 2005 in risposta alla rivolta delle banlieues.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Ovviamente in Francia non mancano gli &#8220;strumenti&#8221; per la&#8221; lotta al terrorismo&#8221;. A luglio è entrata in vigore <i>la <a href="http://www.vie-publique.fr/actualite/panorama/texte-discussion/projet-loi-relatif-au-renseignement.html">loi</a> relative au renseignement</i> dopo il via libera del Consiglio costituzionale che il presidente aveva interpellato per sedare le polemiche sorte su <a href="http://www.frontnational.com/loi-renseignement-100-flicage-0-securite/">più</a> <a href="http://www.jean-luc-melenchon.fr/arguments/projet-de-loi-sur-le-renseignement-dangereux-et-inefficace/">fronti</a> contro questo provvedimento dal sapore vagamente liberticida.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Perfino il</span><span lang="it-IT"><i> New York Times</i></span><i> </i><span lang="it-IT">nell&#8217;<a href="http://www.nytimes.com/2015/04/01/opinion/the-french-surveillance-state.html?_r=0">editoriale</a> del 1 aprile scorso, intitolato « The French Surveillance State », lanciava l&#8217;allarme sulle ricadute potenziali di una legge che conferisce all&#8217;esecutivo il potere straordinario di scavalcare i giudici nella gestione dei protocolli di sorveglianza. E per questo invitava il parlamento francese a difendere i diritti democratici dei cittadini contro le conseguenze di una politica di controllo e spionaggio “ingiustificamente espansiva e invasiva” che tra le altre cose prevede restrizioni sensibili alla libertà di <a href="https://fr.rsf.org/france-reporters-sans-frontieres-demande-21-07-2015,48124.html">stampa</a>.</span></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Lo </span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Stato d&#8217;emergenza perciò acquista una dimensione squisitamente <em>performativa,</em> e non per questo meno reale o meno pericolosa: voglio dire che significa perfino qualcosa in più dei mille dispositivi tecnici che sappiamo  – i controlli delle frontiere, l&#8217;istituzione di zone di sicurezza, la possibilità di imporre il coprifuoco e i domiciliari, la semplificazione amministrativa delle procedure che consentono perquisizioni (più di 160 circa nella notte di domenica, 128 nella notte di lunedì), fermi e arresti, il divieto di riunioni in luoghi pubblici che, tra le altre cose, ci proibisce di commemorare le vittime, rispondere agli attentati e protestare contro i bombardamenti in Siria e l&#8217;<em>état d&#8217;urgence</em>). </span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Significa, come ha spiegato </span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Laurence Blisson, segretaria generale del Sindacato della magistratura, predisporre “una cornice sistematica in cui le decisioni non hanno più bisogno di essere giustificate singolarmente”, ovvero creare anticipatamente “una giustificazione assoluta”. </span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">A cosa? </span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Alle parole, davvero poco rassicuranti di Manuel Valls in onda su <a href="http://www.lefigaro.fr/politique/le-scan/citations/2015/11/16/25002-20151116ARTFIG00083-valls-nous-allons-vivre-longtemps-avec-cette-menace-terroriste.php">RTL</a>, per esempio: “Il faut, je l&#8217;ai rappelé depuis des mois (&#8230;) expulser tous les étrangers qui tiennent des propos insupportables, radicalisés contre nos valeurs, contre la République. Il faut fermer les mosquées, les associations, qui aujourd&#8217;hui s&#8217;en prennent aux valeurs de la République&#8230;c&#8217;est un </span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">combat de valeurs</span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">, c&#8217;est un </span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">combat</span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"> de </span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">civilisations”.</span></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/906039_940215566058484_7727983206451669702_o.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-58158 " src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/906039_940215566058484_7727983206451669702_o.jpg" alt="906039_940215566058484_7727983206451669702_o" width="597" height="298" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/906039_940215566058484_7727983206451669702_o.jpg 480w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/906039_940215566058484_7727983206451669702_o-300x150.jpg 300w" sizes="(max-width: 597px) 100vw, 597px" /></a></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">In un <a href="http://blogs.mediapart.fr/blog/enavant/141115/vos-guerres-nos-morts-julien-salingue">intervento</a> più a caldo di questo Julien Salingue ricorda che la stima delle vittime in Siria da marzo del 2011 è di 250mila – ovvero 4500 morti al mese – per dire che lì “da 4 anni e mezzo è il 13 novembre ogni giorno”. </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Il conto delle vittime non vuole essere un pretesto per banalizzare l&#8217;accaduto e concluderne fatalmente che la ruota gira. </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><a href="https://newmatilda.com/2015/11/14/paris-attacks-highlight-western-vulnerability-and-our-selective-grief-and-outrage/">Chi </a>ha detto “oggi a Parigi e ieri a Beirut” (dove sono morte 43 persone assassinate nel quartiere sciita di Burj al-Barajneh), domandandosi per quale motivo ci siano vite visibilmente più degne di lutto e cordoglio di altre, benché perite a poche ore di distanza e per mano degli stessi mandanti, ha additato un fenomeno reale. Un deterrente alla percezione della prossimità autentica che sussiste tra i due episodi è naturalmente la distanza geografica. La quale tuttavia finisce per cristallizarsi in un&#8217;improbabile e non dichiarata &#8216;<a href="http://www.theatlantic.com/international/archive/2015/11/paris-beirut-terrorism-empathy-gap/416121/">teoria</a> dei due mondi&#8217; che vorrebbe alcuni popoli più abituati a ingoiare sangue rispetto ad altri che al sangue preferiscono il <em>bordeaux.</em> Questa slittamento – dalla <em>distanza</em> al <em>divario</em> – si tramuta colpevolmente in distrazione e assenteismo e poi precipita nel compianto selettivo. </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Per quanto non sia affatto scontato emulare l&#8217;empatia da cento e lode di Che Guevara – “sentire nel più profondo di voi stessi ogni ingiustizia  commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo”, la spirale delle stragi ravvicinate da Aden ad Ankara, da Baghdad a Boko Haram, da Beirut a Parigi a Raqqa, esige che la nostra solidarietà si elevi all&#8217;altezza smisurata delle tragedie che ci circondano per consentirci di resistere alla morsa di barbarie speculari e asimmetriche.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">La paura c&#8217;è, è tanta e pure giustificata. Dice bene <a href="http://www.mediapart.fr/journal/france/141115/la-peur-est-notre-ennemie">chi</a> dice che dobbiamo combatterla, ma è quasi impossibile non pensare all&#8217;elefante, soprattutto quando assume sembianze decisamente mostruose. Ora, forse, non parlo a tutti, come scriveva Fortini – “Parlo a chi ha una certa idea del mondo e della vita e un certo lavoro in esso e una certa lotta in esso e in sé” – ma mi auguro lo stesso di parlare a molti: a chi condivide risolutamente la necessità di contrastare le aberrazioni che piovono da destra e dalle cime della Repubblica a ritmo ininterrotto – Hollande: </span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">«Il faut une véritable coalition pour l&#8217;Irak et la Syrie, mais aussi l&#8217;Afrique»;  Le Pen :</span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"> « Il est indispensable que la France retrouve la maîtrise de ses frontières nationales définitivement »; B. Cazeneuve (ministro dell&#8217;Interno): «Celui qui s&#8217;en prend à la République, la République le rattrapera. Elle sera implacable avec lui et avec ses complices»; Laurent Wauquiez (segretario del partito <em>Les Républicains</em>,</span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"> </span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">ex-UMP</span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">, presieduto da Sarkozy</span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">) : «</span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Je demande </span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">que toutes les personnes fichées (alias &#8220;fichées S&#8221;, cioè schedate e sorvergliate in quanto ritenute, a diversi livelli di gravità, pericolose per la “sicurezza dello Stato”, si va dagli <em>hooligans</em> ai militanti politici ai sospettati di terrorismo e si stima che attualmente le fiches siano tra le 4 e le 11mila) soient placées dans des centres d’internement antiterroristes spécifiquement dédiés </span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">». </span></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span lang="it-IT">Detto questo, un&#8217;ovvietà che merita di essere guardata in faccia e da vicino, senza scivolare nel pantano dell&#8217;islamofobia, è che il jihadismo esiste, miete vittime ma anche consensi, non smetterà di stupirci con effetti speciali, e effettua perfino servizi a domicilio. In modalità deterritorializzata e riterritorializzata, l&#8217;Isis cresce come un&#8217;organizzazione di cui stentiamo a comprendere le forme, nonostante gli sforzi (<a href="http://rue89.nouvelobs.com/2015/03/12/dounia-bouzar-lexperte-derives-djihadistes-arrangeuse-verites-258151">dubbi</a>) degli specialisti nell&#8217;elaborare sofisticate mappature dei profili socio-psicologici dei &#8220;soldati del califfato&#8221; e minuziose analisi delle modalità di reclutamento virtuale. Per venirne a capo, scavalcando i ritratti sensazionalistici dei </span></span><span style="color: #000000;"><span lang="it-IT"><i>Jihadi John </i></span></span><span style="color: #000000;"><span lang="it-IT">da copertina, dobbiamo filtrare la propaganda dell&#8217;odio, abitare la confusione e ragionare su dati incredibilmente incerti. </span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Si legge un po&#8217; ovunque che i jihadisti sono minorenni e maggiorenni tra i 15 e i 30 anni, uomini e donne, convertiti e non, di estrazione popolare e di classe media, cittadini, <em>banlieusards</em> e <em>provinciaux</em>, provenienti da famiglie numerose ma non solo, educati alla religione ma anche no, stranieri e naturalizzati, depressi ed entusiasti; desiderosi di radicalità (del resto lo sono in molti a quell&#8217;età, e per fortuna) incontrano la <i>radicalisation,</i> termine comparso nel lessico di cronaca francese da più di qualche anno e che rimbalza sui giornali per etichettare proto- pseudo- e potenziali jihadisti cartografati dalle forze dell&#8217;ordine. </span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Un&#8217;altra ovvietà che forse vale la pena sottolineare è che se un kamikaze non è mai <em>solo un kamikaze</em>, ma  una rete di supporto, sostegno, difesa, protezione e addestramento, e se un kamikaze, per quanto assurdo possa sembrare ad alcuni, è per molti versi un <a href="http://www.liberation.fr/debats/2015/11/15/les-djihadistes-homegrown-soldats-bien-reels-d-une-nation-virtuelle_1413555">militante</a>, l&#8217;Isis, di nuovo, non è follia, ma politica, oscena forse, e però pur sempre politica. </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Respinta l&#8217;ipotesi clinica, quindi, resta da demolire quella militare, rilanciata ieri dal <a href="http://www.liberation.fr/societe/2015/11/16/le-porte-avions-francais-sera-deploye-en-mediterranee-orientale_1413983">discorso</a> marziale di Hollande a Versailles– «L</span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">a France est en guerre [..]. </span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">D’ici là, [..] intensifiera ses</span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"> frappes contre Daech. [..] Le porte-avions Charles de Gaulle appareillera jeudi, pour se rendre en Méditerranée orientale, ce qui triplera nos capacités d&#8217;action</span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"> ».</span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Dopo 14 anni di intensa e ininterrotta lotta al terrorismo con notevole dispiegamento di droni, armi e contingenti umani da parte del fronte occidentale, dopo aver cambiato i connotati ad almeno tre stati della regione (Afghanistan, Iraq, Siria) senza contare lo sfacelo della Libia e le sorti di stati carcassa come lo Yemen, e dopo aver favorito la mutazione genetica di Al Qaeda nell&#8217;Isis, sorge ragionevolmente il dubbio che qualcosa non sia andato per il verso giusto. Non solo il terrorismo prospera in Medio Oriente, ma è riuscito perfino a insinuarsi nel perimetro della vigile Europa costretta a fronteggiare oggi le premesse di una sciagurata e incivile &#8220;guerra di civiltà&#8221; che vede contrapposte le armi del terrore e quelle della xenofobia. Scarseggiano invece le armi della critica a volte anche nell&#8217;arsenale della sinistra che in Francia è doppia:  si colloca a sinistra del Partito socialista (non è così difficile) e si chiama <em>gauche de la gauche</em> o ancora alla sinistra di quest&#8217;ultima e cioè all&#8217;<em>extrême gauche</em>.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Cosa possa significare per queste due anime della sinistra fare i conti con il fenomeno del jihadismo, è una questione non da poco. Contestualizzare l&#8217;emergenza e l&#8217;espansione di Isis all&#8217;interno delle trasformazioni politiche e geopolitiche che interessano il mondo arabo-musulmano, pesantemente martoriato dagli interventi dell&#8217;imperialismo europeo e statunitense, non autorizza a ignorarne la portata europea. </span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">E se risulta “facile” – <a href="http://www.revolutionpermanente.fr/5-pieges-a-eviter-apres-les-attaques-du-13-novembre">almeno</a> per l&#8217;<em>extrême</em> <em>gauche</em> – opporsi alla prosecuzione delle operazioni in Siria – che verrà sottoposta al voto dell&#8217;Assemblée nationale il prossimo 25 novembre – e ribadire che la strada da intraprendere non è certamente il neo-bushismo rivisitato e letale auspicato dal <a href="http://www.ft.com/intl/cms/s/2/fd4660a4-8b76-11e5-8be4-3506bf20cc2b.html#axzz3riDzrsdB"><i>Finacial Time</i>s</a> – ovvero la riaccensione in grande stile della macchina da guerra internazionale mai sopita, è meno scontato stabilire se e come una sinergia delle due sinistre (e quel che rappresentano) possa fabbricare una risposta politica a ciò che è successo, che sia <em>non solo giusta ma efficace</em>. Come possa in altre parole interagire con il senso comune e richiamarlo al buon senso, remare contro l&#8217;islamofobia diffusa (anche tra le proprie fila), respingere le manovre autoritarie del governo, evitare le scorciatoie di principio, dribblare il cinismo, farsi grande ma non ecumenica né tantomeno repubblicana, impegnarsi a contendere il terreno del terrore negli spazi sensibili, tenere alto il morale e sopratutto permettersi il lusso e il coraggio di pensare che tutto ciò sia praticabile.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><strong><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Preferire di no</span></span></span></strong></p>
<figure id="attachment_58150" aria-describedby="caption-attachment-58150" style="width: 573px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/foto-renault.jpg"><img loading="lazy" class="wp-image-58150 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/foto-renault.jpg" alt="1047/1- Grve et manif  l'intrieur de l'usine de Renault-Billancourt en Mai 1968 ©gerald Bloncourt" width="573" height="641" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/foto-renault.jpg 573w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/foto-renault-268x300.jpg 268w" sizes="(max-width: 573px) 100vw, 573px" /></a><figcaption id="caption-attachment-58150" class="wp-caption-text">1047/1- Grve et manif  l&#8217;intrieur de l&#8217;usine de Renault-Billancourt en Mai 1968<br /> ©gerald Bloncourt</figcaption></figure>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Questa è una foto in cui mi sono imbattuta con una certa meraviglia qualche anno fa al <i>Musée national de l&#8217;immigration</i> (all&#8217;epoca <i>Cité Nationale de l&#8217;Histoire de l&#8217;immigration</i>), un <a href="http://www.histoire-immigration.fr/musee/collections">sito</a> espositivo nato e cresciuto dentro una serie di congiunture politiche più che infauste. Nel 2001 Lionel Jospin, allora primo ministro, aveva immaginato di consacrare il <i>Palais de la Porte Dorée,</i> che prima ospitava il<i> Musée des Arts africains et océaniens</i>, a un centro nazionale della storia e delle culture dell&#8217;immigrazione (l&#8217;idea originaria pare fosse di Mitterand). Silurato al primo turno delle elezioni presidenziali dalla vittoria di Le Pen padre, nel 2002, Jospin lasciò l&#8217;opera in eredità al nuovo presidente Chirac. Nel 2007, quando il museo fu finalmente allestito, il primo ministro Sarkozy si guardò bene dall&#8217;inaugurarlo essendosi da poco lanciato nella corsa all&#8217;Eliseo con una campagna elettorale che ostentava scarsia empatia nei confronti del tema dell&#8217;immigrazione. Abbandonato al suo destino, il museo aprì al pubblico senza alcuna cerimonia, e finì per essere inuagurato solo sette anni dopo, nel 2014, da Hollande, un po&#8217; per caso, senz&#8217;arte né parte. La storia di questo progetto e la sua realizzazione – tra strumentalizzazioni propagandistiche, rigetto e tiepide accoglienze – è una metafora letterale del rapporto che il paese ha intrattenuto e continua a intrattenere con quella componente imprescindibile e costituiva del suo passato e del suo presente che è la popolazione francese di origine straniera. </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Le foto esposte (come questa e anche le due successive), nonostante le didascalie, erano riuscite a sedare il fastidio e la repulsione che provavo per quel luogo.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Sopra è il maggio 1968 e siamo a Renault Billancourt dove lavorano 21mila operai, di cui un terzo di origine straniera; si sciopera. </span></span></span></span><span style="color: #2e2e2e;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span lang="it-IT">Non è certo un&#8217;immagine del genere che può rendere conto della complessità e della <a href="https://www.youtube.com/watch?v=f727toiGcAg">durezza</a> della questione razziale all&#8217;interno del movimento operaio francese. </span></span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">E ripescare questa foto, come anche quelle che seguono, non significa rifugiarsi nel mito né eleggere anacronisticamente quel modo a modello, a distanza di decenni.</span></span></span></p>
<figure id="attachment_58154" aria-describedby="caption-attachment-58154" style="width: 573px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/T6-ICO-036-0643-5-3-longwy_0.jpg"><img loading="lazy" class="wp-image-58154 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/T6-ICO-036-0643-5-3-longwy_0.jpg" alt="643/5-3  Liquidation de la Siderurgie en Lorraine-  Vallee de Longwy -21 et 22/2/1979- immigrs syndicat grve ©Gerald Bloncourt" width="573" height="378" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/T6-ICO-036-0643-5-3-longwy_0.jpg 573w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/T6-ICO-036-0643-5-3-longwy_0-300x198.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/T6-ICO-036-0643-5-3-longwy_0-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 573px) 100vw, 573px" /></a><figcaption id="caption-attachment-58154" class="wp-caption-text">643/5-3 Liquidation de la Siderurgie en Lorraine- Vallee de Longwy -21 et 22/2/1979- immigrs syndicat grve<br /> ©Gerald Bloncourt</figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<figure id="attachment_58155" aria-describedby="caption-attachment-58155" style="width: 573px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/T4-ICO-012-117-9_1.jpg"><img loading="lazy" class="wp-image-58155 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/T4-ICO-012-117-9_1.jpg" alt="Manifestation des travailleurs algériens. Paris, 17 octobre 1961." width="573" height="574" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/T4-ICO-012-117-9_1.jpg 573w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/T4-ICO-012-117-9_1-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/T4-ICO-012-117-9_1-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/T4-ICO-012-117-9_1-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/T4-ICO-012-117-9_1-144x144.jpg 144w" sizes="(max-width: 573px) 100vw, 573px" /></a><figcaption id="caption-attachment-58155" class="wp-caption-text">Manifestation des travailleurs algériens. Paris, 17 octobre 1961.</figcaption></figure>
<p style="text-align: center;" align="JUSTIFY"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Poissy.jpeg"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-58153 size-large" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Poissy-804x1024.jpeg" alt="Poissy" width="700" height="892" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Poissy-804x1024.jpeg 804w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Poissy-236x300.jpeg 236w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Poissy-900x1146.jpeg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Poissy.jpeg 1256w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a>Stabiliminento PSA- Peugeot-Citroën a Talbot-Poissy, atelier B3. 1984. Sciopero</p>
<hr />
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Le uso piuttosto come un&#8217;allegoria: tutte ricordano, se ce ne fosse bisogno, che la storia dell&#8217;immigrazione in Francia non è stata solo una storia di emarginazione, ma anche una storia di lotte e di protagonismo. Evocano confusamente l&#8217;idea che c&#8217;è un lavoro imprevedibile da immaginare e da compiere per provare a tessere legami spuri, occasionali e non scontati, che contrastino l&#8217;apartheid del pensiero, della prassi e del quotidiano tra pezzi della società francese che potrebbero ambire a riconquistare terreni di comunanza. </span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Si tratta di misurarsi con spazi geografici, sociali e ideologici che molte delle organizzazioni della gauche <em>tout court</em> hanno lungamente disertato, in cui negli anni hanno perso credibilità dando prova spesso di razzismo, insolenza, cecità, sordità, vigliaccheria. Si tratta perciò di capire come riguadagnare sul campo il diritto di parola e il diritto di confliggere, e questo, nello specifico, proprio in relazione alla recrudescenza del terrorismo.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #2e2e2e;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">Il ragionamento che sto facendo sottintende la presunzione – ridiscutibile e rinegoziabile – che una strada del genere possa e debba essere percorsa. Sto provando a <em>perorare una causa</em>. C&#8217;è qualcosa di stantio quasi putrefatto nell&#8217;espressione &#8216;perorare una causa&#8217;, mi chiedo se sia colpa della </span><span style="color: #000000;"><i>causa</i></span><span style="color: #000000;"> o della <em>perorazione</em> e credo che alla fine sia colpa di entrambe. La <em>causa</em> nel 2015 soffre da ansia di prestazione perché non è mai l&#8217;unica, e per poter essere sposata deve sapersi dimostrare all&#8217;altezza di essere capace di interagire con altre cause. La <em>perorazione</em> ricorda la pastorale, suscita noia e pruriti, e anche lei a suo modo, induce il sospetto di follia quando somiglia troppo da vicino alla vocazione monomaniacale, all&#8217; idea fissa. Ancora una volta opterei per chiamare semplicemente politica un&#8217;attività umile e ostinata che deve categoricamente e incessantemente porsi il problema di scovare alternative quando pare che non ce ne siano e impegnarsi a costruire nessi impensati. </span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #2e2e2e;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">In questo senso c&#8217;è bisogno di reinventare forme inaudite di prossimità tra mondi del dissenso che tendono a ignorarsi. Nei luoghi fisici – nelle scuole, sul lavoro e nei <em>quartiers populaires</em> – ma anche nelle parole d&#8217;ordine e nelle scelte di campo, come in questo momento. Non so se il momento è propizio, ma è un momento decisivo. Se quel che si prepara (il <em>se</em> è retorico) è un giro di vite accelerato sulla sicurezza e le libertà, è bene trovare le parole per dire che nella restrizione delle libertà di tutti, quelle di alcuni saranno minacciate più di altri; che il via libera alla caccia ai terroristi consisterà anche in un via libera agli abusi razzisti da parte delle forze dell&#8217;ordine; che migranti e rifugiati ne pagheranno le spese, insieme a chi intende stare dalla loro parte, e che di tutto questo, cioè dello stato d&#8217;emergenza e dei suoi derivati, non c&#8217;è bisogno. Quando, come nel dopo Charlie, la <em>République</em> incarnata da una sinistra che recita la parte della destra chiede al resto della <em>gauche</em> di stare dalla sua parte (con le sue bandiere e le sue bombe, con il suo esercito e il suo stato d&#8217;eccezione) in nome dell&#8217;<em>Union nationale</em>, sarebbe meglio <em>preferire di no</em> (come faceva Bartleby) e <em>spiegare pazientemente</em> (come suggeriva Lenin) le ragioni di una scelta impopolare (&#8220;people quite often do NOT know what they want, or do not want what they know, or they simply want the wrong thing&#8221;, nota Žižek, e non ha tutti i torti). Altrimenti non si vede come questa <em>gauche</em> possa candidarsi ad avversare e contrastare sul suo terreno la partita del jihad –  che per molti, secondo Olivier <a href="http://www.liberation.fr/planete/2014/10/03/le-jihad-est-aujourd-hui-la-seule-cause-sur-le-marche_1114269">Roy</a>, è la sola &#8220;causa disponibile sul mercato&#8221; – con un certo margine di credibilità ed efficacia. Per arrogarsi il diritto e dovere di contesa, per conquistare il diritto e il dovere di <em>perorare altre cause</em>, c&#8217;è bisogno di imparare ad assumere quel fenomeno che capiamo ancora poco e chiamiamo jihadismo non come un corpo alieno, come l&#8217;altro che è in noi, bensì paradossalmente come <em>cosa nostra</em>, figlia e non infiltrata, come una <em>res</em> tragicamente e orribilmente <em>publica</em> (da non confondere con la Repubblica). </span></span></span></span></p>
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		<title>Vive la liberté, égalité, fraternité!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Nov 2015 10:36:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Care lettrici, cari lettori, dopo ore d&#8217;angoscia, abbiamo avuto conferma che stanno bene Andrea Inglese, Jamila Mascat, Giacomo Sartori, Silvia Contarini, Francesco Forlani, Ornella Tajani, Giuseppe Schillaci &#8211; i membri di Nazione Indiana che vivono o gravitano su Parigi.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><iframe loading="lazy" width="420" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/vIxwG51bLFs" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Care lettrici, cari lettori,<br />
dopo ore d&#8217;angoscia, abbiamo avuto conferma che stanno bene Andrea Inglese, Jamila Mascat, Giacomo Sartori, Silvia Contarini, Francesco Forlani, Ornella Tajani, Giuseppe Schillaci &#8211; i membri di Nazione Indiana che vivono o gravitano su Parigi.</p>
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		<title>Scritti dopo gli attentati di Parigi &#8211; un e-book di Nazione Indiana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2015 16:00:42 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Alain Badiou]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Andrea Inglese</strong> <br /> Proponendo un e-book che raccoglie quanto è stato scritto su questo blog e sul blog amico <em>alfabeta2</em> dopo gli attentati di Parigi di gennaio, viene subito da chiedersi se tale operazione editoriale abbia minimamente senso. C’è qualcuno a più di tre mesi di distanza da quegli eventi, che ha ancora voglia di rileggere questi testi, o di leggerli, magari, la prima volta? ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/Scritti-dopo-gli-attentati-di-Parigi.pdf"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-53883 size-medium" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/copertina-charlie-225x300.jpg" alt="copertina-charlie" width="225" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/copertina-charlie-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/copertina-charlie.jpg 500w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /></a>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><em>Scarica l&#8217;ebook qui: <a title="Scritti dopo gli attentati di Parigi (pdf)" href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/Scritti-dopo-gli-attentati-di-Parigi.pdf">pdf</a>, <a title="Scritti dopo gli attentati di Parigi (epub)" href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/Scritti_dopo_gli_attentati_di_Parigi_-_AAVV.epub">epub</a>, <a title="Scritti dopo gli attentati di Parigi (mobi)" href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/Scritti_dopo_gli_attentati_di_Parigi_-_AAVV.mobi">mobi</a></em></p>
<p>Proponendo un e-book che raccoglie quanto è stato scritto su questo blog e sul blog amico <em>alfabeta2</em> dopo gli attentati di Parigi di gennaio , viene subito da chiedersi se tale operazione editoriale abbia minimamente senso. C’è qualcuno a più di tre mesi di distanza da quegli eventi, che ha ancora voglia di rileggere questi testi, o di leggerli, magari, la prima volta? Un fatto è certo, gli attentati di Parigi hanno costituito un <em>trauma</em> per i francesi, ma anche probabilmente per tutti gli europei, e forse addirittura per tutti noi “occidentali”, anche se non mi è poi così chiaro cosa voglia dire “occidentali”. Il trauma in Francia c’è stato: lo conferma la mobilitazione straordinaria di quattro milioni di persone in occasione delle manifestazioni “ufficiali” di domenica 11 gennaio contro il terrorismo. Io ho seguito gli avvenimenti dalla Francia, dove vivo, e il mio coinvolgimento è stato intenso, come quello della maggior parte dei cittadini francesi. Negli altri paesi, come l’Italia ad esempio, l’impatto dell’evento potrebbe essere misurato considerando sia l’attenzione mediatica che gli attentati hanno riscosso nei canali ufficiali d’informazione, sia la quantità di materiali e discussioni in circolazione sui social network e sui blog durante quelle settimane. Si è reso evidente, tra l’altro, un fenomeno che io chiamerei di <em>opportunismo mediale</em>. Di fronte all’irruzione della violenza terroristica nel tessuto familiare della vita ordinaria, non vi è uso pregiudiziale dei <em>media</em>: tutto può servire, tutto può essere utile. Ogni gerarchia si dissolve: le grandi testate giornalistiche sono divorate con altrettanta curiosità del blog minoritario e indipendente, il social network più apolitico veicola dibattiti e materiali altrettanto politici della rivista di studi strategici. Ma questo consumo abnorme d’informazioni, come ci insegna Nietzsche, ha qualcosa dell’esorcismo: la conoscenza è una forma di neutralizzazione dello spavento.</p>
<p>Posto quindi che gli attentati di Parigi hanno probabilmente <em>toccato da vicino</em> anche chi non è francese e non abita in Francia, varrebbe la pena di chiedersi cosa sia rimasto oggi di quell’urto nelle nostre vite. Potrebbe darsi che l’evento sia stato abbondantemente <em>consumato</em>, che di esso non rimangano più residui, schegge disturbanti, a tenere vive la memoria e l’analisi. Il lavoro di ricerca e riflessione non ci riguarderebbe più <em>in prima persona</em>, e sarebbe stato nuovamente delegato ai media d’informazione di massa, come in genere avviene per le “grandi questioni” che agitano la nostra società. Il carattere traumatico dell’evento è consistito, infatti, non nella semplice scossa emotiva, ma in qualcosa di ben più importante che a questa scossa si accompagnava: l’esigenza di voler capire, e di prendere la parola. Il sentirsi bersaglio quasi in prima persona, confrontati alla violenza indiscriminata fin dentro la dimensione intima, domestica, del vivere, ci ha chiamati in causa tutti <em>in un primo momento</em> e non solo per condannare, ma anche per ragionare. Oggi, forse, si è accettato nuovamente che siano soprattutto gli opinionisti, gli esperti, i capi di stato o dei servizi segreti ad occuparsi di questa faccenda.</p>
<p>In Francia, il vivo dibattito che si era reso visibile sulla stampa durante tutto il mese di gennaio, e che si sforzava di far emergere il contesto più ampio e variegato all’interno del quale situare gli attentati, fa spazio oggi all’iniziativa del governo, che con procedura d’urgenza vuole imporre un disegno di legge sulle attività dei servizi segreti, per rendere più efficaci le procedure di controllo e prevenzione degli atti di terrorismo. Di fatto, questa legge rende legali tutte le attività di sorveglianza informatica generalizzata che erano finora considerate illegali, e amplia i motivi che legittimano l’azione dei servizi segreti nei confronti della vita dei cittadini, inserendo voci estremamente generiche quali “prevenzione di attentati alla forma repubblicana delle istituzioni” o “interessi prioritari della politica estera” (<a href="http://www.lettera43.it/politica/la-francia-verso-una-sorveglianza-di-massa-del-web_43675165388.htm">www.lettera43.it/politica/la-francia-verso-una-sorveglianza-di-massa-del-web_43675165388.htm</a>). Contro questa legge si sono già mobilitati in molti, dalle organizzazioni di difesa dei diritti umani e dai sindacati della magistratura fino agli stessi provider. Essa sancisce comunque la scomparsa del dibattito sulle cause e i motivi degli attentati di Parigi, spostando tutta l’attenzione sulla questione “sicurezza”. Il governo, in questo modo, non è solo l’autore di un disegno di legge liberticida, ma anche colui che definisce le priorità del dibattito pubblico. Il terrorismo da fenomeno ambiguo e complesso, che richiede di essere indagato e chiarito nei suoi molteplici aspetti, diviene un assunto indiscutibile, un semplice dato di fatto, che suscita semmai una discussione sui metodi scelti dallo Stato per combatterlo.</p>
<p>Nel frattempo il rumore di fondo mediatico e politico alimentato dal fantasma dello “scontro di civiltà” è ancora percepibile, e cresce semmai d’intensità. L’idea che sia in atto una sorta di guerra contro l’occidente, e che questa guerra si generi nel seno di un soggetto dai contorni vaghi e ampi, come il mondo arabo-musulmano, è qualcosa che piace sia ai giornalisti sia ai politici, in Italia e altrove. Negli scritti apparsi a caldo su <em>Nazione Indiana</em> e <em>alfabeta2</em>, pur nella diversità di approcci e di posizioni, ci si è tenuti ben lontani da un tale schema interpretativo, non solo perché ritenuto infondato, ma anche perché foriero di ulteriori sofferenze e violenze.</p>
<p>Non si troveranno in questi testi analisi geo-politiche sul Medio Oriente e sul Maghreb, sul bilancio catastrofico delle politiche statunitensi e europee in tali regioni del mondo; neppure studi sulla genesi storica, sociale e politica del jihadismo o sulle guerre intestine che, in nome delle diverse confessioni musulmane, s’innestano su conflitti regionali di origine politica ed economica. Ognuno di questo testi, però, ha colto negli eventi traumatici di Parigi come una cristallizzazione di molteplici realtà, che richiedono di essere pensate assieme, approfonditamente e senza alcuna scorciatoia. Non ha senso, ad esempio, celebrare astrattamente la libertà di espressione, senza considerare ogni contesto determinato in cui tale libertà è esercitata. Non esiste un metro campione di tale libertà, al di fuori della dialettica storica che vede concrete battaglie per salvaguardare tale libertà da minacce di diversa natura. Non ha senso considerare gli attentatori di Parigi come dei puri prodotti della propaganda jihadista internazionale, come se essi non fossero stati dei cittadini “occidentali”, ossia dei francesi nati e vissuti in Francia, e quindi ampiamente impregnati di esperienze fatte in seno alla società francese.</p>
<p>Vorrei, per concludere, aggiungere un paio di considerazioni. La prima riguarda nuovamente l’idea mediaticamente e politicamente prediletta dello scontro di civiltà o di culture. Ora, mi sembra che già da un punto di vista teorico una tale idea sia una completa assurdità. Per avere uno “scontro fra civiltà” bisognerebbe innanzitutto che esistessero due entità sufficientemente omogenee e discrete in grado di opporsi. Dubito che queste “entità” esistano. Qualcuno ha un’idea chiara di cosa sia la civiltà occidentale? E soprattutto questa civiltà occidentale ha una personalità semplice, dai confini precisi e una volontà univoca, a cui potremmo opporre un’altra personalità altrettanto semplice e precisa, dalla volontà anch’essa univoca? E quale sarebbe quest’altra civiltà? Quella araba? O quella musulmana? O quella frutto del mosaico stratificato di culture, regimi politici, identità nazionali, che si snodano dal Maghreb al Mashrek e che hanno intricatissime storie locali, nazionali e internazionali? Uno dei presupposti principali che dovremmo ormai accettare, all’alba del XXI secolo, quando parliamo di civiltà, è che <em>ogni</em> civiltà porta con sé elementi di progresso umano e di barbarie. E che ogni visione manichea, da questo punto di vista, è già un partito preso verso la barbarie.</p>
<p>La seconda considerazione riguarda la giovane età dei jihadisti, e indico con questo termine coloro che, da varie parti del mondo, dagli Stati Uniti all’Europa, dall’Africa all’Asia, cercano di raggiungere la Siria o l’Iraq o qualsiasi altro luogo dove sembra svolgersi la battaglia campale tra i santi valori dell’Islam e le forze della corruzione e del male, siano esse rappresentate da un regime arabo considerato illegittimo o da forze militari e politiche occidentali o filooccidentali. Durante tutte le guerre, ma anche tutte le rivoluzioni, alcune delle cose più straordinarie e generose e molte delle cose più terribili e disumane <em>sono state fatte da ventenni</em> o <em>sono state fatte fare a dei ventenni</em>. Da europei celebriamo ogni giorno con orgoglio la nostra condizione di cittadini di paesi che vivono in pace, che non conoscono la guerra a casa loro. Bisognerà, però, interrogarsi su questo numero, minoritario certo, ma significativo, di giovani e giovanissimi europei pronti a partecipare ad una guerra, a sacrificare le loro vite, e a distruggerne delle altre. Anche in questo caso non ci sono risposte semplici, ma le caratteristiche del Corano non sono di certo sufficienti, ancora una volta, per spiegare questi comportamenti. Nel suo articolo su <em>Le Monde diplomatique</em> di aprile, <em>Pour en finir (vraiment) avec le terrorisme</em>, Alain Gresh cita uno specialista statunitense dell’islam ed ex funzionario della CIA, Graham Fuller. Quest’ultimo scrive: “Anche se non ci fosse una religione chiamata islam o un profeta chiamato Maometto, lo stato delle relazioni tra l’Occidente e il Medio Oriente oggi sarebbe più o meno identico. Ciò può sembrare controintuitivo, ma mette in luce un punto essenziale: esiste almeno una dozzina di buone ragioni per le quali le relazioni tra l’Occidente e il Medio Oriente siano cattive (…): le crociate (…), l’imperialismo, il colonialismo, il controllo occidentale delle risorse energetiche del Medio Oriente, la promozione di dittature pro-occidentali, gli interventi politici e militari occidentali senza fine, le frontiere ridisegnate, la creazione da parte dell’Occidente dello Stato d’Israele, le invasioni e le guerre americane, le politiche americane (…) riguardanti la questione palestinese, ecc. Nulla di tutto ciò ha alcun rapporto con l’Islam. ” Il fatto che le molteplici ragioni di conflitto tra Medio Oriente e Occidente, pur avendo carattere sociale, economico e politico, siano formulate prevalentemente in termini culturali e religiosi, non ci deve esimere dal compito di identificare lucidamente le cause principali di questo conflitto e di considerare la responsabilità dei dirigenti occidentali, quelli statunitensi in testa, nel perpetrarsi di tale situazione.</p>
<p><strong>* * * *</strong></p>
<p>[I testi di Alain Badiou (la traduzione italiana), Andrea Inglese (<em>Note su “Io sono Charlie” e il suo contraltare</em>), Enrico Donaggio, Franco Buffoni, Youssef Rakha, Davide Gallo Lassere sono apparsi sul sito di <em>alfabeta2</em> nello speciale <em>Toujours Charlie? </em>a cura di Andrea Inglese (impaginazione web Nicolas Martino) il 7 febbraio 2015. Tutti gli altri testi, presentati in ordine cronologico, sono apparsi su Nazione Indiana tra l’8 gennaio e il 27 febbraio 2015.]</p>
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		<title>Un dramma europeo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/02/27/un-dramma-europeo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Feb 2015 17:00:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Tommaso Giartosio Una premessa sulle premesse La premessa obbligatoria di tutti gli interventi su questo tema è sempre uguale: non si vuole in alcun modo attenuare la colpa degli autori della strage; “ovviamente” la violenza e l’omicidio sono da condannare recisamente, fermamente, assolutamente; eccetera. Allevato alla scuola dell’”ho tanti amici omosessuali”, io sospetto di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Tommaso Giartosio</strong></p>
<p><em>Una premessa sulle premesse</em><br />
La premessa obbligatoria di tutti gli interventi su questo tema è sempre uguale: non si vuole in alcun modo attenuare la colpa degli autori della strage; “ovviamente” la violenza e l’omicidio sono da condannare recisamente, fermamente, assolutamente; eccetera. Allevato alla scuola dell’”ho tanti amici omosessuali”, io sospetto di queste premesse obbligate.<span id="more-51410"></span></p>
<p>Se una premessa è davvero inevitabile, è pleonastica, scontata, non richiesta. In realtà <em>è una frase che, se pronunciata, afferma il contrario del suo contenuto apparente</em>: concede qualcosa a posizioni apparentemente antitetiche rispetto ad essa (per esempio, sottintende che avere amici omosessuali è un segno di particolare apertura mentale, e nel farlo rivela involontariamente che la posizione omofobica in realtà non è poi così lontano da quella di chi parla).</p>
<p>Sentire la necessità di condannare esplicitamente gli omicidi di Charlie Hebdo vuol dire ritenere che la presenza di un elemento di continuità tra spargimento di sangue e blasfemia non sia un assurdo bello e buono; se c’è bisogno di smentirla, vuol dire che è una posizione sbagliata ma pur sempre sostenibile. Respingerla significa, in realtà, legittimarla.</p>
<p><em>Nel merito</em><br />
Il dilemma che la strage ci impone è quello tra valore della vita umana e valore della libertà d’espressione. Un’antinomia che appartiene alla nostra cultura postromantica come il ritmo sistole-diastole appartiene al cuore. (Per certi versi somiglia, per esempio, al dilemma sull’aborto, che non a caso continua a interrogarci.) Nel fronte progressista domina una posizione libertaria, ma solo sul piano giuridico, mentre sul piano morale c’è grande ambivalenza.</p>
<p>La mia reazione immediata è di rifiutare qualsiasi limitazione della libertà d’espressione, artistica o meno. Anche se questo mi pone nella sgradevole posizione di dover assolvere Roberto Calderoli per la sua esibizione in maglietta del 2006, e di ritenere che non gli si possa attribuire la responsabilità per la morte di 11 manifestanti uccisi dalla polizia libica nella successiva (e probabilmente pilotata) manifestazione di protesta a Bengasi.</p>
<p>Tuttavia la mia reazione, in cui sinceramente credo (ma cosa vuol dire “sinceramente credo”?), è appunto una reazione immediata di un singolo cittadino. A fronte della quale mi resta la pressante sensazione di venire sottoposto a un gioco della torre in cui scegliere tra valori essenziali. Temo insomma che il dibattito sui principi avviato dalla strage di Parigi sia solo una cerimonia, un rito che celebra proprio la nostra libertà d’espressione (per eludere il dubbio che essa non sia poi così assoluta). Ciascuno si mette in posa e dice la sua, assumendo in realtà una delle pochissime posizioni ammesse; e avanti il prossimo, senza che la riflessione seria faccia un solo passo avanti.</p>
<p>L’Occidente è un bastione della libertà d’espressione, ma questo non significa che essa sia assoluta. Presidenti, religioni, bandiere godono di una protezione particolare nei nostri paesi. Manifestazioni anche pacifiche sono sottoposte a controlli rigidi. E la linea dell’ammissibilità si sposta di anno in anno. Insomma, non si può trasformare un carattere storico della nostra cultura in un assioma. Ma il gioco della torre fa esattamente questo. Ci chiede di confrontarci con la nostra autoimmagine ideologica. Non pensiamo, in fondo, che Wolinski e i suoi amici se la siano andata a cercare? Possiamo davvero dirci liberali, dirci occidentali?</p>
<p>Instillare un simile dubbio è certamente (dal punto di vista dei registi della violenza terroristica) una forma di strategia della tensione: se noi occidentali non siamo davvero liberali, perché esitare davanti a nuove versioni del <em>Patriot Act</em> – politiche repressive che ovviamente spingeranno nuove leve a iscriversi nei ranghi del terrore?</p>
<p>Però io vorrei vedere in questo dubbio anche il riflesso non strumentale di un’esperienza vissuta.<br />
Non mi sembra casuale che gli attentatori di Parigi e Copenaghen (come molti altri loro colleghi di questi anni) fossero cittadini dei paesi in cui hanno compiuto le loro violenze. Molti hanno parlato di una violenza nata dall’emarginazione, e certamente questo è vero. Il limite di questa spiegazione (storico-sociale, non morale) è che accetta di fondarsi sulla diversità. Attribuisce all’attentatore un ragionamento di questo tipo: “io che per la mia pelle, il mio accento e la mia religione sono altro rispetto a questa <em>pòlis</em>, vengo trattato come un alieno: addirittura vengono disprezzati i miei valori più profondi: dunque mi vendico”. Il presupposto è che “so perfettamente chi sono io, sono il vendicatore venuto da lontano, in me scorre il sangue guerriero delle mie origini”.</p>
<p>Ma a fianco di questo discorso ne è presente un altro, un discorso di cittadino: “io che sono nato e cresciuto qui, io che faccio comunque parte della mia pòlis, vedo che essa si professa democratica ma non lo è, dunque la punisco”. Qui il presupposto è ben diverso, è uno smarrimento: “chi sono dunque io, cittadino di una città non fondata su alcuna vera legge? non sono forse lasciato all’arbitrio della mia ira?”</p>
<p>Questo secondo discorso – interno, per così dire – mi sembra fortemente sottorappresentato nella lettura che si dà delle violenze di queste settimane (mesi, anni). Forse lo è anche nella coscienza degli stessi attentatori. Ma per quanto le notizie di politica estera ci spingano a tracciare un collegamento sempre più saldo tra l’Is e gli attentati in Europa, dobbiamo – credo – sforzarci di considerare questi ultimi un dramma europeo; che riguarda i rapporti tra europei, e va affrontato in Europa. E che resterebbe urgente e andrebbe affrontato qui anche qualora vi fosse domani un tracollo universale della jihad islamica.</p>
<p>Roma, 16.2.2015.</p>
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		<title>Toujours Charlie? Riflessioni e testimonianze un mese dopo gli attentati di Parigi.</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/02/09/tojours-charlie-riflessioni-e-testimonianze-un-mese-dopo-gli-attentati-di-parigi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Feb 2015 13:00:16 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/ob_787472_libreinfo-double-peine-pour-charlie.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-50950" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/ob_787472_libreinfo-double-peine-pour-charlie-300x227.jpg" alt="ob_787472_libreinfo-double-peine-pour-charlie" width="300" height="227" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/ob_787472_libreinfo-double-peine-pour-charlie-300x227.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/ob_787472_libreinfo-double-peine-pour-charlie.jpg 661w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p><em>[Riproponiamo oggi uno speciale apparso su <a title="lo speciale su alfabeta2" href="http://www.alfabeta2.it/2015/02/07/toujours-charlie/" target="_blank">alfabeta2</a> a un mese dagli eccidi di Parigi. Abbiamo raccolto alcune voci e privilegiato alcuni aspetti, convinti non solo che non sia facile dare una lettura univoca di quegli eventi, ma che non sia neppure necessario. In Francia, intanto, analisi e discussioni continuano, e non solo su legislazioni antiterrorismo e sul potenziale nemico interno, ma anche sulla segregazione sociale e razziale che mina la &#8220;République&#8221; ben più in profondità degli occasionali massacri realizzati da un piccola minoranza di adepti dell’idiozia e del fascismo di marca religiosa. Articoli di </em><em><strong>Badiou</strong>, <strong>Inglese</strong>, <strong>Donaggio</strong>,<strong> Buffoni</strong>, <strong>Rakha</strong>, <strong>Gallo Lassere</strong></em>. a. i.]<span id="more-50876"></span></p>
<p><strong>Alain Badiou</strong><br />
<em>Il Rosso e il Tricolore</em></p>
<p>• <strong>Sfondo: la situazione mondiale</strong>.<br />
Oggigiorno, il mondo è totalmente investito dal capitalismo globale, sottomesso ai dettami dell’oligarchia internazionale e asservito all’astrazione monetaria come unica figura riconosciuta dell’universalità. Viviamo in un periodo di transizione molto difficile, che separa la fine della seconda tappa storica dell’Idea comunista (la costruzione indifendibile, terrorista, di un “comunismo di Stato”) dalla terza tappa (il comunismo come realizzazione politica, adatta al reale, dell’“emancipazione dell’umanità intera”). In questo contesto, si è insediato un mediocre conformismo intellettuale; una sorta di rassegnazione al contempo lamentevole e soddisfatta, che accompagna l’assenza di ogni futuro altro, ovvero la ripetizione dispiegata di ciò che già c’è. [<strong>Continua a leggere ⇨ <a title="Alain Badiou: Il Rosso e il Tricolore" href="http://www.alfabeta2.it/?p=8743" target="_blank">www</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/Alain-Badoiu-Il-rosso-e-il-tricolore.pdf" target="_blank">pdf</a></strong>]</p>
<p><strong>Andrea Inglese</strong><br />
<em>Note su “Io sono Charlie” e il suo contraltare</em></p>
<p><em>1. Identificazioni</em><br />
Sei <em>Charlie</em> o non sei<em> Charlie</em>? In definitiva, parrebbe sia questa la forma logica, in cui si è espressa la nostra esperienza degli attentati di Parigi, nel corso dei quali sono state ammazzate tra il 7 e il 9 gennaio venti persone, venti cittadini francesi, inclusi i tre attentatori. L’elaborazione del trauma si è concentrata, ad un certo punto, sulla necessità di identificarsi o meno con <em>Charlie Hebdo</em>. Intorno a quest’identificazione o al suo rifiuto ha finito col ruotare una parte rilevante del dibattito politico nato da quegli avvenimenti. Alcuni fenomeni importanti, però, da un punto di vista sociale, si sono situati probabilmente altrove, laddove non erano in questione identificazioni, ma altre forme più articolate di adesione e testimonianza. E proprio in ragione del loro potenziale semantico non riconducibile a un identificante semplice, tali fenomeni sono stati spesso malintesi. [<strong>Continua a leggere ⇨ <a title="Andrea Inglese: Note su Io sono Charlie e il suo contraltare" href="http://www.alfabeta2.it/2015/02/07/note-su-io-sono-charlie-e-il-suo-contraltare/" target="_blank">www</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/Note-su-Io-sono-Charlie-e-il-suo-contraltare-Andrea-Inglese.pdf" target="_blank">pdf</a></strong>]</p>
<p><strong>Enrico Donaggio</strong><br />
<em>Compagni di niente</em></p>
<p>Ho passato una giornata intera attaccato al computer come a un polmone d&#8217;acciaio, seguendo l&#8217;evolversi dei “fatti di Parigi”, un brutto personaggio di un brutto film di Altman. Mi sono preoccupato per gli amici che vivono in quella città, che sento anche un po&#8217; mia. Ho avvertito la violenza di un colpo che questa volta toccava noi, quelli più o meno come me, di cui qualcosa mi importa. Non gli altri, loro, alla cui dimenticanza, silente ma iperattiva, dedico ogni secondo della mia vita: rumore bianco, sporco lavoro di sfondo di un antivirus che non si vede, ma che divora energia e memoria. Ho scritto “Je suis Charlie” su di un sito e mi è spiaciuto non andare alla manifestazione dove tutti si sentivano Charlie. [<strong>Continua a leggere ⇨ <a title="Enrico Donaggio: Compagni di niente" href="http://www.alfabeta2.it/2015/02/07/compagni-di-niente/" target="_blank">www</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/Compagni-di-niente-Enrico-Donaggio.pdf" target="_blank">pdf</a></strong>]</p>
<p><strong>Franco Buffoni</strong><br />
<em>Da Charlie a Adonis</em></p>
<p>[Questo pezzo è una risposta unica a due domande che ho inviato a Franco Buffoni in seguito agli attentati di Parigi. <em>a. i.</em>]</p>
<p><em>Che lettura complessiva dai del modo in cui l’opinione pubblica italiana ha parlato non solo dell’attacco terroristico in sé, ma soprattutto della reazione della popolazione francese a sostegno di un giornale di satira come “Charlie Hebdo”? Quell’idea di laicità rivendicata da una fetta importante della popolazione francese è una particolarità nazionale, una sorta di storica idiosincrasia del popolo francese, o riguarda più generalmente i principi dell’uguaglianza in una società che si vorrebbe democratica?</em> [<strong>Continua a leggere ⇨ <a title="Franco Buffoni: Da Charlie a Adonis" href="http://www.alfabeta2.it/2015/02/07/da-charlie-adonis/http://" target="_blank">www</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/Da-Charlie-a-Adonis-Franco-Buffoni.pdf" target="_blank">pdf</a></strong>]</p>
<p><strong>Youssef Rakha </strong><br />
<em>Chi c…. è Charlie?</em></p>
<p>Il solo pensare di contribuire al dibattito su Charlie Hebdo è di per sé problematico. È problematico perché, sia in quanto tragedia pubblica sia in quanto difesa della libertà creativa, questo evento ha assunto proporzioni gigantesche. È problematico perché si è trattato di un tutti-contro-tutti moralistico: esprimere solidarietà significa trascurare il contesto, abdicare al senso della tua relazione con la vittima “oggetto” del consenso e, in ultimo, diventare un hashtag. È problematico soprattutto perché trasforma un crimine, dalle minime proporzioni al di fuori della Francia, in un tropo culturale. [<strong>Continua a leggere ⇨ <a title="Youssef Rakha: Chi c… è Charlie?" href="http://www.alfabeta2.it/2015/02/07/chi-c-e-charlie/" target="_blank">www</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/Youssef-Rakha-Chi-c-è-Charlie.pdf" target="_blank">pdf</a></strong>]</p>
<p><strong>Davide Gallo Lassere</strong><br />
<em>Oltre Charlie</em></p>
<p>Questo testo si propone una rassegna parziale delle analisi più interessanti prodotte durante queste settimane in Francia al fine di orientarsi nei recenti fatti di Parigi. Sebbene questi ultimi si prestino a essere osservati da una pluralità di prospettive, la domanda prioritaria da porsi mi pare quella concernente i processi di soggettivazione che hanno condotto a tali deviazioni identitarie. Didier Fassin, professore a Princeton e autore di un importante studio antropologico sul ruolo della polizia nei quartieri popolari, non ha dubbi al riguardo: è la stessa società francese – con le sue politiche urbane, sociali e scolastiche, oltre a quelle securitarie e penitenziarie – ad aver generato ciò che essa ritiene un’infame mostruosità (Didier Fassin su <a title="Didier Fassin: Notre société a produit ce qu’elle rejette aujourd’hui comme une monstruosité infâme" href="http://www.lemonde.fr/idees/article/2015/01/15/notre-societe-a-produit-ce-qu-elle-rejette-aujourd-hui-comme-une-monstruosite-infame_4557235_3232.html" target="_blank">Le Monde</a>). [<strong>Continua a leggere ⇨ <a title="Davide Gallo Lassere: Oltre Charlie" href="http://www.alfabeta2.it/2015/02/07/oltre-charlie/" target="_blank">www</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/Oltre-Charlie-Davide-Gallo.pdf" target="_blank">pdf</a></strong>]</p>
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