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	<title>suoli &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La Terra e la terra (La gaia cecità #5)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Oct 2026 05:00:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giacomo Sartori </strong> <br /> Cosa pensare, di fronte a questa tracotante ostinazione a seguire solo gli interessi dei capitali, che non sono quelli della stragrande maggioranza degli umani?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-123183" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Image26_rid.jpg" alt="" width="420" height="286" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Image26_rid.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Image26_rid-300x204.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Image26_rid-617x420.jpg 617w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Image26_rid-150x102.jpg 150w" sizes="(max-width: 420px) 100vw, 420px" /></p>
<p>I suoli sono una minuscola pellicola, in molti casi inferiore al metro, sulla superficie della crosta terrestre. Questa sottile buccia di terra possiamo rappresentarcela come una spugna, perché la metà del suo volume è costituita da vuoti. Nei pori più grandi circola l’aria, fondamentale per fare respirare le radici e gli abitanti microscopici e non, mentre in quelli capillari viene conservata l’acqua, che le piante riescono a succhiare fuori. Essa è essenzialmente di natura minerale, visto che deriva da materiali inorganici, rocce o sedimenti che siano. Amalgamata alle particelle minerali c’è però anche una piccola frazione organica, rappresentata per la maggior parte da resti di piante più o meno trasformati. Questa ridotta componente consente la vita dei microrganismi e dei piccoli animali, i quali sono gli artefici dei fondamentali processi che in essa avvengono.</p>
<p>È questa buccia complessa e formicolante di vita che fa vivere le piante, e quindi gli animali che mangiano le piante, tra i quali noi. La nostra esistenza dipende da lei, direttamente ma anche indirettamente, perché essa è la principale sede della diversità biologica indispensabile al mantenimento degli equilibri nei quali noi umani siamo incastonati. Nonostante sia prevalentemente minerale, a livello planetario immagazzina inoltre più carbonio delle piante, ci si è accorti, limitando le emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera. E sappiamo che la maggior parte dei nostri antibiotici derivano da sostanze prodotte naturalmente da suoi batteri e funghi.  Da un po’ meno di un secolo è però sotto un attacco senza precedenti, perché la seppelliamo per costruire le nostre città e le nostre infrastrutture, e perché la nostra agricoltura l’aggredisce e erode, spesso pure lei la annienta. Quando va bene la fiacca.</p>
<p>Bruno Latour ha usato il termine <em>vernice</em>, ancora più incisivo. È il modo di vedere di noi contemporanei, che ci figuriamo la Terra come l’hanno osservata per la prima volta gli astronauti della missione Apollo dal loro oblò, prospettiva ormai accessibile con una pressione del polpastrello sul nostro telefono. Una palla non poi così grande, e un po’ gracilina. Da questa visuale la terra, quella con la t minuscola, ha una presenza ancora più ridicola, ci appare quasi una pelle di zigrino, che a forza di soddisfare i nostri desideri è ridotta a ben poca cosa.</p>
<p>Gli antichi, ma anche solo i nostri immediati predecessori, avevano una percezione completamente diversa: la terra era solidamente sotto i loro piedi, si spingeva lontano fino a che non cominciavano i mari, e chissà fino a che profondità scendeva. Io stesso, quando da bambino mi aggiravo per le balze attorno alla villa dove eravamo andati a abitare, la vedevo così. Era interrotta da muretti e stradine, e se ne stava spesso nascosta sotto l’erba o i mucchi di letame, ma era la padrona assoluta, e sapeva fare ruotare tutto quel mondo di contadini e animali attorno a lei. Mai più avrei potuto pensare che era in pericolo, e che andava salvata. Nemmeno quando mi sono iscritto alla Facoltà di Agraria, con quella briosa incoscienza che accompagna molte svolte delle nostre vite. Durante gli anni del liceo ero passato attraverso una larvata depressione, mi sembrava che quell’aria aperta e quel verde potessero essere la salvezza. Non intuivo che quelle poco differenziate sensazioni sarebbero sbocciate, come succede in tante storie d’amore, in un duraturo legame.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Per quello che si può presumere fino al Neolitico gli umani non si sono preoccupati in modo particolare della terra. Quando hanno cominciato a coltivarla, si sono subito accorti che avevano a che fare con un soggetto assai suscettibile, e tendenzialmente permaloso. Certo poteva dare bei raccolti, a mano a mano che le piante venivano migliorate, però spesso si impuntava o faceva le bizze. Per lavorare bene non le piaceva che ci fosse troppa acqua, ma neanche troppo poca, e men che meno che fosse troppo salata. E in pendenza aveva il vizio di scivolare a valle, lasciando dietro di lei rocce e sterili prietrami. Ma in generale tendeva a stancarsi, e bisognava trovare il modo di ovviare. Proprio di <em>stanchezza</em> parlavano i Romani, che sapevano bene che dopo aver ospitato un cereale aveva bisogno di fare una lunga siesta, quello che chiamiamo maggese.</p>
<p>Aveva insomma bisogno di molte cure e attenzioni. Il problema principale è però che c’erano tipi estremamente differenti fra loro, e ognuno sembrava avere il suo carattere e le sue esigenze e propensioni. La vera difficoltà era quella, capire cosa poteva e cosa non poteva ogni fattispecie diversa. Ecco allora che già le civiltà mesopotamiche, amanti delle liste, elencavano puntigliosamente i tipi diversi. Questi cataloghi ci fanno sorridere, ma certo avevano una ben precisa utilità, vista l’efficienza delle coltivazioni dei loro ideatori.</p>
<p>Le prime classificazioni cinesi dei suoli, le più antiche in assoluto, risalgono a quattromilacinquecento anni fa, e sono state via via perfezionate. Ma anche i Greci avevano le loro puntigliose tassonomie, come pure i cartaginesi e più lontano da noi gli Aztechi. Quelle dei Romani saccheggiano com’era loro costume tutte le conoscenze pregresse, e sono a loro volta riprese e migliorate dai validissimi agronomi arabo andalusi. I quali vengono riscoperti, in Italia, dall’ottima scuola agronomica rinascimentale. Poi con la svolta del sedicesimo e diciassettesimo secolo anche la terra finisce sotto la lente d’ingrandimento degli scienziati, in particolare i chimici, e degli economisti, i quali cercano di stabilire il suo valore soprattutto a fini impositivi, problematica assai cara ai governi dell’epoca.</p>
<p>Durante tutto il diciannovesimo secolo si svolge un aspro braccio di ferro tra i geologi, che consideravano che i suoli fossero materia loro, viste le loro conoscenze più ampie e più ancorate nella geografia, e i chimici, centrati sui problemi agronomici. I primi, partendo dalla distribuzione dei vari tipi, portano fondamentali contributi alla comprensione dei fattori ambientali in gioco, i secondi sullo stoccaggio e la cessione dei vari elementi chimici alle radici. Sul fronte della biologia, come è noto Darwin studia accanitamente per tutta la vita i lombrichi, mentre nell’ultimo quarto del secolo si comincia a aprire il vaso di Pandora della vita microbiologica. Solo all’inizio del Novecento la scienza del suolo si afferma come disciplina indipendente, sebbene frammentata in sotto-discipline che hanno spesso difficoltà a dialogare. Nelle campagne le tradizioni contadine continuano però a resistere, opponendosi all’introduzioni dei concimi chimici come a molte altre innovazioni.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>È negli ultimi ottant’anni anni che il mondo accademico e della tecnoscienza si impongono come unici dispensatori dei protocolli di coltivazione, trasformando i coltivatori in ignari esecutori. Sprezzando i saperi tradizionali, essi reindirizzano le conoscenze sulla terra verso alcune problematiche molto specifiche<strong>, </strong>e in particolare l’assimilazione degli elementi minerali necessari alla pianta. Quello che era stato per millenni l’assillo della tradizione agronomica, l’adeguamento del tipo di colture e delle pratiche colturali alle tipologie di suolo, comincia a passare in secondo piano, e viene completamente spazzato via dopo il secondo conflitto mondiale. Al centro di quella che viene chiamata <em>rivoluzione verde</em> sono infatti la concimazione chimica, le lavorazioni meccaniche e l’irrigazione, le caratteristiche dei terreni non vengono più considerate determinanti. L’assunto implicito, è che un impiego massiccio dei nuovi mezzi tecnici può supplire a qualsiasi difetto delle terre. Ed è vero che questi possono fare meraviglie, soprattutto nel breve periodo. La concimazione chimica di una terra naturalmente povera, in particolare, gonfia le sue produzioni, anche se non la migliora, e anzi alla lunga le fa male. Sull’onda dei successi ottenuti si sottostimava sempre di più la varietà di fattori in gioco: ci si illudeva insomma di essersi liberati dalle costrizioni della natura.</p>
<p>Io ho assistito in prima persona a questa metamorfosi che in quattro e quattr’otto ha uniformato le campagne e ha eliminato i custodi che le conoscevano centimetro per centimetro, tanto determinanti nel mio percorso. Perché se sono finito alla Facoltà di Agraria, dopo i mortificanti anni del liceo classico, era perché in quel rapporto tra umani e paesaggio avevo intravisto un senso anche per la mia esistenza. Un unico trattore con i cingoli ha rimpiazzato i buoi, gli arnesi manuali sono rimasti impiccati ai loro pioli. E monotoni vigneti hanno fagocitato il variegato mosaico di mais, patate e altre colture. Un cavaliere solitario, che peraltro faceva anche i turni in fabbrica, bastava a svolgere il lavoro di diverse famiglie. Nessuno più zappava o voltava il fieno o seminava, nessuno chiacchierava o lanciava richiami, per molti mesi l’unico frequentatore era lui, con i pennacchi di micidiali veleni &#8211; all’epoca non si andava per il sottile – che accompagnavano l’incedere del suo drago meccanico: non lo sapeva, ma sarebbe poi morto di tumore. Solo per la vendemmia le uniformi calligrafie di viti si rianimavano per qualche giorno.</p>
<p>Nei fatti la cosiddetta rivoluzione verde ha dato risultati notevolissimi, per quanto riguarda il traguardo che sotterrava tutti gli altri, le rese a ettaro, nelle aree con suoli profondi e naturalmente fertili, per i quali le nuove varietà molto produttive erano state create. Ha fallito invece completamente dove i terreni erano sottili o cumulavano diverse debolezze, dove quelle stesse esigenti varietà stentavano o facevano cilecca. Ce se ne è accorti, o insomma ci si è voluti accorgere, solo molto più tardi, spesso quando i danni alla terra erano irreparabili, e i territori erano ormai fuori gioco. Con le sue vallate dissestate e invase dalle boscaglie, l’Italia appenninica e prealpina ne è uscita profondamente stravolta. Solo le colline che hanno potuto rifugiarsi nelle monocolture redditizie, come quelle attorno a casa mia, si sono salvate dall’incuria.</p>
<p>Il nuovo approccio, diventato a poco a poco egemone dentro e fuori il mondo agricolo, ha concorso alla propagazione di un modo di ragionare nel quale i suoli e le loro peculiarità non contavano nulla. Non stava scritto da nessuna parte, ma essi uscivano dai fattori considerati prioritari delle coltivazioni. Negli stessi decenni nei quali la scienza forniva fotografie più precise dei loro funzionamenti e delle complesse interconnessioni in gioco, li si rappresentava con una visione ultra-semplificata, consona agli interessi dei colossi dell’agrochimica. Senza curarsi del fatto che si isterilissero e che fossero irrimediabilmente devastati dall’erosione idrica, dai ruscellamenti causati dall’accorpamento dei campi.</p>
<p>La poca considerazione dei suoli dell’agricoltura industriale, uno dei pilastri della sua visione riduzionista, rompeva una tradizione millenaria, con la sua costante ricerca di soluzioni durature nel tempo per mantenere la terra in buona salute. Sotto il suo dominio le discipline attinenti ai suoli sono state di fatto marginalizzate nella maggior parte dei Paesi. O si sono trincerate nelle inoffensive problematiche genetiche e tassonomiche, come è successo alla migliore scuola italiana, quella fiorentina, alla quale io mi sono formato. Ancora oggi nella quasi totalità delle facoltà italiane si insegna la <em>chimica del suolo</em>, focalizzata su azoto fosforo e potassio, non la scienza del suolo, o pedologia che dir si voglia, che collega le dinamiche di quei principali elementi della fertilità a quelle microbiologiche, ecologiche e geografiche. Gli agronomi sanno quindi pochissimo di suolo, così come la maggior parte degli addetti al mestiere.</p>
<p>Tutta la mia esperienza lavorativa si è svolta in questa zona d’ombra, dove noi specialisti non avevamo voce in capitolo nella realtà delle coltivazioni e nelle politiche riguardanti i paesaggi. Vedevamo e studiavamo le degradazioni, ma nessuno ci dava retta. Eravamo rassegnati che così fosse, ci sembrava per certi versi normale, o per così dire tragicamente divertente. Più volte mentre mi davo da fare sul terreno mi è stato chiesto se il mio era un hobby. Quegli agricoltori che me lo domandavano non potevano pensare che si perdesse tempo a osservare e analizzare il suolo così in dettaglio. E tanto meno che proprio quel mio rapporto cerebrale ma anche fisico con la terra fosse così importante per il mio equilibrio personale. Fra di noi ci scherzavamo sopra, dicendoci che se si cercava un mezzo sicuro per non fare carriera nelle istituzioni, e di guadagnare poco, era scegliere il nostro mestiere. Che peraltro amavamo.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Per effetto degli implacabili risultati di vari studi di monitoraggio, che mostrano l’ubiquità di varie forme di degradazione, alcune delle quali irreparabili, visti i tempi millenari di formazione, nell’ultimo quindicennio è aumentata la consapevolezza che i suoli sono estremamente fragili. Sempre più si afferma la necessità di preservarli e di rigenerarli: quello che era uno dei cavalli di battaglia dei sostenitori delle agricolture olistiche, sta diventando un discorso condiviso. Nei fatti dominano però ancora incontrastate le pratiche agronomiche dannose che si sono imposte nell’ultimo cinquantennio. Basandosi sulla consulenza di ottimi specialisti le istituzioni europee hanno delineato in tempi recenti chiari obiettivi per una gestione più ecologica delle coltivazioni, sebbene i percorsi restassero fumosi. Questa apertura s’è scontrata come si sa con la feroce opposizione delle organizzazioni degli agricoltori e di molti governi nazionali, con queste conniventi. Tutti i tentativi di introdurre metodi più rispettosi si scontrano con le resistenze cavalcate dalle destre, le quali non esitano a prendere di petto la scienza, e ancora più gli organismi, come la francese Ademe, che ne traducono i risultati in proposte concrete.</p>
<p>Si fa un gran parlare delle nuove tecnologie, si strombazza che potrebbero risolvere ogni problema. <em>Agricoltura di precisione</em> e <em>agricoltura 4</em>.<em>0</em> sono slogan sempre più martellanti anche sui media. Le trionfalistiche soluzioni proposte, nei fatti sempre vaghe, vengono da una nuova alleanza tra i produttori di macchine agricole, quelli di composti chimici, che finanziano e orientano la ricerca, e i fornitori di sistemi digitali di gestione dei dati. Le costose proposte, alla portata solo delle forme di agricoltura a alto reddito, e che aumenteranno ancora la dipendenza dai combustili fossili, restano nella credenza di stampo meccanicista del rimedio puntuale, a dispetto della maschera di ecocompatibilità. Ne è un esempio la trovata faro, la somministrazione di concimi chimici calibrata spazialmente, mediante tecniche di telerilevamento del rigoglio dei campi e di geolocalizzazione degli interventi, quando le difficoltà della pianta non sono un problema unicamente di disponibilità di elementi minerali nel terreno, e riguardano anche il comparto organico e biologico, e quello idrico. La reale finalità dei potentati agrochimici sembra essere quella di monetizzare la nuova consapevolezza ambientale, proponendo per i problemi che essi stessi hanno creato i palliativi che permettono loro di guadagnare più quattrini possibile.</p>
<p>Cosa pensare, di fronte a questa tracotante ostinazione a seguire solo gli interessi dei capitali, che non sono quelli della stragrande maggioranza degli umani? E della cinica abilità di indossare le vesti della svolta ecologica, di creare adepti consenzienti? Ora che il clima olocenico è partito per la tangente la Terra ci appare come una fragile palla spersa nel cosmo, circondata da una cagionevole aureola. E la terra una vulnerabile membrana in equilibrio con quest’ultima, e che per causa nostra si riduce via via. Ma in realtà è della nostra sopravvivenza che ci preoccupiamo, la Terra e i suoli esistevano e esisteranno anche senza gli umani, sanno reagire e adattarsi. Diventa difficile non cadere nello sconforto, quello stesso che io ho evitato per tanti anni proprio frequentando la terra. Chi viene più ascoltato, invece di moderarsi esprime ancora nuovi desideri, avidi come i precedenti, che fanno ulteriormente contrarre la pelle di zigrino. Ma naturalmente non è detta l’ultima parola, la storia è ondivaga e imprevedibile, e noi ci battiamo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdA Ho letto questo scritto &#8211; in una versione lievemente ridotta &#8211; nel corso del (terzo) convegno/ritrovo <a href="https://www.nazioneindiana.com/2026/10/07/la-repubblica-dei-terrestri/">La Repubblica dei terrestri</a>, che si è tenuto a Tricase, in Salento, dal 9 all&#8217;11 ottobre;</em></p>
<p><em>i pezzi precedenti di questa serie si possono leggere <a href="https://www.nazioneindiana.com/2026/09/01/le-citta-la-gaia-cecita-1/">qui</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2026/09/12/lecatombe-dei-paesaggi-la-gaia-cecita-2/">qui</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2026/09/26/discordi-montagne-la-gaia-cecita-3/">qui</a> e <a href="https://www.nazioneindiana.com/2026/10/10/la-rimozione-delle-campagne-la-gaia-cecita-4/">qui</a></em></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>La consapevolezza del suolo nella rappresentazione del paesaggio</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/12/05/la-consapevolezza-del-suolo-nella-rappresentazione-del-paesaggio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Dec 2025 06:00:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Costanza Calzolari </strong> <br /> Il paesaggio come oggetto autonomo nell'arte diventa evidente nell'età ellenistica e romana. La natura tuttavia non è descritta mai nel suo aspetto realistico, mentre la presenza dell'uomo è una costante sia fisicamente che come conseguenza delle sue attività]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">di <strong>Costanza Calzolari</strong></p>
<p><em>in occasione della <a href="https://www.europeansoilpartnership.org/news-events/world-soil-day-2025-healthy-soils-for-healthy-cities">Giornata Mondiale del Suolo</a> 2025 pubblichiamo un testo inedito di Costanza Calzolari, <a href="https://scienzadelsuolo.org/chi_siamo.php">scienziata del suolo</a> del CNR, sulla rappresentazione dei suoli nella pittura italiana; lo scritto deriva da numerosi interventi orali tenuti dalla ricercatrice in diverse occasioni a partire dal 2004 e fino al 2022, nel corso dei quali è stato arricchito, limato, corretto</em></p>
<p>Il suolo è descritto raramente come tale nell’arte figurativa, almeno fino agli anni molto recenti, ma alcune sue caratteristiche e funzioni sono indirettamente riportate nelle rappresentazioni di paesaggio.  Lo sviluppo della rappresentazione di quest’ultimo nelle diverse epoche testimonia il rapporto fra l&#8217;uomo e il suolo/territorio e, allo stesso tempo, è fortemente condizionato dall&#8217;ambiente storico e culturale.</p>
<p>Il paesaggio come oggetto autonomo nell&#8217;arte diventa evidente nell&#8217;età ellenistica e romana. La natura tuttavia non è descritta mai nel suo aspetto realistico, mentre la presenza dell&#8217;uomo è una costante sia fisicamente che come conseguenza delle sue attività.  Malgrado la scarsità dei documenti pittorici esistenti, l&#8217;origine ellenistica della rappresentazione di paesaggio è testimoniata indirettamente dall&#8217;eredità nell&#8217;arte romana ed in alcuni significativi e begli esempi, come il Mosaico del Nilo dell’antica Praeneste, II secolo A.C., conservato a <a href="https://catalogo.beniculturali.it/itinerario/il-mosaico-nilotico-palestrina">Palestrina</a>.  In questo mosaico, la valle del Nilo è descritta, con l&#8217;ambiente umano in primo piano, nella parte inferiore del mosaico e l&#8217;ambiente selvaggio sullo sfondo, nella parte superiore, con le fiere, identificate con i loro nomi e le scene di caccia.  Il paesaggio è riprodotto nel mosaico come una carta geografica animata ed i differenti suoli sono riconoscibili dai loro differenti colori nell’ <a href="https://gabiipraeneste.cultura.gov.it/">ambiente naturale</a>.</p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-117423 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Nile_Mosaic.jpg" alt="" width="600" height="519" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Nile_Mosaic.jpg 960w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Nile_Mosaic-300x259.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Nile_Mosaic-768x664.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Nile_Mosaic-486x420.jpg 486w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Nile_Mosaic-150x130.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Nile_Mosaic-696x602.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Nile_Mosaic-534x462.jpg 534w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></p>
<p>L&#8217;arte romana è ricca di rappresentazioni di paesaggi e della natura, come testimoniato dagli esempi degli affreschi di Pompei, dove il paesaggio è dominato dall’acqua e dal cielo, e dal genere della rappresentazione del giardino, come l&#8217;esempio del <a href="https://museonazionaleromano.beniculturali.it/palazzo-massimo/la-galleria-delle-pitture-e-dei-mosaici/">affresco nella villa di Livia</a> a Roma.</p>
<p>In entrambi questi esempi l’ambiente naturale non è rappresentato realisticamente, ma verosimilmente. Nella villa di Livia  i fiori sono descritti senza considerare il giusto momento della fioritura ma la scena è “mimetica”, potrebbe essere reale.  La rappresentazione dei suoli e della morfologia del terreno è molto rara, ma non tanti sono i resti dell&#8217;età romana.  Certamente l&#8217;acqua ed i cieli, i fiori e gli alberi sono preferiti alle montagne e ai pendii.  La rappresentazione del Vesuvio dell’affresco pompeiano “Bacco e il Vesuvio” è un raro esempio, dove le vigne sono descritte sulle pendici ai piedi del <a href="https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10158319092755939&amp;id=37946115938&amp;set=a.90799275938">vulcano</a>.</p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-117424 size-full aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Pompeii_-_Casa_del_Centenario_-_MAN.jpg" alt="" width="960" height="1321" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Pompeii_-_Casa_del_Centenario_-_MAN.jpg 960w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Pompeii_-_Casa_del_Centenario_-_MAN-218x300.jpg 218w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Pompeii_-_Casa_del_Centenario_-_MAN-744x1024.jpg 744w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Pompeii_-_Casa_del_Centenario_-_MAN-768x1057.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Pompeii_-_Casa_del_Centenario_-_MAN-305x420.jpg 305w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Pompeii_-_Casa_del_Centenario_-_MAN-150x206.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Pompeii_-_Casa_del_Centenario_-_MAN-300x413.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Pompeii_-_Casa_del_Centenario_-_MAN-696x958.jpg 696w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></p>
<p>Nel periodo tardo antico l’approccio naturalistico è sostituito drasticamente da un’iconografia essenziale, da costruzioni schematiche che portano ad una visione allusiva e simbolica delle forme, e alla progressiva perdita di ogni aspetto naturalistico e idealistico.  La visione tridimensionale dello spazio e dei volumi perde la sua importanza; le proporzioni sono indotte gerarchicamente, i colori perdono la loro funzione naturale a favore di un cromatismo semplificato.  I mosaici del IV secolo DC della villa Romana di <a href="https://www.villaromanadelcasale.it/">Piazza Armerina</a> ben esemplificano questo fatto.</p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-117421 size-full aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Piazza-Armerina_Great_Hunt_mosaics_Villa_del_Casale_by_Jerzy_Strzelecki_2.jpg" alt="" width="960" height="623" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Piazza-Armerina_Great_Hunt_mosaics_Villa_del_Casale_by_Jerzy_Strzelecki_2.jpg 960w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Piazza-Armerina_Great_Hunt_mosaics_Villa_del_Casale_by_Jerzy_Strzelecki_2-300x195.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Piazza-Armerina_Great_Hunt_mosaics_Villa_del_Casale_by_Jerzy_Strzelecki_2-768x498.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Piazza-Armerina_Great_Hunt_mosaics_Villa_del_Casale_by_Jerzy_Strzelecki_2-647x420.jpg 647w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Piazza-Armerina_Great_Hunt_mosaics_Villa_del_Casale_by_Jerzy_Strzelecki_2-150x97.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Piazza-Armerina_Great_Hunt_mosaics_Villa_del_Casale_by_Jerzy_Strzelecki_2-696x452.jpg 696w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></p>
<p>Il passaggio dalla rappresentazione idealistica e mimetica ad una visione formalistica è ben evidente nei mosaici delle chiese di Ravenna (V-VI secolo). Nel mausoleo di Galla Placidia (425-450) il legame con la tradizione classica è ancora evidente. Nel mosaico del <a href="https://www.ravennamosaici.it/mausoleo-di-galla-placidia/?_gl=1*kf72kk*_up*MQ..*_gs*MQ..&amp;gclid=CjwKCAiA3L_JBhAlEiwAlcWO5xDwHDjlspMKzHRYUhIxe0_BW1qzOI2SX7qJr5yFJlA9vVdekhjFLBoC9P0QAvD_BwE#iLightbox[gallery_image_1]/5">Cristo buon pastore</a> la chiara visione spaziale del paesaggio con la sua profondità plastica è controbilanciata dalla rappresentazione schematica delle rocce, dalla presenza ieratica di Cristo e dalla trama cromatica semplificata. È qui evidente una sintesi fra l’antico naturalismo e la nuova concezione schematica e simbolica. Il suolo è riprodotto con una insolita precisione, sulla roccia sullo sfondo, come riempimento della roccia calcarea, e in basso alla base del mosaico, con una serie di “monoliti”, con fessure e “profili” di differenti colori: In una visione simbolica del paesaggio il suolo è invece riprodotto fedelmente.</p>
<p>In altri esempi di mosaico ravennate la visione simbolica degli elementi paesaggistici prevale definitivamente, con una rappresentazione formalistica delle entità naturali, la perdita di qualsiasi prospettiva spaziale, amplificata dall’uso uniforme dell’oro, simboleggiante la divinità, per il riempimento degli spazi. Si vedano ad esempio i mosaici di <a href="https://musei.emiliaromagna.beniculturali.it/musei/sant-apollinare-in-classe">Sant’Apollinare in Classe</a> della metà del VI secolo.</p>
<p>In quest’epoca, e per i decenni e secoli a venire, l’Italia è percorsa dagli eserciti di popolazioni nordiche, dal sacco di Roma ad opera dei Goti di Alarico (410) e avanti per tutto l’alto medioevo fino alle invasioni dei saraceni dei secoli XI e XII. La disaggregazione del tessuto civile, politico ed economico, e conseguentemente anche del paesaggio agrario, si riflette nell’arte, che rinuncia alla rappresentazione classica della realtà a favore di una presenza schematica e simbolica di forme naturali disaggregate, controbilanciate dalla forte e rassicurante presenza delle figure sacre.</p>
<p>Nei mosaici bizantini del <a href="https://www.duomodimonreale.it/index.html">duomo di Monreale</a> (XII secolo), gli elementi naturali appaiono come sfondo decorativo, drasticamente semplificati nell’aspetto e nei colori. La forma dei monti che l’arte bizantina eredita, semplificandola ulteriormente, dalla cultura ellenistica, si ritroveranno in tutta l’arte medievale e nel primo rinascimento. Una eccezione a questa tendenza è rappresentata dalle miniature che decoravano preziosamente i manoscritti. Queste però non vengono considerate in questo lavoro.</p>
<p>Il periodo definito del “paesaggio negato” lentamente evolverà nel XIII e XIV secolo verso la riscoperta dell’ambiente naturale ed in particolare degli aspetti paesaggistici. Gli elementi del paesaggio, la morfologia dei versanti e le diverse specie di piante, restano formali, ma nondimeno si iniziano ad intravedere gli spunti che porteranno all’approccio rivoluzionario di Giotto alla natura ed al paesaggio.</p>
<p>Nella <a href="https://catalogo.beniculturali.it/detail/HistoricOrArtisticProperty/0900077310-0">pala agiografica</a> di Bonaventura Berlinghieri (1235), prima rappresentazione conosciuta delle storie della vita di San Francesco, conservata a Pescia, si ha un’idea della rappresentazione delle forme naturali ereditata dalla tradizione bizantina. I versanti della collina sono qui rappresentati in modo molto schematico, ma la collina stessa diviene la scena sulla quale si svolge l’azione.</p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-117419 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Bonaventura_Berlinghieri_San_Francesco_e_storie_della_sua_vita_1235_01b.jpg" alt="" width="400" height="546" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Bonaventura_Berlinghieri_San_Francesco_e_storie_della_sua_vita_1235_01b.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Bonaventura_Berlinghieri_San_Francesco_e_storie_della_sua_vita_1235_01b-220x300.jpg 220w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Bonaventura_Berlinghieri_San_Francesco_e_storie_della_sua_vita_1235_01b-308x420.jpg 308w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Bonaventura_Berlinghieri_San_Francesco_e_storie_della_sua_vita_1235_01b-150x205.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Bonaventura_Berlinghieri_San_Francesco_e_storie_della_sua_vita_1235_01b-300x409.jpg 300w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Con Giotto (1267?- 1337) l’arte italiana è a un punto di svolta verso la rappresentazione gotica della natura e del paesaggio. Nelle storie di San Francesco, nel ciclo di affreschi della chiesa superiore di Assisi, Giotto sperimenta volumi tridimensionali, mentre i cieli si colorano di blu per una rappresentazione più realistica dello spazio. Il paesaggio è sempre uno sfondo, ma è ora in qualche modo necessario allo svolgimento dell’azione. Il suolo non è rappresentato, ma può ospitare erbe e alberi, e la drammaticità del paesaggio rappresentato ricorda la drammaticità dei paesaggi calanchivi dell’Italia centrale.</p>
<p>La verosimiglianza del paesaggio è assicurata dalla rappresentazione realistica degli alberi. In mancanza di esperienze dirette (il primo viaggiatore di cui si abbia testimonianza che avesse scalato una montagna per semplice diletto è il Petrarca, nel 1336) la forma del monte è resa verosimile, “mimetica”, copiando in scala pietre rozze, non levigate, come testimoniato da Cennino Cennini, autore di un trattato di tecniche artistiche intitolato “Il libro dell’arte”, nel 1400. Ma è soprattutto la funzione del paesaggio che è innovativa: non più semplice sfondo, ma scena dell’azione, profondamente e plasticamente legato alle figure. Un esempio è dato dal “<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/File:Giotto_-_Legend_of_St_Francis_-_-14-_-_Miracle_of_the_Spring2.jpg">Miracolo della sorgente</a>” (c. 1297- 1300) conservato nella Basilica superiore di Assisi.</p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-117425 size-full aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Giotto_-_Legend_of_St_Francis_-_-14-_-_Miracle_of_the_Spring2.jpg" alt="" width="500" height="693" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Giotto_-_Legend_of_St_Francis_-_-14-_-_Miracle_of_the_Spring2.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Giotto_-_Legend_of_St_Francis_-_-14-_-_Miracle_of_the_Spring2-216x300.jpg 216w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Giotto_-_Legend_of_St_Francis_-_-14-_-_Miracle_of_the_Spring2-303x420.jpg 303w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Giotto_-_Legend_of_St_Francis_-_-14-_-_Miracle_of_the_Spring2-150x208.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Giotto_-_Legend_of_St_Francis_-_-14-_-_Miracle_of_the_Spring2-300x416.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></p>
<p style="text-align: left;">Gli schemi di Giotto rimarranno un punto di riferimento per gli artisti attivi nel XIV secolo e la formula del paesaggio circondato da montagne e rocce e riempito di fiumi e villaggi sopravvivrà fino alla metà del XV secolo, riapparendo nel <a href="https://www.museobenozzogozzoli.it/it/corteo-dei-magi.html">corteo dei magi</a> di Benozzo Gozzoli.</p>
<p>A Siena l’approccio giottesco trova un’alternativa in Duccio da Buoninsegna (1255-1319) conservato nel Museo dell’Opera del Duomo a Siena. Nelle predelle alla base e sul retro della <a href="https://catalogo.beniculturali.it/detail/HistoricOrArtisticProperty/0900185937">Maestà</a>, il paesaggio è riprodotto in modo non così diverso da Giotto. Ciò non di meno i cieli sono d’oro e la prospettiva è assai meno importante. Le forme inoltre sono ammorbidite, in una ricerca del bello più che del reale.</p>
<p>Solo pochi anni più tardi, Ambrogio Lorenzetti (1290-1348), ci darà il primo paesaggio in senso moderno: l’allegoria del <a href="https://museocivico.comune.siena.it/opere?refinementList%5Broom%5D%5B0%5D=La%20Sala%20della%20Pace&amp;page=1">Buono e Cattivo Governo</a> (1338-1339), affresco conservato nel palazzo comunale di Siena. Il paesaggio raffigurato negli affreschi del Lorenzetti non può definirsi propriamente reale, essendo probabilmente motivato da intenti propagandistici e pedagogici. Gli affreschi tuttavia ci dipingono una immagine vivida e realistica del paesaggio toscano del XIV secolo, un tipo di paesaggio ancora vivo e ben conosciuto ai nostri giorni. Anche i colori del suolo sono realistici, con la successione tipica sulle litologie argillose della toscana centrale (di Incepituoli grigiastri e di Vertisuoli bruno scuri) visibile <a href="https://museocivico.comune.siena.it/opere/effetti-del-buon-governo-in-campagna">nell’Allegoria del Buon Governo</a>. Inoltre il ruolo produttivo del suolo viene definitivamente incluso in un’opera d’arte, sia pure con intenti di educazione civile. Gli effetti della trasandatezza nella gestione della terra è invece rappresentata <a href="https://museocivico.comune.siena.it/opere/effetti-cattivo-governo-citta-campagna#gallery-1">nell’Allegoria del Cattivo Governo</a> che ricorda certi trattivi calanchivi dei paesaggi senesi.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-117436 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Ambrogio_Lorenzetti_011-1.jpg" alt="" width="640" height="289" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Ambrogio_Lorenzetti_011-1.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Ambrogio_Lorenzetti_011-1-300x135.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Ambrogio_Lorenzetti_011-1-150x68.jpg 150w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
<p>La modernità di questi affreschi è indirettamente confermata dal fatto che rimarranno un caso isolato per almeno un secolo. L’esempio di paesaggio a tutto campo più vicino è rappresentato dalla <a href="https://museodisanmarco.blog/2024/03/27/la-tebaide-di-beato-angelico-al-museo-di-san-marco/">Tebaide</a> (1410) ora attribuita a Beato Angelico e conservata oggi al Museo di San Marco a Firenze) dipinta ottant’anni più tardi e molto meno moderna, almeno nella nostra accezione del termine.</p>
<p>In questo esempio il paesaggio è meno verosimile, i lavori campestri molto limitati e simbolizzati, I monti stilizzati della tradizione bizantina prendono il posto delle colline arrotondate della campagna senese descritta dal Lorenzetti.</p>
<p>La nuova sensibilità per il mondo naturale cresciuta nella prima metà del XIV secolo, testimoniata da Ambrogio Lorenzetti, evolse nel movimento artistico e culturale policentrico europeo conosciuto come “Gotico internazionale”. L’interesse per i dettagli del Gotico Internazionale, riguardò sia gli abiti e le armature dei cavalieri rappresentati, ma anche il mondo naturale. I Calendari, diffusi nel medio evo, che ritraevano a scopo decorativo le attività e le occupazioni quotidiane, sono esempi di rappresentazione della natura e del paesaggio molto differenti dal ruolo simbolico cui questi erano stati relegati fino ad allora.</p>
<p>Un ben noto esempio e,  in Italia, il “<a href="https://catalogo.beniculturali.it/approfondimento/il-ciclo-mesi-torre-aquila-trento/l-alternarsi-mesi-e-stagioni">Ciclo dei Mesi</a>” affrescato nel castello del Buonconsiglio di Trento (1400). In questi esempi la funzione produttiva del suolo è molto ben rappresentata. Le attività dei nobili, dipinti in primo piano impegnati nelle loro attività venatorie o semplicemente ludiche, sono accompagnate dalle descrizioni dettagliate dei lavori dei campi: la lavorazione del suolo, le semine, la vendemmia, la fienagione. Nel <a href="https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/c/c2/Ciclo_dei_mesi%2C_aprile.jpg?uselang=it">mese di aprile</a> del Ciclo dei Mesi, il suolo lavorato è bruno scuro e contrasta vividamente con le montagne stilizzate e colorate vivacemente in secondo piano. Nel paesaggio alpino, ed in particolare in quello trentino, questa è una condizione reale, dove i suoli coltivati sono ricchi in humus e le montagne dolomitiche sono rosate e dorate.</p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-117428 size-full aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Ciclo_dei_mesi_aprile.jpg" alt="" width="500" height="797" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Ciclo_dei_mesi_aprile.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Ciclo_dei_mesi_aprile-188x300.jpg 188w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Ciclo_dei_mesi_aprile-263x420.jpg 263w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Ciclo_dei_mesi_aprile-150x239.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Ciclo_dei_mesi_aprile-300x478.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></p>
<p>L’attenzione per i dettagli del mondo naturale si mantiene anche in opere molto differenti dello stesso periodo. <a href="https://www.uffizi.it/opere/adorazione-dei-magi">L’Adorazione dei Magi</a>, con relativa predella con La fuga in Egitto, di Gentile da Fabriano (1370-1427) conservato agli Uffizi di Firenze, è uno splendido esempio di questo interesse. Il realismo del paesaggio è qui esaltato dalla luce che si irradia sulle forme. I suoli sono rappresentati nei loro colori reali, sui campi si riconoscono i segni delle lavorazioni e ciottoli sono sparsi in modo naturale sul suolo nudo di un ambiente semi-arido.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-large wp-image-117465 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Gentile_da_Fabriano_-_Adorazione_dei_Magi_-_Google_Art_Project-936x1024.jpg" alt="" width="696" height="761" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Gentile_da_Fabriano_-_Adorazione_dei_Magi_-_Google_Art_Project-936x1024.jpg 936w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Gentile_da_Fabriano_-_Adorazione_dei_Magi_-_Google_Art_Project-274x300.jpg 274w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Gentile_da_Fabriano_-_Adorazione_dei_Magi_-_Google_Art_Project-768x840.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Gentile_da_Fabriano_-_Adorazione_dei_Magi_-_Google_Art_Project-384x420.jpg 384w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Gentile_da_Fabriano_-_Adorazione_dei_Magi_-_Google_Art_Project-150x164.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Gentile_da_Fabriano_-_Adorazione_dei_Magi_-_Google_Art_Project-300x328.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Gentile_da_Fabriano_-_Adorazione_dei_Magi_-_Google_Art_Project-696x761.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Gentile_da_Fabriano_-_Adorazione_dei_Magi_-_Google_Art_Project.jpg 960w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p style="text-align: left;">La concezione della centralità dell’uomo dell’umanesimo rinascimentale, associato alla fiducia nella possibilità della conoscenza razionale del mondo, porta alla riscoperta della cultura classica, con la sua visione mimetica e idealistica della realtà. Un naturalismo che supera la descrizione dettagliata, ma frammentaria, del gotico internazionale, per una visione globale del mondo ed in particolare del mondo naturale. E’ l’epoca degli studi sull’anatomia umana, della ricerca di Brunelleschi sulla prospettiva, dell’approccio matematico alla profondità dello spazio. I cieli dorati o uniformemente blu lasciano definitivamente il posto a cieli nei quali si registrano gli eventi atmosferici, le nuvole, i temporali. I paesaggi ancora restano sullo sfondo, ma sono descritti nella loro interezza, spesso attingendo alle personali esperienze dei luoghi vissuti dagli artisti. Tra gli innumerevoli esempi, alcuni sono particolarmente rappresentativi per una prospettiva di un pedologo.</p>
<p>A metà del XV secolo (1459-1460) Benozzo Bozzoli dipinge i suoi famosi affreschi di palazzo Medici Riccardi a Firenze: il <a href="https://www.museobenozzogozzoli.it/it/corteo-dei-magi.html">Corteo dei Magi</a>. Nei suoi sontuosi paesaggi Benozzo unisce il vecchio approccio al paesaggio con la nuova visione, dipingendo i monti stilizzati della tradizione bizantina accanto a più realistici paesaggi, pieni di particolari precisi.</p>
<p>Nella parete destra della stanza, che rappresenta la giovinezza, le rocce bianche formano una specie di scena teatrale nella e sulla quale agiscono i personaggi. Anche il colore delle rocce sembra funzionale alla variazione cromatica della parete piuttosto che indice di rocce differenti. Le forme sono paragonabili fra le rocce di diversi colori. L’elemento di realismo si ritrova casomai nella disposizione della vegetazione che si ritrova nelle incisioni e, meno di frequente, isolata in ciuffi. A parte la palma, questo può ricordare le zone di accumulo di un calanco. Sullo sfondo, nella parte destra, sotto il villaggio, compaiono segni di lavorazione del suolo (campi però sono verdi). Ancora segni di lavorazioni sono sotto il castello. Il corteo procede sulle rocce (fosso di erosione sulla sua strada in alto a sinistra) o nella gola fra le rocce.</p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-117430 size-full aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Gozzoli_960px-Cappella_dei_magi_corteo_con_lorenzo_piero_e_giovanni_de_medici.jpg" alt="" width="960" height="748" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Gozzoli_960px-Cappella_dei_magi_corteo_con_lorenzo_piero_e_giovanni_de_medici.jpg 960w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Gozzoli_960px-Cappella_dei_magi_corteo_con_lorenzo_piero_e_giovanni_de_medici-300x234.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Gozzoli_960px-Cappella_dei_magi_corteo_con_lorenzo_piero_e_giovanni_de_medici-768x598.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Gozzoli_960px-Cappella_dei_magi_corteo_con_lorenzo_piero_e_giovanni_de_medici-539x420.jpg 539w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Gozzoli_960px-Cappella_dei_magi_corteo_con_lorenzo_piero_e_giovanni_de_medici-150x117.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Gozzoli_960px-Cappella_dei_magi_corteo_con_lorenzo_piero_e_giovanni_de_medici-696x542.jpg 696w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" />Sulla parete di fondo, rappresentante la maturità, il paesaggio cambia completamente. Le rocce stilizzate, lasciano il posto ad un verdeggiante paesaggio “naturalistico”. Le rocce restano ancora in primo piano come base di appoggio del cavaliere e del corteo. Nel paesaggio vengono riprodotti: una fustaia con cipressi in primo piano e latifoglie dietro. Il sottobosco è nudo e appaiono i suoli bruni. Al centro-sinistra è raffigurata una valle: il fiume scorre in meandri ed è raffigurata erosione della sponda. Si riconoscono terrazzi fluviali con le scarpate inerbite.</p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-117431 size-full aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Gozzoli-2960px-Cappella_dei_magi_corteo_con_giovanni_viii_paleologo.jpg" alt="" width="960" height="931" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Gozzoli-2960px-Cappella_dei_magi_corteo_con_giovanni_viii_paleologo.jpg 960w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Gozzoli-2960px-Cappella_dei_magi_corteo_con_giovanni_viii_paleologo-300x291.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Gozzoli-2960px-Cappella_dei_magi_corteo_con_giovanni_viii_paleologo-768x745.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Gozzoli-2960px-Cappella_dei_magi_corteo_con_giovanni_viii_paleologo-433x420.jpg 433w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Gozzoli-2960px-Cappella_dei_magi_corteo_con_giovanni_viii_paleologo-150x145.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Gozzoli-2960px-Cappella_dei_magi_corteo_con_giovanni_viii_paleologo-696x675.jpg 696w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" />Al centro è raffigurata una serie di colline e versanti sui quali si riconoscono i segni delle lavorazioni, a rittochino e a cavalcapoggio. Sono raffigurate colture arboree con sesti di impianto regolari, e colture intensive, fra siepi, nelle zone più pianeggianti.</p>
<p>Sulla parete sinistra, simbolizzante la vecchiaia, la scena è nettamente divisa in due con la parte destra caratterizzata dalle solite rocce bianche. Nella parte sinistra un paesaggio più selvatico del precedente. Ci sono bestie, ci sono i boschi, inerbiti in superficie, e non ci sono segni di colture agrarie. Sullo sfondo le rocce diventano vere e proprie montagne, i versanti sono interrotti da scarpate erose, con i suoli esposti.</p>
<p>Sullo sfondo, nella vallata, c’è una forra da erosione.</p>
<p>Nel Botticelli, (1444-1510), famoso per il suo interesse per la botanica e nella floristica, i paesaggi perdono di precisione. Il Botticelli non è interessato alla rappresentazione scientifica del paesaggio che è sostituita da una natura ideale, ricca di simboli, rappresentati come usuale dalle diverse specie vegetali, fatto che gli attirerà le critiche di Leonardo, che non poteva capire questa mancanza di interesse per il paesaggio.</p>
<p>Sempre nel XV secolo, l’influenza fiamminga fu ampiamente sentita fuori dalla toscana e principalmente in Veneto, con uno dei più grandi pittori di paesaggio mai vissuti: Giovanni Bellini (1426-1516), considerato il primo vero interprete del paesaggio in senso moderno.</p>
<p>Egli probabilmente conobbe Antonello da Messina (1451-1500), l’erede italiano della tradizione di van Eyck, che fu in Veneto. Come afferma Kenneth Clark, Bellini realizza nelle pitture del paesaggio la “suprema istanza dei fatti trasfigurati dall’amore”. Tale amore universale “abbraccia ogni ramoscello, ogni pietra …” ed è attraverso l’uso della luce che questo si manifesta.</p>
<p>I suoli sono ben rappresentati in alcuni grandi dipinti del Bellini, primo fra tutti il <a href="https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Giovanni_Bellini_-_St_Francis_in_Ecstasy_-_WGA01686.jpg">San Francesco in estasi</a>, (1480-85 o 77-78, Frick collection, New York), e nella Madonna del prato (1505, National Gallery, London, 67&#215;86).</p>
<p>Nel San Francesco in Estasi, le forme sono dipinte nella loro individualità mentre la luce pervade la scena. I suoli agrari sono riportati sullo sfondo, attorno e sotto le mura della città. Suoli inerbiti sono descritti con i loro colori bruni, e con l’intreccio delle radici erbacee. Specie erbacee crescono sui colluvi delle rocce calcaree.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-117432 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Giovanni_Bellini_St_Francis_in_Ecstasy.jpg" alt="" width="960" height="843" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Giovanni_Bellini_St_Francis_in_Ecstasy.jpg 960w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Giovanni_Bellini_St_Francis_in_Ecstasy-300x263.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Giovanni_Bellini_St_Francis_in_Ecstasy-768x674.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Giovanni_Bellini_St_Francis_in_Ecstasy-478x420.jpg 478w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Giovanni_Bellini_St_Francis_in_Ecstasy-150x132.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Giovanni_Bellini_St_Francis_in_Ecstasy-696x611.jpg 696w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></p>
<p>Nella <a href="https://commons.wikimedia.org/w/index.php?search=madonna+del+prato+bellini&amp;title=Special%3ASearch&amp;profile=advanced&amp;fulltext=1&amp;ns0=1&amp;ns6=1&amp;ns12=1&amp;ns14=1&amp;ns100=1&amp;ns106=1#/media/File:Giovanni_Bellini_-_Madonna_of_the_Meadow_(Madonna_del_Prato)_-_WGA01755.jpg">Madonna del Prato</a> un suolo pietroso, tipico dell’alta pianura veneta, è realisticamente riprodotto in primo piano, in una fredda luce autunnale, evidenziato nel suo aspetto naturale dalla presenza di una sottile ombra.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-117466 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Giovanni_bellini_madonna_del_prato_01.jpg" alt="" width="960" height="747" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Giovanni_bellini_madonna_del_prato_01.jpg 960w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Giovanni_bellini_madonna_del_prato_01-300x233.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Giovanni_bellini_madonna_del_prato_01-768x598.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Giovanni_bellini_madonna_del_prato_01-540x420.jpg 540w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Giovanni_bellini_madonna_del_prato_01-150x117.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Giovanni_bellini_madonna_del_prato_01-696x542.jpg 696w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></p>
<p>Una rappresentazione verosimile del suolo è di difficile reperimento nell’opera di un grande del rinascimento italiano, Leonardo da Vinci, che unì nelle sue pitture l’approccio scientifico della sua mente con la fantasia della sua arte, che seppe trasformare l’osservazione naturalistica con la fantasia. Ancora Clark si riferisce ai paesaggi di Leonardo come al prototipo del genere del paesaggio fantastico.</p>
<p>Nel 1473 Leonardo da Vinci, a 19 anni, disegnò il suo <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Paesaggio_con_fiume#/media/File:Paisagem_do_Arno_-_Leonardo_da_Vinci.jpg">Studio di paesaggio</a>, conservato agli Uffizi. Non c’è accordo sulla veridicità del disegno, se si tratti di un luogo fisico o di un frutto della fantasia, ma questo è il primo esempio fiorentino di un paesaggio puro, privo di presenza umana, se si eccettuano le linee squadrate dei canali di irrigazione sullo sfondo. Il paesaggio è rappresentato nella sua interezza e su tutti i piani visivi.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-117433 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Paisagem_do_Arno_-_Leonardo_da_Vinci.jpg" alt="" width="800" height="553" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Paisagem_do_Arno_-_Leonardo_da_Vinci.jpg 800w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Paisagem_do_Arno_-_Leonardo_da_Vinci-300x207.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Paisagem_do_Arno_-_Leonardo_da_Vinci-768x531.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Paisagem_do_Arno_-_Leonardo_da_Vinci-608x420.jpg 608w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Paisagem_do_Arno_-_Leonardo_da_Vinci-150x104.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Paisagem_do_Arno_-_Leonardo_da_Vinci-218x150.jpg 218w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Paisagem_do_Arno_-_Leonardo_da_Vinci-696x481.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Paisagem_do_Arno_-_Leonardo_da_Vinci-100x70.jpg 100w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
<p style="text-align: left;">Sappiamo bene che Leonardo studiò a fondo i fenomeni naturali ed in particolare l’erosione idrica e fluviale, ma nei suoi dipinti, nelle sue montagne i processi morfologici non sono evidenti. I monti, molto ben conosciuti da Leonardo, sono trasfigurati dalla fantasia. I monti e le valli dipinti sugli sfondi sono visti generalmente attraverso il filtro di un’aria leggermente nebbiosa, le rocce sono molto ben descritte, ma spesso disposte irrealisticamente (<a href="https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/e/e4/Leonardo_Da_Vinci_-_Vergine_delle_Rocce_%28Louvre%29.jpg?uselang=it">Vergine delle rocce</a>), e il suolo è solo una volta riprodotto con accuratezza, come base pietrosa nella <a href="https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/b/bf/L%C3%A9onard_de_Vinci%2C_sainte_Anne%2C_Louvre.jpg">Vergine con Bambino e Sant’Anna</a> del Louvre.</p>
<p>Alla scuola fondata a Venezia dal Bellini, si formarono tra gli altri Giorgione (1477-1510) e Tiziano (1488-1476). La loro opera offre alcuni dipinti con interessanti rappresentazioni del suolo. Circa <a href="https://catalogo.beniculturali.it/detail/HistoricOrArtisticProperty/0500401728">la Tempesta</a> del Giorgione (1500- 1505), conservata all’Accademia di Venezia molto è stato scritto, sul simbolismo e sul significato, e sull’importanza per la storia dell’arte, ma cosa si apprezza in quanto scienziati del suolo è il fatto che nella Tempesta è rappresentato un profilo di suolo in primo piano: la donna (una gitana, una figura allegorica?) giace sul prato e questo è rotto lasciando vedere il suolo. Anche grazie alla tecnica pittorica del Giorgione, questo spaccato appare assai diverso da altri analoghi visti in altri artisti: qui, sebbene non siano riconoscibili veri e propri orizzonti di profondità, è riprodotto qualcosa di molto simile ad un suolo bruno con un ben espresso orizzonte di superficie (orizzonte A).</p>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-117434 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Giorgione_The_tempest.jpg" alt="" width="800" height="913" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Giorgione_The_tempest.jpg 800w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Giorgione_The_tempest-263x300.jpg 263w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Giorgione_The_tempest-768x876.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Giorgione_The_tempest-368x420.jpg 368w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Giorgione_The_tempest-150x171.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Giorgione_The_tempest-300x342.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Giorgione_The_tempest-696x794.jpg 696w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
<p>Più giovane di Giorgione, Tiziano lavorò con lui in alcune opere tarde di questi. Anche se famoso soprattutto per i ritratti e per le composizioni di figure umane, i paesaggi dipinti sullo sfondo di questi rappresentano una pietra miliare nella storia della pittura del paesaggio (Clark, 1949), come esempio del “paesaggio ideale”, cioè del concetto ideale di paesaggio.</p>
<p>Nello sfondo <a href="https://galleriaborghese.beniculturali.it/la-galleria-borghese-racconta-un-capolavoro-amor-sacro-e-amor-profano-di-tiziano/">dell’Amore Sacro e Amore Profano</a> (1514, Galleria Borghese, Roma) è riprodotto un paesaggio nella luce della sera. Sulla destra il prato è rotto e appare il suolo: vi è riprodotto un piccolo movimento di massa.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-117435 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Tiziano_-_Amor_Sacro_y_Amor_Profano_Galeria_Borghese_Roma_1514.jpg" alt="" width="640" height="254" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Tiziano_-_Amor_Sacro_y_Amor_Profano_Galeria_Borghese_Roma_1514.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Tiziano_-_Amor_Sacro_y_Amor_Profano_Galeria_Borghese_Roma_1514-300x119.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Tiziano_-_Amor_Sacro_y_Amor_Profano_Galeria_Borghese_Roma_1514-150x60.jpg 150w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
<p>L’eredità di Tiziano è direttamente riconoscibile nei paesaggi di Annibale Carracci (1560-1609) che  con il fratello ed il cugino lavorò ed insegnò a Bologna e poi a Roma, interpretando un’alternativa al dilagante manierismo italiano.</p>
<p>La sua Fuga in Egitto (1603, Galleria Doria-Pamphili, Roma) influenzò profondamente la storia della rappresentazione del paesaggio ed in particolare l’opera di Poussin e Claude Lorrain. In questo classico paesaggio ideale le forme del suolo ed i suoi colori sono ben riprodotti, seppure in un paesaggio idealizzato, privo dei suoi aspetti produttivi, eccetto che per la presenza di un formale gregge di pecore.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-large wp-image-117437 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Annibale_Carracci_003-1024x536.jpg" alt="" width="696" height="364" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Annibale_Carracci_003-1024x536.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Annibale_Carracci_003-300x157.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Annibale_Carracci_003-768x402.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Annibale_Carracci_003-802x420.jpg 802w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Annibale_Carracci_003-150x79.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Annibale_Carracci_003-696x364.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Annibale_Carracci_003-1068x559.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Annibale_Carracci_003.jpg 1280w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p>Con il XVII e XVIII secolo il paesaggio e più in generale la natura diventa un genere di per sé, ma qui solo l’opera di due grandi pittori di paesaggio verrà ricordata: Claude Gellée o Lorenese o semplicemente Claude e Nicolas Poussin.</p>
<p>Claude Lorrain (1600-1682), nato in Lorena, lavorò principalmente a Roma. Il paesaggio ideale trova in lui uno dei più grandi interpreti. Forse a causa delle sue umili origini le forme di suolo rimangono in certo modo naturali ad esempio nel suo “<a href="https://www.doriapamphilj.it/portfolio/claude-lorrain/">Paesaggio con figure danzanti</a>” del 1648, conservato presso la Galleria Doria Pamphili a Roma</p>
<p><img loading="lazy" class="size-large wp-image-117438 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Claude_Lorrain_-_Landscape_with_Dancing_Figures_The_Mill_-_WGA04999-1024x757.jpg" alt="" width="696" height="515" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Claude_Lorrain_-_Landscape_with_Dancing_Figures_The_Mill_-_WGA04999-1024x757.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Claude_Lorrain_-_Landscape_with_Dancing_Figures_The_Mill_-_WGA04999-300x222.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Claude_Lorrain_-_Landscape_with_Dancing_Figures_The_Mill_-_WGA04999-768x568.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Claude_Lorrain_-_Landscape_with_Dancing_Figures_The_Mill_-_WGA04999-568x420.jpg 568w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Claude_Lorrain_-_Landscape_with_Dancing_Figures_The_Mill_-_WGA04999-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Claude_Lorrain_-_Landscape_with_Dancing_Figures_The_Mill_-_WGA04999-150x111.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Claude_Lorrain_-_Landscape_with_Dancing_Figures_The_Mill_-_WGA04999-485x360.jpg 485w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Claude_Lorrain_-_Landscape_with_Dancing_Figures_The_Mill_-_WGA04999-696x514.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Claude_Lorrain_-_Landscape_with_Dancing_Figures_The_Mill_-_WGA04999-1068x789.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Claude_Lorrain_-_Landscape_with_Dancing_Figures_The_Mill_-_WGA04999.jpg 1200w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p>Anche Poussin (1594-1665) era francese, ed operò principalmente a Roma. I suoi paesaggi, così come quelli di Claude, sono influenzati dall’opera di Tiziano e Carracci, ma l’idealizzazione finisce per prevalere, col risultato di una perdita di tutti gli elementi naturalistici, almeno per quanto riguarda le morfologie ed i suoli. Si veda ad esempio il “<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/File:Poussin,_Nicolas_-_Landscape_with_Diogenes_-_c._1647.jpg">Paesaggio con Diogene</a>” (1647) del Louvre.</p>
<p>Il paesaggio idealizzato privilegia la rappresentazione naturalistica della luce e l’aria e l’acqua, mentre le morfologie e conseguentemente i suoli, con la loro ovvia dimensione terrestre, sembrano non interessare molto gli artisti, in una visione molto formale. Tra le centinaia di dipinti di paesaggi dell’arte italiana del XVII e XVIII secolo, tra le rovine e i ponti e i pastori sontuosamente vestiti, la percezione del suolo sembra persa, o almeno molto povera. Dobbiamo arrivare alla seconda metà del XIX secolo per vedere il colore del suolo apparire nell’arte italiana, improvvisamente e prepotentemente.</p>
<p>Ed è ancora in Toscana, nell’ambiente intellettuale della borghesia, favorito dal clima relativamente liberale del regime del Granducato di Toscana, che il nuovo approccio alla natura si rende manifesto. Soggetto della pittura diventa il mondo reale, la vita di tutti i giorni, osservata nei diversi momenti del giorno e dell’anno. Immagini neutre e semplici sono i soggetti preferiti: i campi, i contadini, i fiumi ed i canali di irrigazione, le marine battute dai venti, le boscaglie. Gli artisti dipingono le loro opere dal vero, su cavalletto, su piccole tele o tavole facilmente trasportabili all’aperto, senza l’ausilio degli schizzi preparatori. Il movimento prende il nome dal termine dispregiativo con il quale venne indicato dai primi critici del genere: “macchiaioli”, dall’aspetto a macchie delle loro opere. Esso nasce autonomamente e in qualche modo procede parallelo all’impressionismo francese, con il quale tuttavia i legami sono profondi, sia per la continuità fisica di alcuni esponenti che, nati nella macchia, crebbero nell’impressionismo, sia per la continuità culturale. Si rammenta qui tra i tanti possibili esempi, il “<a href="https://www.facebook.com/MuseoFattori/posts/telaracconto-giovanni-fattori-pagliaio-1880-olio-su-cartone-il-soggetto-di-vita-/1272167037605255/">Pagliaio</a>” (1880?) di Giovanni Fattori (1825- 1908), conservato a Livorno; e di Telemaco Signorini (1835-1901), “<a href="https://catalogo.beniculturali.it/detail/HistoricOrArtisticProperty/0900650408#lg=1&amp;slide=0">Fine di Agosto a Pietramala</a>”.  I due dipinti rendono vividamente i diversi paesaggi: la campagna livornese dai colori ocra accesi e quella della Romagna interna dalle tinte tenui dei suoli delle marne appenniniche.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-117439 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Fattori_-_Pagliaio_1880_19575_19911043.jpg" alt="" width="640" height="345" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Fattori_-_Pagliaio_1880_19575_19911043.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Fattori_-_Pagliaio_1880_19575_19911043-300x162.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Fattori_-_Pagliaio_1880_19575_19911043-150x81.jpg 150w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-117470 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Telemaco_signorini_fine_dagosto_a_pietramala-rid.jpg" alt="" width="520" height="468" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Telemaco_signorini_fine_dagosto_a_pietramala-rid.jpg 520w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Telemaco_signorini_fine_dagosto_a_pietramala-rid-300x270.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Telemaco_signorini_fine_dagosto_a_pietramala-rid-467x420.jpg 467w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Telemaco_signorini_fine_dagosto_a_pietramala-rid-150x135.jpg 150w" sizes="(max-width: 520px) 100vw, 520px" /></p>
<p style="text-align: left;">Lo stesso colore del suolo pervade i capolavori di Paul Cezanne, che colse nei suoi paesaggi tutta la luce e la brillantezza, il calore e il croma dei suoli della Provenza e della Francia meridionale; e ancora, in Italia l’opera di Giorgio Morandi (1890-1964), che riprese i colori rarefatti e trasparenti della sua Emilia (ad esempio in “<a href="https://www.uffizi.it/opere/paesaggio-morandi#gallery">Paesaggio a Grizzana</a>”, Galleria di Arte Moderna, Firenze), e di Ottone Rosai (1895-1957) che ci ha lasciato i colori severi della collina fiorentina, ancora coltivata nel XX secolo come nel tardo rinascimento  (ad esempio “<a href="https://sansonerestauro.com/portfolio-item/stazione-santa-maria-novella-interni-della-libreria-feltrinelli/">Paesaggio toscano</a>”, Stazione Centrale di Firenze).</p>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-117454 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/morandi-3.jpg" alt="" width="430" height="403" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/morandi-3.jpg 430w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/morandi-3-300x281.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/morandi-3-150x141.jpg 150w" sizes="(max-width: 430px) 100vw, 430px" /></p>
<p>Mi piace terminare questa breve carrellata citando Tullio Pericoli (1936), straordinario <a href="https://www.tulliopericoli.com/">narratore di paesaggi</a>.  I colori del suolo sono i veri protagonisti dei suoi quadri, qualunque tecnica espressiva utilizzi. Impossibile sceglierne uno, impossibile per uno scienziato del suolo non amarli tutti.</p>
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<p><em>NdR segnalo, a proposito della giornata Mondiale del suolo, <a href="https://www.arpa.veneto.it/notizie/in-primo-piano/giornata-mondiale-del-suolo-convegno-a-venezia">questo convegno a V</a><a href="https://www.arpa.veneto.it/notizie/in-primo-piano/giornata-mondiale-del-suolo-convegno-a-venezia">enezia,</a> e <a href="https://www.crea.gov.it/news-eventi-feed/-/asset_publisher/SUWflQ81JiSe/content/id/6577683?_com_liferay_asset_publisher_web_portlet_AssetPublisherPortlet_INSTANCE_SUWflQ81JiSe_redirect=https%3A%2F%2Fwww.crea.gov.it%2Fnews-eventi-feed%3Fp_p_id%3Dcom_liferay_asset_publisher_web_portlet_AssetPublisherPortlet_INSTANCE_SUWflQ81JiSe%26p_p_lifecycle%3D0%26p_p_state%3Dnormal%26p_p_mode%3Dview%26_com_liferay_asset_publisher_web_portlet_AssetPublisherPortlet_INSTANCE_SUWflQ81JiSe_cur%3D0%26p_r_p_resetCur%3Dfalse%26_com_liferay_asset_publisher_web_portlet_AssetPublisherPortlet_INSTANCE_SUWflQ81JiSe_assetEntryId%3D6577683">quest&#8217;altro</a> a Roma</em></p>
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		<title>LA SPORCIZIA DELLA TERRA</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/12/12/la-sporcizia-della-terra/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Dec 2024 06:00:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giacomo Sartori</strong> e <strong>Elena Tognoli</strong>  <br />Ci hanno insegnato che la pulizia è molto importante, e che le cose pulite sono inodori e ordinate, ben illuminate, ben geometriche, preferibilmente chiare.  Quindi non c’è molto da stupirsi se la terra, che è tutto il contrario, ci sembra sporca e brutta, e anche poco igienica, infestata da vermi e altri bacherozzi com’è.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong> e <strong>Elena Tognoli</strong></p>
<p style="text-align: left;"><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-110728 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/469295213_905335251709843_952948087751327634_n_rid.jpg" alt="" width="453" height="640" /></p>
<p><em>Quella che segue è l&#8217;introduzione al numero doppio (113-114), dedicato alla terra, e bilingue (italiano-francese), del bimensile <a href="https://www.facebook.com/zeusrivistamutante/?locale=it_IT">Zeus! Rivista Mutante</a>, edito dalla <a href="https://ilcardo.it/">Cooperativa sociale Il Cardo</a> di Edolo (maggiori informazioni sotto il testo)</em></p>
<p style="text-align: left;">Ci hanno insegnato che la pulizia è molto importante, e che le cose pulite sono inodori e ordinate, ben illuminate, ben geometriche, preferibilmente chiare. Prive di batteri e di altri ospiti invisibili potenzialmente molto pericolosi. Lavabili e asciugabili. Quindi non c’è molto da stupirsi se la terra, che è tutto il contrario, ci sembra sporca e brutta, e anche poco igienica, infestata da vermi e altri bacherozzi com’è. Puzzicchia di funghi, come le verdure lasciate troppo tempo in frigorifero, o la biancheria asciugata male, odorino che non associamo alle cose sane e buone. E per di più ci fa pensare ai cimiteri, una ragione di più per starci lontani. Non solo è brutta e sozza e infestata, ma se la fa pure con i morti.</p>
<p>Le piante sono belle, fanno foglie di fogge diversissime, e fiori che spesso hanno incredibili colori e ottimi profumi, per questo le mettiamo nei nostri appartamenti, e andiamo a ammirarle nei giardini e nei boschi. Certo sotto c’è la terra, fin qui ci arrivano tutti, ma ci va bene che resti nascosta: la consideriamo in fondo un male necessario. I poeti parlano spesso dei fiori e delle piante, e anche i pittori li rappresentano in tutte le salse. Nessun poeta ha mai scritto invece una poesia sulla terra o sui lombrichi. La terra non la vediamo, e non sappiamo dire se sta bene o sta male.</p>
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<p><img loading="lazy" class="alignleft size-large wp-image-110765" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeus-113-114_pag8-1-727x1024.jpg" alt="" width="696" height="980" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeus-113-114_pag8-1-727x1024.jpg 727w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeus-113-114_pag8-1-213x300.jpg 213w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeus-113-114_pag8-1-768x1081.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeus-113-114_pag8-1-1091x1536.jpg 1091w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeus-113-114_pag8-1-150x211.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeus-113-114_pag8-1-300x422.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeus-113-114_pag8-1-696x980.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeus-113-114_pag8-1-1068x1504.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeus-113-114_pag8-1-298x420.jpg 298w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeus-113-114_pag8-1.jpg 1245w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
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<p>Quelli che la studiano e certi saputelli ci fanno notare che è fondamentale, perché fa crescere le piante che mangiamo, e le piante che si pappano gli animali che noi mangiamo. Ci fornisce insomma quello che chiamiamo il nostro cibo, anche se al supermercato le verdure arrivano pulite e lucide, senza alcuna traccia terrosa, e spesso anche impacchettate nel cellophane. Fa crescere le carote e le patate e i rapanelli. Ma anche il grano, e quindi il pane e la pasta, e a ben vedere anche le barrette di cioccolato e le merendine confezionate e la maionese in tubetto, anche se qui più il legame appare meno immediato.</p>
<p>Quelli che la studiano ci spiegano che è proprio perché è così ricca di vermi e bacherozzi e bacilli che può fare il suo lavoro, e anzi più ne è piena più è sana e rigogliosa. Accettiamo pure questa spiegazione, anche se sapere le cose con il cervello non è come saperle con la pelle e la pancia, prima di cambiare le sensazioni di pelle e di pancia ce ne vuole. Ma insomma cominciamo a essere meno ostili. Dentro di noi ci diciamo che la terra va sopportata come si sopportano le cose non belle ma che sono utili.</p>
<p>Una volta che abbiamo imparato che la terra è importante, anche se dentro di noi continua a disgustarci, guardiamo con condiscendenza chi ancora non lo sa, e ridiamo se fa lo schizzinoso. Consideriamo dei sempliciotti quelli che dicono che non gli piace, e esprimono quello che in fondo seguitiamo a pensare anche noi. O anche ridiamo di loro. Ridiamo perché vorremmo poterci permettere la loro libertà di pensiero e di parola.</p>
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<p><img loading="lazy" class="alignleft size-large wp-image-110763" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeus-113-114_pag8bis1-727x1024.jpg" alt="" width="696" height="980" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeus-113-114_pag8bis1-727x1024.jpg 727w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeus-113-114_pag8bis1-213x300.jpg 213w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeus-113-114_pag8bis1-768x1081.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeus-113-114_pag8bis1-1091x1536.jpg 1091w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeus-113-114_pag8bis1-150x211.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeus-113-114_pag8bis1-300x422.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeus-113-114_pag8bis1-696x980.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeus-113-114_pag8bis1-1068x1504.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeus-113-114_pag8bis1-298x420.jpg 298w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeus-113-114_pag8bis1.jpg 1245w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
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<p>Nel quadro della nostra residenza artistica a CA’MON<a href="#_edn1" name="_ednref1">[i]</a>, con i redattori di Zeus! e gli utenti della cooperativa sociale Il Cardo abbiamo provato a guardarla e a toccarla e a odorarla. E a disegnarla, che è un modo di avvicinarla e di raccontarla, ognuno a suo modo, visto che siamo tutti molto diversi, e di cominciare a conoscersi. Abbiamo provato a fare come fanno i bambini, i pochi che nei tempi presenti non hanno prevenzioni nei suoi confronti: loro non hanno paura di sporcarsi, anzi si divertono. Prendono nelle loro manine i lombrichi quasi fossero preziosi diamanti, spalancando gli occhi e lanciando gridolini. Abbiamo cercato di fare anche noi così, ben sapendo che noi non eravamo bambini, e che le nostre parole sono schegge di cose già dette ma anche di verità.</p>
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<p><img loading="lazy" class="alignleft size-large wp-image-110764" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeusformicaio-1024x724.jpg" alt="" width="696" height="492" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeusformicaio-1024x724.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeusformicaio-300x212.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeusformicaio-768x543.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeusformicaio-150x106.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeusformicaio-696x492.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeusformicaio-1068x755.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeusformicaio-594x420.jpg 594w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeusformicaio-100x70.jpg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeusformicaio.jpg 1500w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
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<p><a href="#_ednref1" name="_edn1">[i] </a>Progetto <em>Terra Alta</em> (Centro CA’MON, Monno, 2023-2024), finanziato dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura</p>
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<p><em><a href="https://www.facebook.com/zeusrivistamutante/?locale=it_IT">Zeus! Rivista Mutante</a> (caporedattore Riccardo Federici, direttore Marco Milzani, grafica Sara Rendina) è una rivista bimestrale edita dalla <a href="https://ilcardo.it/">Cooperativa sociale Il Cardo</a>, di Edolo (Valcamonica). I redattori, che elaborano i testi e le immagini, sono gli utenti della cooperativa. La copertina è in genere l&#8217;opera di un artista invitato (in questo caso Elena Tognoli). Essa si può seguire anche su <a href="https://www.instagram.com/zeusrivistamutante/">Instagram</a> e <a href="https://www.youtube.com/results?search_query=zeus+rivista+mutante">YouTube</a>. Nazione Indiana ha ospitato estratti di alcuni numeri precedenti <a href="https://www.nazioneindiana.com/2018/07/17/erbario-umano/">qui</a> <a href="https://www.nazioneindiana.com/2020/06/16/zeus-al-femminile/">qui</a> e <a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/08/03/il-dizionario-di-zeus/">qui</a>. </em><br />
<em>Le tre immagini corrispondono a altrettante pagine del numero doppio in questione.<br />
</em></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Valore (sillabario della terra # 22)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/12/27/perfezione-sillabario-della-terra-22/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Dec 2023 06:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura industriale]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giacomo Sartori </strong>  <br /> Che senso ha far correre come forsennate una parte delle terre, le velociste, nascondendosi i costi energetici e ambientali, per lasciare che le terre meno dotate, le quali potrebbero dare il loro contributo, vadano al diavolo, assieme ai loro paesaggi, e alle persone che ci vivono sopra e hanno bisogno di cibarsi? ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-105965 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/12/muri_k-354w-300x201.jpg" alt="" width="400" height="268" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/12/muri_k-354w-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/12/muri_k-354w-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/12/muri_k-354w.jpg 448w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></p>
<p>L’agricoltura ha sempre cercato i suoli migliori, e per gli arativi i coltivatori andavano a caccia delle terre più fertili e più soffici, con meno problemi possibili. A livello planetario non c’era di meglio di quelle delle grandi piane di sedimenti fini portati dal vento, il loess, presenti nell’Europa nord orientale, in Cina, nelle Grandi Pianure statunitensi e nella Pampa argentina. Generosamente dotate di elementi chimici, con una capacità di immagazzinare una notevole riserva di acqua, e facili da lavorare. Molte di queste zone privilegiate sono coltivate in modo intensivo da millenni, e hanno alimentato e reso possibili le grandi civilizzazioni. Ma anche tutte le piane alluvionali o di altro tipo, erano ambite, laddove non ci fosse un eccesso di acqua.</p>
<p>Le agricolture tradizionali sapevano però adattarsi anche alle situazioni meno fortunate, vale a dire alle terre in pendenza, e/o non molto profonde, pietrose, troppo argillose o troppo sabbiose, povere di elementi, mal drenate, e insomma per qualche motivo problematiche. Questi sono la grandissima maggioranza, e anche adesso nutrono, lo si dimentica sempre, la maggior parte della popolazione mondiale. Lo facevano adeguando tecniche colturali e varietà vegetali impiegate alle specificità dei vari angoletti dei differenti territori, e ai loro suoli, escogitando soluzioni puntuali. Se per esempio le superfici erano troppo pendenti, si costruivano terrazzamenti sostenuti da muretti a secco, in modo da ottenere, recuperando la terra buona, minuscole pianure artificiali. Se erano troppo magre si portava ogni anno molto letame, o si privilegiavano specie poco esigenti, se c’erano troppe pietre le si riunivano in mucchi o strisce, e via dicendo.</p>
<p>Le cose sono cambiate radicalmente con la meccanizzazione, perché i mezzi agricoli non possono lavorare bene nei campi troppo piccoli, o troppo in pendenza, troppo pietrosi. Questi si trovavano quindi impossibilitati a salire sul carro dell’epocale rivolgimento, e nel giro di pochi decenni sono stati tagliati fuori dal nuovo corso. Anche per un altro motivo: la selezione genetica che ha accompagnato il dilagare delle macchine sfornava varietà vegetali molto produttive, ma calibrate solo per le situazioni migliori. Dove i terreni erano poverelli, o siccitosi, queste stesse si rivelavano un completo fallimento. Una fuoriserie superveloce entra subito in crisi, su una stradina di montagna, dove un vecchio macinino robusto e facile da riparare si rivela invece un portento.</p>
<p>Di fatto l’agricoltura industriale considera buoni i suoli che permettono di dare grasse produzioni con le tecniche che impiega, uguali dappertutto, che considera le uniche possibili. Non importa che essi abbiano grosse limitazioni, se queste possono essere corrette con i potenti mezzi di cui dispone, e in particolare con la sua arma più micidiale, i composti chimici. Questi sono nello stesso tempo la cura e l’elemento aggravante, perché permettono di nascondere temporaneamente i danni fatti, pur fiaccando le terre. E poco importa che i rimedi richiedano molta energia di origine fossile, l’essenziale è che nei tempi brevi i guadagni superino i costi. Fino a poco fa i combustibili non costavano nulla, nessuno si dava pensiero per limitarne l’impiego. Nelle derrate agricole confluivano, senza che nessuno ci facesse caso, fiumi di petrolio.</p>
<p>C’è da spianare una serie di collinette che impediscono di avere enormi campi ben geometrici? Si spianano, poco importa se gli ottimi suoli che le foderano ci hanno messo quindicimila o duecentomila anni per formarsi. Bisogna creare un impianto di irrigazione per dei suoli capaci di trattenere pochissima acqua, in modo da poter coltivare specie che sono molto esigenti dal punto di vista idrico? Si crea, se queste sono pagate bene. Anche pompando l’acqua da un livello topografico ben inferiore, o da una falda che non può permetterselo, l’importante è che affluiscano i quattrini. Per la loro natura i terreni non possono trattenere gli elementi minerali? Si continua a fornirglieli, come riempiendo un barile senza fondo, poco importa che questi finiscano a inquinare falde e acque superficiali. Bisogna rasciugare una valletta umida con specie vegetali rare e una notevole ricchezza animale? Si rasciuga.</p>
<p>Quando invece l’agricoltura della chimica non ha soluzioni, le terre sono considerate inette, e perdono qualsiasi attrattiva. Le sue grandi macchine non possono per esempio utilizzare i suoli dei terrazzamenti, e quindi per lei queste superfici non valgono niente. Non conta nulla che siano ottime per certe colture, e siano essenziali per la conservazione del paesaggio e la sua bellezza: i muri vengono lasciati cadere, si lasciano impazzare i rovi e i franamenti. La Liguria fa scuola. Quello che dirime è solo il bilancio benefici e costi, senza conteggiare le perdite ambientali e quelli delle misure di ripristino, quando sono possibili, che prima o dopo si renderanno necessarie. Senza conteggiare il capitale naturale dei suoli, che viene dilapidato fino a esaurimento.</p>
<p>Questo avanzare da rullo compressore, incapace di venire a patti con le specificità locali, a cominciare dalle caratteristiche dei suoli, ha portato a una drammatica divaricazione geografica. Da una parte ci sono le zone pianeggianti sempre più meccanizzate e più produttive, e dall’altra quelle recalcitranti, che a meno di non trovare una loro nicchia altamente specializzata e con un mercato disponibile (viticoltura di qualità, serre…), sopravvivono subendo danni ancora più grossi di quelli della pianura, vista la loro fragilità, o vengono abbandonate. Da una parte le aree di pieno successo, e dall’altra quelle perdenti o escluse, come si deve in epoca neoliberale. Con la sua prevalenza di superfici agrarie in pendenza, che sono state in larga parte maltrattate e poi lasciate andare in malora, come si gettano nei rifiuti dei resti senza valore, l’Italia è un esempio paradigmatico. Un terzo dei nostri terreni considerati coltivabili non sono attualmente coltivati.</p>
<p>Il metro attuale per giudicare la bontà della terra è insomma quello dell’agricoltura industriale, che ha bisogno di vastissime superfici, poco inclinate, meglio ancora perfettamente orizzontali, molto uniformi, non pietrose, senza alberi o cespugli o muretti che rompono i coglioni alle macchine. In genere le doti organolettiche e qualitative dei prodotti sono molto basse, ma di questo lei non se ne cura, pensa alle tonnellate. Ignora che i suoli che lei disdegna possono essere ottimi, e ben vocati per determinate colture di qualità o determinate pratiche.</p>
<p>Che senso ha far correre come forsennate &#8211; a suon di sovvenzioni &#8211; una parte delle terre, le velociste, nascondendosi i costi energetici e ambientali, per lasciare che le terre meno dotate, le quali potrebbero dare il loro contributo, vadano al diavolo, assieme ai loro paesaggi, e alle persone che ci vivono sopra e hanno bisogno di cibarsi? La fame che imperversa in tanti Paesi poveri, è un fenomeno prevalentemente rurale, legato a queste realtà svantaggiate, non a quelle più fortunate. Può essere eliminata solo lavorando su soluzioni locali.</p>
<p>Pensiamo un attimo alle terre dei vigneti. Sostanzialmente i vini buoni vogliono suoli pessimi, se si adotta il metro dell’agricoltura industriale. Tutti vengono da terre con una o più grosse magagne: pietrose, o troppo superficiali, poverissime, squilibrate, con pendenze anche proibitive. Terre con difetti che non si possono correggere, e che per qualsiasi altra coltura non varrebbero un soldo. Se non fosse appunto per i vini magnifici che sanno dare, come quegli artisti ben poco prestanti o malaticci, e forse anche per questo pregnanti, che sfornano capolavori. In questo caso si pone al centro la qualità, non la quantità.</p>
<p>È davvero così utopico immaginarsi modi di coltivare in sintonia con i vari terreni e proprio per questo attenti al portato ambientale e ecologico, miranti alla qualità sanitaria e organolettica degli alimenti, a sfamare tutti gli esseri umani? Perché produrre troppe derrate di cattiva qualità, per poi sprecarne – come è implicito nell’approccio solo quantitativo e mercantile – una grossa fetta, per la precisione un terzo? Davvero non siamo capaci di affrontare il problema delle derrate agricole e dell’alimentazione mediando quantità e qualità?</p>
<p>Davvero dobbiamo rassegnarsi che una persona su dieci non abbia abbastanza da mangiare, tre su dieci non abbiano la sicurezza di potersi alimentare, quattro su dieci non abbiano i mezzi per alimentarsi in maniera sana, tre su dieci (cinque su dieci nel 2035) siano sovrappeso o obesi? Le terre, quelle superdotate e quelle più limitate, tutte egualmente preziose, potrebbero contribuire, tutte assieme, a fornire alimenti diversificati, sani e buoni, invece che a ingaggiare sfide per record di produzione del pugno di vegetali al quale si è affidato il quasi monopolio alimentare, distruggendo la fondamentale biodiversità e la resilienza a essa legata. Tanto per cominciare sbarazziamoci dei metri attuali che definiscono il valore delle terre, che sono quelli della logica estrattiva/distruttiva. E accettiamo che queste abbiano anche difetti e pecche, e facciano quello che possono, come noi umani.</p>
<p><em>(l&#8217;immagine: Curzola, Croazia, 2013)</em></p>
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		<title>Lombrichi (sillabario della terra # 21)</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Dec 2023 06:00:43 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-106047 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/12/20230328_153410_lum_rid-291x300.jpg" alt="" width="388" height="399" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/12/20230328_153410_lum_rid-291x300.jpg 291w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/12/20230328_153410_lum_rid-150x154.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/12/20230328_153410_lum_rid-300x309.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/12/20230328_153410_lum_rid-408x420.jpg 408w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/12/20230328_153410_lum_rid.jpg 480w" sizes="(max-width: 388px) 100vw, 388px" /></p>
<p>Al tempo di Darwin i lombrichi venivano considerati dal mondo scientifico animali nocivi, qualche studioso suggeriva addirittura i metodi più efficaci per acchiapparli e distruggerli. Fin dal ritorno dal suo lungo viaggio sul Beagle l’immenso naturalista si è invece intestardito a studiarli e a capirli, dando loro la priorità rispetto a infiniti altri esseri viventi. Se ne è occupato per oltre quarant’anni, facendo esperimenti di lungo corso nel suo giardino, nei quali metteva all’opera anche i figli. Per poi pubblicare un libro su di loro quando non gli restavano che sei mesi da vivere. Un trattato che ha avuto fin da subito molto successo, e che per primo mostrava le loro caratteristiche e la loro importanza per i suoli e i paesaggi. Negli stessi anni un naturalista danese, Müller, del quale Darwin non conosceva i lavori, metteva in luce la loro centralità nella degradazione dei residui vegetali delle foreste.</p>
<p>Solo dopo la seconda guerra mondiale sparuti studiosi si sono però messi a studiarli con metodo. Permettendo di determinare che nelle zone temperate la loro massa ponderale rappresenta più della metà di quella dell’insieme della fauna terrestre, può sfiorare i quattro quinti. Nelle condizioni migliori arrivano a mille esemplari per metro quadro, il che corrisponde a cinque tonnellate per ettaro. E si danno da fare come dannati: quando lavorano bene i resti vegetali della superficie sono spazzolati, anche nei boschi, in fretta e senza lasciare avanzi. Alla superficie del suolo si notano i monticelli delle loro deiezioni, che gli specialisti chiamano turriculi: fanno pensare alle forme glomerulari di Jean Arp. Sono più abbondanti in primavera e autunno, perché loro non amano né la siccità né il freddo.</p>
<p>Se li si lascia un minimo in pace sono molto numerosi, e ingeriscono ogni anno enormi quantità di terra, espellendola poi ben differente. Nel corso degli anni tutto il suolo finisce per transitare nel loro apparato digerente, ed è proprio qui che si formano quei legami tra frazioni minerali e organiche che lo caratterizzano. Le deiezioni permangono sotto forma di grumi ben resistenti, fondamentali per la areazione e la leggerezza della terra. Esse sono molto ricche in elementi chimici, e quindi rappresentano una energica concimazione naturale, tanto più potente quanto più i vermi sono abbondanti. Alla quale si uniscono gli influssi stimolanti sui microorganismi e sulle piante. Gli effetti positivi sono legati però anche ai canali che essi scavano, utilizzati dall’acqua per sgrondare in profondità, dalle radici e dagli altri animali.</p>
<p>Si può dire che nelle regioni temperate la terra è in realtà cacca di lombrico. La loro importanza è del resto nota a tutti: a differenza degli altri abitanti del suolo godono di un’ottima visibilità mediatica. Non si può arborare intenti ecologici e rispettosi per l’ambiente, che sia vero o no, senza mostrare l’immagine di un simpatico lombrichetto, con una boccona sorridente e occhi vispi. In realtà loro non hanno occhi, ma nelle rappresentazioni fumettistiche li hanno sempre, si ritiene forse che farebbe un po’ specie il pensiero che sono ciechi. Come anche quello che hanno un ardente rapporto omosessuale, e poi una volta eiaculato cambiano sesso e diventano femmine. Le quali producono degli ovuli che sono poi fecondati in provetta, insomma all’interno di appositi astucci abbandonati nella terra, senza ombra di cure famigliari.</p>
<p>Nei fatti l’agricoltura industriale ha fatto del suo meglio per sterminarli. Le arature profonde e le lavorazioni energiche dei suoli, e in particolare le fresature, li decimano, devastando il loro habitat, e privandoli del cibo che salgono a cercare in superficie. L’altra micidiale arma sono i pesticidi, ai quali sono molto sensibili. Ma anche la compattazione legata al passaggio dei mezzi agricoli, che rende la superficie del suolo roccia inospitale, aiuta a farli fuori. Nelle coltivazioni attuali sono quindi presenti in quantità molto ridotte, quasi una presenza simbolica. Spesso li si ritrova ammassati sui bordi dei campi, o anche nelle aiole delle zone urbanizzate, dove possono tirare il fiato e vivere relativamente tranquilli.</p>
<p>Guardando le cose da più vicino sono in realtà i batteri del loro intestino, come succede anche per gli uomini, che digeriscono, alias decompongono, i residui vegetali e i miceli fungini dei quali sono ghiotti. Molto spesso mangiano le proprie feci, dopo avere lasciato lavorare i microrganismi in esse contenuti, come noi facciamo lievitare la pasta della pizza in cucina. Il tutto viene attaccato di nuovo e più a fondo da altri batteri, quelli della loro lunga pancia. Quindi quando si parla di lombrichi bisogna pensare ai microrganismi che li accompagnano. I quali emettono nel suolo fondamentali enzimi che capitanano tutte le trasformazioni in atto. E sono a loro volta colonizzati da una ineguagliata e semisconosciuta varietà di virus, che contribuiscono attivamente agli scambi di materiale genetico tra specie diverse e anche tra gruppi che le nostre classificazioni tengono molto distanti.</p>
<p>Quindi l’effetto positivo dei lombrichi si deve in realtà a una intricatissima rete di esseri invisibili all’occhio umano, non solo alla loro presenza in quanto tale. Abbiamo il vizio di figurarci ogni abitante della terra ben separato dagli altri, e quasi indipendente, a immagine e somiglianza delle nostre socialità atomizzate, quando invece in natura è tutta una rete di legami, e tutto si intramezza, tutto si fonde, tutto si metamorfosa, con incessanti scambi di energia e perfino di geni.</p>
<p>I lombrichi che trasformano la terra non sono però quelli piccoletti e rossi del compost e del letame, che molto spesso vengono mostrati quando si parla del benefico ruolo dei vermi. Questi si nutrono solo negli eventuali straterelli organici che stanno in superficie, senza penetrano nel suolo sottostante, senza interessarsi alla frazione minerale. Non hanno quindi nessuna azione di amalgama e di rimescolamento, e non servirebbe nulla aggiungerli alla terra con l’intento di migliorarla. Il loro lavoro è solo decomporre i resti vegetali, non scavano gallerie e non fabbricano grumi.</p>
<p>Considerando l’abbondanza, e le eccezionali qualità nutritive della loro carne, si capisce perché i lombrichi abbiano uno spettro così vasto di predatori. Si va dagli uccelli alle volpi, dai cinghiali ai tassi, dalle salamandre ai serpenti, dai porcospini ai rospi, dalle lumache ai coleotteri. Le talpe, tra i nemici più temibili, li aspirano uno dopo l’altro manco fossero gustosi spaghettoni, e quando sono sazie li fanno invece prigionieri in apposite celle, decapitandoli perché non gli salti in testa di scappare. Meno noto è che anche noi uomini eravamo ghiotti di lombrichi, come hanno mostrato le abitudini alimentari di tutte le residue popolazioni di raccoglitori cacciatori. Solo in seguito siamo diventati schifiltosi nei loro riguardi.</p>
<p>Il loro problema è che per cibarsi hanno bisogno di uscire allo scoperto. La strategia per minimizzare i pericoli è quella di fare capolino solo di notte, rimanendo saldamente aggrappati alla parete della galleria con la parte posteriore del corpo, tramite le apposite setole . in caso di attacco dall’alto, con un po’ di fortuna il predatore sgnaccherà via solo la testa, e basterà aspettare che ricresca, cervello compreso. Non è vero che se si taglia un lombrico a metà le due parti sopravvivono, ma la testa e la coda possono riformarsi. Le specie che vivono in superficie, quelle che si cibano solo di materie organiche, non avendo questa possibilità di difesa, non hanno altra soluzione che ricorrere a una incredibile prolificità, che ricorda la moltiplicazione dei pani e dei pesci.</p>
<p>Le forme ecologiche di coltivazione si riconoscono subito, perché pullulano di lombrichi. Chiunque può constatarlo, contando con gli occhi i turriculi. La differenza è sostanziale, perché è solo il sintomo visibile della sua ottima salute. L’agricoltura biologica, quanto a lei, utilizza il rame come antifungino, in particolare nei vigneti, e questo metallo si accumula nel terreno, fino a diventare letale per i lombrichi, dopo molti anni di utilizzo (le dosi usate attualmente sono molto basse). E per il diserbo impiega spesso lavorazioni meccaniche, visto che esclude l’uso dei diserbanti, anch’esse tendenzialmente nocive, soprattutto se effettuate senza criterio. I suoi detrattori enfatizzano sempre questi due oggettivi impatti, che per loro testimoniano la sua inferiorità rispetto all’agricoltura convenzionale. La realtà è che nella stragrande parte dei casi le coltivazioni certificate come biologiche formicolano di lombrichi, salta immediatamente all’occhio.</p>
<p>I lombrichi, emblema della salute della natura, sono anche il paradigma della schizofrenia delle nostre società nei suoi riguardi. Tutti sono coscienti della loro centralità, e pochissimi studiosi li studiano, con fondi ridicoli: delle settemila specie esistenti, nemmeno la metà sono stati descritte. Nessuno sa bene quali caratterizzino le varie zone agricole dei vari paesi, e non parliamo di quelle forestate: gli studi esistenti sono tutti molto localizzati. E men che meno si conoscono le abitudini e i comportamenti di ciascuna, quanto sia impattata dalle varie pratiche. È già tanto, quando li si prende in considerazione, se si arriva al riconoscimento morfologico.</p>
<p>Gli studi di tossicologia, che dovrebbero determinare gli effetti dei vari pesticidi sulle varie specie, sono condotti in laboratorio, in condizioni che non hanno nulla a che fare con quelle naturali, e mirano solo a determinare le dosi letali di singoli composti. E come per incanto i lombrichi non vengono mai contemplati, nelle soluzioni pseudoecologiche high tech che vengono proposte per risolvere questo o quel problema. E il povero Darwin viene ricordato per l’evoluzione, non per averli posti al centro della storia della Terra. Rimane insomma molto da fare.</p>
<p><em>l&#8217;immagine: arazzo elaborato dagli allievi di una scuola primaria di Lilla nel corso di un atelier animato dal duo ET&amp;GS (Elena Tognoli e Giacomo Sartori), nell&#8217;ambito della loro residenza artistica (Ville de Lille, 2023)</em></p>
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		<title>Futuro (sillabario della terra # 20)</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Nov 2023 06:00:44 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-105779" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/DSC_0261_rid-300x201.jpg" alt="" width="400" height="268" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/DSC_0261_rid-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/DSC_0261_rid-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/DSC_0261_rid-628x420.jpg 628w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/DSC_0261_rid.jpg 640w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></p>
<p>I danni che infliggiamo alla terra sono sempre meglio stimati, meglio documentati e più mediatizzati. C’è voluto che diventassero catastrofici, e che il clima impazzisse, perché si cominciasse a prendere atto che qualcosa va fatto. Ci sono voluti molti decenni, durante i quali chi metteva in luce gli effetti delle agricolture solo mirate ai redditi immediati era tacciato di incompetenza, di rifiuto della scienza, di velleitarismo, se non di oscurantismo, di esoterismo. Ora tutti sono d’accordo, almeno a parole, che bisogna pensare a non nuocere alla terra.</p>
<p>Le tecniche per ridurre o contenere i guasti al suolo ci sono, come a dire la verità c’erano anche prima, perché per millenni l’agricoltura ha imparato a misurarsi con i pericoli di degradazione. Tutte hanno in comune una grande attenzione alla sua salute e alla dotazione di sostanza organica. Non è quindi questione di mancanza di alternative. E nemmeno di carenza di risorse: spesso i costi delle soluzioni ecologiche non sono elevati. Si dice che producono meno, il che è vero solo in parte. Avendo l’accortezza di conteggiare anche i vantaggi ambientali annessi e connessi, si prospetta piuttosto un indiscutibile guadagno, sul lungo periodo. Si deve però uscire da quella visuale di paccottiglia che considera i suoli dei substrati inerti, dei supporti per uno sfruttamento che vede solo i guadagni immediati, valutando solo le rese a ettaro, senza monetizzare i danni e le azioni per correre ai ripari. Troppo comodo, e troppo grave.</p>
<p>La logica vorrebbe che per forza di cose ora si deva tornare a rispettare la terra e le sue esigenze. Ma le cose non sono così semplici. I colossi agroindustriali si affannano per sostituire i composti chimici, sempre più impresentabili, con prodotti più naturali, compresi batteri e funghi che possono rivelarsi utili. Per assodato vizio l’assioma resta quello di trovare la medicina miracolosa per una specifica malattia o uno specifico parassita, i coadiuvanti e le vitamine più promettenti, senza guardare all’insieme e ignorando le soluzioni già esistenti, rincorrendo esclusività e brevetti. Quasi in natura non ci fossero interconnessioni, e nelle coltivazioni non contasse più di tutto la prevenzione e la salute generale.</p>
<p>La loro ragione di esistenza resta quella di guadagnare il massimo, con qualsiasi mezzo e a qualsiasi costo. Ora vedono aprirsi un nuovo immenso fronte di potenziali guadagni, questa volta con il cappello del rispetto per l’ambiente e dell’high tech. Dove non hanno impedimenti, e cioè nella maggior parte dei paesi poveri, continuano imperterriti con la chimica durissima, facendo gli stessi danni con gli stessi composti messi fuorilegge dai Paesi più benestanti. La morale, il senso di responsabilità, o anche solo il buon senso non hanno alcun spazio.</p>
<p>E la scienza agronomica? Per altrettanto consolidata cattiva abitudine anche lei propone più spesso soluzioni puntuali, preferibilmente altamente tecnologiche, leggasi costose, piuttosto che cercare di mettere assieme tutti gli elementi in gioco, mirando a visioni d’insieme, cioè realmente ecologiche. Si piega alla religione delle nuove mirabolanti tecnologie, ben foraggiata dalle ditte che contano di guadagnarci sopra, e ignara di come funziona la natura, predica di avere soluzioni miracolo. Credo che si deva pensare a questo, quando si strombazza che c’è bisogno di più scienza e più tecnologie. Scienza e tecnologie possono fare molti e irreparabili danni, il recente passato dell’agricoltura deve servire da monito.</p>
<p>E cosa dicono gli agricoltori convenzionali? Temono le regole restrittive e i maggiori costi che accompagnano i cambiamenti in direzione ecologica, paventano un ulteriore rosicchiamento dei loro redditi, già molto ridotti. Considerano di doversi fare carico di enormi grane aggiuntive per fare contenti gli abitanti delle città, che non hanno idea di quanto sia complicato il loro lavoro. Sono sempre più a disagio, e spesso pronti a seguire caporioni populisti arroccati su posizioni becere, in combutta con le loro organizzazioni di categoria, altrettanto retrive, che negano danni e cambiamenti climatici.</p>
<p>Sono avvezzi a fare quello che i tecnici, formati nell’egemonia culturale dell’agrochimica, dicono di fare. Hanno perso l’abitudine di osservare la terra e a interpretare la sua salute, a prendere atto delle evoluzioni nel tempo, a ragionare e a avere voce in capitolo. Quando invece le vere soluzioni non impattanti, adatte alle infinità di situazioni &#8211; ogni micro-regione è diversa, e perfino ogni campo tende a esserlo &#8211; possono essere trovate solo con gli agricoltori che sono sul pezzo. Con la loro capacità di osservazione, la loro esperienza e la loro inventiva. La vera e forse unica agroecologia è questa, e solo questa.</p>
<p>Ma allora, mentre sono in corso questi sommovimenti di portata in realtà epocale, il comune mortale può fare qualcosa, può in qualche modo influire? Certo, può fare moltissimo. Può non dimenticare mai che la nostra esistenza è strettamente legata a quella della terra, e solo la follia nella quale ci siamo imbarcati può averlo rimosso dalla nostra coscienza. Può guardarla quando passeggia e quando viaggia, contemplandola come si contemplano le cose importanti, badando al suo aspetto e provando a immaginarsi se è contenta di come è trattata. Anche senza avere nozioni particolari può cercare di metterla in relazione con le rocce del posto, con le piante che fa crescere e con il paesaggio. Non occorre essere degli psicanalisti, per capire le persone e avere intuizioni al loro riguardo, per porsi delle domande. È la stessa cosa. Ma va benissimo, e forse è ancora meglio, un po’ di sana soggezione, liberandosi della nostra sete di spiegare e comprendere tutto.</p>
<p>E può fare poi mentalmente il legame, l’abitante della Terra che vuole convivere in pace con la terra, tra quello che mangia e i suoli. Pensando che tutti i vegetali – cereali, leguminose, verdura e frutta che siano &#8211; compresi quelli dei cornucopici banconi dei supermercati, vengono coltivati da qualche parte con metodi che possono essere più o meno impattanti per la terra. E quindi può scegliere di acquistare alimenti con i marchi biologici e biodinamici, pur sempre una gran bella garanzia, o provenienti da mercati locali dove l’impiego di metodi non nocivi si basa sulla fiducia, alla vecchia. Restando sui prodotti di stagione e meno sfiziosi la differenza di prezzo molto spesso non è grande. Molti marchi che di ecologico non hanno proprio nulla si sono fatti furbissimi, e tentano di abbindolare con questa e quella millanteria, gli zero residui e compagnia bella, ma con un po’ di accortezza si sgamano gli specchietti per le allodole, le fandonie e le imposture. Del resto basta dedicare un po’ di tempo per documentarsi, come lo si fa quando si compra un qualsiasi altro aggeggio. Perché non per il cibo? È forse l&#8217;atto militante più importante: i presupposti della devastazione sono l&#8217;indifferenza e l&#8217;ignoranza.</p>
<p>E può mangiare, il cittadino che vuole esprimere il suo dissenso per le agricolture devastatrici, pochissima carne. Gli animali, e in particolare i bovini, richiedono quantità enormi di alimenti, che requisiscono il grosso delle terre agricole mondiali. Derrate che possono nutrire gli uomini, terre che possono alimentare direttamente gli umani. Una grossa fetta dell’umanità è vegetariana, non è vero che la carne è necessaria. Ma si può benissimo mangiarla, basta che sia poca. In quantità ridotta gli animali fanno molto bene, con le loro deiezioni, alla terra.</p>
<p>Naturalmente poi ci sono le elezioni, e la politica: è nelle istanze istituzionali che le decisioni vengono prese, è lì che le grandi svolte possono essere finanziate. L’inerzia e il negazionismo ambientale diventano sempre più i grandi cavalli di battaglia delle destre e dei populisti, ormai è evidente. Ci sono le campagne di sensibilizzazione, le tante forme di militanza, le manifestazioni, e dall’altra la strapotenza economica e mediatica delle agroindustrie, la miopia delle organizzazioni degli agricoltori. Ci sono gli equilibri internazionali, le politiche europee e quelle mondiali, le sfere geopolitiche. Cosa serve che faccia attenzione io se altri non lo fanno, se la maggior parte dei governi assecondano i distruttori, se altri Paesi non fanno il contrario?, può legittimamente chiedersi il nostro amico della terra.</p>
<p>Contano invece anche le persone, è così che il movimento biologico è nato e s’è affermato. È cresciuto perché un numero crescente di agricoltori ci si è messo, mettendo a rischio i propri averi, adattandosi a redditi bassi, spesso creando tensioni in famiglia, e tutto ciò in barba ai detrattori e alla feroce guerra della quale sono stati vittime in tutti i Paesi. È diventato una realtà ineludibile, e paradossalmente anche un modello per l’agricoltura convenzionale, per molti aspetti, perché c’erano degli acquirenti disposti a comprare i suoi prodotti, anche pagandoli di più. Delle persone singole che hanno voluto associarsi a un’idea di cambiamento che si presentava come un‘utopicissima scommessa.</p>
<p>Pure adesso è così. Pure adesso contano anche gli acquirenti che fanno attenzione e che cambiano dieta per non fare troppo male alla terra, per provare a vivere in accordo con lei. Che si interrogano sulla nostra pazzia di non considerare le sue esigenze e sui prevedibilissimi esiti. Che si rendono conto che gli artificiosi prezzi bassi del cibo, e le misere remunerazioni degli agricoltori, implicano annientamento e enormi consumi di energie fossili. Che si dicono che in ogni caso tra pochi anni diventeranno scelte obbligate, se non vogliamo continuare a dividerci tra una minoranza che si ingolfa e spreca e una maggioranza che patisce, e a guerreggiare – l’esito è scontato &#8211; per questo. Tanto vale portarsi avanti, mettersi dalla parte della terra.</p>
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		<title>Aria (sillabario della terra # 18)</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Nov 2023 06:00:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giacomo Sartori </strong>  <br /> Noi inconsciamente pensiamo che nella terra ci siano soli i morti e le marcescenze e le rovine dei passati polverosi, pensiamo che nella terra si soffochi. E invece la sua pancia è un colabrodo di pori, canalicoli e cavità: un sistema di aerazione più o meno efficiente che ossigena il formicolare di attività e di vita.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-105510" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/20220426_200835_rid-300x225.jpg" alt="" width="400" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/20220426_200835_rid-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/20220426_200835_rid-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/20220426_200835_rid-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/20220426_200835_rid-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/20220426_200835_rid-265x198.jpg 265w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/20220426_200835_rid.jpg 640w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" />Noi inconsciamente pensiamo che nella terra ci siano soli i morti e le marcescenze e le rovine dei passati polverosi, pensiamo che nella terra si soffochi. E invece la sua pancia è un colabrodo di pori, canalicoli e cavità: un sistema di aerazione più o meno efficiente che ossigena il formicolare di attività e di vita. Le radici respirano, i lombrichi e gli insetti respirano, i batteri respirano, tutto il pigia pigia di organismi presenti ha bisogno d’aria. Deve farlo vivere, per lei è primordiale.</p>
<p>Non bisogna quindi immaginarsi uno zoccolo di roccia, ma piuttosto qualcosa come i ridondanti corridoi di un centro commerciale, con i loro saliscendi e curve e meandri non sempre comprensibili, il loro utilitario o forse anche in parte capriccioso portare da qualche parte. Nessuno soffoca, nei corridoi di un centro commerciale, nessuno sta in apnea. Certo poi magari la sera del sabato l’aria risulta bella pesante, richiamando quella di un cinema pienissimo, un cinema con strati sovrapposti di poltrone fino al soffitto, se tutti respirano e ci danno dentro, e se l’umidità trasuda dalle pareti, nessuno però stramazza.</p>
<p>Quando camminiamo sulla terra camminiamo sull’aria, o insomma su una gruviera costituita per una metà d’aria, è per quello che i nostri piedi tendono a sprofondare. Se non affondano è perché ci sono tante radichette che rinforzano e sostengono la terra, un po’ come succede con i materassi a molle, e perché le particelle di questa sono riunite in grumi ben costituiti e ben solidi. Non è un caso che su un prato si ha l’impressione di calpestare un soffice tappeto, e vengono tante belle idee riposanti. La terra buona è un materasso fresco e ben areato, che si presta ai sogni più incoraggianti.</p>
<p>I problemi nascono quando i trattori passano e ripassano sulla terra senza difese, nuda come Dio non l’ha fatta. I trattori e gli altri marchingegni meccanici sono sempre più pesanti, e la strizzano, fanno collassare i suoi preziosi grumi, occludendo i pori e le cavità. Sotto il peso degli pneumatici il suolo da spugna si trasforma in muro impenetrabile, senza più un briciolo di aria. È per quello che poi ha bisogno di essere arato e sbriciolato, la terra dei boschi non ha nessun bisogno di essere smossa dall’uomo. Con le arature e le scarificature riappaiono fessure e crepe, l’assembramento di organismi tira il fiato. Non sono più belle e solide cavità, l’ospitale intrico di grotte e cunicoli, sono frammenti taglienti, come palazzi squassati da un terremoto, dove l’aria non può irradiarsi dappertutto. Ma insomma è sempre meglio che niente.</p>
<p>È un rimedio solo apparente, perché ai primi nuovi passaggi si è daccapo. E anzi la terra è adesso fiaccata, si difende peggio: si compatta ancora di più, diventa ancora più dura e impenetrabile. Adesso sì che assomiglia al cemento armato. E non parliamo di cosa succede in superficie quando piove: non potendo penetrare in profondità l’acqua provoca ruscellamenti che si portano via tutto. Gli addetti dei campi, che non sono più contadini, e non capiscono più la lingua della terra, la rompono e la spezzettano allora ancora e ancora con i loro potenti mezzi, sempre più potenti, senza accorgersi che così facendo bruciano la poca sostanza organica che resta, che è la colla che tiene assieme i grumi, e che nutre tutti gli organismi. Vanno avanti così, come portando le bombole di ossigeno a un malato terminale. Bombole che subito finiscono, mentre l’aria non arriva.</p>
<p>La terra non vuole essere lacerata dall’acciaio inossidabile, ambirebbe a essere lasciata in pace, a potersi affidare ai lombrichi e agli altri esserini che la abitano e la lavorano, dei quali sa che si può fidare. Già attaccati dai pesticidi, loro sono però sempre meno pimpanti, sempre più in difficoltà, sempre meno abbondanti, e lei si sente sempre più esausta. Non ha proprio la forza per resistere al peso di quei pneumatici duri e pesantissimi.</p>
<p>In Inghilterra si è trovata una soluzione palliativa, che negli ultimi decenni si è diffusa molto negli Stati Uniti e ancor più massicciamente in Sud America (meno in Europa). Invece di lavorare i suoli li si innaffia generosamente di erbicidi, in modo che malerbe e i resti delle colture precedenti secchino. Il che permette di seminare direttamente in mezzo ai seccumi, senza lavorazioni, o con leggerissime rastrellature.</p>
<p>Agricoltura di conservazione, viene chiamata. Negli ultimi tempi viene decantata a destra e a manca, presentandola non sempre in buonissima fede come una panacea ecologica, e questo crea molte confusioni. Davvero per molti aspetti ha permesso di arginare le devastazioni dell’erosione e il flagello delle perdite di sostanza organica, paradigmatiche dell’agricoltura industriale, lasciando una terra ariosa, è un suo risultato importantissimo. Non si può però in nessun modo assimilarla alle pratiche agroecologiche: i diserbanti e i composti che si formano dalla loro degradazione sterminano gli organismi del suolo e avvelenano l’ambiente, è poco onesto negare o minimizzare il problema. Certo, l’aria nella terra è fondamentale, ma ci vuole anche che sia buona.</p>
<p><em>(la fotografia: Santerre (Somme, Piccardia), terreni preparati per la semina delle patate, maggio 2020)</em></p>
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		<title>Buche (sillabario della terra # 17)</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Oct 2023 05:00:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giacomo Sartori </strong>  <br /> Le buche che cercano pateticamente di parare alla nostra ignoranza dei suoli, così vicini a noi, così esiziali, diventano quindi una metafora dell’impossibilità di sapere tutto del mondo vivente al quale apparteniamo.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-105382" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/Image20_rid-1-300x202.jpg" alt="" width="300" height="202" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/Image20_rid-1-300x202.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/Image20_rid-1-150x101.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/Image20_rid-1-624x420.jpg 624w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/Image20_rid-1.jpg 640w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Fin dall’inizio del Novecento gli studiosi hanno constatato che nella terra possono riconoscersi livelli orizzontali diversi, che sono stati chiamati orizzonti. Questi si sono differenziati nel processo di gestazione del suolo, al contatto con l’atmosfera, e con il contributo di radici e organismi di vario tipo, partendo dal materiale minerale, roccioso o sciolto. I tempi delle complesse alterazioni e metamorfosi che conducono alla formazione della terra sono lenti, rapportati alla scala umana, ma pur sempre molto più brevi di quelli della geologia. Ogni orizzonte ha in genere uno spessore di trenta-settanta centimetri, per intenderci, anche se ne esistono di molto sottili e di molto spessi.</p>
<p>L’orizzonte superiore è più ricco di sostanza organica, e quindi più scuro, e di vita, mentre in quello soggiacente dominano in genere le colorazioni del ferro, da rosse a giallastre, a seconda dei climi e degli ambienti. Spesso è presente più in basso un orizzonte di transizione alla roccia, o insomma ai materiali minerali di partenza. A seconda della natura di questi, del clima, della vegetazione, i tipi e i loro caratteri sono però diversissimi. In ogni caso sono sempre presenti una frazione organica, anche se minima, radici e organismi viventi: qui sta differenza con il regno minerale.</p>
<p>In mancanza delle inappellabili particolarità anatomiche di ogni specie vegetale o animale, in mancanza insomma di meglio, tutte le classificazioni pedologiche utilizzano come criterio principale la tipologia e la successione di orizzonti. Ogni classe di suoli ha una data sequenza di orizzonti con date caratteristiche. Alcune di queste sono legate a impoverimenti, o al contrario in arricchimenti, a seguito anche di traslocazioni di sostanze e di elementi operati dall’acqua che drena nel suolo.</p>
<p>La prima cosa che facciamo noi pedologi, una volta aperta una buca che ci permette di avere davanti tutta la sezione verticale della terra, è vedere quanti orizzonti ci sono, e di che sorta. A parte i colori, le differenze riguardano caratteri visibili a occhio nudo, quali la porosità, l’organizzazione spaziale e la quantità di pietre, o anche rilevabili al tatto, quali la consistenza. Anche l’abbondanza e l’andamento delle radici fornisce utili informazioni. Poi naturalmente le analisi di laboratorio effettuate sui campioni prelevati permettono di andare molto più in profondità.</p>
<p>Certe volte gli orizzonti si riconoscono molto facilmente, in particolare quando hanno colori molto contrastati. In quel caso un’occhiata è sufficiente per definire il tipo di suolo, e non possono esserci dubbi. Altre volte invece le colorazioni nella sezione sono molto simili, e anche gli altri caratteri non mostrano a prima vista differenze. Bisogna osservare allora da vicino come stanno le cose, aguzzando la vista e punzecchiando la terra servendosi del coltello che ogni pedologo ha sempre con sé. Un po’ alla volta si constata insomma che quella che sembrava una superficie indistinta ha una stratificazione, con livelli diversi. La sezione che si ha davanti va comunque ripulita per bene, con una scopettina o un coltello: anche il miglior specialista non vede nulla, se rimane sporca.</p>
<p>Per definire i colori usiamo le tavole Munsell. Ogni pedologo ha con sé questo libretto plastificato con le pagine irte di tassellini di tinte diverse, ciascuno corrispondente a una data sigla. E lo custodisce gelosamente: i raggi del sole o peggio ancora qualche goccia possono rovinarlo per sempre. Prendiamo un pezzettino di terra, lo inumidiamo, cerchiamo il colore che più si avvicina, e annotiamo il relativo codice. Ma naturalmente la percezione dei colori varia da persona a persona, anche senza considerare i daltonici, quindi questa definizione non è al cento per cento oggettiva. In alcuni Paesi avanzati si usano dei colorimetri elettronici, ma pure quelli danno parecchi problemi.</p>
<p>Diversi altri caratteri vengono ponderati con metodi altrettanto empirici. Per quantificare la porosità e la percentuale di pietre, due elementi fondamentali, si usa una stima visuale, che vale quello che vale. Si potrebbero impiegare mezzi infinitamente più precisi, che esistono, ma sarebbero molto costosi, per il tempo e/o per le strumentazioni che richiedono. Nella pratica è impensabile un loro utilizzo corrente, ci si accontenta di un dato approssimativo.</p>
<p>La stessa identificazione degli orizzonti non è poi così certa, quando le differenze di colore e di aspetto sono minime, o anche i limiti che li separano invece di essere netti sono sfumati. Io ho posto il confine tra due orizzonti a tanti centimetri dalla superficie, ma un collega potrebbero metterlo più su o più giù, o addirittura considerare un solo orizzonte quelli che per me erano due orizzonti. In tanti casi si tratta di una graduale variazione, più che di una netta stratificazione, a dispetto della nostra griglia interpretativa, che ci obbliga a mettere da qualche parte dei limiti.</p>
<p>Certo, le analisi di laboratorio danno invece risultati molto precisi, e lì non è in gioco la soggettività umana. E anche l’attività biologica, e in particolare dei vari microrganismi, può adesso essere misurata con grande esattezza, avendo i fondi necessari. Il problema qui è la grandissima variabilità di ogni parametro, anche a distanza molto ravvicinata: a far bene bisognerebbe avere pletoriche misurazioni, in modo da ottenere affidabili valori medi. Nella pratica, visti i costi del campionamento e ancor più delle analisi, i dati disponibili sono sempre ridicolmente pochi.</p>
<p>La nostra conoscenza dei suoli, che sono una delle componenti principali dell’ambiente e dei sistemi ecologici, se non quella in assoluto più centrale, dipende quindi da procedure che hanno grossolane incertezze. O anche sono molto impegnative in termini di tempo e costi, e quindi sono utilizzate di rado. Siamo convinti che la nostra arma invincibile, la Scienza, possa sviscerare qualsiasi segreto, ma i suoli sono conosciuti molto male. Rimangono sostanzialmente un buco nero.</p>
<p>Come lo rimane però gran parte della natura, a ben vedere. Avremmo tutto quello che occorre per studiarla nei dettagli meno accessibili, correndo dietro alle sue infinitissime e spesso stravaganti volubilità, ma dobbiamo limitarci a ciò che ci è più vicino o che per le ragioni più svariate riteniamo più importante. Schiere di biologi e naturalisti si danno da fare, ma ci vorrebbe ben altro. Occorrerebbero infiniti tecnici, infiniti mezzi, ottenuti anch’essi con enormi impatti ambientali, infiniti quattrini. E il vantaggio, anche senza limitarsi a un bilancio strettamente economico, sarebbe forse relativo. Con il nobile intento di limitare i nostri danni, distruggeremmo ancora di più.</p>
<p>Le goffe buche mediante le quali i pedologi cercano pateticamente di parare alla nostra ignoranza dei suoli, così vicini a noi, così esiziali, diventano quindi una metafora. Dell’impossibilità di sapere tutto del mondo vivente al quale apparteniamo, della inerente parzialità di ogni approfondimento, della sua beffarda casualità, della distruzione che accompagna ogni forma di conoscenza. Ci fatica ammetterlo, ma siamo limitati, come sono limitati gli strumenti, spesso a doppio taglio, spesso distruttivi, che ci costruiamo.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Terre di montagna (sillabario della terra # 15)</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Oct 2023 05:00:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giacomo Sartori </strong>  <br />Per molti anni ho avuto la fortuna di occuparmi quasi solo di terre di boschi e alte praterie schiacciate da cieli scostanti e nervosi. Terre di altitudine, percorse da animali selvatici e da rari uomini amanti degli alberi e del silenzio. Terre linde e profumate, mai completamente asseccate, leggere e fresche anche nel pieno dell’estate.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-105200" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/DSC_0979_bn_c-300x200.jpg" alt="" width="400" height="267" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/DSC_0979_bn_c-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/DSC_0979_bn_c-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/DSC_0979_bn_c.jpg 448w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></p>
<p>Per molti anni ho avuto la fortuna di occuparmi quasi solo di terre di boschi e alte praterie schiacciate da cieli scostanti e nervosi. Terre di altitudine, percorse da animali selvatici e da rari uomini amanti degli alberi e del silenzio. Terre linde e profumate, mai completamente asseccate, leggere e fresche anche nel pieno dell’estate.</p>
<p>Scavando a mano la mia buca per osservare e raccogliere i campioni avevo la certezza che nessuno era mai andato a curiosare lì sotto, che tutto quello che vedevo era lì da migliaia d’anni. I colpi del piccone e della pala rimestavano odori di funghi, vapori di muffe umide che mi salivano alla testa. Spesso dovevo tagliare delle radici, avevo un apposito seghetto pieghevole molto affilato, e quindi si aggiungeva l’asprigno delle resine. Tutta quella vita che forzavo a mostrarsi era custode di segreti che non si erano mai mostrati agli uomini, che li avevano tenuti lontani.</p>
<p>Lì sotto il mondo minerale, per noi invincibile, aveva la peggio. Le pietre calcaree erano limate dall’acqua, con docce arrotondate e curve sinuose che ricalcavano il percorso dei rivoli sotterranei, facendo pensare a tante sculture astratte del Novecento. Quelle di granito si sfaldavano invece tra le dita, dando una graniglia sale e pepe. Le arenarie molto alterate si mettevano in mostra con i loro gialli o rossi molto vivi, macchie espressioniste che si scioglievano anche loro nel palmo della mano lasciando una pastosità untuosa. Come per magia le pietre più dure avevano perso la loro tenacia: la avevano ceduta alla terra.</p>
<p>A volte mi accompagnava, per pura passione, un collega più anziano e con una vastissima cultura ambientale, anche lui stregato da quello spettacolo intimo: c’è un piacere quasi voyeuristico, nello svelare un universo sotterraneo intonso. È l’eccitazione degli esploratori, perché nemmeno con la più grande esperienza si può prevedere con esattezza la profondità e gli infiniti dettagli di un determinato suolo. Nei fatti ogni buca è almeno per certi aspetti diversa, come è particolare ogni persona, anche restando nello stesso gruppo etnico. La realtà è che a dispetto della nostra necessità di dare nomi e classificare la natura non è mai uguale a sé stessa, cambia sempre.</p>
<p>Non era facile convincere chi di dovere che i miei studi servivano a qualcosa, e avere qualche misero finanziamento. Bussando pazientemente a tante porte qualcuno un po’ bendisposto però lo trovavo. Alcuni botanici e alcuni tecnici forestali intuivano l’importanza della terra per la vegetazione, sapevano che a ogni suo tipo corrispondono piante precise, in un legame che a quei tempi si spiegava solo in parte. Si vedevano gli effetti dell’acidità o della basicità del suolo e della sua capacità di immagazzinare l’acqua, ma si ignorava l’azione dei microorganismi e dei composti emessi dalle radici, che controllano le successioni delle formazioni vegetali e i loro mosaici.</p>
<p>Con gli anni accumulavo dimestichezza. Provavo piacere a riconoscere alla prima occhiata che varietà di terra fosse, e potevo prevedere, in base alla vegetazione e al tipo di roccia e a altri elementi, cosa avrei trovato in una pecceta con un tappeto di mirtilli neri o sotto una lingua di contorti e impenetrabili pini mughi. Non mi importava nulla che fosse un filone di studi qualitativi che stava scomparendo, perfino nel Paese nei quali aveva dato i bellissimi risultati che mi servivano da guida, spazzato via da interessi più circoscritti e più alla moda. Ero un perfetto autodidatta, e non mi dispiaceva esserlo. Credo che gli esseri umani godano profondamente nel capire quello che hanno attorno, trovando una logica nell’apparente disordine, esattamente come godono mangiando buoni cibi o facendo sesso.</p>
<p>Ero solo, con dei mezzi più che ridotti, per non dire inesistenti. La mia fortuna era che un validissimo chimico del compassato istituto regionale di ricerca agricola mi aveva preso a benvolere: con la sua dissacrante indole anarchica eseguiva un grande numero di costose analisi chimiche senza compenso, infilandole tra quelle che svolgeva ufficialmente. Potevo quindi fare le cose un po’ più seriamente. Più andavo avanti e più mi convincevo che la lettiera e gli straterelli organici di superficie, dei quali nessuno sapeva nulla, e che erano spesso ignorati, erano fondamentali. Mi sono messo a osservarli e a confrontare le nomenclature esistenti, valutando i loro pregi e difetti. Fino a diventarne, la concorrenza in realtà era molto ridotta, un vero esperto.</p>
<p>Un giorno mi ha scritto un ricercatore di un ente nazionale, dicendomi che avrebbe volentieri approfondito alcuni aspetti dei suoli che studiavo: ha cominciato a svolgere le sue raffinate indagini sulla mineralogia dei minerali ai campioni che gli spedivo. Grazie a lui le terre che scavavo l’estate sulle montagne della mia regione di origine – vivevo già all’estero – sono sbarcate su una prestigiosa rivista scientifica internazionale.</p>
<p>Siamo stati allora contattati da un professore svizzero che trovava interessante quello che facevamo. Da noi nessuno parlava ancora di cambiamenti climatici, ma da loro era già una pressante preoccupazione. D’improvviso i suoli diventavano centrali, con la loro capacità di immagazzinare nella loro frazione organica quantità di carbonio tre volte maggiore di quella delle foreste e degli altri tipi di vegetazione del Pianeta. E lo divenivano anche gli straterelli organici ai quali avevo dedicato tanto tempo. Abbiamo quindi iniziato una collaborazione, questa volta supportata da tutti i mezzi che aveva la ricerca in Svizzera.</p>
<p>Con i suoi allievi e colleghi il professore svizzero eseguiva indagini ben più approfondite delle mie, addentrandosi nei dettagli più infimi della composizione delle materie minerali e organiche, e le loro evoluzioni nel tempo. Ricerche che presupponevano macchinari all’avanguardia e attrezzature sofisticate, che nel nostro Paese non avevano equivalenti, non in quel settore considerato senza interesse. A quel punto il mio ruolo diventava soprattutto quello di guida locale e di supporto logistico: conoscevo come le mie tasche le terre delle montagne della mia regione, e questo tornava molto utile nel pianificare nel modo migliore i confronti e gli approfondimenti. Gli ottimi risultati che venivano fuori si dovevano anche alle mie conoscenze empiriche e tassonomiche.</p>
<p>Per tutte le certosine e costosissime analisi e le elaborazioni statistiche dei risultati si arrangiavano loro, cosa della quale un po’ mi vergognavo, ma potevo rifarmi nell’esecuzione dei campionamenti e dei prelievi. Sapevo maneggiare bene pala e piccone, mi piaceva prelevare campioni che odoravano di muffa e camminare tra magnifici larici portando dei pesi. E ritornavo poi utile nella redazione degli articoli scientifici, in particolare per quanto riguarda l’inquadramento ambientale e gli aspetti generali dei suoli. Ma inaspettatamente anche nella rilettura e nelle correzioni finali degli stessi. Il mio inglese era così così, con il mio intuito e quello che avevo assimilato nelle mie letture sapevo però creare legami e proporre migliorie. E vedevo quando le frasi tenevano bene e non potevano essere attaccate: lo stile neutro della scienza è un registro retorico come un altro. Con le mie scritture invernali ero allenatissimo a mirare alla forza.</p>
<p>Il professore svizzero sempre sorridente era una micidiale macchina di lavoro, quindi pubblicavamo adesso moltissimi contributi sulle migliori riviste scientifiche. Quello che facevamo attraeva cocciuti ricercatori abituati a lavorare nell’ombra di sottodiscipline telluriche poco conosciute e poco finanziate: a ogni nuovo progetto si univano altri appassionati molto validi, di solito senza chiedere compensi, quando sempre più tutto veniva monetizzato. Spaziavano dagli alberi secolari alle più piccole molecole organiche, passando per il patrimonio genetico di batteri e altri microbi, i vermettini grandi a piccoli, questi o quegli insetti, i carboncini legati agli incendi di migliaia d’anni prima, gli enzimi che controllavano le trasformazioni. Specialisti abituati a andare avanti per conto loro, con tutte le limitazioni annesse e connesse, e che nelle interconnessioni trovavano più senso.</p>
<p>L’ultimo progetto, che metteva al centro proprio gli straterelli della lettiera sui quali mi ero intestardito, fu una cosa imponente. Partecipavano ricercatori di tanti Paesi e di campi diversissimi, molti tesisti, molti studenti. Nei rilievi in campo, sempre in quella regione dove nessun ente mi prendeva davvero sul serio, sembrava un formicaio, ognuno prendeva misure e riempiva sacchettini, trovava soluzioni e aiutava gli altri, con un entusiasmo e una energia che non avevo mai incontrato sul lavoro. Mi davo da fare con questo e con quello, ma mi sentivo un po’ escluso, io che non appartenevo in forma stabile a nessun organismo e che non avevo dietro un laboratorio, che ero ormai uno schiavo della scrittura. Tirava le file una perentoria professoressa della Germania ex-comunista con entrature nelle istituzioni europee, tarchiata e amante dei buoni vini bianchi aromatici, specializzata nella traduzione dei processi dei suoli in modelli matematici.</p>
<p>Sotto la sua guida risoluta tutti i dati confluivano e venivano macinati in folte equazioni, e a me sembrava che perdessero per strada tutta la loro forza, la loro verità, il loro riflettere le particolarità di ogni situazione. Mi pareva che le previsioni che sputavano fuori quei presuntuosi arnesi matematici fossero banali e insulse, per non dire molto approssimate, se paragonate alle mie conoscenze empiriche e alla mia intuizione. Mi sembrava soprattutto che non avessero più nulla a che fare con me, le terre che amavo e il mio lavoro di tanti anni. Ma certo ero io che non avevo dimestichezza con quegli strumenti, per ignoranza e forma mentale, e forse i risultati non erano poi così meschini come mi apparivano. Dopotutto approcci e linguaggi separati entravano per la prima volta in contatto e cercavano di parlarsi. Bisognava forse solo continuare su quella via.</p>
<p>In ogni caso non fu possibile continuare quell’esperienza così unica, come avremmo voluto, nessun organismo era disposto a finanziare tutti quei fanatici sordi ai discorsi dominanti, nessuno capiva le esplosive potenzialità di mettere assieme competenze e visioni così disparate, quelle lingue all’apparenza così inconciliabili, per capire come funziona la terra. Tutti parlano di ecologia, ma le maglie ecologiche sono complesse e difficili da indagare. Nemmeno la volitiva professoressa teutonica aveva gli agganci all’altissimo livello che ci sarebbero voluti.</p>
<p>Nel frattempo c’era stata del resto una crisi finanziaria, e il mondo si concentrava ancora di più sulle questioni ritenute importanti, ben legate al cosiddetto sviluppo economico. Dove non c’era certo spazio per la caccia alle interrelazioni più recondite nei suoli  non impattati dall’uomo, vero e proprio ginepraio ecologico senza ricadute finanziarie immediate. O detto meglio, senza che nessuno sapesse ancora vederne i vantaggi anche economici che senz’altro sarebbero arrivati con l’avanzare della crisi ambientale.</p>
<p>Non lo sapevo, ma per me era finita un’epoca. Non avrei più vagato tra i larici dai tronchi screpolati carico dell’attrezzatura, spiando i criptici segnali che lasciavano intravedere i suoli, non avrei più riesumato le zaffate di funghi e fresca umidità che mi piacevano tanto, non avrei più lavorato fianco a fianco con quelle persone appassionate dei segreti della terra e assetate di risposte. E non avrei legato a qualche giovane quello che sapevo: ben che andasse in futuro si sarebbe condotto qualche studio settoriale, senza una visione d’insieme, senza cercarla, senza badare alle reti di relazioni. Il progresso era quello, la settorializzazione delle conoscenze, e la definitiva perdita di contatto con il tempio dove tutto era legato, la terra.</p>
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		<title>Sostanza organica (sillabario della terra # 14)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/09/27/sostanza-organica-sillabario-della-terra-14/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Sep 2023 05:00:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
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		<category><![CDATA[soil science]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giacomo Sartori </strong>  <br /> Con le sue due facce del brulicare della decomposizione e del perdurare minerale dei fossili, la terra se ne sta quindi tra la vita e la morte. Il suo compito del resto è decomporre i resti dei viventi, compresi gli umani, e trasformarli, grazie alla sua vita strabordante, in elementi riutilizzabili dallo sbocciare vegetale. Nutrendo quindi le fioriture e il rigoglio di altra vita.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-105021" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/sostanza-org-300x201.jpg" alt="" width="400" height="268" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/sostanza-org-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/sostanza-org-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/sostanza-org.jpg 448w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" />La terra si forma dalle rocce e dai sedimenti dei fiumi, dei ghiacciai e del vento: è quindi una materia prevalentemente minerale. La si potrebbe pertanto immaginare inattiva e statica, come i picchi delle montagne e le scogliere. Ed è effettivamente così che nell’ultimo secolo se l’è raffigurata il mondo occidentale. Accanto ai minerali ereditati o trasformati essa contiene però sempre una frazione organica. Espressa in peso è una ridotta percentuale, più spesso tra il due e il quattro per cento, ma sufficiente per affrancarla in modo netto dal regno minerale, facendone una entità completamente a parte.</p>
<p>La componente organica è costituita prevalentemente da resti di piante: foglie, fusti, sostanze sudate fuori dalle radici (molto abbondanti per le specie erbacee) e radichette: una grossa parte muoiono ogni anno. Residui vegetali non più viventi che all’inizio sono ancora intatti e riconoscibili, e poi vengono via via trasformati e elaborati dagli organismi visibili a occhio nudo o microscopici. Che sono anch’essi fatti di sostanza organica. Quindi la terra contiene materia organica morta, a vario stadio di decomposizione, e per una piccola parte anche viva. Ed è proprio quest’ultima che le istilla il suo soffio vitale, rendendola un organismo che pulsa e vive. Ha però ha bisogno della prima.</p>
<p>Il connubio molto intimo tra due componenti appartenenti a due universi opposti, organico e inorganico, costituisce la caratteristica più importante della terra. Che è minerale e viva allo stesso tempo, apparentemente inerte ma in incessante attività, resiliente ma anche vulnerabile e fragile. Essa è però ritrosa, mimetizza la sua doppia natura. Se prendiamo in mano una manciata di terra coltivata, o anche di un vaso di fiori, e leviamo le eventuali radichette non riusciamo a distinguere le due frazioni. Quella organica si tradisce attraverso la colorazione scura, ma si mostra in quanto tale, è anzi legata più o meno intimamente con le particelle minerali. E tanto meno si può vedere il pullulare microscopico.</p>
<p>Con le sue due facce del brulicare della decomposizione e del perdurare minerale dei fossili, la terra se ne sta quindi tra la vita e la morte. Il suo compito del resto è decomporre i resti dei viventi, compresi gli umani, e trasformarli, grazie alla sua vita strabordante, in elementi riutilizzabili dallo sbocciare vegetale. Nutrendo quindi le fioriture e il rigoglio di altra vita. Ci ricorda insomma che vita e morte sono la stessa cosa, non c’è una senza l’altra. Per questo non stupisce la sua sfortuna di immagine e la sua lacuna di autorevolezza, in un’epoca di rimozione della morte.</p>
<p>I metodi industriali di coltivazione, basati sui concimi chimici e su continue lavorazioni della terra, portano a una diminuzione della quantità di materia organica, che se ne va sotto forma di anidride carbonica a aumentare l’effetto serra. Quando si nominano le riserve di carbonio organico pensiamo subito al serbatoio costituito dalle foreste, e invece facendo i calcoli per tutto il Pianeta nei suoli ne è presente una provvista tre volte maggiore. Tagliando le foreste si perde il carbonio della vegetazione, che viene in genere bruciata, e ben presto se ne va via anche gran parte di quello dei loro suoli. Ma appunto se ne scappa nell’atmosfera anche con le forme di coltivazione che attraversiamo viaggiando in treno o in automobile, e che consideriamo normali.</p>
<p>Se diminuisce la sostanza organica gli organismi che fanno vivere la terra, già peraltro indeboliti o decimati dai pesticidi, non hanno più da mangiare, e vedono ridursi la loro diversità. Il che li impedisce di far arrivare alle piante gli elementi necessari di cui queste hanno bisogno (rendendole totalmente dipendenti, il gatto si morde la coda, dai concimi chimici). Ma impedendoli anche, solo negli ultimissimi anni la scienza se ne è accorta e riesce a dimostrarlo, di svolgere il loro ruolo di mitigazione di molti patogeni e parassiti delle piante. La terra è meno viva, e meno intraprendente, meno benefica.</p>
<p>Ci sono però guasti di altra natura molto diversa, legati alla riduzione della parte organica. Venendo a mancare la sua azione di aggregazione delle particelle, la terra si difende molto male dalla compressione causata dai trattori e dalle altre macchine. Così come dalle unghiate delle acque che scorrono in superficie, e dagli scippi del vento. Essa sopravvive allora come può, come testimonia il suo aspetto pallido e per così dire anemico, che chiunque può riconoscere. L’abbiamo pensata come solo minerale, e lei ha dovuto seguirci nella nostra follia, quasi cercando di adattarsi alla nostra immagine.</p>
<p><em>(l&#8217;immagine: Provincia di Tiaret, Algeria)</em></p>
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