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	<title>terremoto &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Lavori in corso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Aug 2019 05:00:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
		<category><![CDATA[sonia ciuffetelli]]></category>
		<category><![CDATA[terremoto]]></category>
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					<description><![CDATA[Sonia Ciuffetelli  Sic et simpliciter Sic et simpliciter. Dicunt. Il nesso stroppio sguidato franto. Obnubilato. Recessit. Polveri infisse su sampietrini spaccati. Di lavori in corso. Sbotta il rumore in centro storico infranto. I silenzi in notturna ballano. Ciuffi di rabbia diventano protesi inalienabili. Indistruttibili. Passi e ripassi. Osservi. Percorsi dei venti in vicoli ciechi. Sbarre. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><strong>Sonia Ciuffetelli </strong></p>
<p><strong>Sic et simpliciter </strong></p>
<p>Sic et simpliciter. Dicunt. Il nesso stroppio<br />
sguidato franto. Obnubilato. Recessit.<br />
Polveri infisse su sampietrini spaccati.<br />
Di lavori in corso.<br />
Sbotta il rumore in centro storico infranto.<br />
I silenzi in notturna ballano.<br />
Ciuffi di rabbia diventano protesi inalienabili.<br />
Indistruttibili.<br />
Passi e ripassi. Osservi.<br />
Percorsi dei venti in vicoli ciechi. Sbarre.<br />
Affacciarsi sull’ultimo mondo<br />
aspirare ultime inalazioni di cantiere.<br />
Puzzo di ferro, cemento in pelle umana.<br />
Alcol e sangue. Calici.<br />
Oltre la barricata. Topi e vuoti.<br />
Forfetarie speranze, incalzano.<br />
Provvedono.<br />
Baratti di parole per un allarme in meno.<br />
O in più.<br />
Fughe in fabula. Radice.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Leggendario</strong></p>
<p>Fintanto canto un tanto che serve.<br />
Pensate inutili. Expedit.<br />
Formulari.<br />
Baubauli ricchi di carogne in bau maggiore.<br />
Cangrandi senza scala.<br />
Osti senza vini. Formule forate.<br />
Al mondo in cu. (B)rioso sguardo.<br />
Foglie umane in forme di zerbini.<br />
Vieni a vedere vieni questa follia silente.<br />
Specchi. D’Italia italiota pluriporca.<br />
Panni al vento. Lingua approssimata.<br />
Cultura zero in con-dotta. Adotta,<br />
addotta, adducente sciatte parole<br />
e spira il vento dal Gran Sasso.<br />
Sesso in marcia sessista. Cultura in cu minuscolo.<br />
Scolo d’ideologie in vapore.<br />
Amminìstrati tu, se ce la fai.<br />
Ah no? Re sia! Ma sono contro la monarchia.<br />
E con chi stai? Con la noia degli analfabeti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Tardi e ritardi</strong></p>
<p>Impianto senza espianto.<br />
Dunque? Pensaci.<br />
Illo tempore potevo imboccarti.<br />
Vorrei ancora. Tanto.<br />
Ma il passo è lungo, il respiro allenato.<br />
Frutti facili in marcescenza, caduti.<br />
Così dentro alle cose. Esco.<br />
Scatto e ritorno. Dentro.<br />
Insieme abbiamo costruito il<br />
paese dei balocchi.<br />
Un balocco mondiale.<br />
Tardi per capire, carpire ora il segreto.<br />
Sul greto del fiume troppo a lungo<br />
ho pianto. Non si aspettava sull’argine il morto?<br />
Sbagliare prospettiva. Essere fuori luogo.<br />
Appanna uno scorcio definisce i tratti dell’immaginazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Dillo perché</strong></p>
<p>Non soccombere. Bombe che non bombano.<br />
Minati territori; da sorvolare. Volat.<br />
Neppure la mafia ci viene più in questa landa.<br />
Chi resta chi scappa. Chi si incarta.<br />
Retorici passaggi, litanìe logore.<br />
Solo perché. Dillo perché.<br />
Perché il monte è duro e il paesaggio brullo.<br />
Perché l’acqua è lontana e i pesci estinti,<br />
l’aria tersa e il cielo perfetto<br />
la gente sana e il ghiaccio impietoso.<br />
A cosa serve la terra se è dura e fredda<br />
se il gelo brucia il verde.<br />
La neve, uno sfondo. In fondo.<br />
Ai progetti. Che non decollano.<br />
Ognuno la sua Itaca, ognuno la sua guerra.<br />
E un silenzio che ogni tanto si spacca.<br />
Fende. Muove, ma non troppo.<br />
Si arrende. Si riallinea alle attese.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>I quattro testi fanno parte della sezione &#8220;Lavori in corso&#8221; inclusa nella raccolta di Sonia Ciuffetelli <em>La farfalla sul pube</em> (Arcipelago Itaca 2018). Il riferimento è al terremoto dell&#8217;Aquila del 6 aprile 2009, anche se mentre leggevo, sbagliando, pensavo alla sequenza Amatrice-Norcia-Visso, di cui la fine dell&#8217;estate mi porta sempre gli echi; ma cosa non li porta, dopotutto, viste le macerie che ancora lì giacciono, il nastro segnaletico, le zone rosse, i divieti di ingresso, e il resto dei feticci degli eterni lavori. (<em>rm</em>)</p>
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		<title>ATLANTI INDIANI #02 Terrae Motus [Aquila 2009-2019]</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/04/08/atlanti-indiani-02-terrae-motus-aquila-2009-2019/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Apr 2019 05:00:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[Atlanti Indiani]]></category>
		<category><![CDATA[terremoti]]></category>
		<category><![CDATA[terremoto]]></category>
		<category><![CDATA[terremoto dell'Aquila]]></category>
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					<description><![CDATA[A dieci anni dal terremoto dell&#8217;Aquila abbiamo raccolto in questo Atlante gli articoli pubblicati da Nazione Indiana sul tema. Dopo tanto tempo la rabbia e la dignità offesa degli aquilani sono le stesse che nel breve cortometraggio &#8220;L&#8217;Aquila è nostra&#8221; di ⇨ Luca Cococcetta li spingono ad abbattere le transenne della zona rossa e a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><center></p>
<div style="border:0px solid black; margin:15px; padding:5px; width:560px; float:center; text-align:justify; color:#000000; font-size:14px;"><iframe loading="lazy" width="560" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/7yfBYNfWn6o?rel=0" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
<p></center><br />
<center></p>
<div style="border:0px solid black; margin:15px; padding:5px; width:560px; float:center; text-align:justify; color:#000000; font-size:14px;"><strong>A dieci anni dal terremoto dell&#8217;Aquila abbiamo raccolto in questo Atlante gli articoli pubblicati da Nazione Indiana sul tema. Dopo tanto tempo la rabbia e la dignità offesa degli aquilani sono le stesse che nel breve cortometraggio &#8220;<em>L&#8217;Aquila è nostra</em>&#8221; di ⇨ <a href="http://www.visionifuture.it/chi-siamo-commercial/" rel="noopener" target="_blank">Luca Cococcetta</a> li spingono ad abbattere le transenne della zona rossa e a gridare con sdegno contro gli speculatori che ridevano all&#8217;idea dei profitti da ricavare con la ricostruzione, in questo stesso paese corrotto, con gli stessi governi inadempienti che si sono succeduti negli anni.</strong></div>
<p></center><br />
<center></p>
<table style="border:1px solid #ffffff; width:500px;" border="0" cellspacing="10" cellpadding="10" bgcolor="#ffffff">
<tr>
<td style="border:1px solid #ffffff;" width="50%">
<p align="right"> ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/05/16/autoritratto-con-sisma/" rel="noopener" target="_blank"><strong><em>Autoritratto con sisma</em> di Gianluca Gigliozzi</strong></a></p>
</td>
<td style="border:1px solid #ffffff;">
<div style="border:1px solid black; margin:15px; padding:5px; width:250px; float:right; text-align:justify; color:#000000; font-size:14px;">
<blockquote style="color: #000000; border-left: 4px solid #b73923; background-color: #ffffff; font-size:14px;"><p>«Ma in quelle ore di lunedì 6 aprile io ne vedo le rovine e le macerie da spettatore, e a tratti non la riconosco nemmeno come la mia città: la città delle mie lunghe passeggiate, dei dislivelli e dell’eterogeneità spaziale che mi hanno segnato e formato nel profondo.» [16 Maggio 2009]</p></blockquote>
</div>
</td>
</tr>
</table>
<p></center><br />
<center></p>
<table style="border:1px solid #ffffff; width:500px;" border="0" cellspacing="10" cellpadding="10" bgcolor="#ffffff">
<tbody>
<tr>
<td style="border:1px solid #ffffff;" width="50%">
<div style="border:1px solid black; margin:15px; padding:5px; width:250px; float:left; text-align:justify; color:#000000; font-size:14px;">
<blockquote style="color: #000000; border-left: 4px solid #b73923; background-color: #ffffff; font-size:14px;"><p>«“Recupero beni”, si chiama, quando, un po’ umiliata, ti metti in fila aspettando che i pompieri, come si chiamavano una volta, ti accompagnino nelle tue quattro mura trafitte, e speri che ti lascino un po’ di più, un po’ di più dell’altra volta, a strappare ai calcinacci qualche pezzo della tua vita precedente.» [22 Giugno 2009]</p></blockquote></div>
</td>
<td style="border:1px solid #ffffff;">⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/06/22/ho-dovuto-prenderla/" rel="noopener" target="_blank"><strong><em>Ho dovuto prenderla</em> di Anna Tellini</strong></a></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p></center><br />
<center></p>
<table style="border:1px solid #ffffff; width:500px;" border="0" cellspacing="10" cellpadding="10" bgcolor="#ffffff">
<tr>
<td style="border:1px solid #ffffff;" width="50%">
<p align="right"> ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/06/28/terremoto-2/" rel="noopener" target="_blank"><strong><em>Terremoto</em> di Elena Rapisardi</strong></a></p>
</td>
<td style="border:1px solid #ffffff;">
<div style="border:1px solid black; margin:15px; padding:5px; width:250px; float:right; text-align:justify; color:#000000; font-size:14px;">
<blockquote style="color: #000000; border-left: 4px solid #b73923; background-color: #ffffff; font-size:14px;"><p>«Cosa succede quando persone, le più eterogenee e disparate, da parti diverse del paese, si trovano, si incontrano, dormono con persone sconosciute, maschi e femmine, stanno insieme, lavorano per raggiungere un obiettivo comune e condiviso?» [28 Giugno 2009]</p></blockquote>
</div>
</td>
</tr>
</table>
<p></center><br />
<center></p>
<table style="border:1px solid #ffffff; width:500px;" border="0" cellspacing="10" cellpadding="10" bgcolor="#ffffff">
<tbody>
<tr>
<td style="border:1px solid #ffffff;" width="50%">
<div style="border:1px solid black; margin:15px; padding:5px; width:250px; float:left; text-align:justify; color:#000000; font-size:14px;">
<blockquote style="color: #000000; border-left: 4px solid #b73923; background-color: #ffffff; font-size:14px;"><p>«Noi aquilani siamo stati gl’involontari – e sino ad ora almeno in parte inconsapevoli – protagonisti dell’apicale esplicitarsi della forza, dell’influenza e della capacità di distorsione che i massmedia hanno raggiunto in Italia.» [13 Luglio 2010]</p></blockquote></div>
</td>
<td style="border:1px solid #ffffff;">⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/07/13/cose-laquila-oggi/" rel="noopener" target="_blank"><strong><em>Cos’è L’Aquila oggi</em> di Enrico Macioci</strong></a></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p></center><br />
<center></p>
<table style="border:1px solid #ffffff; width:500px;" border="0" cellspacing="10" cellpadding="10" bgcolor="#ffffff">
<tr>
<td style="border:1px solid #ffffff;" width="50%">
<p align="right"> ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/07/22/la-rivolta-delle-carriole/" rel="noopener" target="_blank"><strong><em>La rivolta delle carriole</em> di Riccardo Pensa</strong></a></p>
</td>
<td style="border:1px solid #ffffff;">
<div style="border:1px solid black; margin:15px; padding:5px; width:250px; float:right; text-align:justify; color:#000000; font-size:14px;">
<blockquote style="color: #000000; border-left: 4px solid #b73923; background-color: #ffffff; font-size:14px;"><p>«Era il 28 febbraio 2010, la prima manifestazione delle carriole, un’iniziativa spontanea, fisiologica, con la quale gli aquilani hanno voluto esprimere, in un senso molto materiale, la volontà di riprendere in mano il proprio destino.» [22 Luglio 2010]</p></blockquote>
</div>
</td>
</tr>
</table>
<p></center><br />
<center></p>
<table style="border:1px solid #ffffff; width:500px;" border="0" cellspacing="10" cellpadding="10" bgcolor="#ffffff">
<tbody>
<tr>
<td style="border:1px solid #ffffff;" width="50%">
<div style="border:1px solid black; margin:15px; padding:5px; width:250px; float:left; text-align:justify; color:#000000; font-size:14px;">
<blockquote style="color: #000000; border-left: 4px solid #b73923; background-color: #ffffff; font-size:14px;"><p>«Prevedibile, non è prevedibile mai», così il Sismologo di Fama, il Direttore dell’Istituto deputato ad occuparsi di terremoti e dei movimenti interni del nostro pianeta in generale. Così sì che si sintetizza bene la scienza della sismologia, quella che si vorrebbe invece sentir dire «questa zona è sicura», «quest’altra meno.» [29 Maggio 2012]</p></blockquote></div>
</td>
<td style="border:1px solid #ffffff;">⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/05/29/non-e-prevedibile/" rel="noopener" target="_blank"><strong><em>. . . non è prevedibile . . .</em> di Antonio Sparzani</strong></a></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p></center><br />
<center></p>
<table style="border:1px solid #ffffff; width:500px;" border="0" cellspacing="10" cellpadding="10" bgcolor="#ffffff">
<tr>
<td style="border:1px solid #ffffff;" width="50%">
<p align="right"> ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/04/22/le-r-esistenti/" rel="noopener" target="_blank"><strong><em>Le (r)esistenti</em> STORIE DI 27 DONNE AQUILANE </strong></a></p>
</td>
<td style="border:1px solid #ffffff;">
<div style="border:1px solid black; margin:15px; padding:5px; width:250px; float:right; text-align:justify; color:#000000; font-size:14px;">
<blockquote style="color: #000000; border-left: 4px solid #b73923; background-color: #ffffff; font-size:14px;"><p>«<i>Una giornata a L’Aquila</i> 27 donne raccontano: «Non te ne vorresti andare mai. Anche se devastata, l&#8217;Aquila è ancora così bella che amiamo pure le sue cicatrici (Anna Lucia Bonanni)» [22 Aprile 2012]</p></blockquote>
</div>
</td>
</tr>
</table>
<p></center><br />
<center></p>
<table style="border:1px solid #ffffff; width:500px;" border="0" cellspacing="10" cellpadding="10" bgcolor="#ffffff">
<tbody>
<tr>
<td style="border:1px solid #ffffff;" width="50%">
<div style="border:1px solid black; margin:15px; padding:5px; width:250px; float:left; text-align:justify; color:#000000; font-size:14px;">
<blockquote style="color: #000000; border-left: 4px solid #b73923; background-color: #ffffff; font-size:14px;"><p>«Sei anni fa la catastrofe che tutti conosciamo. E la città fu prontamente soccorsa da eserciti nazionali, eserciti di volontari, invasa, quindi. Oltre che le casette rusticane nei paesini, i condomini impersonali delle periferie e agli antichi palazzi che adornavano il suo centro, la sua identità s’è danneggiata, compromessa, s’è persa.» [13 Giugno 2015]</p></blockquote></div>
</td>
<td style="border:1px solid #ffffff;">⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2015/06/13/la-citta-di-frontiera/" rel="noopener" target="_blank"><strong><em>La città di frontiera #0</em> di Alessandro Chiappanuvoli</strong></a></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p></center><br />
<center></p>
<table style="border:1px solid #ffffff; width:500px;" border="0" cellspacing="10" cellpadding="10" bgcolor="#ffffff">
<tr>
<td style="border:1px solid #ffffff;">
<p align="right"> ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/04/20/sentito-terremoto-memorie-dal-sottosuolo/" rel="noopener" target="_blank"><strong><em>Hai sentito il terremoto. Memorie dal sottosuolo</em> di Davide Orecchio</strong></a></p>
</td>
<td style="border:1px solid #ffffff;">
<div style="border:1px solid black; margin:15px; padding:5px; width:250px; float:right; text-align:justify; color:#000000; font-size:14px;">
<blockquote style="color: #000000; border-left: 4px solid #b73923; background-color: #ffffff; font-size:14px;"><p>«Si potrebbe cominciare dalla notte. E da una ragazza. Sei anni fa. All’Aquila. Esce dalla Casa dello studente. È aprile. La primavera già lenisce il freddo e il buio dove s’incammina quando le appare “un fenomeno molto strano”, e lo ricorderà, e lo riporterà: verso Coppito affiora la luce intensa di un colore blu, ma una luce “che non viene dall’alto”, come un fulmine che sgorghi dalla terra, rovesciato.» [20 Aprile 2016]</p></blockquote>
</div>
</td>
</tr>
</table>
<p></center><br />
<center></p>
<table style="border:1px solid #ffffff; width:500px;" border="0" cellspacing="10" cellpadding="10" bgcolor="#ffffff">
<tr>
<td style="border:1px solid #ffffff;">
<div style="border:1px solid black; margin:15px; padding:5px; width:250px; float:right; text-align:justify; color:#000000; font-size:14px;">
<blockquote style="color: #000000; border-left: 4px solid #b73923; background-color: #ffffff; font-size:14px;"><p>«Per suturare le ferite del territorio il governo italiano deve partire dalla ricerca. Ricostruire per ricostruire, nell’emozione dell’emergenza, senza una visione, una pianificazione che copra l’arco di almeno due generazioni, non serve a niente. Che me ne faccio di un borgo riedificato <em>dov’era e com’era</em> se non so garantire l’economia che lo tiene in vita? » [11 Settembre 2017]</p></blockquote>
</div>
</td>
<td style="border:1px solid #ffffff;" width="50%"> ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/09/11/abitare-litalia-fragile/" rel="noopener" target="_blank"><strong><em>Abitare l’Italia fragile</em> di Gianni Biondillo</strong></a></td>
</tr>
</table>
<p></center></p>
<p align="right"><small>[ a cura di ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/orsola-puecher/" rel="noopener" target="_blank"><strong>Orsola Puecher</strong></a>]</small></p>
<p>&nbsp;<br />
<center> ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/atlanti-indiani/" rel="noopener" target="_blank"><strong>ATLANTI INDIANI</strong></a></center></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Perdersi a Teheran</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/05/14/perdersi-a-teheran/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 May 2018 05:00:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#160; di Gianni Biondillo Quando dico che voglio farmela a piedi vedo Kamran impallidire. Siamo alla fiera internazionale del libro di Teheran, seduti uno affianco all&#8217;altro. Il paese ospite del 2017 è l&#8217;Italia. Sono qui insomma nella mia forma anfibia di scrittore e architetto a parlare della mia città, Milano. Kamran è un architetto dai [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-73710" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/totale-1.jpg" alt="" width="2128" height="608" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/totale-1.jpg 2128w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/totale-1-300x86.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/totale-1-768x219.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/totale-1-1024x293.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/totale-1-560x160.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/totale-1-260x74.jpg 260w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/totale-1-160x46.jpg 160w" sizes="(max-width: 2128px) 100vw, 2128px" /></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Quando dico che voglio farmela a piedi vedo Kamran impallidire. Siamo alla fiera internazionale del libro di Teheran, seduti uno affianco all&#8217;altro. Il paese ospite del 2017 è l&#8217;Italia. Sono qui insomma nella mia forma anfibia di scrittore e architetto a parlare della mia città, Milano. Kamran è un architetto dai modi gentili e dall&#8217;italiano impeccabile. Mi ci sto abituando. La gentilezza sembra una caratteristica innata negli iraniani. Ovunque sia stato in queste terre ho ricevuto un&#8217;accoglienza festosa ai limiti dell&#8217;imbarazzo. Il concetto della sacralità dell&#8217;ospite qui è incarnato nella sua forma più pura. Ho girato a Shiraz, Yadz, Esfahan, assieme a Guido Scarabottolo e Marco Belpoliti. Non c&#8217;era volta che qualcuno ci fermasse, volesse chiacchierare con noi, oppure volesse offrirci qualcosa da bere o da mangiare. I pregiudizi occidentali si frantumano appena si mette piede in Iran. Sembra impossibile farci una guerra con questo popolo. Ripenso a quando raccontai all&#8217;amico col passaporto statunitense che sarei andato in Iran. Sgranò gli occhi, terrorizzato. Stavo andando nel cuore dell&#8217;impero del male, a suo dire.<img loading="lazy" class="alignleft wp-image-73703" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/MM-Teheran-1024x576.jpg" alt="" width="457" height="265" /></p>
<p align="JUSTIFY">Sono due i modi che ho di capire una città, spiego ai presenti. Una è girarci in metropolitana. La rete della mobilità pubblica racconta molte cose dell&#8217;economia, la vivibilità, l&#8217;urbanistica di una metropoli. A Teheran la metropolitana è arrivata tardi, meno di venti anni fa. Una città di queste dimensioni avrebbe bisogno del doppio delle linee realizzate. I vagoni sono sempre pieni di gente, le distanze da coprire impressionanti. Nei primi giorni mi sono mosso così, uscendo dalla pancia della città puntualmente là dove occorreva. Sopratutto in centro, anche se parlare di centro è una piccola forzatura. Teheran è capitale da soli due secoli. I suoi monumenti insigni sono rari e relativamente moderni, rispetto la millenaria storia di queste terre. Da buon turista ho visitato il Palazzo Golenstan, il museo nazionale, persino le residenze dello Scià, costruite con quel gusto nobiliare e “occidentalista” al limite fra il sublime e il kitsch. Molto più interessante il Bazar. Smisurato, eppure ordinato, efficiente, come sono gli iraniani. Nulla a che vedere con i suk del Cairo o del resto del mondo arabo, affascinanti e caotici.</p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" class="alignright wp-image-73705" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/palazzo-imperiale-1-e1525451069433-169x300.jpg" alt="" width="229" height="392" />D&#8217;altronde gli abitanti di Teheran non sono arabi. Sembra una banalità ribadirlo, ma per chi ha una visione monodimensionale del mondo, l&#8217;Iran è una continua messa alla prova dei propri pregiudizi. Quando scendi dall&#8217;aeroplano le scritte in arabo ti ingannano. Poi appena li senti parlare capisci che la loro lingua non ha nulla a che vedere con le lingue semite. Sai che sono musulmani, ma da buon occidentale ignorante, non distingui la differenza che c&#8217;è fra sunniti &#8211; il resto del mondo &#8211; e sciiti. Loro. Che, alla fin fine, sono persiani. È quello che mi dicono di continuo. Veniamo da lontano, abbiamo migliaia di anni di storia sulle spalle. Siamo un popolo di costruttori, di architetti. E di ingegneri, aggiungo. La più alta presenza di laureati in ingegneria procapite al mondo, dopo la Cina.</p>
<p align="JUSTIFY">Un popolo colto. E vanesio. L&#8217;obbligo del velo, per dire, ha infinite declinazioni in città. Ognuna di queste esprime una posizione politica, culturale, generazionale. Dal classico chador nero, conservatore e passatista, agli infiniti e coloratissimi foulard che, di ragazza in ragazza, scoprono sempre più il capo e la nuca, mostrando acconciature e make up impeccabili. E nasi rifatti. L&#8217;Iran è il paradiso della rinoplastica. L&#8217;esibizione dei cerotti al naso postoperatori è costante. Sia da parte delle donne che degli uomini.</p>
<p align="JUSTIFY">Insomma, la Teheran postrivoluzione, cupa e in bianco e nero raccontata magistralmente da Marjane Satrapi è molto differente da questa <i>swinging Teheran</i>, fatta di locali notturni, ristoranti, gallerie d&#8217;arte, feste private, cantanti di strada. I ritratti dei martiri che tempestano i muri della città sembrano non fare colpo sui suoi giovani abitanti. L&#8217;età media degli iraniani è 27 anni. La maggior parte della popolazione non ha vissuto gli anni bui e strazianti della guerra contro l&#8217;Iraq. Sembrano tutti affamati di vita, di novità, di leggerezza.</p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-73706" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/torre-e1525451208126-576x1024.jpg" alt="" width="278" height="480" />A piedi, ribadisco. Kamran scuote il capo. “Credo sia impossibile attraversare Teheran a piedi” mi dice, infine, quasi scusandosi per avermi contraddetto. In realtà ha ragione lui. Non ho molto tempo per visitare tutte le architetture contemporanee che sono state costruite in questi anni. Il dopoguerra ha fatto esplodere il settore edilizio, dando l&#8217;opportunità ai giovani talenti di sperimentare forme, spazi, materiali. Un&#8217;intera generazione di architetti che ha studiato in Europa, in America, in Giappone, che naviga su internet, che studia e che ora costruisce senza complessi d&#8217;inferiorità o timori provincialistici. Sono i progettisti di una nuova borghesia, ricca e colta, antipauperista. Gaudente. Teheran ha dimensioni spaventose. Otto milioni di abitanti che raddoppiano contando l&#8217;area metropolitana. Quasi ottocento chilometri quadrati di edifici che premono dall&#8217;altopiano sulle pendici dei monti Elburz. Le distanze e le differenze altimentriche da sud a nord della metropoli sono tali che potrebbe nevicare in una parte della città mentre nell&#8217;altra splendere il sole. Ci vorrebbe una macchina per poter visitare le ville borghesi, i grattacieli residenziali, i complessi sportivi, gli alberghi, gli spazi espositivi che stanno facendo Teheran una capitale dell&#8217;architettura contemporanea in Asia (e non solo).</p>
<p align="JUSTIFY">Ma io la macchina non ce l&#8217;ho. E neppure la patente. E poi l&#8217;altro metodo, spiego ai pochi rimasti ad ascoltarci, è proprio quello di camminare. Solo così capisco com&#8217;è fatta una metropoli. Comprendo il suo livello di sostenibilità e di sviluppo potenziale. Una città non è fatta solo di monumenti. Una città non è un poema, e semmai un romanzo, pieno di pagine di prosa farraginosa, pesante, compilativa. Il mood di una città non lo fa la singola emergenza ma l&#8217;anonimo tessuto connettivo.</p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-73708 " src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/museo-1024x576.jpg" alt="" width="660" height="380" /></p>
<p align="JUSTIFY">La mattina appresso mi muovo di buon&#8217;ora. Mi lascio alle spalle il khaniano Museo d&#8217;arte contemporanea di Kamran Diba (bello e con una collezione che toglie il fiato) e mi inoltro nel parco Laleh, una delle poche emergenze verdi in una metropoli soffocata dal traffico e dal cemento. E pensare che “paradiso” è una parola persiana che significa “giardino”. Per quello che fu un popolo di abitanti del deserto un giardino è il paradiso in terra. Il mio errore è che mi immetto subito dopo nell&#8217;arteria di Doctor Fatemi street. Qui il traffico è senza posa. Tutta Teheran è una griglia di strade a più corsie, una rete che intrappola le macchine, piuttosto che farle scorrere. Anche solo pensare di attraversare la strada è un atto di fede. Nessuno si ferma, occorre gettarsi nel fiume di lamiere augurandoci di sopravvivere ogni volta. L&#8217;aria è sporca di polveri sottili e smog. Neppure a Città del Messico ho avuto questa sensazione di soffocamento. Tutti si muovono in automobile. Tutti. I ragazzi che mi hanno accompagnato in questi giorni mi hanno confessato, candidi, di non aver mai preso la metropolitana in vita loro. L&#8217;automobile è il mezzo di espressione più evidente della loro emancipazione di classe. Fra una generazione la rinoplastica verrà sostituita dalla pneumatologia nei loro studi universitari. In fondo alla strada vedo emergere l&#8217;affasciante mole del ministero degli interni, variazione iraniana di un brutalismo d&#8217;altri tempi. Io però preferisco infilarmi in una strada secondaria. Evito il traffico, muovendomi in isolati più compatti, lasciandomi andare alla deriva, con l&#8217;unica regola di evitare le grandi arterie.</p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" class="wp-image-73711 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/strada-1.jpg" alt="" width="496" height="284" />Da qui in poi, muovendomi generalmente verso nord est, mi perdo in una architettura minore, a metà fra residui di eredità razionalista, speculazione di bassa qualità e nuovo edificato che tenta di imitare improbabili stili internazionali, vernacolari, pseudo-classici, para-decò. Un desiderio di rinnovamento caotico, spurio, spesso solo di facciata. Trash. Tipico, a pensarci, di ogni metropoli contemporanea. Non esiste un progetto di arredo urbano coerente, ogni edificio privato rifà il suo pezzo di marciapiede, chi in pietra, chi in mattoni, chi in cemento. Cammino così in un incongruente spazio pubblico, residuale per i suoi abitanti, che lo vivono con indifferenza. Attraverso le strade a otto corsie grazie a cavalcavia pedonali che mi permettono una visione dall&#8217;alto del traffico, poi mi ributto nel chiuso dei quartieri residenziali. Così, per chilometri.</p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" class="alignright wp-image-73712" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/strada-2.jpg" alt="" width="494" height="286" />La densità dell&#8217;incasato è impressionante. Teheran ha cambiato faccia più e più volte, in un&#8217;orgia edificatoria senza regole. La devastazione del terremoto del 1990 a qualche centinaio di chilometri dalla capitale – oltre 40 mila morti – sembra non abbia lasciato memoria. A detta di molti sismologi iraniani la verità è che si dovrebbe spostare la capitale da qualche altra parte. Il prossimo movimento tellurico potrebbe radere al suolo buona parte della città, causando un numero di vittime di gran lunga più esorbitante. Giunto al Saiei Park faccio una pausa. Osservo i grattacieli in vetro e acciaio di Valiasr Street, così prevedibili nel loro linguaggio internazionalista. Come puoi far transumare quindici milioni di persone?, penso. È chiaro che il primo dei problemi è adeguare l&#8217;intero edificato – non solo quello di nuova fattura &#8211; a norme più severe. Sarebbe uno sforzo economico enorme, chiaro. Ma alla distanza il più redditizio.</p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" class="wp-image-73713 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/ponte.jpg" alt="" width="533" height="307" />La camminata si fa faticosa, andare verso nord significa cambiare di quota. Svincoli e hight way urbane consumano ogni possibile spazio pubblico. La profezia di Kamran sembra realizzarsi. Poi finalmente arrivo al Ports park. Gente, ovunque. Che passeggia, staziona, si sdraia sui prati, mangia qualcosa. Fra la voragine creata dalla Modares hightway, che la divide dal Taleghani park, svetta il nuovo simbolo di Teheran, il Tabiaat bridge. Tutte le persone che lo frequentano, e sono migliaia, sembrano smentire ogni funesta profezia. Il ponte è per tutti un punto di sosta, di scambio simbolico, di incontro fra una sponda e l&#8217;altra, sotto un fiume caotico di macchine. Un luogo da vivere, proprio come m&#8217;era capitato di osservare a Esfahan, dove i ponti storici sul fiume Zaiandè vengono utilizzati come piazze urbane dove discutere, cantare, camminare mano nella mano. Non è vero che a Teheran ci si possa muovere solo in macchina. I suoi abitanti, anzi, vorrebbero tornare a vivere e occupare lo spazio pubblico. E in un mondo dove si costruiscono sempre più muri, l&#8217;idea di un ponte come simbolo di una città non può che essere una buona notizia.</p>
<p align="JUSTIFY">(<em>pubblicato in forma più breve su</em> Abitare<em>, numero 569, novembre 2017. Le pessime foto fatte col cellulare scrauso sono mie</em>)</p>
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		<title>Cronache mesopotamiche</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Oct 2017 05:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Lidia Massari]]></category>
		<category><![CDATA[terremoto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Lidia Massari Forse i paesi collinari si assomigliano tutti, non so. Io questi conosco, per esserci stata deposta, per caso, alcuni decenni fa; “per caso”, nel senso che i miei giovani genitori, che vivevano altrove, al mio apparire pensarono che sarebbe stato un bene piantare le tende al paese di origine di uno dei [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><img loading="lazy" class="size-large wp-image-70701 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/MC-1024x522.jpg" alt="" width="720" height="367" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/MC-1024x522.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/MC-300x153.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/MC-768x391.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/MC.jpg 1754w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></p>
<p style="text-align: right;">di <strong>Lidia Massari</strong></p>
<p>Forse i paesi collinari si assomigliano tutti, non so. Io questi conosco, per esserci stata deposta, per caso, alcuni decenni fa; “per caso”, nel senso che i miei giovani genitori, che vivevano altrove, al mio apparire pensarono che sarebbe stato un bene piantare le tende al paese di origine di uno dei due, Recanati, appunto, senza in realtà aver ben chiaro il loro futuro, credo. (Da qui nessuno di noi si è più mosso).</p>
<p>Dicevo: sembra facile, la geografia, con tutti quei fiumiciattoli paralleli. E invece no: ogni collina sembra un pallone pieno d&#8217;acqua, fai un buco e sgorga una fonte. Le colline sono solcate da rigagnoli (fossi) che appaiono e scompaiono, formano avvallamenti, diventano pericolosi come torrenti quando piove tanto. Per arrivare a Recanati da Macerata c&#8217;è un ponte sopra un fantomatico (perché l&#8217;acqua non c&#8217;è) “fosso Rica&#8217;”: che tutti noi da bravi bambini traducevamo in buon italiano “fosso dei cani”, e che invece ha a che fare con l&#8217;antico toponimo di qui, “Ricale”. Ne parla pure Leopardi. No, non “quello”, che tutti qui chiamano Giacomo, ma suo padre Monaldo [1].</p>
<p>Dicevo: in linea d&#8217;aria i paesetti collinari all&#8217;intorno sembrano a portata di mano, di fatto inerpicarsi su per i colli rende ogni vetta una conquista: le strade o sono dritte, brevi e con pendenze alpine, o procedono a zig zag, contorcendosi come serpenti e rendendo distanze minime (apparentemente), lunghissime. Quando nevica (e nevica tutti gli inverni) e le strade sono ghiacciate, capita di rimanere isolati. I paesetti tanto carini si stanno svuotando: molto più comoda la costa, ampi parcheggi, mega centri commerciali, autostrada. Insomma: il paese è bello, ma non ci vivrei.</p>
<p>Le strade che seguono i corsi d&#8217;acqua, dalla costa all&#8217;interno, sono battutissime oggi, come lo erano un tempo. Come la regina delle strade, la strada Regina, bellissima storpiatura: il nome deriva da “Rècina”, Helvia Rècina, la città romana che sorgeva ai piedi della collina dove oggi su cui oggi è distesa Macerata. Fiume, strada: e in fondo, sul mare, Potentia, fondata nel 184 a.C. Per dare terre coltivabili a chi aveva combattuto la seconda guerra punica. A proposito, Potentia nel 56 a.C. fu squassata da un tremendo terremoto, e fece fatica a riprendersi. Tanto per non dimenticare.</p>
<p>Poi ci sono strade, anch&#8217;esse antichissime, che servono per andare al di là. Le strade che valicano, e i paesi che fanno da sentinella. Siccome, come si è capito, io descrivo quello che vedo dalla finestra, per me la sentinella naturale verso l&#8217;altra valle è Montelupone, a guardia della mia Mesopotamia, e custode della Mesopotamia sorella, quella fra il Potenza e il Chienti.</p>
<p>Una strada antica è quella che congiunge Montelupone con San Claudio. C&#8217;è un posto magico, da quelle parti, fai cento metri e ti si apre ora la valle del Potenza, ora quella del Chienti, e tu sei lì, in alto, e vedi tutto, dal Conero fino ai monti d&#8217;Abruzzo, nessuna casa, ma, però, un&#8217;orribile carrozzeria (cofani arrugginiti pneumatici e quel senso d&#8217;incuria delle vecchie officine). Questi posti proprio non hanno la vocazione al sublime.</p>
<p>Il Chienti è proprio un grande fiume (nell&#8217;ordine delle misure nostrane, si capisce, mica sto parlando del Po; comunque nelle Marche è il secondo), deturpato, violentato, antropizzato quasi selvaggiamente. La zona verso il mare è quella più ricca di insediamenti industriali (zona di scarpari). Il suo corso è bloccato e irregimentato da due dighe importanti (formano i laghi di Polverina e Caccamo). Riceve le acque di un piccolo corso d&#8217;acqua con due nomi Fiastrone/Fiastra: alla confluenza sorge un&#8217;abbazia famosa. Anche sul Fiastrone c&#8217;è una diga. Il punto in cui comincia il Chienti segna anche il confine con l&#8217;Umbria: Serravalle.</p>
<p>Inutile dire che anche lungo questo fiume corre una strada parallela, una strada di grande comunicazione il cui tratto più recente, che arriva a Foligno, è stato inaugurato da Renzi nel luglio del 2016. La violenza perpetrata sul fragile territorio dell&#8217;entroterra dal lungo serpente d&#8217;asfalto è stata già raccontata da altri [2].</p>
<p>Proprio passando per quelle strade, più di quarant&#8217;anni fa, papà ci portava sui monti. Lui, che era nato e cresciuto in città, che aveva passato le estati della dolce vita a Riccione, ma aveva conosciuto le Dolomiti, scopriva la bellezza e il mistero delle nostre montagne. E scopriva con meraviglia la ricchezza delle acque, gli spazi intatti, e il silenzio. E decideva di costruire lì il suo secondo nido, in un piccolo borgo di cui dovrò parlare (per quanto sia doloroso, oggi).</p>
<p>Non so se la mappa illustra a sufficienza le mie parole: noi che stiamo qui, invece, abbiamo chiarissima l&#8217;idea di tutto quello che il terremoto ha mandato in malora. Perché non è affatto sicuro che “tutto tornerà come prima”.</p>
<p><a href="https://www.facebook.com/cronachemesopotamiche/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Io di questo vorrei parlare</a>, ora forse si capisce meglio perché.</p>
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<p><em>Diario di una testimone &#8211; Fiastra, 2016-2017</em></p>
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<p>5 settembre 2016</p>
<p>Torno in paese per la prima volta. Noto crepe che prima non c&#8217;erano, qualche pietra per terra, oggetti caduti. La chiesa, la ragione di esistere di questo borgo, sembra integra (era stata riaperta nel 2015 dopo il restauro post terremoto &#8217;97), ma un&#8217;ordinanza dice che è inagibile, chiusa. È comparsa una tenda blu della protezione civile, ma non ci dorme nessuno, perché, come disse la vicina di casa, “se nun dovemo dormi&#8217;, almeno sto nel letto mio”. Tutto quasi normale, insomma. È andata bene, un po&#8217; peggio che nel &#8217;97, ma è andata.</p>
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<p>17 novembre 2016</p>
<p>Mi ricordo la fuga in montagna, dopo due settimane dalle scosse terribili, due settimane di totale paralisi e paura di fronte alla distruzione che non ha ancora trovato degne parole. Le strade interrotte, le deportazioni degli abitanti. L&#8217;urgenza che ho sentito, impellente, di raccontare. E mi ricordo il pudore che mi ha impedito di scattare foto delle macerie del paese, e della chiesa. Conservo l&#8217;immagine di una delle case di legno (senza acqua né riscaldamento né servizi igienici) donate dal comune di Cesate. Lì dormiranno i miei vicini per tutto il gelido inverno 2016/2017.</p>
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<p>8 marzo 2017</p>
<p>Non provo rimorso per non aver scattato foto, a novembre. Quelle di marzo sono identiche: tutto uguale, salvo qualche pietra in più per terra, qualche buco più largo, qualche muro più imbarcato. Quando arrivo quassù, dopo un mese e mezzo, le strade hanno ancora, ai lati, cumuli di neve (e nevischio scende dal cielo in una giornata livida e fredda). Sono quattro mesi che “Cronache” racconta, e l&#8217;obiettivo si fa un po&#8217; più coraggioso, spia fra le crepe. Non l&#8217;obiettivo, ma l&#8217;occhio torna a guardare la chiesa, osserva con rispetto e sconforto quel che rimane della casa del prete, che ha perso il tetto e la parete laterale. La vista oscena di un letto, un tavolo, una scansia con dei libri. Una trapunta rossa che il tempo sta pian piano facendo sbiadire Non pubblico niente, mentre i media sparano immagini di neve-neveemacerie-lupivaganti-pecoresottolaneve senza che sul fronte dei decisori pubblici cambi una virgola. Tanto i terremotati stanno al mare, fa freddo, cosa si potrebbe fare? Pochi, pochissimi resistenti trascorrono l&#8217;invernata così, in condizioni inimmaginabili, arrangiandosi e nel silenzio, perché intanto, sciolta la neve, di pecore&amp;macerie non importa più niente a nessuno. Passa così, nel nulla, una primavera lunghissima di attese e ritardi.</p>
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<p>24 agosto 2017</p>
<p>Qualcosa si muove, in effetti. E qualcuno, anche. Per esempio, si sono mossi in tanti, durante l&#8217;estate, per venire qua a fare festa, o a discutere e tentare di fare comunità, come è accaduto con “Terreinmoto” o “Borgo Futuro”. Ci sono stati momenti in cui folla e allegria sembravano quelle di trent&#8217;anni fa, quando tutte le seconde case erano piene di villeggianti. Nel prato dietro casa sono comparse due enormi tensostrutture, finalmente: una stalla e un deposito di fieno, già pieno fino in cima. La stalla è vuota: le bestie stanno sul Ragnolo al pascolo (e al fresco). Hanno passato l&#8217;inverno scorso in una stalla inagibile e rischio crollo perché non c&#8217;era un&#8217;alternativa. Ora andrà meglio. Qui, tra Fiastra e Acquacanina (fusi da gennaio in un unico comune) sono due le aree già urbanizzate in cui i lavori per le abitazione d&#8217;emergenza sono a buon punto. A Fiastra le prime case sono state consegnate il 23 agosto, e già nelle settimane precedenti era stata completata la piccola area commerciale nella parte alta del paese. Il sindaco ha annunciato il restauro di San Paolo e San Lorenzo, due delle chiese storiche. Dell&#8217;Abbazia di Santa Maria di Meriggio, e di altri monumenti di qui, non si parla ancora. Come non si parla -perché è tutto vago e fumoso- dei tempi di recupero di prime e seconde case, come torna incerta l&#8217;apertura della scuola di Fiastra, visto che le indagini geologiche pare che non siano incoraggianti. E intanto i cronisti che il 24 sono tornati qui continuano a parlare di “casette” e ricostruzione come se fossero sinonimi, come se la consegna dei villaggi SAE fosse la pietra tombale che chiude questa storia di gente “rancorosa” [3].</p>
<p>Sul sagrato della chiesa in dieci minuti si fermano due macchine: gente che scende, fa le foto alle macerie, e se ne va. Forse non è solo turismo macabro, forse è un bene che si cominci a guardare. Forse. Il nastro biancorosso che circondava la chiesa si è sciolto. Ci sono rifiuti, e un vago odore di urina. Qualcuno ha lasciato sotto l&#8217;arco della porta una bottiglia di birra.</p>
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<p>Ottobre 2017, a quasi un anno dalle scosse tremende.</p>
<p>Consegnano SAE col contagocce, ma le inaugurazioni fanno molto rumore. Ne mancano due terzi: più di duemila case provvisorie da consegnare, e la Corte dei Conti che comincia a invocare chiarezza, e ditte costrette a lavorare 14 ore al giorno, e operai sfruttati in subbuglio. Perché le colpe dei politici ricadono, come sempre, sui soggetti più deboli. È cambiato il commissario straordinario, a settembre, ma quasi nulla è cambiato, nemmeno fossimo a Donnafugata. Sono cambiate le persone, le persone hanno cambiato luoghi e abitudini, nel frattempo. Siamo cambiati noi che raccontiamo. Non è venuta meno la voglia di testimoniare, con onestà, e con ostinazione.</p>
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<p>[&#8230;]</p>
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<p>Note</p>
<p>[1] Monaldo Leopardi, <em>Serie dei vescovi di Recanati, con alcune brevi notizie della città e della chiesa </em><em>di</em><em> Recanati raccolte dal conte </em><em>Monaldo Leopardi, </em>Recanati, 1828</p>
<p>[2] Loredana Lipperini, <em>Questo trenino a molla che si chiama il cuore. La Val di Chienti, le Marche, lungo i confini</em>, Laterza 2014</p>
<p>[3] http://www.cronachemaceratesi.it/2017/07/06/symbola-stringe-sulla-ricostruzione-nellarcipelago-del-sisma-carancini-servono-leggi-chiare/984502/</p>
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		<title>Abitare il mondo con stupore</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/09/22/abitare-mondo-stupore/</link>
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		<pubDate>Fri, 22 Sep 2017 05:18:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Francesca Matteoni Ai bambini e alle bambine di Camerino e a Tullio. Con affetto e gratitudine. &#160; Tentando di fermare su una mappa un’estate infinita e densa come lo era solo nell’infanzia, nominerò per primo il luogo, Camerino, immerso nelle colline dell’Italia profonda che scivolano l’una nell’altra con i girasoli, le stoppie, il bestiame [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Francesca Matteoni</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Ai bambini e alle bambine di Camerino e a Tullio. Con affetto e gratitudine.</em></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-69701" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/12_170711_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-727.jpg" alt="" width="600" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/12_170711_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-727.jpg 1500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/12_170711_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-727-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/12_170711_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-727-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/12_170711_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-727-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/12_170711_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-727-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tentando di fermare su una mappa un’estate infinita e densa come lo era solo nell’infanzia, nominerò per primo il luogo, Camerino, immerso nelle colline dell’Italia profonda che scivolano l’una nell’altra con i girasoli, le stoppie, il bestiame e i borghi abbandonati, dove fra giugno e luglio un team multidisciplinare di cui ho fatto parte, composto da una psicologa, artisti e documentatori provenienti da Toscana, Umbria ed Emilia, ha abitato e lavorato al progetto artistico <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/06/21/geo-grafie-dellambiente-intorno/"><strong>IO SONO QUI</strong></a>, coinvolgendo quattro gruppi di ragazzi fra i sei e i tredici anni. Perché l’arte come parametro educativo? Abbiamo più volte sottolineato che l’approccio artistico è laterale, si sposta verso l’inconsueto, i margini dove spesso si annidano nuove possibilità. Vorrei aggiungere che per sua natura l’artista è costantemente a caccia di storie, si allena a scovare il potenziale, a trasformare poeticamente ciò in cui si muove, e dunque è pronto anche a spezzarsi, essere contraddetto, restare in attesa con una pazienza molto simile alla fede, stupirsi. Anzi l’artista vuole tutte queste cose: vuole non sapere, stare un po’ nel vuoto, lasciarsi sorprendere, essere l’approdo e non l’origine delle storie.  Sapevamo di essere arrivati a Camerino a causa del terremoto, della frattura creata in un paesaggio che è al contempo interiore ed esterno, ma sapevamo anche che la parola “terremoto” non poteva venir fuori da noi: è stata lì durante i giorni trascorsi coi bambini, visibile e in attesa di rivelarsi, di trovare un senso altro rispetto all’immediato o più semplicemente di dirsi com’è – ma la semplicità è ardua da definire.</p>
<p>Cosa è accaduto in queste settimane? In modo progressivo siamo entrati insieme ai bambini nel tempo e nello spazio come se non fossero affatto dimensioni scontate e quell’<em>io sono qui</em> è diventato la risposta enigmatica e aperta alla più importante delle domande: non <em>chi sei?</em>, ma <em>dove sei?</em> Dove abiti, cosa ti abita quando dirigi l’occhio alla vita intorno e siete parte l’uno dell’altra: carne, mura, sogni, fili d’erba,  colline, ossa, linfa, acqua, pietre, ricordi.</p>
<p>Per primo è venuta l’esplorazione della settimana di <a href="https://www.facebook.com/pg/iosonoqui.lab/photos/?tab=album&amp;album_id=308092476315846"><strong>S-GUARDO</strong></a>, in cui i bambini hanno percorso i luoghi della città in compagnia delle loro macchine fotografiche per riprendere il brutto e il bello, il piccolo e il grande, il vicino e il lontano, il naturale e l’artificiale, scoprendo che l’atto del guardare è regolato dalle prospettive, dal “come” più che dal “cosa” si guarda.  Da vicino, ad esempio, anche il piccolo diventa grande. E accade perfino il contrario, perché lo sguardo consapevole richiede la lentezza in cui il panorama si allarga: un albero è grande per noi, ma rimpicciolisce quando l’occhio sale alla montagna. Osservare così conduce a selezionare e poi ritrovare qualcosa che procede sempre al nostro fianco, ma non la si riconosce abbastanza finché non facciamo attenzione ovvero iniziamo a  “camminare con uno scopo”. Può accadere allora che anche il bello e il brutto subiscano variazioni a seconda del nostro stato d’animo e anche il grigio del cielo non pesa, se sotto di lui giochiamo insieme. Mutano le domande: non <em>cosa vedi</em>, ma <em>che sensazione provi?</em> Muta il senso della parola <em>armonia</em>, si fa personale e inclusiva, e allora qualcuno scrive che guardare una cosa bella fa sentire “energico, commosso, emozionato”, perché la bellezza ha radici forti nella memoria e la risveglia. Memoria di luoghi dove si è stati, perfino memoria di quanto ancora non c’è, una  appartenenza radicale che ci riguarda. Alcuni dei bambini sono ritornati alla Rocca, il punto più alto di Camerino, proprio accanto alla zona rossa e davanti alle montagne, per la prima volta dopo il terremoto, forse compiendo un primo piccolo passo nella riappacificazione col tutto dopo la <em>disarmonia</em> &#8211; quel qualcosa che si interrompe e crea uno spasmo nelle sensazioni come nelle parole. È stata realizzata una mappa percettiva della città, con tutti i posti del cammino e delle future giornate di laboratorio: il D’Avack, sotto gli alberi, la Rocca, l’orto botanico, la foresteria e per ogni posto si è mescolato il bello e brutto, seguendo il cuore e la mente, oltre che l’occhio. Abbiamo preso confidenza col posto, iniziando a riconoscerlo.</p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="ct8lVT02wzg"><iframe loading="lazy" title="IO SONO QUI | S- GUARDO | Prima Settimana" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/ct8lVT02wzg?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
<p>Nella seconda settimana lo sguardo è diventato gioco nel laboratorio <a href="https://www.facebook.com/pg/iosonoqui.lab/photos/?tab=album&amp;album_id=312110529247374"><strong>+ SPAZIO</strong></a>, ribaltando le categorie, provando a misurare il tempo con lo spazio, rispondendo a strani quesiti senza soluzione: quanto dura il poco? Quanto dura il tanto? Un’ora dura sempre nel solito modo? E di domanda in domanda ci siamo detti che “un bambino può essere un posto piccolo, ma dentro di lui può entrarci tanto”; o che la pioggia che ci ha sorpreso mentre eravamo in giro con i più grandi è la materializzazione del “tempo nello spazio”. Ci siamo estesi come i monti e ridotti a sassolini o a creature che stanno nei buchi, abbiamo liberato l’idea di spazio con tutto quello che ne viene – allargamento, costrizione, straniamento, sopravvivenza; abbiamo giocato con le parti dei nostri corpi, componendo statue umane un po’ ridicole, un po’ provocatorie, ci siamo rifugiati su una zattera immaginaria dove l’aria a disposizione diminuiva velocemente e dove quindi siamo stati spinti a cercare vie di fuga, utilizzare altre parti della nostra persona oltre alle gambe e le braccia; ci siamo trasformati in tribù di animali ciechi, che tentavano riunirsi tramite i versi caratteristici: ruggiti, cinguettii, nitriti, miagolii, fuori dal linguaggio umano e dal più abusato dei sensi – la vista. Quando le possibilità di movimento e interazione si riducono si attivano altre risorse, la nostra fantasia è in fermento per arginare il disagio, ma anche semplicemente per accettare la sfida. Alla fine Tempo e Spazio sono venuti a trovarci quali personaggi di una fiaba a cui però mancava il finale. Perché? Certo, perché il finale dovevano scriverlo i ragazzi, ognuno con la sua sensibilità e senza il timore del giudizio, ma, più in profondità, perché il vero finale di qualsiasi storia è nel lettore. Le storie, infatti, si scrivono almeno in due &#8211; chi le inizia e chi le interpreta, portandole nel suo quotidiano. È un po’ quanto accade con le memorie che non aderiscono mai al fatto in sé: cambiano, si fanno fluide a seconda delle stagioni. L’immaginazione crea, riporta in superficie frammenti che non sembrano importanti per l’approvazione della massa, ma lo sono quando ci si ascolta uno a uno. I bambini hanno scritto, imparando che nessun ricordo e nessuna fantasia sono sbagliate, ma è difficile, come scriveva W.B.Yeats in una sua poesia, andare fra gli altri senza magnifici mantelli – <em>ci vuole più coraggio a camminare nudi</em> – ovvero vestiti delle cose perdute e ritrovate, dei palloncini che un giorno sono scappati di mano e dimorano per sempre in qualche casa di vento.  Stare nel <em>qui</em> vuol forse dire mirare all’essenziale, smettendo di pensare “il tempo nemico dell’uomo e lo spazio sempre insufficiente”, lasciando andare i pesi inutili, ancorati dentro di noi nei nomi e nei pezzi di passato. Vuol dire ripetersi che “ci vuole tempo per guadagnare spazio”, un tempo di cammino, osservazione, crescita; questo è l’insegnamento del gioco e nelle frasi dei bambini anche Gioco è un personaggio del girotondo di Spazio e Tempo, perché “pure la fantasia gioca”: perfino le storie dicono la verità giocando, prendono per mano paure e desideri.</p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="gDpLv8jJarg"><iframe loading="lazy" title="IO SONO QUI | + SPAZIO | Seconda Settimana" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/gDpLv8jJarg?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
<p>Siamo giunti così alla terza settimana e all’incontro con Alice, la bambina saputella che precipita nel paese delle stramberie, dove i discorsi non hanno capo né coda, si aprono scuole sotto il mare e i conigli bianchi, come è noto, sono in ritardo. Alice cade in un buco, desidera ardentemente raggiungere il giardino che intravede da una serratura, cerca di esprimere un senso in un universo che ne è privo, diviene consapevole dei confini fra il mondo del sogno e della veglia e di come entrambi partecipino della realtà. Nei laboratori di <a href="https://www.facebook.com/pg/iosonoqui.lab/photos/?tab=album&amp;album_id=315616115563482"><strong>ALICE IN 4 TEMPI</strong></a> i bambini hanno inseguito un animale chiudendo gli occhi e affidandosi alla visione interiore; sono caduti in luoghi scomodi, larghi, familiari, strani, senza poter parlare per via della “terra in bocca”; atterrando su “ un prato di trifogli con il vento che soffiava”;  vincendo “l’ansia” e trovando la “felicità” per l’incontro con la ragazzina letteraria. Dove sperimentavano la caduta? Quale il luogo reale &#8211; quello del nostro appuntamento quotidiano o quello della loro esplorazione fantastica? Dove il qui e l’ora? Restano domande aperte perché in un’esistenza sola sono molte le vite che immaginiamo, che addirittura viviamo popolando il solito prato di sensazioni molto diverse a seconda di quando ci andiamo, con chi, con quale stato d’animo. Riempiamo il posto con noi stessi e poi impariamo che <em>il mondo esiste</em> come in un verso di Montale, anche quando noi siamo altrove. Ma se non si cade, se non ci si arrende una prima volta al potere del luogo nel nostro cuore non possiamo nemmeno desiderare, che significa alla lettera <em>sentire la mancanza delle stelle</em>, di quelle luci che guidano, così serene e fredde, mentre ci troviamo al buio e tendiamo il viso al cielo. Ai loro desideri i bambini hanno dato una forma nuova, realizzando un piccolo disegno che li rappresentasse restando tuttavia misterioso, non didascalico, segreto. Come è lunga la strada da un buco nel suolo agli astri, anche per toccare i propri desideri c’è da colmare un tragitto segnato con il pennarello e di volta in volta simboleggiato da una linea tortuosa, elegante, ingarbugliata, colorata, dritta, interrotta, che dà al percorso la sua dimensione emotiva. Alcuni desideri appaiono facili, altri impossibili, alcuni si avverano solo nella fantasia: l’importante è mettersi in moto per avverarli, anche se cambieranno o si scorderanno. Dopo il desiderio viene l’apprendimento e siamo entrati con la fantasia in scuole particolari, una per ogni bambino che ha descritto la propria, raccontando dove si trova, di cosa è fatta, quali sono le materie di studio, incoraggiati dall’episodio assurdo e irriverente della Tartaruga d’Egitto e della sua scuola nelle onde dell’oceano. Per qualcuno la scuola ha coinciso con la propria camera, per un’altra era di gelato, zucchero filato e senza mal di pancia; al suo interno si può imparare a “diventare più piccolino”; “a portare fiducia in se stessi”; a “volare e inseguire i propri sogni”. Certo alcune fantasie e insegnamenti colpiscono di più l’attenzione dell’adulto, ma tornando ai bambini e alla generosità con cui si sono donati, tutto quanto è stato detto ha un valore speciale: diventare piccolini, per esempio, è riuscire a nascondersi e rammentarsi dei dettagli che rendono unico il vissuto. Per qualche bambino la scuola deve essere trasparente e antisismica e magari sorge proprio nel centro storico di Camerino. Piano piano ci siamo avviati in una fiaba vera e prossima &#8211; la finzione ci ha permesso di rimuovere l’imbarazzo o il timore; piano piano siamo usciti nell’espressione e con sorpresa di tutti ci siamo diretti proprio verso la zona rossa, che per giorni abbiamo costeggiato, raggiungendo la recinzione di legno che protegge la chiesa di San Venanzietto. È lì che abbiamo scritto i messaggi al mondo traendoli fuori dalla scuola immaginaria, fuori dalla scatola di tempo che sono i bambini; abbiamo scritto un libro di gesso, legno e precarietà, di sole acceso e un po’ solenne sul primo rientro per alcuni nei pressi del centro storico, e anche noi, le traghettatrici, siamo state  trasportate da loro nelle parole. “Capire gli animali”; “condividere la felicità”; “prendersi cura delle piante”; “cercare sempre ciò che si è perso”, sono solo alcuni dei messaggi, ma vorrei che un attimo riusciste a scorgerli anche voi, mentre percorrono la breve salita, scelgono il colore, alcune bambine si commuovono e si abbracciano. Una volta dato voce al nostro muro, siamo scesi via dalla zona rossa per l’ultimo incontro con Alice e come lei eravamo ormai prossimi al risveglio. Con il blocchetto e un pennarello i bambini hanno scovato oggetti di qualsiasi tipo, da una foglia a una grata di ferro, nei quali identificarsi attraverso tre aggettivi con cui hanno composto una poesia di tre versi sul sonno, il sogno e ciò che siamo. Abbiamo scritto veloci, seduti su un muretto o su una panchina, accanto all’albero di susino su cui qualcuno avrebbe voluto arrampicarsi per cogliere i frutti scuri: la scrittura è il nostro sogno lucido: mentre il corpo dorme, se ne anima un altro plastico e sottile che riflette tutto quello che vede.</p>
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<p>Un corpo come proiezione emotiva e mentale di sé è stata la linea guida della quarta settimana, dedicata al laboratorio <strong><a href="https://www.facebook.com/pg/iosonoqui.lab/photos/?tab=album&amp;album_id=319022511889509">IMMAGINE CORPOREA</a></strong>.  Siamo partiti dalla Rocca cercando la sintonia con l’ambiente: davvero il nostro corpo finisce nella punta delle dita o dei piedi, sulla cima della testa, nei fili dei capelli? Cosa significa toccare qualcuno o qualcosa, possediamo, noi, mani invisibili che accorciano la distanza? I bambini hanno vagato per il parco verso le montagne all’orizzonte o il tetto della cattedrale, sperimentando un contatto nuovo e abbracciando le cose con lo sguardo. Sempre sono lì i crinali, le case, il verde, e perché allora solo guardando tutto con intenzione, come riemergendo a se stessi dal gioco delle scorse settimane, si manifestano nella loro novità, ci stupiscono? Ci siamo stretti agli alberi e qualcuno ha raccontato che accade spesso di toccare questi fratelli maggiori; abbiamo abbracciato i pali dei lampioni e il muro di una casa; abbiamo riconosciuto un altro elemento del paesaggio, umano, ma quasi assorbito dalla città: i militari con la loro camionetta. Chi ha voluto quindi è andato loro incontro, stringendo la mano, avventurandosi all’interno del mezzo, perché gli accadimenti traumatici sconvolgono e portano mutamento nei luoghi e nelle persone e il vero rischio è abituarsi al presente senza conoscerlo, senza scoprire che ciò che ci protegge &#8211; una fronda, la mano di un soccorritore, un’arma, un muro, un cielo aperto e saldo – è ciò che ci espone. Molti bambini si sono sentiti tristi o strani abbracciando la chiesa o un palazzo, identificando tra i monti un’abitazione divenuta inaccessibile, eppure erano pronti per accogliere il sentimento, qualsiasi esso fosse: abbiamo fatto un passo nella riconciliazione.</p>
<p>Ho scritto all’inizio che il terremoto è una frattura ambivalente – fisica e spirituale. Quello che posso aggiungere ora, è che una frattura è anche lo spazio che nel dramma lascia filtrare la luce. La distanza fra i bambini e le montagne, la ruvidità fra corteccia e pelle, le lacrime e le finestre spezzate sono tutte manifestazioni di frattura e di vuoto in cui ci rialziamo dopo la caduta. Protetti prima, poi esposti alla forza delle nostre emozioni, infine, con le parole di una bambina, aiutanti: “ho sentito di voler aiutare e proteggere la mia città”. Con una passeggiata siamo arrivati al muro solido del cimitero, lo abbiamo guardato, toccato, sentito, ci siamo appoggiati per gettare gli occhi più lontano possibile davanti a noi, abbiamo sostenuto la pietra antica in silenzio. Nel pomeriggio a ogni bambino è stato assegnato un grande foglio: lavorando a coppie hanno tracciato le sagome gli uni degli altri e dopo hanno riempito il ritratto con due colori contrastanti – il più e il meno amato. Ospitiamo differenze dentro di noi, quanto ci piace e quanto non ci piace là fuori si radunano nelle nostre varie parti – le gambe, il busto, la testa, la sinistra o la destra, le braccia. Lasciando vuoti gli spazi degli occhi e del cuore, i ragazzi hanno elaborato stili soggettivi di disegno e decorazione all’interno dei confini corporei. Poi con un pennarello hanno scritto le cose che portano negli occhi e nel cuore e ciò che li sostiene lungo la spina dorsale. Negli occhi “gli alberi che fanno stare bene” , “quiete”, “stranezza”, “tranquillità”, “un muratore”, “il vivere bene”; nel cuore “libertà”, “ricordi”, la sorella o la mamma, “la natura”, uno sport, “il canto”, “il mio cane”, i nomi degli amici, “l’affetto per quasi tutti”, una passione. E lungo la spina dorsale a sostenerci “io”, “ la lealtà”, “la fiducia in me stessa”, “le grandi amicizie” “delle pietre molto, molto resistenti da non crollare per la paura”.  Le sagome erano tutte a terra nel tendone, ognuna con un bambino e un paesaggio dentro, e noi sul finale con un bel po’ di magone e silenzio, perché abitare un posto è abitare se stessi, il più straniero dei luoghi, il più imprevedibile, il più nascosto, mentre lo si esibisce fra gli altri.</p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="oVyET5v6ht4"><iframe loading="lazy" title="IO SONO QUI | IMMAGINE CORPOREA | Quarta Settimana" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/oVyET5v6ht4?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
<p>Nell’ultima settimana, dedicata alla preparazione dell’evento finale con tutti i suoi materiali, ma anche alla decorazione delle scatole personali dei ricordi, ci siamo raccontati le sensazioni rimaste dai laboratori, il significato di IO SONO QUI, che si è rivelato vicinanza, aiuto, sostegno reciproco, attesa. <em>Io sono qui</em> perché ciò che provo non può essere sciolto mai da ciò che mi accoglie, da ciò che si anima attorno.</p>
<p>Quello che resta, a poche settimane dalla conclusione e dall’arrivederci, sono alcuni dettagli, perché è troppo presto per raccontare o sapere tutto, se mai lo sapremo, e i semi piantati hanno bisogno di pazienza per crescere e ramificare. Penso, pensiamo, alle bambine e ai bambini che sono stati i nostri compagni in tutti questi giorni e li vediamo fra anni ritornare con la memoria, magari sorridere, sentire che non ci siamo perduti nonostante la lontananza, come non si perde chi condivide un momento di verità. Li vediamo schiudersi alla speranza fino alla fine. Ora, pescando nella sfera brillante dei giorni d’estate, ecco che escono certi occhi vivaci, le teste che si immergono sotto la fontana e le risa mentre camminiamo dalla Rocca al D’Avack, dei fiori di malva e di cicoria che ci spiano e a volte raccogliamo, delle mani, delle magliette e delle gambe d’improvviso azzurre, verdi, gialle per il colore a tempera che si è sparso ovunque, uno zaino efficientissimo, dove c’è quanto serve per cavarsela in ogni stagione, un primo amore, della pioggia che ci mette in difficoltà e poi ci rende più vicini. Ci ricorderemo che le nuvole vanno velocissimo quando ci si prende il tempo per sdraiarsi in un prato e guardarle, a qualsiasi età, in qualsiasi posto &#8211; recuperiamo il tempo e lo spargiamo nel cielo. E che il cielo dell’amicizia fra noi, voi, le indimenticabili colline di quest’Italia centrale, si può frangere, turbare e piangere a dirotto, ma che poi trova un suo modo, si ricompone.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-69675" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/10_170718_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-193_PRESS-1024x683.jpg" alt="" width="600" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/10_170718_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-193_PRESS-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/10_170718_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-193_PRESS-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/10_170718_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-193_PRESS-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/10_170718_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-193_PRESS-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/10_170718_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-193_PRESS.jpg 1500w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></p>
<p><strong>IO SONO QUI – geografie del sé e dell’ambiente intorno a sé</strong></p>
<p><strong>Presentato da Zappa! Ideato, curato e condotto da Emanuela Baldi, Francesca Campigli, Francesca Matteoni, Paola Papi.</strong><br />
<strong> Realizzato con il patrocinio del Comune di Camerino, in collaborazione con Istituto Comprensivo Ugo Betti e Sistema Museale di Ateneo &#8211; Orto Botanico Carmela Cortini.</strong><br />
P<b>rogetto selezionato dal bando <em>Progetti volti alla promozione di attività volte al recupero delle regolari attività scolastiche ed extrascolastiche nelle zone colpite dal terremoto</em>, sostenuto da MIUR, IPSSEOA Costaggini Rieti, Ripartiamo dalla Scuola.</b></p>
<p><strong>Fotografie di Guido Mencari.</strong></p>
<p><strong>Video di Lorenzo Bernardini e Michele Manuali</strong></p>
<p><strong>Grafica di Marino Neri.</strong></p>
<p>INFO SUL PROGETTO:<br />
<strong><a href="http://www.zappalab.com/io-sono-qui-2/">pagina web/sito zappa<br />
</a><a href="https://www.facebook.com/iosonoqui.lab/">pagina FB IO SONO QUI</a></strong><br />
<strong> <a href="https://www.youtube.com/channel/UCRN8w0nDXVaHRoRyMZQsX_w">canale YOUTUBE IO SONO QUI </a></strong><br />
<strong><a href="https://www.instagram.com/iosonoqui.lab/">Instagram</a></strong></p>
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		<title>IO SONO QUI &#8211; Evento pubblico conclusivo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/07/19/evento-pubblico-conclusivo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Jul 2017 10:17:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Si conclude il 22 luglio l&#8217;esperienza di &#8220;IO SONO QUI. Geo-grafie del sé e dell&#8217;ambiente intorno a sé&#8221; progetto laboratoriale diretto ai bambini di Camerino di cui si può leggere QUI la descrizione. Per chi volesse seguirci su facebook, questa è la nostra pagina, con le foto, i video e i racconti settimanali: https://www.facebook.com/iosonoqui.lab/ &#160;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Si conclude il <strong>22 luglio</strong> l&#8217;esperienza di <strong>&#8220;IO SONO QUI. Geo-grafie del sé e dell&#8217;ambiente intorno a sé&#8221;</strong> progetto laboratoriale diretto ai bambini di Camerino di cui si può leggere <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/06/21/geo-grafie-dellambiente-intorno/"><strong>QUI</strong></a> la descrizione. Per chi volesse seguirci su facebook, questa è la nostra pagina, con le foto, i video e i racconti settimanali: <strong>https://www.facebook.com/iosonoqui.lab/</strong><br />
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<p>&nbsp;</p>
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		<title>IO SONO QUI. Geo-grafie di sé e dell’ambiente intorno a sé</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/06/21/geo-grafie-dellambiente-intorno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Jun 2017 05:15:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
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					<description><![CDATA[Progetto a cura di Emanuela Baldi, Francesca Campigli, Francesca Matteoni, Paola Papi, in collaborazione con Associazione Zappa! e Istituto Comprensivo Ugo Betti, con il patrocinio del Comune di Camerino. IO SONO QUI è un progetto artistico-formativo rivolto a bambini e ragazzi tra i sei e i dodici anni, che si snoderà tra le strade e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="alignright size-full wp-image-68477" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/copertina_facebook_iosonoqui-copy.jpg" alt="copertina_facebook_iosonoqui copy" width="1772" height="656" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/copertina_facebook_iosonoqui-copy.jpg 1772w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/copertina_facebook_iosonoqui-copy-300x111.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/copertina_facebook_iosonoqui-copy-768x284.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/copertina_facebook_iosonoqui-copy-1024x379.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1772px) 100vw, 1772px" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Progetto a cura di Emanuela Baldi, Francesca Campigli, Francesca Matteoni, Paola Papi, in collaborazione con Associazione Zappa! e Istituto Comprensivo Ugo Betti, con il patrocinio del Comune di Camerino.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>IO SONO QUI </em>è un progetto artistico-formativo rivolto a bambini e ragazzi tra i sei e i dodici anni, che si snoderà tra le strade e le piazze di Camerino tra Giugno e Luglio. Si compone di più interventi a carattere laboratoriale, con modalità esecutive e strumenti diversi, ma con una unica finalità: fare sperimentare ai partecipanti il mondo che li circonda e trovare in esso una dimensione di appartenenza e identità.</p>
<p style="text-align: justify;">La proposta s’incentra sul valore dell’arte che trasforma grazie alla sua energia creativa, che permette di superare ostacoli e di convertire limiti in potenzialità ed ha come presupposto il principio che il mondo dipende da come lo guardo. Durante le attività verrà quindi presa in considerazione la relazione col reale, e la sua soggettività, in base alla qualità delle esperienze vissute e agli stimoli percepiti.</p>
<p style="text-align: justify;">Accompagnati per 5 settimane in un  viaggio di presa di consapevolezza, dove il processo di apprendimento è mirato a esperire la creatività come strumento di libertà individuale e di rielaborazione del vissuto, gli studenti vivranno un’esperienza di consapevolezza a più livelli, emotivo/emozionale, intellettuale/didattico e fisico/performativo, in cui sperimenteranno attraverso diverse pratiche artistiche la propria capacità espressiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Il progetto è composto da <strong>4 macro attività</strong> collegate tra loro: quattro laboratori con diversi registri espressivi, dalla scrittura al disegno, dal gesto performativo al disegno. In particolare: S-GUARDO, un percorso di educazione all’immagine attraverso la fotocamera; +SPAZIO, una esplorazione delle misure e dei concetti di spazio e tempo; ALICE IN 4 TEMPI, lettura e rielaborazione di un classico per immaginare nuovi scenari possibili; IMMAGINE CORPOREA, rielaborazione dell’ambiente che ci circonda attraverso l’empatia.</p>
<p style="text-align: justify;">I partecipanti saranno protagonisti di un micro processo formativo sia individuale che collettivo, al termine del quale “torneranno a casa” con nuovi sguardi, nuovi valori, nuovi significati che convergono tutti in una ricerca verso il cuore delle cose, un essenziale, un riferimento valoriale da condividere con la collettività. Gli interventi faranno leva sulla curiosità dei bambini verso l’esplorazione, la scoperta e la conoscenza, passando attraverso l’osservazione del mondo che ci circonda, la relazione con i luoghi e il tempo, l’immaginazione di nuove possibilità, l’azione in empatia con l’altro, infine la crescita e la comunicazione del vissuto.</p>
<p style="text-align: justify;">Il percorso si concluderà il 22 luglio, con un <strong>evento finale</strong> di restituzione pubblica, in cui i bambini e le bambine condurranno gli adulti attraverso l’esperienza vissuta. Tutto il processo sarà documentato ed i risultati saranno narrati in un video, una pubblicazione ed un piccolo percorso espositivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il progetto è curato da uno staff di artisti e professionisti della formazione che condividono il valore evolutivo delle pratiche artistiche e riconoscono le arti come esperienze che trasformano, in particolare quando svolte in modo collettivo e partecipato. Le metodologie condivise dalle operatrici del progetto hanno carattere partecipato e sono volte al coinvolgimento dei vari soggetti all’interno di un processo formativo, creativo e artistico, tenendo conto delle varie caratteristiche dei partecipanti. In particolare si farà riferimento a un approccio <em>learning by doing</em> (imparare facendo) e alla condivisione delle pratiche proposte in una maniera trasversale e non giudicante, ma che accoglie le risposte di tutti alle varie proposte e che include così ognuno con le proprie attitudini e disponibilità a mettersi in gioco.</p>
<p style="text-align: justify;">IO SONO QUI è uno dei progetti selezionati dal bando <em>Progetti volti alla promozione di attività volte al recupero delle regolari attività scolastiche ed extrascolastiche nelle zone colpite dal terremoto</em>, sostenuto da MIUR, IPSSEOA Costaggini Rieti, Ripartiamo dalla Scuola.</p>
<p style="text-align: justify;">Info su pagina facebook IO SONO QUI</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.zappalab.com">www.zappalab.com</a></p>
<p><a href="mailto:iosonoqui.lab@gmail.com">iosonoqui.lab@gmail.com</a></p>
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		<title>La macchina perfetta</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/08/31/la-macchina-perfetta/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 Aug 2016 16:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro chiappanuvoli]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro gioia]]></category>
		<category><![CDATA[Amatrice]]></category>
		<category><![CDATA[terremoto]]></category>
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					<description><![CDATA[(Alessandro Gioia Chiappanuvoli è stato ad Amatrice. Ha scritto un resoconto che reputo importante leggere. Qui di seguito ve ne copio una parte, il resto, foto comprese, lo trovate sul suo sito. G.B.) Il primo pensiero è stato devo andare. E come sette anni fa, sono andato. Quel che di buono sono riuscito a fare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>(<em><a href="https://chiappanuvoli.wordpress.com"><strong>Alessandro Gioia Chiappanuvoli</strong> </a>è stato ad Amatrice. Ha scritto un resoconto che reputo importante leggere. Qui di seguito ve ne copio una parte, il resto, foto comprese, lo trovate sul suo sito.</em> G.B.)</p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Il primo pensiero è stato devo andare. E come sette anni fa, sono andato.<br />
Quel che di buono sono riuscito a fare non è importante. Quel che avrei potuto fare in più è un rimpianto che porterò sempre con me.<br />
Ogni singola persona che ho incontrato la mattina del 24 agosto merita di essere lodata anche solo per aver avuto il coraggio di esserci. Non a loro è rivolta la rabbia con cui scrivo questo testo. La ricostruzione che faccio della prima fase dell’emergenza è frutto solo della mia osservazione diretta, ma condivisa con molte altre persone che quel giorno c’erano, e quindi spero, fortemente spero, del tutto sbagliata.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Sono arrivato tra le 5.30 e le 6.00. Entrato in paese, le parole del Sindaco Pirozzi, «Mezzo paese è crollato», mi sono subito sembrate un nulla: Amatrice non c’era più.<br />
Per capire come muovermi, ho fatto un breve giro di perlustrazione durante il quale ho incontrato, oltre agli abitanti di Amatrice e a parenti e amici accorsi da Roma, solo una squadra del Soccorso Alpino aquilano munita di cane (3 persone), un paio di poliziotti, una manciata di Guardie Forestali e alcuni medici giunti dall’Aquila.<br />
Verso le 7.00 sono cominciate ad arrivare le prime squadre di Vigili del Fuoco e delle Protezioni Civili locali, almeno nella zona dove mi trovavo. Lungo il corso, invece, c’erano quattro o cinque capannelli di persone al lavoro, a occhio, non più di cinquanta, cento unità ma a grande maggioranza civile. Molti gli aquilani, e non sarebbe potuto essere altrimenti.<br />
A metà mattinata, attorno alle 10.00-10.30, c’erano diverse squadre di Carabinieri, Finanzieri, militari, poliziotti, Soccorso Alpino, Soccorso Speleologico, Unità Cinofile (ne ho incontrate almeno 6 o 7), Croce Rossa, gruppi di operai d’imprese edili, oltre ai VVFF e ai volontari della PC. E tanti, tanti civili. Una forza lavoro non sufficiente, ma finalmente degna di nota, nell’ordine di qualche centinaio di persone.<br />
I primi mezzi meccanici, bobcat di ditte private in particolare, li ho visti quando era già mezzogiorno. Le strade potevano essere liberate e i soccorsi potevano muoversi con più rapidità. Da allora in avanti, a quasi otto ore dal sisma, mi sento di dire che la macchina dei soccorsi era in piena efficienza. O meglio, sarebbe potuta essere in piena efficienza. </span></span></span><em><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Perché non è una mera questione di numeri, lo sottolineo con forza, bensì di come il lavoro di soccorso è organizzato.</span></span></span></em><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"> Mi spiego. La finalità di quanto scrivo è che vorrei che si potesse imparare dagli errori, una buona volta; e non emettere una mera sentenza che lascia il tempo che trova.</span></span></span></p>
<p>(<em>il seguito potete leggerlo<strong> <a href="https://chiappanuvoli.wordpress.com/2016/08/30/la-macchina-perfetta/">qui</a></strong></em>)</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Per esempio il terremoto in Emilia il 29 maggio 2012</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/06/02/per-esempio-il-terremoto-in-emilia-il-29-maggio-2012/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe zucco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Jun 2012 06:00:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[carpi]]></category>
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		<category><![CDATA[finale emilia]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe zucco]]></category>
		<category><![CDATA[sciame sismico]]></category>
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		<category><![CDATA[terremoto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giuseppe Zucco Finita, è finita, sta per finire, sta forse per finire. Samuel Beckett Per esempio la tachicardia. &#160; Per esempio il nome del paesino attorno a cui ronzano tutte le troupe e i giornalisti e i mezzi tecnici e i ponti satellitari dopo la prima grande scossa della settimana scorsa, Finale Emilia, un [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left" align="right">di<strong> Giuseppe Zucco</strong></p>
<p style="text-align: left" align="right"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/06/02/per-esempio-il-terremoto-in-emilia-il-29-maggio-2012/terremoto-4/" rel="attachment wp-att-42638"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-42638" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/Terremoto-300x202.jpg" alt="" width="300" height="202" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/Terremoto-300x202.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/Terremoto-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/Terremoto.jpg 585w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p align="right">Finita, è finita, sta per finire, sta forse per finire.</p>
<p align="right"><em>Samuel Beckett</em></p>
<p>Per esempio la tachicardia.<br />
&nbsp;</p>
<p>Per esempio il nome del paesino attorno a cui ronzano tutte le troupe e i giornalisti e i mezzi tecnici e i ponti satellitari dopo la prima grande scossa della settimana scorsa, Finale Emilia, un nome già in odore di apocalisse se non ricordasse qualcosa di ancora più sconveniente, <em>Finale di partita</em> di Samuel Beckett, l’opera teatrale che organizza l’idea di un’opprimente immobilità della storia, come se le strade, le stradine, le piazze, le case dai mattoncini rossi, fossero trattenute nel limbo del prossimo sciame sismico.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per esempio i paesini vuoti, desolatamente vuoti, catastroficamente vuoti, come nei film di fantascienza, solo le costruzioni sopravvissute a un invisibile e sofisticatissimo virus alieno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per esempio, nei luoghi apparentemente meno visitati dal sisma, l’impressione che non sia accaduto nulla, che tutto scivoli come in precedenza, che la vita sia impilata regolarmente tra la monotonia degli affari quotidiani, se non fosse che poi piccoli dettagli, i vetri rotti, le tegole a terra, segnalino che alle pareti delle case rimaste in piedi corrisponda un inabissamento del tetto e dei piani superiori.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per esempio gli anziani filanti in bicicletta sotto il sole a picco delle due di pomeriggio per andare a vedere come procedono i lavori di puntellamento della loro casa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per esempio la tachicardia preceduta o seguita da un momentaneo giramento di testa, il segno che la terra sotto i piedi non è il luogo adatto sopra cui programmare una qualsiasi cosa che non sia la paralisi o la fuga.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per esempio la zona rossa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per esempio i gazebo bianchi e le numerosissime tende verdi gialle marroncine montate nei giardini o nei parchi dove famiglie intere decidono di trascorrere la notte, oppure le macchine parcheggiate in mezzo ai campi con i cuscini bene in vista dallo sportello aperto, o anche le tavolate allungate in strada senza più un posto libero.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per esempio una signora anziana tutta vestita di nero, l’espressione di incredulità incartapecorita in piccole rughe intorno agli occhiali dalle lenti spesse, che procede lentissimamente dalla porta di casa appoggiandosi a un girello mentre un altro signore di qualche anno meno anziano la segue portando delle buste cariche di vestiti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per esempio una giornalista con i capelli neri che entrando dentro l’inquadratura fissa della telecamera che avrebbe compreso il suo mezzo busto e un’antica costruzione sventrata sullo sfondo chiede all’operatore se le doni o meno un lungo foulard di seta rosa prima che l’operatore le ricordi che in mezzo al terremoto quel foulard non suonerebbe né vero né autentico, risultando un modo per perdere immediatamente credibilità, un harakiri mediatico, a dirla tutta, cosa a cui la giornalista risponde ok levando il foulard e indossando una giacca di pelle nera.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per esempio la tachicardia che mi spinge a misurare i battiti cardiaci dal polso e a stringere il petto come se stessi tamponando una ferita.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per esempio il nastro rosso e bianco srotolato ovunque.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per esempio la faccia bianchissima di un ragazzo seduto accanto alla madre sull’erba rada del parco con due valigie davanti ai piedi che racconta guardando fisso nel vuoto e senza riuscire a controllare l’impercettibile vibrazione del labbro superiore quanto si percepisca spossato e abbandonato dalla protezione civile e come gli psicofarmaci lo aiutino a prendere sonno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per esempio la signora sulla cinquantina con i capelli rossi che di tutta la devastazione appena scampata mi racconta invece come la vasca colma d’acqua e di pesci rossi collocata nel centro del giardino sia stata completamente svuotata dal rullio impressionante della terra &#8211; ha sollevato l’acqua e i pesci in aria, dice &#8211; un simbolo che nella sua compiutezza narrativa sembra già racchiudere i futuri sviluppi degli eventi, compresa la vicenda della madre non autosufficiente, a letto, presa in braccio e portata di corsa fuori dalla casa mentre il paesaggio intorno è una lunga lunghissima oscillazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per esempio il suono nuovo e decisamente irripetibile in contesti più rilassati con cui le persone ferme immobili davanti alla telecamera crepitano tra le altre la parola t-e-r-r-i-b-i-l-e.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per esempio il levare precipitoso della tachicardia nel momento in cui, dopo avere resistito tutto il giorno, mettendomi in fila per pagare un panino e andare in bagno nell’unico posto trovato aperto sulla strada verso Carpi, realizzo che il soffitto pende sulla mia testa come una nerissima promessa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per esempio i bambini che infilano in corsa leggera un campetto di terra battuta senza minimamente dare credito al fatto che a pochi chilometri dall’avversario scartato con un fulminante uno due di gambe interi paesi siano stati semicancellati dalle cartine geografiche.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per esempio la tipologia di sorriso che i più sgranano cordialmente mentre riportano l’elenco completo delle crepe apparse nella propria abitazione, un sorriso sbucato sotto i baffi macchiati dalla nicotina o compreso nella strategia di un leggerissimo trucco femminile, l’alba di un sorriso che si dispiega poco per volta, a scatti, un sorriso dolce che poi si fissa e si rattrappisce agli angoli e si congela in una feritoia da cui s’intravede un coro di fantasmi seduti in circolo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per esempio una coppia, lui mentre spinge il passeggino, lei con un bambino piccolissimo in braccio, che all’unisono, con un accento non italiano, mi invitano a non essere ripresi dalla telecamera per non essere visti dai propri genitori che abitano fuori dall’Italia ma seguono costantemente i canali satellitari, il padre di lei soffre gravemente di cuore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per esempio il fruttivendolo che domanda, dosando sapientemente curiosità e sarcasmo, se anche noi dormiremo qui stanotte come la maggioranza degli sfollati, mentre io ho già prenotato il biglietto del treno di ritorno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per esempio la tachicardia che non cede, non scema, non si riduce a ordinario sussulto neanche una volta sul treno, tantomeno a casa, come se il terremoto proiettasse la sua forza rullante anche qui, dentro i limiti della gabbia toracica, e continuasse a squassare la certezza di ogni solidità, di ogni stabilità, di ogni compattezza, venendo a sfidare soprattutto questa ambizione, riuscire a resistere in quanto esseri umani ai crolli, ai cedimenti, all’incredibile varietà di crepe e fenditure che ci toccano e ci toccheranno in sorte.</p>
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		<title>Contadini del sacro</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/06/01/contadini-del-sacro/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Jun 2012 09:45:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Arminio]]></category>
		<category><![CDATA[mirandola]]></category>
		<category><![CDATA[terremoto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Franco Arminio Non hanno detto o non ho sentito neppure un nome dei morti, conta solo il numero. E tutte le parole che dicono alla fine tengono lontano il dolore, il dolore del padre che aveva rimproverato il figlio perché non studia o perché si ritira tardi, il dolore di vedere un corpo tumefatto, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Franco Arminio</strong></p>
<p>Non hanno detto o non ho sentito neppure un nome dei morti, conta solo il numero. E tutte le parole che dicono alla fine tengono lontano il dolore, il dolore del padre che aveva rimproverato il figlio perché non studia o perché si ritira tardi, il dolore di vedere un corpo tumefatto, dentro la tasca il telefonino intatto, la camicia bianca piena di polvere, il pantalone grigio con una macchia di sangue che pare un bicchiere, il dolore del funerale, il corpo dentro il legno, basta un corpo, uno solo che non parla più, mentre un diluvio di parole cade da ogni parte. Dopo il terremoto ci vuole un poco di silenzio o, se si vuole parlare, allora bisogna parlare dei morti.<span id="more-42632"></span> Forse vedere un corpo appena è tirato via da un capannone sarebbe uno squarcio alla retorica che nebulizza ormai ogni evento, ne fa un altro cartone da imballaggio per intrattenere i consumatori della notizia. Se non si vuole far vedere un piede, un occhio, se non si vuol far vedere una mano rotta, la macchina che aveva quel tizio, la borsetta dell’operaia, il quadro alla parete, i profumi dentro il bagno, se non si vuol far vedere la vita allora è meglio oscurare il video, togliere l’audio, mandare in onda solo una scritta con le notizie, solo la parola nuda, se davvero si vuole essere la prossima volta un poco più pronti.</p>
<p>Invece il terremoto è uno spettacolo, perfetto per la pista facile delle polemiche, per dare la parola agli esperti, per mischiare scienza e paure spicciole e poi dire degli aiuti e dei provvedimenti del governo. Le parole, le scene sono sempre quelle. Si dice di un paese distrutto, non si da alcuna notizie dei gatti morti, per esempio. Nelle case che cadono spesso abitano anche i gatti. Andiamo a raccogliere un libro tra le macerie, andiamo a salutare qualcuno con un sorriso molto sincero, molto affettuoso. Pensiamoci veramente al vedovo, alla vedova, alla madre che ha perso il figlio, al figlio che ha perso la madre. Consideriamoci quel che siamo, animali che possono farsi gentilezze. Dobbiamo essere contadini del sacro, piuttosto che spacciatori di disincanto. E dobbiamo mettere i pali di una democrazia profonda, chiudere nei cassonetti la scartoffie dei banchieri, gli intrallazzi dei calciatori, le compassate viltà dei cardinali. C’è da pensare intensamente a quei capannoni crollati, pensare che il capitalismo ha sempre più un cuore macabro e mangiare alle sue mense può sfamare ma non rende felici. Una democrazia degli scontenti non serve a niente, non serve a niente crescere, uscire dalla crisi, se non ci prendiamo veramente cura di chi soffre, se non sentiamo il dovere di onorare veramente i morti.</p>
<p>Sarebbe stato bello se il Presidente della Repubblica avesse ordinato di fermare la sfilata del due giugno o di annullare l’acquisto di bombardieri. Il Presidente auspica, i partiti studiano come conservare i privilegi senza darlo troppo a vedere. Non accade altro nei palazzi della politica. Il bello e il brutto sono giù nel mondo.</p>
<p><strong>Questo articolo è stato pubblicato dal «manifesto» il 31.05.2012</strong></p>
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