Il delirio del valore

di Biagio Cepollaro

Posto qui l’intervento apparso sull’ultimo numero della rivista  il verri a proposito della questione del valore letterario.

Il delirio del valore: da ontologia a biografia

1.

Cosa intendo dire quando dico: “questa poesia vale”? Che mi piace e che consiglierei ad altri di leggerla. Tradotto in emoticon: un like con l’aggiunta di un cuoricino. Cioè che oltre a piacere a me, oltre a valere per me, ritengo che possa piacere, che possa valere anche per altri. Il valore è il piacere e la conoscenza che se ne ricavano? Piacere e conoscenza, sapere sensuoso e incarnato. Si può quantificare questo piacere in un mi piace più, mi piace meno, cuoricino si, cuoricino no? Si possono scansionare le aree del cervello che si attivano in corrispondenza di questa esperienza estetica che definisco piacere, posso tradurre in processo biochimico il processo valutativo-estetico? Probabilmente sì, ma effettuare ciò non risponde alla domanda se non con una tautologia neurofisiologica. Vale ciò che vale. Le aeree del cervello attivate per formulare un giudizio di valore sono queste. Insomma: vale perché vale. La neurobiologia della bellezza.

Il valore è il comune? Ma fin dove arriva il comune? Il comune è una quantità, statistica? Il comune è un’idea, come quella del buon senso che proponeva Cartesio? Il comune è un’aspirazione, una tensione, un avvicinamento per asintoto, un postulato? Come il postulato della libertà che per Kant è fondamento della possibilità della vita morale? Spesso quando una poesia è molto “comune”, cioè è apprezzata da molti, da moltissimi, può anche accadere che a me non convinca. L’universale idealistico di una volta è diventato il commerciale (il dozzinale, il cialtronesco) di oggi? Ma come, si capovolgono le cose? Ciò che non è comune: l’avanguardia quando veniva percepita come tale, quella storica, lo scarto dalla norma, l’insolito, l’imprevisto, il de-contestualizzato, aspirano all’universale futuro e alla palingenesi. Ma ciò che di fatto è attualmente comune è invece per lo più il commerciale cioè un’idea di comunanza falsa, indotta, mistificata, costruita a tavolino, marketing, falsa coscienza. Non si uscirà mai dai confini posti da Adorno? Non si andrà mai oltre Adorno e alla funzione didascalica dell’intellettuale, o come qualcuno dice, alla sua funzione pastorale? Se il tuo romanzo non si associa ad una probabilità di vendita è perché è sbagliato, anche esteticamente: è brutto. Sembrano dirti proprio così. Per quelli belli vale la prova ontologica di Sant’Anselmo: nel concetto e nella sostanza della vendita che racchiude tutte le perfezioni non può mancare l’attributo del valore estetico, della bellezza, della conoscenza e del piacere. Così come nel concetto di Dio non può mancare l’attributo della sua esistenza. Questa è la nuova prova ontologica della bellezza.

Il valore attribuito si può scindere dal piacere attuale che provo, può diventare una sorta di idea connessa con l’oggetto in modo assoluto? Valgono oggettivamente? Un valore consustanziale? Esiste un valore istituzionale, un valore che come la Costituzione non si può modificare nei suoi principi fondamentali se non con una guerra, un atto di violenza? L’atto di violenza ad esempio di Hitler con la sua mostra sull’arte degenerata. O la violenza dei Futuristi contro l’arte del chiaro di luna, contro l’arte dei passatisti. Il valore dell’arte dell’avanguardia è un valore a priori, un manifesto, un’esternazione. L’avanguardia non chiede che le sia attribuito valore mentre valuta velocemente: piuttosto impone una nuova scala di valori, la trasvalutazione di tutti i valori. Il valore non è neanche il piacere (l’orrore di Nitch), il silenzio di Cage, la difficoltà a seguire senza perdersi nel Laborintus di Sanguineti. Il valore è il nuovo in una coazione a ripetere del moderno. Il valore non è il piacere se il sublime è dismisura, disagio, angoscia. Un cesso rovesciato è dismisura, una ruota di bicicletta aggiorna il sublime, una sedia e la fotografia della sedia, una bocca enorme e spalancata, congelata nell’urlo…Ma dove sta il piacere? C’è: è la sorpresa, è l’orrore.

Esempi che mi vengono subito in mente: Montale mi piace. Cioè: è il Dante che è dentro Montale che mi piace non il Gozzano che pure c’è, è il Montale petroso degli Ossi. Il valore è forse in questa attualizzazione. Leopardi mi piace più per lo Zibaldone: è il pensiero che onestamente analizza, compara, giudica ma è un pensiero dentro il fare della poesia. La poesia di Montale e di Leopardi hanno valore per me e per molti. Ma già D’annunzio mi pone in crisi: mi piace a metà, ha un valore a metà. Ma cosa vuol dire mi piace a metà? D’annunzio è una miniera di invenzioni che altri useranno e che lui si limita a esibire con grande maestria. Il valore per molti ma non per tutti. Oggi succede che sia acclamato un poeta da moltissimi eppure per me ha poco valore. Perché? Perché la sua scrittura è ricca di effetti speciali, di furbizia, di menzogna, in definitiva. La sua è una retorica che si nasconde, che veste l’abito della naturalezza pur essendo contorta, emana un odore malsano, di malattia. Stesso problema che ho con D’Annunzio: la retorica non veritativa, la retorica che allucina, incanta, la retorica lisergica. Me ne accorgo solo io? Se ne accorgono anche altri ma non sono moltissimi. Il comune dunque è un comune a metà, a un quarto, a un mezzo. Il comune è poco comune ma almeno non sono solo io. Il relativismo del gusto e del valore. Il valore dipende dal gusto? E il gusto da cosa dipende? Dall’educazione, dalla genetica, dalle circostanze, dai mass-media, dalla scuola, dalla pressione conformistica?

Una poesia che ha valore può averlo per motivi molto diversi, possono essere molto diverse tra loro le poesie che hanno valore. Possono essere diverse per genere, se tutti i generi hanno valore. Ha valore la poesia didascalica? Epigrammatica? Lirica? Epica? Drammatica? Comica? Gnomico-sentenziosa? Erotica? Tutti questi generi hanno lo stesso valore, o valgono chi più chi meno, o addirittura solo alcuni valgono mentre gli altri no? In alcune epoche alcuni generi fanno furore in altre no. E poi siamo sicuri che un genere escluda gli altri? La poesia di Lucrezio come si può dire non erotica e siamo sicuri che sia esente da tracce di comicità, epicità, epigrammaticità? Potremmo escludere dal valore generi interi, potremmo dire che la poesia didascalica non è poesia, che solo la lirica lo è, oppure potremmo dire il contrario. Per parlare del valore devo fare degli esempi. Il valore non è una precettistica, non è un’idea disincarnata, il valore lo incontro di fatto, di volta in volta, in ciò che vale nel circolo ermeneutico che nasce tra il testo e chi lo accende di senso con la lettura. Non esiste il valore, esiste ciò che vale. Ciò che sta valendo per me ora, che vale per te ora e che domani chissà. Ma perché vale ora e non domani? Perché ha incontrato un momento del mio sviluppo. Dall’ontologia alla biografia del valore.

2.

Da Baldus a Nazione indiana

Due fasi del mio lavoro letterario a cui penso ora per indagare sulla questione del valore: quando con Baino e Voce sceglievamo i testi per la rivista Baldus, tra il 1990 e il 1996, e più recentemente, da solo, tra il 2016 e il 2017, quando sceglievo gli autori e relative auto-antologie per la rubrica che mi ero inventato per il blog Nazione Indiana. Nella prima fase, quella della rivista, la selezione degli autori avveniva già ad una primissima lettura che ci vedeva facilmente d’accordo. Eravamo accomunati dalla stessa “area” poetica, anzi, lavoravamo alla definizione di una poetica a posteriori rispetto alla nostra produzione testuale. La poetica tendeva ad essere esplicita, analitica ma mai precettistica. Dalla poetica non credo si possa dedurre davvero una poesia ma da una poesia puoi dedurre una poetica. La prima scrematura era in base al riscontro di “una certa qualità” mai definita da noi. Sarebbe stato un lavoro complicato, se ci penso, stabilire le condizioni minime per “una certa qualità”. Anche perché a noi queste implicite e taciute condizioni minime apparivano, almeno a come ricordo io, evidenti. Si trattava di una maggiore o minore vicinanza all’area delle nostre poetiche? Una maggiore o minore somiglianza alle nostre pratiche di scrittura? Forse si. Alcune tecniche specifiche utilizzate o combinate in modo simile al nostro procedere. Si trattasse di riscrittura, citazione o montaggio, si trattasse della presenza del dialetto considerato non come un rifugio regressivo ma come materiale da impasto. Da questo punto di vista la selezione era possibile e la questione del valore, di fatto, nella scelta redazionale, si precisava in termini di scelte stilistiche. Alcune scelte stilistiche avevano valore, altre no.

Una scrittura che non avesse attraversato la banalità del poetico per sbucare dall’altra parte non sarebbe mai stata accettata. Quella banalità del poetico era forse il residuo dell’usura di ciò che un tempo era nuovo e fresco, l’esasperazione, l’estenuazione di ciò che era bello, di valore, magari in un’altra epoca, un secolo fa, poniamo. La banalità del poetico era spesso riassumibile in “lirica”, anche se non sempre. Spesso infatti questa parola veniva pronunciata come un insulto, come per smascherare l’imbroglione o il rimbambito, il furbo o l’ingenuo perché, dopo più di un secolo di avanguardie, presentarsi con una lirica (per dire solo i caratteri per noi più evidenti: atmosfera incantata, metafore edulcorate e prevedibili, lessico trito, tono aulico imbarazzante, accostamenti scontati, psicologismi, stucchevoli rime e altre prelibatezze) era decisamente troppo.  Interessante la banalità del poetico come la banalità del male: una sorta di burocrazia linguistica che esegue un programma senza rendersene conto, all’apparenza inutile ma anche innocuo. Un mio amico ripeteva spesso, parafrasando Arendt, che il banale è il male da piccolo: il banale non è innocuo, insomma, non è superficiale. Il banale è profondo, è ciò che scava da dentro e più di tutto si impone come vero e modella e si moltiplica.

Il gruppo redazionale procedeva alla seconda scrematura. Come appariva il testo: qualsiasi forma di irrequietudine, nervosismo, insofferenza, tensione, contraddizione, intolleranza, violenza sintattica e lessicale attirava subito la nostra attenzione. Una matrice espressionista era il presupposto, la genetica, il punto di partenza, il requisito minimo. Una volta attirata l’attenzione si leggeva e rileggeva per riscontrare se quelle insofferenze, violenze, contraddizioni, irriverenze, spietatezze, incoerenze fossero giustificate. E questa era la fase più delicata. Perché anche nei testi sperimentali vi si poteva annidare il banale, il conformistico, il superficiale, il furbo e il rimbambito. E come si faceva a riconoscere? Non era mica così facile come quando si era di fronte ad un “lirico”, dichiarato o camuffato che fosse. La domanda che mi facevo in questo caso per circoscrivere la zona del valore e del suo giudizio era la seguente: le tecniche presenti in questo testo hanno un senso, cioè sono tese a significare globalmente una posizione del testo con l’extra-testo, con il mondo? Se questo senso era rintracciabile e le tecniche risultavano così giustificate l’esame poteva considerarsi superato, se le tecniche invece restavano mere esibizioni metrico-versificatorie, l’esame non era per nulla superato. Perché la banalità del poetico può anche essere una banalità erudita, accademica, sterile e per nulla innocua, come l’altra banalità. Credo che anche la scelta di grandi autori del 900 da pubblicare proprio nel numero zero di Baldus fu orientata da questi ragionamenti, almeno per quanto mi riguarda (non posso pronunciarmi anche per i miei compagni di redazione che potrebbero ricordare altre cose). E non a caso gli inediti dei primi autori che pubblicammo nel 1990 furono i versi di Emilio Villa e di Edoardo Cacciatore.

Molti anni dopo, al tempo dei blog, in piena moltiplicazione esponenziale degli scriventi, digitanti, iperconnessi, recitanti, registranti, videochiamanti, in diretta Facebook, fotografanti su Instagram, decisi di chiedere a dei poeti con l’esperienza di tre-quattro libri alle spalle di scegliere dei propri testi, presentando distesamente il proprio percorso. In un certo senso, finito il periodo del conflitto tra le poetiche, il banale non era più di preferenza il lirico, il banale era tautologicamente il banale e basta. Avevo rinunciato a farmi guidare da una poetica e il mio atteggiamento era diventato più ermeneutico, per così dire. Ora erano importanti l’incontro con il testo, l’attivazione del testo attraverso la mia lettura, l’imprevedibilità di tutto questo. Vi era forse una tendenziale assenza o diminuzione del pregiudizio e una maggiore apertura all’incontro e al caso. A scegliere gli autori mi guidava la mia preferenza per dei percorsi consistenti, per una prima maturità autoriale che associava alla riuscita estetica la consapevolezza del proprio fare e del proprio rapportarsi al mondo. Ero curioso e desideroso di lasciar raccontare ai poeti il loro percorso, a dar loro lo spazio necessario per indicare o alludere al nesso tra le forme da loro scelte e il mondo così come lo vedevano, come lo avevano esperito. Il giudizio di valore qui credo abbia riguardato non tanto il singolo testo quanto piuttosto un corpus di opere e la dimensione autoriale del poeta, l’intero suo tragitto etico-estetico e la relativa narrazione. Come se nel rumore moltiplicato della rete fosse consigliabile isolare dei luoghi di coagulo di intense zone di scrittura che caratterizzassero in modo forte ed essenziale un determinato autore per l’insieme del suo percorso. Ciò che rientrava nel mio giudizio di valore in questo caso era la consistenza autoriale, lo spessore del percorso, la continuità della tensione e la consapevolezza nell’uso degli strumenti. La capacità in definitiva di produrre senso attraverso l’atto di scrittura. Un senso alimentato dal letterario (e dalla sua storia) come dal proprio punto di vista tanto viscerale quanto etico-politico sul mondo. Il giudizio di valore riguardava in definitiva l’esito del rapporto tra testo ed extra-testo, la capacità di costruire delle forme che illuminassero una parte di mondo attraverso il filtro veritativo della retorica.

1 commento

  1. Per l’impostazione di una critica letteraria tale atteggiamento serio e modo di procedere argomentato sarebbe auspicabile anche in relazione alla prosa (dove non tutto è commerciale, dopato o annacquato, confido). “La capacità in definitiva di produrre senso attraverso l’atto di scrittura. Un senso alimentato dal letterario (e dalla sua storia) come dal proprio punto di vista tanto viscerale quanto etico-politico sul mondo”: ecco, questa sintesi mi pare possa valere anche per la prosa.

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Biagio Cepollaro, nato a Napoli nel 1959, vive a Milano. Esordisce come poeta nel 1984 con Le parole di Eliodora (Forum/Quinta generazione), nel 1993 pubblica Scribeide (Piero Manni ed.) con prefazione di Romano Luperini e Luna persciente (Carlo Mancosu ed.) con prefazione di Guido Guglielmi. Sono gli anni della poetica idiolettale e plurilinguista, del Gruppo 93 e della rivista Baldus . Con Fabrica (Zona ed., 2002), Versi nuovi (Oedipus ed., 2004) e Lavoro da fare (e-book del 2006) la lingua poetica diventa sempre più essenziale aprendosi a una dimensione meditativa della poesia. Questa seconda fase del suo percorso è caratterizzata da pionieristiche attività editoriali in rete che danno vita alle edizioni on line di ristampe di autori come Niccolai, Di Ruscio e di inediti di Amelia Rosselli, a cui si aggiungono le riviste-blog, come Poesia da fare (dal 2003) e Per una Critica futura (2007-2010). Nello stesso periodo si dedica intensamente alla pittura (La materia delle parole, a cura di Elisabetta Longari, Galleria Ostrakon, Milano, 2011), pubblicando libri che raccolgono versi e immagini, come Da strato a strato, prefato da Giovanni Anceschi, La Camera Verde, 2009. Il primo libro di una nuova trilogia poetica, Le qualità, esce presso La Camera Verde nel 2012. E' in corso di pubblicazione il secondo libro, La curva del giorno, presso L'arcolaio editrice. Sito-archivio: www.cepollaro.it Blog dedicato alla poesia dal 2003: www.poesiadafare.wordpress.com Blog dedicato all’arte: http://cepollaroarte.wordpress.com/