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Una poesia

di Andrea Inglese

Non cedo nulla, anzi quasi niente,
non bisogna cominciare mai, da nessun punto,
cedo al massimo l’acido cianidrico
e qualche altra bruttura, la rotaia guasta,
se cedessi anche un solo sapore, gli spinaci freddi,
senza olio, o una noce secca, con il gheriglio
sui bordi atrofizzato, qualcosa comunque
cedo ancora, la tapparella che s’inceppa,
e anche – ora che ci penso – quella luce grigia
che filtra di mattina, e il mattino, quello buio,
invernale, con il cielo senza zone, interrato,
cedo il cielo, l’aria che non circola, la mia gamba
che magra non s’appaia con il torso,
e non trova la giusta curva nell’immagine allo specchio
e l’albero nervoso, il registratore di cassa
delle forme: cedo anche la matassa morbida nel cranio,
e il contratto stesso di cessione, totale,
non rimanga neppure quello
ad ingombrare nel vuoto
del cedimento perfetto… Leggi il resto »