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	<title>Gherardo Bortolotti &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>​​Verso &#124; Barra &#124; Matrice: la battle del linguaggio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Apr 2026 05:00:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Elisa Davoglio</strong><strong></strong>, con la collaborazione di <strong>Marta Piazza</strong><strong></strong><br />
"La poesia fa male", ha scritto Nanni Balestrini, "e per fortuna nessuno ci crede". Forse oggi nemmeno i poeti ci credono più, ed è un male. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h4><span style="color: #222222; font-family: Verdana, BlinkMacSystemFont, -apple-system, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen, Ubuntu, Cantarell, 'Open Sans', 'Helvetica Neue', sans-serif; font-size: 15px;"><strong style="color: #111111; font-family: Roboto, sans-serif; font-size: 19px;">Poesia sperimentale e rap nell&#8217;era dell&#8217;AI</strong></span></h4>
<h4><span style="color: #222222; font-family: Verdana, BlinkMacSystemFont, -apple-system, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen, Ubuntu, Cantarell, 'Open Sans', 'Helvetica Neue', sans-serif; font-size: 15px;">di</span><span style="color: #222222; font-family: Verdana, BlinkMacSystemFont, -apple-system, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen, Ubuntu, Cantarell, 'Open Sans', 'Helvetica Neue', sans-serif; font-size: 15px;"> </span><strong style="color: #222222; font-family: Verdana, BlinkMacSystemFont, -apple-system, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen, Ubuntu, Cantarell, 'Open Sans', 'Helvetica Neue', sans-serif; font-size: 15px;">Elisa Davoglio</strong><span style="color: #222222; font-family: Verdana, BlinkMacSystemFont, -apple-system, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen, Ubuntu, Cantarell, 'Open Sans', 'Helvetica Neue', sans-serif; font-size: 15px;">, con la collaborazione di</span><span style="color: #222222; font-family: Verdana, BlinkMacSystemFont, -apple-system, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen, Ubuntu, Cantarell, 'Open Sans', 'Helvetica Neue', sans-serif; font-size: 15px;"> </span><strong style="color: #222222; font-family: Verdana, BlinkMacSystemFont, -apple-system, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen, Ubuntu, Cantarell, 'Open Sans', 'Helvetica Neue', sans-serif; font-size: 15px;">Marta Piazza</strong></h4>
<p>&#8220;La poesia fa male&#8221;, ha scritto Nanni Balestrini, &#8220;e per fortuna nessuno ci crede&#8221;. Forse oggi nemmeno i poeti ci credono più, ed è un male. L&#8217;invito a dialogare sul rapporto tra poesia e rap, in un talk coordinato da Mastafive lo scorso 4 ottobre, ha rappresentato un&#8217;occasione preziosa per esplorare connessioni inaspettate proprio su questo &#8220;fare male&#8221;. L&#8217;opportunità è nata dalla realizzazione di un podcast sulla trap che analizza la rabbia contemporanea partendo dal film <em><i>La Rabbia</i></em> di Pasolini e Guareschi. Questo mi ha permesso di addentrarmi in un mondo che sto ancora esplorando.</p>
<p>Il mio background musicale è eclettico – da Jeff Buckley a Piero Ciampi, dalla canzone napoletana a Phil Anselmo – ma confesso di aver a lungo trascurato il rap italiano, considerandolo una deriva minore, un&#8217;appendice provinciale di quello americano.</p>
<p>Quando durante il talk sono stata presentata come &#8220;poetessa&#8221;, ho avvertito di non appartenere a quella parola. Ho difficoltà a rappresentarla, come se quel termine portasse con sé un peso di aspettative e convenzioni che mi risulta impossibile incarnare. Chi sono, oggi, i poeti? I lirici, gli sperimentali, i morti? Intanto Marracash viene definito &#8220;l&#8217;ultimo intellettuale italiano&#8221; e Kid Yugi cita Čechov tra una barra e l&#8217;altra.</p>
<p>David Foster Wallace, insieme a Mark Costello, lo aveva già capito alla fine degli anni Ottanta scrivendo <em><i>Signifying Rappers</i></em> (tradotto in italiano come <em><i>Il rap spiegato ai bianchi</i></em>): il rap non è un genere musicale con testo, ma un&#8217;operazione sul linguaggio che sfrutta ritmo, rima, ripetizione e deviazione come strumenti cognitivi. La parola può diventare insieme proiettile e specchio.</p>
<p>Questa intuizione si è approfondita quando l’ho confrontata con la mia realtà di autrice di poesia. Una poesia che oggi ha sempre meno lettori, che spesso rischia l&#8217;autoreferenzialità, rimanendo una nicchia in cui l&#8217;esclusione dal mainstream editoriale diventa affermazione di irriducibilità e rassegnazione insieme. Il grande pubblico ignora che invece la poesia italiana del Novecento è stata un laboratorio vivissimo, dove si è tentato di sabotare il linguaggio, di rinnovarne le strutture e le forme fino a farne sudare le crepe del reale. A partire dal Gruppo 63, con Balestrini in prima linea, quella poesia sperimentale aveva elaborato strumenti potenti per decostruire, attraverso il linguaggio, le strutture del potere e del senso comune.</p>
<p>Corrado Costa, per esempio, ci ha mostrato il meccanismo con cui la normalità borghese maschera la propria violenza. La sua poesia <em><i>I due passanti</i></em> lavora per accumulo, per ripetizione e specularità, creando una litania di omogeneità:</p>
<p>uno che rideva con uno che rideva<br />
uno per lo più taciturno e l&#8217;altro<br />
per lo più taciturno</p>
<p>Questa superficie rassicurante viene poi improvvisamente squarciata da un&#8217;esplosione di violenza primordiale:</p>
<p>uno che tortura e l&#8217;altro senza speranza<br />
una imprecisabile bestia una imprecisabile preda</p>
<p>Ma lo choc più profondo sta nel ritorno all&#8217;omogeneo. Il testo, impassibile, riprende la sua cantilena di normalità (&#8220;quello alto uguale e quello / alto uguale&#8221;), come se la violenza fosse stata assorbita, normalizzata, resa invisibile dal sistema stesso.</p>
<p>Vito Riviello, invece, è stato capace di fulminanti cortocircuiti socio-linguistici, come ci dimostra quest&#8217;unica, sferzante paronomasia: &#8220;C&#8217;è un campo di girasoli a Cortona in Arezzo, c&#8217;è un campo di paraculi a Cortina d&#8217;Ampezzo&#8221;. Tanto Costa quanto Riviello possiedono quella stessa capacità di &#8220;fare male&#8221; – di scuotere anche facendo ridere – che riconosciamo al rap e alla trap quando intercettano il loro pubblico. <em><i>Ma non lo intercettano</i></em>, e non sembra esserci rimedio: la poesia sperimentale e il rap parlano linguaggi accessibili, seppure su diversi livelli di lettura e profondità, eppure rimangono separati da barriere di distribuzione e visibilità.</p>
<p>Proprio in questa separazione si consuma il paradosso: mentre la poesia sperimentale si è progressivamente isolata e rarefatta in un pubblico che appartiene al suo stesso ambito circoscritto, il rap è esploso come forma poetica di massa, riconosciuta e ascoltata dalle nuove generazioni.</p>
<p>Oggi si parla comunemente di rap come della &#8220;nuova poesia&#8221;, spesso senza conoscere quella &#8220;propriamente detta&#8221;. In effetti i confini tra versi e barre possono talvolta essere sfumati. Entrambi i linguaggi si uniscono non solo nei contenuti, ma soprattutto nella sfida lanciata al linguaggio stesso: una sfida al &#8220;corpo sociale&#8221;.</p>
<h4><strong><b>La poesia che diventa prosa: frantumare il canone lirico</b></strong></h4>
<p>Per restituire il senso della poesia sperimentale contemporanea ai troppi che non la conoscono, dovremmo ripercorrere una svolta cruciale. Perché il gesto che riconosciamo nel rap — smontare il linguaggio ordinario, forzare la sintassi, far deragliare il senso attraverso accumulo e ripetizione — rivela similitudini con la sperimentazione poetica a partire dal Novecento. Entrambi operano sul ritmo come struttura del pensiero, entrambi usano la frattura linguistica come gesto politico, anche se si sono sviluppati su binari paralleli, senza conoscersi.</p>
<p>Paolo Giovannetti, nel suo <em><i>Dalla poesia in prosa al rap – Tradizioni e canoni metrici nella poesia italiana contemporanea</i></em>, ha tracciato proprio questo percorso: da Baudelaire ai futuristi, dalla <em><i>Notte</i></em> di Campana fino alla canzone d&#8217;autore e al rap, mostrando come il &#8220;grado zero della metrica&#8221; — quella zona ibrida tra verso e prosa — sia una costante della modernità poetica, un territorio di sperimentazione che attraversa i secoli e i generi.</p>
<p>Come ha osservato Paolo Zublena, la svolta contemporanea si sedimenta quando la poesia in prosa si evolve nella prosa in prosa. A partire dal 2009, un gruppo di autori come Gherardo Bortolotti e Marco Giovenale ha importato la lezione del francese Jean-Marie Gleize: creare un testo &#8220;letteralmente letterale&#8221;, senza sovrasensi, enigmatico nella sua stessa chiarezza.</p>
<p>Un esempio lampante di questo sconfinamento era già stato anticipato da Nanni Balestrini e <em><i>I Furiosi</i></em>, un testo che monta le voci reali degli ultras in una sinfonia verbale. Qui la prosa non è più &#8220;bassa&#8221;, ma diventa lo strumento per catturare la lingua viva e frammentata del presente, scardinando l&#8217;io lirico a favore di una spersonalizzazione.</p>
<p>Su questa linea si è innestata la ricerca di Lello Voce, per il quale la prima azione politica si fa sul linguaggio: non si possono sognare sogni nuovi con linguaggi vecchi. La sua poetica si fonda sul &#8220;cannibalismo&#8221; teorizzato dal brasiliano Haroldo de Campos — mangiare la tradizione e rivomitarla trasformata — e sulla concezione della poesia come <em><i>tertium quid</i></em>: un&#8217;unità plurima composta da testo scritto, &#8220;oratura&#8221; (esecuzione orale) e musica. Perché, come diceva Adorno, “la descrizione del caos non è una descrizione caotica”.</p>
<h4><strong><b>La parentela concettuale: sabotare il linguaggio dall&#8217;interno</b></strong></h4>
<p>È in questa operazione di sabotaggio del discorso ordinario che troviamo la parentela più profonda tra poesia sperimentale e rap. Entrambi attaccano la prevedibilità. Una tecnica della poesia di ricerca è quella &#8220;alla Wittgenstein&#8221;: usare frasi semplici per far deragliare il pensiero comune, come in <em><i>N.</i></em> di Marco Giovenale, dove ogni proposizione distrugge la certezza della precedente.</p>
<p>E cos&#8217;è la punchline nel rap, se non la stessa operazione, condensata in un colpo solo? Pensiamo a Rancore in <em><i>Le Rime</i></em>, dove l’artista trasforma la punteggiatura in un campo minato esistenziale: “Sia grave che acuta, l&#8217;accento è una caduta / Non cambiare una virgola o cado dentro la buca&#8221;. La logica non è narrativa, ma si avvita su se stessa. E qui l&#8217;apporto musicale è determinante: il ritmo martellante del beat partecipa alla costruzione della barra, facendo sì che ogni accento diventi letteralmente una &#8220;caduta&#8221; percussiva, un inciampo sincronizzato tra suono e senso.</p>
<p>Un&#8217;altra forma di sabotaggio è il bombardamento di significanti letterari espliciti. Kid Yugi ne ha fatto la sua cifra stilistica: dal titolo “The Globe” (il teatro shakespeariano) a &#8220;Hybris&#8221; (il concetto tragico greco), da &#8220;Grammelot&#8221; (la tecnica di Dario Fo) a &#8220;Il ferro di Čechov&#8221;. La copertina de <em><i>I Nomi del Diavolo</i></em> omaggia <em><i>Il maestro e Margherita</i></em> di Bulgakov. Emis Killa, in &#8220;Martin Luther King&#8221;, accumula riferimenti che spaziano dal Tantum Verde a Daitan III fino a Heisenberg — e qui l&#8217;ambiguità semantica diventa essa stessa figura retorica: è il professore di chimica diventato signore della droga (vedi <em><i>Breaking Bad</i></em>), alter ego criminale costruito su una doppia identità, o il fisico teorico e il principio di indeterminazione, che nel contesto della barra &#8220;suona bene&#8221; proprio per la sua oscillazione di senso? Come ha notato TastieraCapitale a proposito di Yugi, questi artisti sanno tessere nuove relazioni intertestuali: quelle che Barthes teorizzava quando affermava che ogni testo può essere reinterpretato anche allontanandosi dalle intenzioni originali dell&#8217;autore. Il significato non è univoco, ma si moltiplica nell&#8217;interpretazione.</p>
<p>Marracash ha operato un sabotaggio diverso: la denuncia sociale passa attraverso il richiamo esplicito alla tradizione letteraria. In &#8220;Chiedi alla polvere&#8221; (dal romanzo di Fante) la ripetizione ossessiva del suono &#8220;su&#8221; crea una balbuzie esistenziale che mima il trauma sociale, culminando nel riferimento al &#8220;Ciclo dei vinti&#8221; verghiano. Marracash, siciliano emigrato a Milano come lo scrittore, si fa voce del sottoproletariato contemporaneo. In &#8220;Tutto questo niente&#8221; smonta il consumismo con un gioco di parole che echeggia la poesia concettuale: &#8220;Le cose care sono solo cose care / Raramente diventano care cose&#8221;. La figura etimologica rovesciata crea un cortocircuito: l&#8217;aggettivo &#8220;care&#8221; (costose) si trasforma nell’attributo affettivo; il sistema capitalistico viene smontato in due versi.</p>
<p>Ma c&#8217;è un altro terreno dove il linguaggio diventa azione politica: la <em><i>battle </i></em>del <em><i>freestyle</i></em>. Qui il linguaggio <em><i>raw </i></em>diventa gesto politico proprio attraverso rime e assonanze che ribaltano ogni <em><i>politically correct</i></em>, usando l&#8217;eccesso e il turpiloquio per smascherare le ipocrisie del discorso pubblico. Prendendo in prestito una definizione da Ensi, considerato da molti il più grande <em><i>freestyler </i></em>italiano: &#8220;Gonfio di gonfiezza&#8221;. È una figura etimologica, una tautologia apparentemente priva di senso, ma in realtà una potente dichiarazione di poetica in cui il significato collassa su sé stesso. L&#8217;ego dell&#8217;MC è così assoluto da diventare la propria unica definizione. Una parola che non descrive, ma è. E i poeti, che rapporto hanno con la <em><i>loro</i></em> gonfiezza?</p>
<h4><strong>Due grammatiche del ritmo: l&#8217;urgenza dell&#8217;accento</strong></h4>
<p>Quella gonfiezza che nella <em><i>battle </i></em>del <em><i>freestyle </i></em>si conquista barra dopo barra, in chi scrive versi può diventare peso. &#8220;Poeta&#8221; è un significante carico di aspettative sedimentate: basta l&#8217;appellativo per essere riconosciuti tali e, contemporaneamente, intrappolati — anche componendo una didascalia standard su Instagram, la definizione non scadrebbe, perché l&#8217;etichetta si fa assoluta quanto il termine stesso.</p>
<p>Nel rap, invece, quella gonfiezza ha sempre bisogno di un corpo sonoro per esistere. E quel corpo è l&#8217;accento. Qui emerge una differenza cruciale tra le due pratiche: mentre la poesia sperimentale ha spesso superato la necessità di un ritmo musicale immediatamente avvertibile — come abbiamo visto in Giovenale, Bortolotti, persino in Balestrini quando monta le voci degli ultras — il rap vive invece di ritmo incarnato, basato sull&#8217;isoritmia, sulla dominanza dell&#8217;accento come struttura portante del senso.</p>
<p>A intuire questo passaggio, ben prima dei rapper, sono stati poeti &#8220;alti&#8221;, ormai canonici. Cinquant&#8217;anni fa, Amelia Rosselli scriveva: “La lingua mi si rivoltava contro, e io dovevo imparare a dominarla”. Nella sua poesia, la lingua è campo di battaglia in cui il ritmo diventa struttura interiore, necessità fisica prima ancora che stilistica. Era la stessa urgenza che sarebbe esplosa &#8220;dal basso&#8221; con gli MC: non ornamento, ma ossatura del pensiero.</p>
<p>Ascoltiamo, per esempio, il ritmo quasi salmodiante di Marracash in <em><i>Io</i></em>:</p>
<p>La verità non santifica,<br />
la verità non giustifica<br />
tempo di farsi domande,<br />
mettere l&#8217;ego da parte</p>
<p>Qui la metrica non è funambolica, ma scolpita. Il ritmo nasce dalla struttura parallela e anaforica che martella il concetto, lo fa penetrare nell&#8217;orecchio come una litania laica. È un ritmo pensato, filosofico. Ma è anche, paradossalmente, un ritmo che svuota la gonfiezza del <em><i>freestyle</i></em>: quando Marracash invita a &#8220;mettere l&#8217;ego da parte&#8221;, opera una sottrazione che è essa stessa affermazione di presenza: l&#8217;ego come accento, l&#8217;accento come ego. La gonfiezza si dissolve nel battito regolare delle sillabe, ma proprio in quella dissoluzione riafferma la propria autorevolezza. Non è più l&#8217;ego che grida &#8220;io esisto&#8221;, ma l&#8217;accento che scandisce &#8220;io penso&#8221;. La dominanza ritmica diventa dominanza concettuale.</p>
<h4><strong>Chi giudica e chi vuole essere amato: dove la parola fa ancora male?</strong></h4>
<p>Questa divergenza si riflette nel destino sociale delle due arti. Mentre la poesia di ricerca restava confinata in un dialogo ristretto, è emersa l&#8217;Instapoetry, dopo lo slam. Questi &#8220;poeti-rockstar&#8221; condividono con rap e trap pubblico e attitudine, ma soprattutto una grammatica: quella di Instagram, o meglio, dell&#8217;<em><i>insta-gram</i></em>, dove la gonfiezza si alimenta di algoritmi.</p>
<p>Eppure Franco Arminio o Guido Catalano sono solo uno spicchio della poesia contemporanea. Giovenale, Bortolotti e tanti altri costruiscono intrecci di piani che resistono alla logica dello scrolling — discesa verticale verso il principio della non-sedimentazione.</p>
<p>Il loro pubblico, però, è quello evocato da Nanni Balestrini, che ne ha tracciato un ritratto spietato: prima lo descrive come &#8220;mite generoso attento&#8221;<em><i>,</i></em> poi ne svela il segreto: &#8220;ama la poesia perché vuole essere amato&#8221;. Balestrini concludeva che &#8220;la poesia fa male&#8221;, e che per fortuna nessuno ci crede. Ma se all&#8217;inizio ci siamo chiesti se sia un male che nemmeno i poeti ci credano più, qui ci chiediamo: fa ancora male, o è diventata innocua?</p>
<p>Il pubblico del rap e del <em><i>freestyle</i></em> è l&#8217;opposto: non è mite, è partecipe, giudica, risponde. Una comunità attiva, non una platea di devoti in attesa di essere amati. Ed è forse proprio lì, in quella partecipazione conflittuale, che il linguaggio recupera la sua capacità di ferire, tornando &#8220;politico&#8221; anche senza dichiararlo esplicitamente. Non si tratta solo di scandire slogan come &#8220;free Palestine&#8221;, ma di far sudare le crepe del quotidiano contemporaneo: creare connessioni, svelare possibili identità, recuperare il territorio, ipotizzare comunità e rappresentazione attraverso il linguaggio. Questa narrazione si insinua anche quando le intenzioni non sono manifeste, in un momento in cui la &#8220;politica&#8221; come termine sembra aver perso il senso di appartenenza alla <em><i>polis</i></em>, qualunque sia il fronte di partenza, la condizione sociale, lo strato di provenienza.</p>
<p>Acca Larentia e Genova appaiono oggi lontane alla Gen Z quanto l&#8217;epica della piccola vedetta lombarda del <em><i>Cuore </i></em>di De Amicis — si consiglia, per misurarne la distanza, di ascoltare la lettura di Carmelo Bene. Oggi la piccola vedetta si limiterebbe a salire sull’albero <em><i>Insta-gram</i></em>, per essere al massimo <em><i>hater </i></em>al riparo dalle schioppettate. Nella poetica del rap, invece, rimane viva la traduzione di rabbia tra le barre, critica sociale che si aggiudica un ruolo già occupato dal cantautore: il menestrello come contraltare del poeta nei decenni precedenti, voce popolare che attraversava il corpo sociale senza chiedere il permesso alla letteratura.</p>
<h4><strong>La battle con l&#8217;AI: riappropriarsi della gonfiezza oltre l&#8217;imitazione</strong></h4>
<p>Se il rap costruisce comunità attraverso la partecipazione conflittuale e la poesia sperimentale resiste ai margini del pubblico che la legge, entrambe le pratiche condividono una domanda fondamentale: quale punto di vista si istituisce? Quale soggetto viene formulato? A chi ci si rivolge? Come sostiene Gherardo Bortolotti, la letteratura — anche quella musicale — <em><i>non è questione di artigianato, ma un&#8217;operazione sui parametri secondo cui ci sentiamo in vita</i></em>, un&#8217;attività che pone domande etico-politiche prima ancora che estetiche.</p>
<p>Sia la poesia di Costa che smonta la facciata della normalità borghese, sia il rap di Marracash che rivendica il Ciclo dei vinti, sia il <em><i>freestyle</i></em> che ridefinisce l&#8217;ego attraverso l&#8217;implosione semantica — &#8220;gonfio di gonfiezza&#8221; — agiscono su questi parametri, trasformando la letteratura in <em><i>azione sulla realtà</i></em>.</p>
<p>Ed è proprio su questo terreno che l&#8217;esplorazione si confronta oggi con un nuovo interlocutore: l&#8217;Intelligenza Artificiale. Una battle inedita. Per capirla bisogna tornare ad Alan Turing che, di fronte alla domanda &#8220;Le macchine possono pensare?&#8221;, l&#8217;ha definita &#8220;troppo priva di significato&#8221;, proponendo il Gioco dell&#8217;Imitazione: l&#8217;unica misura accertabile non è il &#8220;pensiero&#8221; ma la capacità di imitare il comportamento umano in modo convincente. I modelli attuali sono magistrali imitatori che imparano a prevedere quale parola seguirà la precedente. Addestramenti che parlano di frammentazione, pesi e matrici, non di quanto possa fare male un linguaggio, quanto ancora possa sperimentare, provocare e affondare. Il linguaggio che, oltre la macchina, &#8220;ci fa pensare&#8221;.</p>
<p>L&#8217;IA può imitare un sonetto, ma crolla di fronte alla sperimentazione che abbiamo delineato. Già Balestrini, con la macchina combinatoria di <em><i>Tristano</i></em>, aveva anticipato il punto: la chiave non è la generazione, è il progetto. L&#8217;IA imita i nostri pattern, diventando uno specchio statistico dei nostri cliché. La battle con l&#8217;IA non si gioca sulla gonfiezza — l&#8217;IA può simulare qualsiasi ego — ma sul linguaggio che sappia ancora fare male.</p>
<p>La sfida è riconoscere, nella sua capacità predittiva, lo specchio della nostra prevedibilità, costringendoci a un&#8217;originalità che nasca dall&#8217;esperienza incarnata, non dalla combinatoria. Un allenamento paradossale: più affiniamo le istruzioni alla macchina, più ci rendiamo conto di quanto siamo ripetibili, e proprio quella consapevolezza dovrebbe spingerci verso l&#8217;inaspettato.</p>
<p>Il limite invalicabile resta l&#8217;assenza di <em><i>embodiment</i></em>, di un corpo. Per l&#8217;IA ogni concetto è un&#8217;astrazione che manca di conoscenza radicata nel corpo, quella che genera autenticità. Può padroneggiare l&#8217;artigianato dello stile, non l&#8217;operazione etico-politica che è il vero cuore della creazione. Non può &#8220;sentirsi in vita&#8221;. Non sa cosa vuol dire bruciare di Eros secondo Socrate, non conosce il piacere delle fragole con la panna, non sa cosa prova Ivan Il&#8217;ič mentre vive la sua morte e non reagisce al solletico.</p>
<p>E questo apre a domande cruciali: come insegnare all&#8217;IA le sensazioni, così come il valore sospeso del vuoto, del &#8220;non detto&#8221; che si muove oltre i versi o barre, ma traspare in esse? Come spingerla a creare connessioni inattese in una challenge che non mortifica il linguaggio ma lo spinge più in alto, in una salita e non in una caduta verticale?</p>
<p>Forse la risposta non è attendere uno strumento perfetto — un esempio è TextFX, progetto di Google in collaborazione con il rapper americano Lupe Fiasco, che lavora su figure retoriche e wordplay — ma diventare architetti consapevoli di questa interazione. La sfida, per la parola, è appena ricominciata, e forse proprio in questa battle asimmetrica possiamo riappropriarci come creatori e creatrici della nostra gonfiezza: non quella ereditata dal termine &#8220;poeta&#8221;, ma quella conquistata barra dopo barra, verso dopo verso. Quella gonfiezza che, riconoscente verso noi stessi, <em><i>sappia ancora fare male</i></em>.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-119849" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/var3.png" alt="" width="1408" height="768" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/var3.png 1408w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/var3-300x164.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/var3-1024x559.png 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/var3-768x419.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/var3-770x420.png 770w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/var3-150x82.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/var3-696x380.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/var3-1068x583.png 1068w" sizes="(max-width: 1408px) 100vw, 1408px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>ESISTE LA RICERCA: 1-2-3 settembre, Milano, Teatro Litta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 31 Aug 2023 10:15:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Di <strong>Marco Giovenale </strong><br />Esiste la ricerca (giugno 2022, marzo 2023, settembre 2023) è un esperimento in più momenti, tentativi, occasioni, in cui ci si confronta, orizzontalmente e non accademicamente, sulle nuove o nuovissime scritture di ricerca.

Non si tratta di un luogo di visibilità: all’allestimento degli spazi manca un palco, manca una cattedra. Non c’è una regia in senso stretto, né dei “panel” di discussione. La discussione si sviluppa sul momento. Dal 2023 non ci sono microfoni né registrazioni.

Esiste la ricerca è in definitiva un contesto per raccogliere – misurando tempi e voce – le diverse percezioni che oggi si hanno delle scritture sperimentali, complesse e di ricerca [...]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Giovenale</strong></p>
<p><a href="https://www.mtmteatro.it/progetti/esiste-la-ricerca/" target="_blank" rel="noopener"><em>Esiste la ricerca</em></a> (giugno 2022, marzo 2023, settembre 2023) è un esperimento in più momenti, tentativi, occasioni, in cui ci si confronta, <em>orizzontalmente</em> e non accademicamente, sulle nuove o nuovissime scritture di ricerca.</p>
<p>Non si tratta di un luogo di visibilità: all’allestimento degli spazi manca un palco, manca una cattedra. Non c’è una regia in senso stretto, né dei “panel” di discussione. La discussione si sviluppa sul momento. Dal 2023 non ci sono microfoni né registrazioni.</p>
<p><em>Esiste la ricerca</em> è in definitiva un contesto per raccogliere – misurando tempi e voce – le diverse percezioni che oggi si hanno delle <em>scritture sperimentali, complesse e di ricerca</em>, e le pratiche artistiche e critiche che con queste entrano (a vario titolo, anche conflittualmente) in relazione.</p>
<p>L’impianto gerarchico del “convegno” è escluso o viene tendenzialmente decostruito. Semmai, <em>Esiste la ricerca</em> prova a riprendere, valorizzare e rendere usuale e sistematico un modus operandi <em>minore</em>, tuttavia rintracciabile in tutti gli incontri letterari, di tutti i tipi. Ovvero: in tutti gli incontri letterari, di tutti i tipi, dopo i momenti ufficiali più o meno paludati, le letture, le relazioni critiche, i convenevoli e la diplomazia, si rompono le righe e (prima che venga imbandito il buffet) i presenti chiacchierano tra loro, esprimono dubbi e persuasioni. Senza microfono e senza grandi filtri. <em>Esiste la ricerca</em> vuole ritagliare precisamente le prassi di questi <strong>momenti interstiziali</strong>, informali, e farne il centro di un (anti)discorso: con fini di confronto e conoscenza. Eliminati i tavoli rialzati e le pedane, tolti gli interventi scritti o a braccio, cancellato il climax oratorio, rimangono le persone e le interazioni che le coinvolgono.</p>
<p>Si tratta in definitiva di incontri pubblici senza convenevoli e retorica accademica prima, né buffet=dispersione dopo. Rimane quella che potrebbe essere la sostanza del letterario, ascoltabile.</p>
<p>Tutto questo – anche e soprattutto – come ascolto transgenerazionale, e attenzione agli autori più giovani.</p>
<p>Sempre con focus sulla ricerca letteraria, e in particolare su quella ricerca che <a href="https://gammm.org/" target="_blank" rel="noopener">gammm.org</a> sta da quasi vent’anni seguendo, traducendo, attuando, promuovendo. (Con tutte le derive e derivazioni che appunto i più giovani hanno innestato su quelle linee testuali).</p>
<p>*</p>
<p><em>Esiste la ricerca</em> non è un evento canonizzante. Chi partecipa non vince niente, non resta nella storia, semmai contribuisce a conoscere e capire il presente immediato.</p>
<p><em>Esiste la ricerca</em> non è un’antologia, gli assenti non sono dimenticati (il loro ascolto potrebbe essere solo rinviato alla prossima occasione), i presenti non diventano stelle.</p>
<p>L’incontro non “legittima” i partecipanti né “delegittima” chi manca. (Con quale autorità poi lo farebbe? E: legittimare o delegittimare a fare che?). Non costruisce storia ma – insisto – crea le condizioni per il verificarsi di quelle <strong>conversazioni informali e interstiziali </strong>che sono in verità il senso migliore di incontri altrimenti ingabbiati nel cerimoniale accademico o simil-accademico.</p>
<p>A <a href="https://www.mtmteatro.it/progetti/esiste-la-ricerca/" target="_blank" rel="noopener"><em>Esiste la ricerca</em></a> si è invitati per partecipare a un contesto, non a un contest. A <em>Esiste la ricerca</em> si parla per alzata di mano e non per titoli.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-104641" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/esiste-la-ricerca_-partecipate.jpeg" alt="" width="1152" height="2048" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/esiste-la-ricerca_-partecipate.jpeg 1152w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/esiste-la-ricerca_-partecipate-169x300.jpeg 169w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/esiste-la-ricerca_-partecipate-576x1024.jpeg 576w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/esiste-la-ricerca_-partecipate-768x1365.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/esiste-la-ricerca_-partecipate-864x1536.jpeg 864w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/esiste-la-ricerca_-partecipate-150x267.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/esiste-la-ricerca_-partecipate-300x533.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/esiste-la-ricerca_-partecipate-696x1237.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/esiste-la-ricerca_-partecipate-1068x1899.jpeg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/esiste-la-ricerca_-partecipate-236x420.jpeg 236w" sizes="(max-width: 1152px) 100vw, 1152px" /></p>
<p>[Già apparso su <a href="https://slowforward.net/2023/07/19/mg-appunti-personali-su-esiste-la-ricerca/" target="_blank" rel="noopener">slowforward</a> il 19 luglio 2023]</p>
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		<title>da &#8220;Romanzetto estivo&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Nov 2020 05:01:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Gherardo Bortolotti Nell&#8217;estate del 2019 mi sono separato; è morto mio padre; ho incontrato dopo 25 anni il mio primo amore e, la notte stessa, ho visto una stella cadente. Potrei scriverci un libro e intitolarlo Romanzetto estivo. Ma, in effetti, già così è come se l&#8217;avessi fatto. 47. Quello che spesso dimentico è [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gherardo Bortolotti</strong></p>
<p><em>Nell&#8217;estate del 2019 mi sono separato; è morto mio padre; ho incontrato dopo 25 anni il mio primo amore e, la notte stessa, ho visto una stella cadente. Potrei scriverci un libro e intitolarlo </em>Romanzetto estivo<em>. Ma, in effetti, già così è come se l&#8217;avessi fatto.</em></p>
<p>47. Quello che spesso dimentico è che le ore della sera hanno una peculiare intimità con la colpa, il difetto e il senso di disfatta. Non che quelle del mattino siano più clementi ma almeno gli orrori che promette la giornata, l’esilio a cui mi costringe il salario, tolgono il fiato e sono rapidissimi nell’occuparmi il cuore e la mente. La sera, il riposo e la meccanica chiusura del giorno finito hanno, invece, tutto l’agio di presentare il mio fallimento e la consistenza puerile dei miei sogni d’amore. Nei minuti prima del sonno penso allora a qualche episodio con Irene, per esempio quando camminavamo una sera di novembre e cercavo di baciarla mentre lei rideva al riparo del cappuccio e continuava a chinare la testa per impedirmelo. Mi ricordo soprattutto le sfumature della penombra, dentro le pieghe del cappuccio, che sembravano quelle di un cespuglio dei giardini suburbani che stavamo costeggiando, e la grazia del gesto di chinare il capo che era un rifiuto ma anche un piccolo inchino al suo sentimento per me.</p>
<p><span id="more-86844"></span></p>
<p>48. Come quando ho incontrato Armilla alla festa di due sabati fa. Ci siamo salutati, come desideravo, portati dalle due correnti opposte di chi si allontanava e di chi si avvicinava al buffet, e ho avuto una vampata lungo la pelle delle braccia mentre reggevo il mio bicchiere vuoto e mi sentivo un uomo. La pausa tra il suo “Ciao” e il successivo “Come stai?”, sospesa per la frazione di secondo necessaria a guardarci da adulti nel fondo degli occhi, mi ha fatto sentire la tensione erotica di un primo bacio imminente che ho poi scaricato, lasciandomela alle spalle intenta a parlare con qualcuno, camminando verso la pista da ballo mentre iniziava a battere nelle casse <a href="https://youtu.be/FYH8DsU2WCk" target="_blank" rel="noopener">Blue Monday</a>. Dicevo ad alta voce ma a me solo: “Che splendida, che splendida!” e immaginavo l’amore, la sua lingua in bocca, le mani addosso e sequenze confuse di momenti in cui quella sensazione bellissima si sarebbe ripetuta. Fatto sta che le ho già mandato alcuni messaggi in chat e ottengo solo risposte garbate, brevi, evidentemente distanti.</p>
<p>49. Anche se, ripensandoci, forse uno dei momenti più belli con Bauci è stato quando eravamo in piscina sotto il sole di un tardo pomeriggio di luglio e dopo il bagno, mentre facevamo i nostri discorsi da fidanzatini, le ho spazzolato i capelli per mezz’ora, sedendo alle sue spalle, e le ho fatto la treccia. Me li sono ricordati più volte negli anni quei capelli da ragazzina, lunghi, biondi, momentaneamente eterni. Mi ricordo il gesto ripetuto di intrecciare alternativamente le ciocche, l’impegno che ci mettevo, mentre sentivo il piacere della cura del suo corpo e il calore del sole. Ricordo la pelle liscia e abbronzata della schiena, con le sue pieghe, i piccoli nei, e aveva gli stessi riflessi estivi, dorati, perpetui. Sarà stata la vicinanza dell’acqua ma, quando ho finito e si è voltata, il suo sguardo aveva una profondità liquida e appagata che ora capisco essere quella dell’amore, una dolce beatitudine che nell’istante non sapevo spiegarmi e mi sembrava la cosa più bella e inaspettata che avessi mai visto.</p>
<p>50. In genere provo più sollievo che pietà per i morti, che hanno già superato la soglia delle relazioni passate e anche l’ultima umiliazione hanno lasciato alle spalle. Ma forse il sollievo è solo per me perché, morti, non mi chiedono di deluderli ancora, non mi chiedono di accettare un segreto che nemmeno loro sanno pronunciare, non mi chiedono di compiere le profezie limitate a cui hanno per colpa creduto. E ancora di più per mio padre, che era un uomo triste, ingenuo e cupamente incapace di arrivare all’amore, a suo tempo protagonista di una confusa vicenda di viaggi per il mondo, aneddoti ribaldi e regali dai duty free e successivamente, negli anni, figura comunque ammirata della prepotenza, della stanchezza, della sterile forza di volontà. Quando è morto era più sorpreso, quasi costernato all&#8217;idea di avere finito il suo tempo, che il riscatto era mancato, che la ferocia ottusa ma quasi innocente con cui aveva vissuto non fosse stata abbastanza per risparmiarlo, per regalargli l&#8217;eternità mitica in cui aveva sempre vissuto.</p>
<p>51. Comunque sarebbe bellissimo per esempio che a una serata post-punk, mentre ballo cantando stonato “<a href="https://youtu.be/fhCLalLXHP4" target="_blank" rel="noopener">It&#8217;s getting faster / moving faster now</a>” e mi sento Ian Curtis, Ipazia si avvicinasse e mi piantasse in faccia i suoi occhi scuri e quel sorriso beffardo, forse dovuto all&#8217;amore o alla piega delle labbra che le generazioni le hanno lasciato in dono. Mi immagino la scena e lei che si avvicina terribile con un bicchiere in mano, mentre noto il colore delle unghie, il seno, la forma dei fianchi. E sorrido anch’io. Mi sarebbe piaciuto essere uno di quelli che fanno girare la testa alle donne un po’ con lo sguardo e un po’ con le parole, che le sorprendono e gli fanno sentire di perdere il controllo perché è troppo bello credere a ciò che si sentono dire, perché le frasi audaci sono, a loro modo, la piccola promessa di un riscatto. Ecco a quel punto direi una cosa roboante tipo “Tra il vero e il falso scelgo sempre la leggenda. Ti dispiace essere la protagonista di questa?” e lei mi direbbe di no e mi chiederebbe di raccontarla.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Cosa ne dirà la gente? Festa di Nazione Indiana 2018</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Oct 2018 21:56:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Vi aspettiamo alla Festa di NazioneIndiana 2018! Quest'anno si terrà sabato 27 ottobre dalle 16.30 e domenica 28 ottobre dalle 10 alle 12 ed è stata organizzata in collaborazione con l'Associazione <a href="http://www.carmebrescia.it/">C.A.R.M.E.  </a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/2-banner-2018.jpeg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/794-2-banner-2018.jpeg" alt="" width="794" height="446" class="aligncenter size-full wp-image-76296" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/794-2-banner-2018.jpeg 794w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/794-2-banner-2018-300x169.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/794-2-banner-2018-768x431.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/794-2-banner-2018-250x140.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/794-2-banner-2018-200x112.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/794-2-banner-2018-160x90.jpeg 160w" sizes="(max-width: 794px) 100vw, 794px" /></a></p>
<p>Vi aspettiamo alla Festa di NazioneIndiana 2018! Quest&#8217;anno si terrà a BRESCIA sabato 27 ottobre dalle 16.30 e domenica 28 ottobre dalle 10 alle 12 ed è stata organizzata in collaborazione con l&#8217;Associazione Culturale <a href="http://www.carmebrescia.it/">C.A.R.M.E.  </a></p>
<p>Alcuni componenti del folto gruppo di redazione di Nazione Indiana saranno presenti per interagire con gli ospiti e con il pubblico secondo quella formula di scambio e circolarità di confronto aperto e curioso che ha caratterizzato tutte le feste di Nazione indiana.<span id="more-76264"></span></p>
<p>Saranno presenti a Brescia Silvia Contarini, Giacomo Sartori, Jan Reister, Mariasole Ariot, Gianni Biondillo, Gherardo Bortolotti, Antonello Sparzani, Maria Luisa Venuta e la scrittrice Helena Janeczek che ha vinto il Premio Strega 2018 con il romanzo &#8220;La ragazza con la Leica&#8221; edizioni Guanda.</p>
<p>Il titolo della festa 2018 è &#8220;Cosa ne dirà la gente?&#8221; e sono previsti due seminari durante i quali ospiti e pubblico intervengono in modo circolare sullo scontro tra modernità e tradizioni, tra radici culturali e cambiamenti e su come questi elementi siano vissuti negli ambiti individuali e familiari nelle famiglie con migranti di seconda generazione (Sabato 27 ottobre dalle 16.30 alle 18.30) e su come le relazioni tra culture divengano forme urbane in una trasformazione radicale di parti della città, come sta accadendo nel progetto &#8220;Oltre la strada&#8221; in via Milano a Brescia (Domenica 28 ottobre dalle 10 alle 12.00).</p>
<p>La sera di sabato 27 ottobre dalle 21 fino alle 22.30 si lascerà spazio alle espressioni artistiche che accomunano NazioneIndiana con l&#8217;Associazione Culturale C.A.R.M.E. attraverso la proiezione di brevi opere di videoarte che potranno essere commentate anche con gli stessi autori presenti in sala.</p>
<p>Perchè il titolo &#8220;Cosa ne dirà la gente?&#8221;</p>
<p>L&#8217;idea è nata dalla visione del film omonimo della regista pakistana Hiram Haq e da idee e spunti di riflessione condivisi in redazione sul periodo che stiamo vivendo in cui le spinte verso l&#8217;innovazione e un futuro di idee libere e senza confini fanno a botte con nazionalismi, gabbie e un populismo che, a memoria, non ricordiamo di aver mai sperimentato. Spostando il focus sui nuovi abitanti europei, che provengono da altri continenti, la sensazione si amplifica. Le dinamiche di spinta  verso nuovi contesti in cui poter vivere e far crescere i propri figli si scontrano con il desiderio intrinseco di mantenere abitudini, riti e tradizioni che mantengano il cordone ombelicale con le terre di origine, con il tessuto sociale e familiare che è rimasto là, al di là della frontiera.</p>
<p>Un sentire che non ci è estraneo completamente, perchè tra migrazioni interne all&#8217;Italia nel dopoguerra, quelle vissute in prima persona oltre i confini e i percorsi individuali anche sperimentati in prima persona, spesso il &#8220;Che cosa ne dirà la gente&#8221; è risuonato nei dialoghi e nei confronti con genitori e familiari.</p>
<p>Oggi in pochi mesi il contesto italiano si è inasprito, i luoghi di confronto libero e di accoglienza paiono faticosi, a volte sono stati negati spazi pubblici come è accaduto qualche giorno fa a Sesto San Giovanni vicino a Milano. Che cosa ne dice la gente?</p>
<p>Vi aspettiamo alla sede dell&#8217;<a href="http://www.carmebrescia.it/">Associazione Culturale C.A.R.M.E</a>. in via Battaglie 61 a Brescia sabato 27 ottobre e domenica 28 ottobre. (<a href="https://goo.gl/maps/gqXEFKeKrUu">mappe Google</a>)</p>
<p><em>Ringraziamo l&#8217;artista Davide Bignami per averci prestato l&#8217;immagine per la locandina della Festa e Mattia Paganelli per la composizione grafica.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ff0000;"><strong>Programma</strong></span></p>
<table width="389">
<tbody>
<tr>
<td width="386"><strong> <span style="color: #ff0000;">Sabato 27 ottobre</span></strong></td>
</tr>
<tr>
<td width="386"><span style="color: #ff0000;"><strong>16.30-18.30</strong></span></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>Che cosa ne dirà la gente? A cura di Maria Luisa Venuta</strong></span></p>
<p>Il contesto italiano e le migrazioni di seconda generazione. Ci confrontiamo con coloro che hanno deciso di rimanere a vivere in Italia</p>
<p>Ne parliamo con</p>
<p>·       ·      <span style="color: #ff0000;">Helena Janeczek,</span> Nazione Indiana scrittrice e Premio Strega 2018</p>
<p>·       ·      <span style="color: #ff0000;">Elia Moutamid</span>, regista</p>
<p>·       Interventi di alcune mediatrici culturali e migranti che vivono a Brescia</p>
<p>&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td width="386"><span style="color: #ff0000;"><strong>21:00-22:30</strong></span></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>I linguaggi nella videoarte </strong> <strong>A cura di Giacomo Sartori</strong></span></p>
<p>La vera età, di Sergio Trapani e Giacomo Sartori, 7 minuti</p>
<p>Il lungo briefing di Sergio Trapani e Andrea Inglese, durata: 5 minuti</p>
<p>Cucù di Robert Desnos, animazione poetica e traduzione di Orsola Puecher Durata 8 minuti e 30 secondi</p>
<p>I&#8217;m a swan di Mariasole Ariot, 5 min e 30 secondi</p>
<p>Ode ai penultimi di Francesco Forlani, 5 minuti</p>
<p>If I die first, di Sergio Trapani, testo di Giacomo Sartori, durata 8 minuti tradotto da Frederika Randall, (in inglese, lettura del testo in italiano)</p>
<p>Separazione, di Sergio Trapani e Giacomo Sartori, durata 13 minuti</p>
<p>&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td width="386"><strong> </strong><span style="color: #ff0000;"><strong>Domenica 28 ottobre</strong></span></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>10.00- 12.00</strong></span></td>
</tr>
<tr>
<td width="386"><span style="color: #ff0000;"><strong>Che cosa ne dirà la gente?</strong></span></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>Oltre la Strada: un progetto tra passato e futuro </strong></span><span style="color: #ff0000;"><strong>A cura di Gherardo Bortolotti</strong></span></p>
<p>Il paesaggio e le funzioni di una periferia multietnica e come si progetta il futuro</p>
<p>Interagiscono e ne parlano in un dibattito circolare:</p>
<p>·       Gianni Biondillo, NazioneIndiana scrittore N<em>arrazione delle periferie</em></p>
<p>·       Silvia Contarini, Nazione Indiana e professore universitario U<em>rbanismo e genere</em></p>
<p>·       Barbara Badiani, urbanista L&#8217;<em>area e l&#8217;evoluzione storico urbanistica di Via Milano</em></p>
<p>·       Domenico Bizzarro, Cooperativa La Rete I<em>nterventi di lotta alla povertà e housing sociale su via Milano</em></p>
<p>·       Nadia Busato, scrittrice <em>La realtà e le prospettive del progetto Oltre la strada</em></td>
</tr>
<tr>
<td width="386"><strong> </strong></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Posizione orizzontale. Su Progetto per S. di Simone Burratti</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/12/17/posizione-orizzontale-progetto-s-simone-burratti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 Dec 2017 06:00:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[claudia crocco]]></category>
		<category><![CDATA[Gherardo Bortolotti]]></category>
		<category><![CDATA[Le Civette]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Giovenale]]></category>
		<category><![CDATA[Nuova Editrice Magenta]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Progetto per S.]]></category>
		<category><![CDATA[simone burratti]]></category>
		<category><![CDATA[valerio magrelli]]></category>
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					<description><![CDATA[di Claudia Crocco Progetto per S. è il primo libro di Simone Burratti, ed è una delle prime uscite all’interno di “Le Civette”, la recente collana che la Nuova Editrice Magenta ha dedicato alle opere prime. Magenta è la casa editrice che ha pubblicato Laborintus di Sanguineti nel 1956; nella storia della letteratura italiana il suo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="page" title="Page 1">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-71378" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/20170831152641-212x300.jpg" alt="" width="212" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/20170831152641-212x300.jpg 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/20170831152641-768x1086.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/20170831152641-724x1024.jpg 724w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/20170831152641.jpg 1599w" sizes="(max-width: 212px) 100vw, 212px" />di <strong>Claudia Crocco</strong></p>
<p>Progetto per S. è il primo libro di Simone Burratti, ed è una delle prime uscite all’interno di “Le Civette”, la recente collana che la Nuova Editrice Magenta ha dedicato alle opere prime. Magenta è la casa editrice che ha pubblicato Laborintus di Sanguineti nel 1956; nella storia della letteratura italiana il suo nome è legato soprattutto ad opere d’avanguardia. Anche la plaquette di Burratti è sperimentale, come si legge nel risvolto di copertina firmato da Viviana Faschi, ma lo è in modo diverso non solo rispetto alla Neoavanguardia, come è ovvio, ma anche rispetto a molta poesia di oggi che presenta un marchio esibito di sperimentalismo.</p>
<p>Il libro si compone di quattro sezioni (Posizione orizzontale, Costruzioni, Appunti per un distacco, Quadrato), ognuna contenente cinque testi, per un totale di venti. La terza sezione è quella più esplicitamente sperimentale: Poesia dello zenzero e Scarborough Fair possono essere considerati esempi di googlism; Cronologia consiste nell’elenco di tag o frasi tipiche della pornografia; Stinkfist è una traduzione molto libera di una canzone dei Tool, come si legge nella Nota alla fine del libro. Nessuno di questi testi, dunque, è scritto per rispecchiare o permettere l’espressione di una voce individuale; eppure sono in continuità con la voce presente nel resto di Progetto per S., che può sembrare autobiografica.</p>
<p>&nbsp;</p>
</div>
</div>
</div>
<p><span id="more-71375"></span></p>
<div class="page" title="Page 2">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p>Nei restanti sedici testi, infatti, Burratti alterna prima e terza persona per descrivere un unico personaggio, che in Avatar viene definito «S.» Di fatto, S. ha molte caratteristiche in comune con il soggetto delle altre poesie del libro: vengono accentuate le sue caratteristiche più antiestetiche, fisiche e morali («S. è una persona bassa e insignificante»; «S. soffre di meteorismo»); ne risulta l’immagine di un corpo invadente e da reprimere («Per il mio corpo sono solo un peso [&#8230;] Hai piegato il tuo corpo a un compromesso di efficacia e automatismo»). S. parla di sé con una forma di derealizzazione («E io mi dico che non sono io, questa estensione di braccia, tronco e inguine, questo fantasma che vegeta giorno dopo giorno»), che si concilia con la generale cupio dissolvi percepibile in ogni pagina («Mi faccio schifo molto spesso»; «Ma io sono qui e voglio pensare solo ai miei disagi fisici»; «La mia vita si disgrega giorno dopo giorno / e io sono bravo solo a non pensarci»; «Le dipendenze mi fanno sentire più tranquillo»). La decadenza fisica è quasi contemplata («Bisogni fisiologici, azioni scriptate»; «Che cosa importa e che cosa è efficace all’infuori dei dettagli fisiologici») e si affianca alla descrizione di una inettitudine o debolezza d’animo («il desiderio di essere diverso viene sempre di notte/ e se ne va al mattino con la stessa precisione») che è, in un certo senso, troppo accentuata per essere vera («S. mente dal giorno in cui ha imparato ad accettarsi»).</p>
<p>Di questa caratterizzazione fa parte anche il rapporto con le donne: da un lato appaiono quasi visiting angels, come scrive Dal Bianco nell’introduzione («Allora si prova a immaginare una figura femminile – una mamma o una fata. Sussurra qualcosa di dolce, e tutto è perdonato»; «Le donne e gli dèi erano a un altro livello»); dall’altro il desiderio è associato a una percezione di colpa e solitudine («Tristezza fatta di masturbazione o poco più»; «Stanotte mi masturberò / con lo sguardo fissato al soffitto/ come fanno gli uomini grandi/ prima di compiere opere grandi»; «Sui mezzi pubblici, S. sfiora le donne con il dorso della mano»). L’attrazione sessuale e l’attenzione alla malattia e ai dettagli fisiologici sembrano essere gli unici elementi in grado di alimentare uno slancio vitale nel protagonista di Progetto per S («In questo momento la masturbazione può sembrare tanto un’evasione quanto una battaglia per il controllo sul mondo»; «Pornografia come massima distrazione /assidua conferma e dimenticanza»). Di S. sappiamo, d’altronde, che viene «dalle proiezioni più sincere della tua autocoscienza», ma anche che «è l’unico che potrebbe capirmi».</p>
<p>I meccanismi della poesia non sono gli stessi dei mondi di finzione: per questo sarebbe sbagliato leggere Progetto per S. come un romanzo e scandagliare simmetrie, parallelismi e incongruenze fra il personaggio principale e l’autore. Eppure, è innegabile che questo libro, come molti degli ultimi decenni, si serve di alcune strategie finzionali, o meglio autofinzionali, che contribuiscono a costruire la voce dell’autore. Da questo punto di vista, presenta elementi in comune con le ultime opere di Stefano Dal Bianco, Guido Mazzoni, Gherardo Bortolotti, Valerio Magrelli. Questi autori condividono con Burratti anche un’altra caratteristica: alternano prosa e verso nella stessa opera, spesso con una prevalenza della prima. In Progetto per S. ci sono soltanto sei testi versificati: Sto scrivendo da un tempo diverso, Entrare nel mondo, sfuggire al mondo nella prima sezione; In a Landscape, Storia di una fine, Progetto per S. nella seconda; Astronavi nella quarta. A parte i primi tre, gli altri sono tutti prosimetri, nei quali le parti in versi sono presenti in modo irregolare (e, nel caso di Astronavi, minoritario). È evidente che Burratti conosce la poesia in prosa italiana che si è imposta, con una dimensione di gruppo o movimento, negli ultimi quindici anni: Bortolotti è l’autore a lui più vicino per la costruzione di un personaggio autofinzionale, deformato come all’interno di un dark fantasy; Broggi è un modello per i testi più grotteschi e violenti, quasi splatter (11h. Nuovi modi per uscirne; Cronologia; Stinkfist) nonché per le poesie la cui struttura è quella dell’elenco o della lista (Scegliere); un possibile riferimento per queste ultime è anche Giovenale.</p>
<p>Al tempo stesso, Burratti non è un epigono del gruppo: rispetto a coetanei più noti, le sue poesie non sono una dimostrazione di antistile o di antipoesia, ma costruiscono un discorso su ciò che resta di vitale e autentico in una coscienza contemporanea, sui rapporti umani e sull’autopercezione. Scegliere, ad esempio, è il testo in cui appare più chiaro che l’autosvalutazione non è solo un atteggiamento personale, bensì un modo per mostrare la mistificazione sulla quale si fonda qualsiasi coscienza: «Smettere di bere, svegliarsi a un’ora decente, avere rispetto per la sofferenza degli altri, per l’amore degli altri. [&#8230;] Smetterla di secolarizzare l’amore, o di creare figure leggendarie. Ricordarsi tutte le cose belle che contavano, dire “mi dispiace”, pensare: “voglio cambiare tutto”, liberarsi da qualsiasi costruzione». Tutti i buoni propositi di un uomo occidentale contemporaneo, la «presa di coscienza» con cui si apre il testo, si basano in realtà su una forma di buonismo velleitario o, quando c’è più consapevolezza, su una necessaria autoillusione.</p>
<p>Questa riflessione continua con gli esperimenti di googlism. In Progetto per S. di Burratti – come già in Avventure minime di Broggi – c’è una decostruzione del linguaggio quotidiano delle emozioni. Ad esempio la finta ballata Scarborough fair è dedicata ai filtri d’amore, e accosta frasi che sembrano tratte da ricette di cucina o da articoli sul mangiar sano («La salvia è da sempre il simbolo della salute ma anche della virtù delle massaie») ad altre che riproducono il lessico degli articoli dedicati alle relazioni amorose («[&#8230;] stabilire relazioni strette, in particolare quelle amorose, è un bisogno essenziale dell’essere umano. Un utente su tre cerca relazioni online. Sono in tanti quelli che, tra chat e videochiamate, hanno costruito relazioni profonde. Basta sentirsi un po’ amati e la vita cambia»; «La terapia di coppia è molto indicata per questo tipo di problemi»; «Non si dà amore senza la possibilità di tradimento, così come non si dà tradimento se non all’interno di un rapporto di amore»). I rapporti umani sono più complessi di una ricetta culinaria, eppure il nostro modo di verbalizzarli implica quasi sempre una schematizzazione, un tentativo di ridurli a «prezzemolo, salvia, rosmarino e timo».</p>
<p>In conclusione, Progetto per S. è uno degli esordi recenti più interessanti, perché costruisce una poesia con gli hashtag del porno e perché, poche pagine prima, ha il coraggio di presentare un testo in versi, che si apre e si chiude con la parola «cielo» e con il verbo «amare»: «perché il cielo si trasforma continuamente / e si spegne, di regola, e delude / come sempre le cose che si amano».</p>
</div>
</div>
</div>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Prove d&#8217;ascolto</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/05/28/prove-dascolto/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 May 2017 05:00:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Dal giugno 2015 al maggio 2016 si è svolto un laboratorio di scritture dal titolo «prove d&#8217;ascolto» presso la sede della galleria WSP photography di Roma (http://www.collettivowsp.org/), che ha visto coinvolti 23 autori [1]. Da oggi Nazione Indiana pubblica testi e tracce di quegli incontri. Di seguito una breve presentazione del progetto a firma dei due [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Dal giugno 2015 al maggio 2016 si è svolto un laboratorio di scritture dal titolo </em><em>«</em><em>prove d&#8217;ascolto</em><em>» presso la sede della galleria WSP photography di Roma (</em><a href="http://www.collettivowsp.org/"><em>http://www.collettivowsp.org/</em></a><em>), che ha visto coinvolti 23 autori </em><em>[1]. Da oggi Nazione Indiana pubblica testi e tracce di quegli incontri.</em><strong><em> </em></strong><em>Di seguito una breve presentazione del progetto a firma dei due curatori, <strong>Simona Menicocci </strong>e<strong> Fabio Teti</strong>.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L&#8217;esperienza laboratoriale «prove d&#8217;ascolto» nasce dall&#8217;insoddisfazione, e nell&#8217;insoddisfazione – è importante: anche e soprattutto rispetto a se stessa, alle articolazioni ed energie, alle pratiche e relazioni che ha saputo o mancato di generare, al tempo che ha potuto o mancato di donarsi – consegna oggi, profittando dell&#8217;ospitalità di Nazione Indiana, ad una socializzazione ulteriore ed espansa quegli &#8216;atti&#8217; di scrittura attorno cui e generando i quali si è configurata, dal giugno 2015 al maggio 2016, in tre appuntamenti romani presso la sede della <em>WSP photography</em>, (ne approfittiamo per ringraziare Lucia Perrotta per l&#8217;ospitalità concessaci).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L&#8217;idea del laboratorio, basilare e intimamente ispirata alle motivazioni che condussero Giuliano Mesa a dar vita al progetto <em>Ákusma </em>(sono ormai quasi vent&#8217;anni), si è fatta strada a partire da Albinea (RE), seconda edizione della rassegna <a href="http://eexxiitt.blogspot.it/search/label/EX.IT%202014">EX.IT</a>, nell&#8217;ottobre del 2014, durante la tavola rotonda coordinata da Antonio Loreto e Massimiliano Manganelli. In quell&#8217;occasione, una schiera di critici letterari, studiosi, traduttori e autori, fu invitata a intervenire intorno alle scritture, e al panorama autoriale da esse illustrato, raccolte nel catalogo-antologia<em> ex.it 2013 &#8211; Materiali fuori contesto</em> (Tielleci, Colorno 2013). In quella sede, al netto delle possibili dispercezioni di chi scrive, poche, pochissime delle molte parole che potemmo ascoltare (gli atti dell&#8217;incontro sono oggi raccolti e leggibili nel volume <em>ex.it 2014 &#8211; Materiali fuori contesto</em>, Tielleci, Colorno 2016) ci sembrarono fattivamente interessate a ricavare <em>dai testi</em> in questione, considerati nella loro singolarità e varietà (di materiali, procedure, modalità della messa in comune e suoi oggetti) quegli strumenti critici e quei criteri analitici rinnovati di cui probabilmente l&#8217;intero campo letterario italiano necessita da tempo. Un&#8217;occasione parzialmente sprecata, dunque – e forse fatalmente, stante la difficoltà obiettiva di maneggiare un così ampio spettro di scritture e posture autoriali, rispetto alle quali sembrò più agevole ripiegare sulle consuete strategie operative, quelle cioè tendenti alla categorizzazione definitoria, all&#8217;individuazione delle autorialità più emblematiche, alla sinossi delle questioni, quali che fossero le anomalie letterarie in discorso e il ventaglio di problemi da esse spalancato: ripiegare sul tentativo di maneggiare, crediamo, come reti a strascico, categorie critiche pre-testuali, in quanto prodotte per dar conto di testualità altre, precedenti, o ancora pseudo-categorie o puntatori desunti dalle auto-descrizioni e riflessioni dei più attivi, sul fronte teorico, o metapoetico, degli scrittori in questione; ponendosi, al limite, il problema della prensilità generale delle stesse, ma in ogni caso, al netto delle cautele e delle perplessità espresse, assecondando il rischio già presente di una loro surrettizia mutazione da connotati probabili ad epitomi sicure, e ancora da strumenti descrittivi di <em>alcune</em> testualità esistenti a criteri discriminanti circa il valore di quelle contemporanee o a venire. Nulla che non pertenga al mestiere del critico, naturalmente; né avremmo potuto pretendere delle vere e proprie analisi testuali, in quella sede e in una fase, ancora, di vera e propria lotta per l&#8217;esistenza di tutta una serie di scritture spericolate e sganciate dalle anche recenti acquisizioni canoniche in materia. Ciò nonostante, la percezione acuta di una scarsa considerazione dei testi, della loro inaggirabilità e differenza, così come della produzione delle autorialità più appartate o in ombra del &#8216;catalogo&#8217;, fu la sola amara acquisizione con la quale lasciammo l&#8217;incontro e, su questo fronte almeno, Albinea.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Da qui, precisamente, l&#8217;idea di un laboratorio, mossi dalla necessità di riservare un più ampio spazio-tempo alle testualità degli autori coinvolti, uno spazio e un tempo in cui poter porre maggiore attenzione e accordare un ascolto qualitativamente più esposto al farsi stesso della scrittura. Con «prove d’ascolto» abbiamo infatti proposto ai 23 autori coinvolti di condividere i propri testi in lavorazione, le proprie “ricerche” in atto, e di affrontare collettivamente i nodi estetici, concettuali, pragmatici attorno cui stesse ruotando il proprio lavoro; ogni presente è stato dunque invitato tanto a leggere i propri testi, quanto a intervenire e a fomentare a una discussione, il più possibile spregiudicata, sullo specifico di ogni brano in questione e delle problematiche di lì emergenti. L&#8217;auspicio, o obiettivo, al di là di certe ‘somiglianze di famiglia’ e delle convivenze più o meno ireniche sotto l’inverificata copertura di una tendenza comune, era che potessero emergere e porsi in esponente le differenze empiriche e le distanze concrete tra le pratiche autoriali; che si riuscisse a provocare, sulla base di queste, e discutendo, una crisi ulteriore: radicalizzando, in termini di profondità e fertilità, quella spinta emancipativa comunque già implicita in ogni necessità o accidentalità di ricerca, quindi fornendo uno stimolo ulteriore tanto al movimento quanto al processo di auto-consapevolezza artistica. Allo stesso modo, ci aspettavamo di ricavare, sebbene in forma grezza,  provvisoria, qualche nuovo arnese ermeneutico, qualche strumento critico ulteriore, necessitato dalle e aderente alle scritture in questione (un implicito delle discussioni era infatti quello di prescindere da tutti quei dispositivi nominali o lassamente teorici dei quali auspicavamo invece una messa in crisi, se non un superamento: da “scrittura non assertiva” a “scrittura di ricerca”, appunto, dalla contrapposizione tra lirica e sperimentalismo a quella tra verso e prosa). Anche per questo motivo, oltre agli autori, abbiamo provato a coinvolgere nel laboratorio gli stessi critici e studiosi intervenuti ad Albinea nel 2014, nonché molti altri potenzialmente interessati a questo tipo di lavoro comune, di comunità operosa, ottenendo, naturalmente, nient&#8217;altro che una sfilza di mail inevase, di silenzi eloquentissimi o giustificazioni pasticciate, e potendo contare, nel concreto, su appena tre presenze discontinue, quelle di Gilda Policastro, di Guido Mazzoni, e di Massimiliano Manganelli, che ringraziamo. Poco male, ad ogni modo: si è fatto senza, giocoforza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Naturalmente, da cotanta ambizione, non poteva che derivare un altrettanto grande, e comunque fertile, fallimento. Tolti pochi casi, e sempre in conseguenza della quota di generosità ed energia messa in campo dai coinvolti, si è rivelato più che problematico dar vita a discussioni proficue, più che faticoso stimolare una partecipazione che avrebbe invece dovuto esserne precondizione. Lo stesso può dirsi per la seconda fase del laboratorio, alla prima legata proprio dalla volontà di fissare qualche risultato più stabile, di concretarlo. Dopo i tre incontri romani, infatti, dopo le parole in presenza e gli impacci, anche, dell&#8217;oralità, della soggezione, delle psicologie, abbiamo invitato ogni autore – secondo un esoterico sistema di incroci volto a garantire la copertura integrale dei testi condivisi, e fallito anche questo, a causa di varie defezioni – a rilanciare per iscritto le tracce del proprio ascolto, del proprio incontro con l&#8217;altrui scrittura, a produrre un testo breve, insomma, critico eppure libero, affrancato da ogni ansia mimetica e competitiva rispetto ai canoni formali della critica ufficiale. Anche qui, i risultati non son stati sempre all&#8217;altezza delle aspettative, ma ogni autore è responsabile delle proprie parole, le dette e le taciute, del proprio impegno e della propria disponibilità all&#8217;incontro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel momento della condivisione dei materiali, in una rubrica su Nazione Indiana che raccoglierà l&#8217;intera compagine dei testi presentati durante il laboratorio (giova ricordarlo: testi in quel momento incompiuti o in lavorazione, ed oggi magari diversissimi, o già pubblicati, o completamente cassati dagli autori stessi) accompagnati dalle rispettive <em>tracce d&#8217;ascolto</em> generate, ci preme forse maggiormente, stilando la parte positiva del bilancio, ringraziare uno per uno i nostri autori per ciò che hanno voluto o potuto fare e condividere; per essersi sobbarcati le spese di viaggi anche internazionali; per la loro disinvoltura o più silenziosa attenzione; per aver mostrato di poter leggere un testo (o <em>fare</em> <em>qualcosa</em> di un testo, maneggiarlo) senza dover ricorrere necessariamente a quegli approcci categorizzanti e a quelle parole d&#8217;ordine che tanto ci avevano infastidito a monte di questa esperienza. Per aver fatto emergere, infine, dalle loro letture, talvolta pigre talvolta sorprendenti, talvolta centrate talvolta felicemente divergenti, anche una serie di problemi forse nuovi e certamente urgenti, come quello, statisticamente più ricorrente, che riguarda l&#8217;uso, l&#8217;usabilità, la dimensione pragmatica tanto della scrittura quanto della sua inserzione e ricezione nel mondo, e che speriamo qualcuno voglia accogliere e approfondire, in sede critica e in relazione al funzionamento di un testo letterario contemporaneo. Li ringraziamo, ancora, per averci sopportati prima, e poi lungamente attesi, nella conduzione del laboratorio e in quella dell&#8217;approdo in rete dei suoi atti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Una conduzione, quella del laboratorio, così come del suo dopo, sicuramente affannosa, strattonata, ciascuno di noi dovendo volta a volta emancipare spazi e tempi letteralmente <em>impropri</em> dalla trama di esistenze materiali e lavorative votate a una furiosa avversione rispetto alle facoltà e pratiche dell&#8217;incontro, della condivisione, della lettura, del dissenso o dell&#8217;accordo argomentati – e argomentati poiché posteriori, appunto, all&#8217;incontro, agli oggetti di condivisione e analisi, all&#8217;ascolto di questi e alla domanda sul senso della loro messa in comune. Che si tratti poi di oggetti di scrittura non dovrebbe, crediamo, minare la seriosa generalità di quanto appena affermato: se le scritture sono nel mondo e il mondo riguardano, la proiezione nel mondo delle etiche e prassi che queste informano è problematica ma inevitabile, problematico ma inevitabile il loro fare mondo, riproporsi su altra scala all&#8217;altezza delle nostre forme di vita.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>[1] Questi i partecipanti alle tre date: Daniele Bellomi, Alessandra Cava, Fiammetta Cirilli, Mario Corticelli, Elisa Davoglio, Alessandro De Francesco, Marco Giovenale, Alessandra Greco, Mariangela Guatteri, Niccolò Furri, Andrea Inglese, Andrea Leonessa, Giulio Marzaioli, Simona Menicocci, Manuel Micaletto, Renata Morresi, Vincenzo Ostuni, Nicola Ponzio, Giorgia Romagnoli, Luigi Severi, Fabio Teti, Silvia Tripodi, Michele Zaffarano. Il novero degli invitati avrebbe compreso anche Mariasole Ariot, Gherardo Bortolotti, e Andrea Raos, che non hanno potuto prendere parte ai lavori.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>Prove d&#8217;ascolto #1 &#8211; <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/05/28/prove-dascolto-1-daniele-bellomi/">Daniele Bellomi</a></p>
<p>Prove d&#8217;ascolto #2 &#8211; <a href="http://www.nazioneindiana.com/2017/06/01/prove-dascolto-2/">Alessandra Cava</a></p>
<p>Prove d&#8217;ascolto #3 &#8211; <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/06/04/prove-dascolto-3-fiammetta-cirilli/">Fiammetta Cirilli </a></p>
<p>Prove d&#8217;ascolto #4 &#8211; <a href="http://www.nazioneindiana.com/2017/06/08/prove-dascolto-4-elisa-davoglio/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Elisa Davoglio</a></p>
<p>Prove d&#8217;ascolto #5 &#8211; <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/06/11/prove-dascolto-5-mario-corticelli/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Mario Corticelli </a></p>
<p>Prove d&#8217;ascolto #6 &#8211; <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/06/15/prove-dascolto-6-alessandro-di-francesco/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Alessandro De Francesco</a></p>
<p>Prove d&#8217;ascolto #7 &#8211; <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/06/22/prove-dascolto-7-niccolo-furri/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Niccolò Furri</a></p>
<p>Prove d&#8217;ascolto #8 &#8211; <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/06/25/prove-dascolto-8-marco-giovenale/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Marco Giovenale</a></p>
<p>Prove d&#8217;ascolto #9 &#8211; <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/06/29/prove-dascolto-10-alessandra-greco/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Alessandra Greco</a></p>
<p>Prove d&#8217;ascolto #10 &#8211; <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/09/10/prove-dascolto-10/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Mariangela Guatteri</a></p>
<p>Prove d&#8217;ascolto #11 &#8211; <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/09/17/prove-dascolto-11-andrea-inglese/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Andrea Inglese</a></p>
<p>Prove d&#8217;ascolto #12 &#8211; <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/09/24/prove-dascolto-12-andrea-leonessa/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Andrea Leonessa</a></p>
<p>Prove d&#8217;ascolto #13 &#8211; <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/10/01/prove-dascolto-13-giulio-marzaioli/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Giulio Marzaioli</a></p>
<p>Prove d&#8217;ascolto #14 &#8211; <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/10/08/prove-dascolto-14-simona-menicocci/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Simona Menicocci</a></p>
<p>Prove d&#8217;ascolto #15 &#8211; <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/10/15/prove-dascolto-15-manuel-micaletto/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Manuel Micaletto</a></p>
<p>Prove d&#8217;ascolto #17 &#8211; <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/10/29/prove-dascolto-17-vincenzo-ostuni/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Vincenzo Ostuni </a></p>
<p>Prove d&#8217;ascolto #18 &#8211; <a href="https://www.nazioneindiana.com/2018/01/07/prove-dascolto-18-nicola-ponzio/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Nicola Ponzio</a></p>
<p>Prove d&#8217;ascolto #19 &#8211; <a href="https://www.nazioneindiana.com/2018/01/14/prove-dascolto-19-giorgia-romagnoli/" target="_blank" rel="noopener">Giorgia Romagnoli</a></p>
<p>Prove d&#8217;ascolto #20 &#8211; <a href="https://www.nazioneindiana.com/2018/01/21/prove-dascolto-20-luigi-severi/" target="_blank" rel="noopener">Luigi Severi</a></p>
<p>Prove d&#8217;ascolto #21 &#8211; <a href="https://www.nazioneindiana.com/2018/01/28/prove-dascolto-21-fabio-teti/" target="_blank" rel="noopener">Fabio Teti</a></p>
<p>Prove d&#8217;ascolto #22 &#8211; <a href="https://www.nazioneindiana.com/2018/02/04/prove-dascolto-22-silvia-tripodi/" target="_blank" rel="noopener">Silvia Tripodi </a></p>
<p>Prove d&#8217;ascolto #23 &#8211; <a href="https://www.nazioneindiana.com/2018/03/04/prove-dascolto-23-michele-zaffarano/" target="_blank" rel="noopener">Michele Zaffarano</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Riscrizione di mondo #2 – programma &#038; istruzioni per l’uso (26.5 Milano)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 May 2017 05:00:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Qui diamo il programma dettagliato, e le istruzioni per l’uso (19) di una mentalità intraterrestre. &#160; Per ognuno di noi ci sono circa 200.000.000 insetti (una biomassa importante). Sediamoci al tavolo con loro, con pazienza e cordialità. ⇓⇓⇓ venerdi 26 maggio &#8211; dalle 18.00 alle 21.00 VIR VIAFARINI via Carlo Farini 35, 20159 Milano Un incontro tra pratiche artistiche, poetiche, scientifiche a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><span style="margin: 0px; font-family: 'Georgia',serif;"><span style="color: #000000;">Qui diamo il programma dettagliato, e le istruzioni per l’uso (19) di una mentalità intraterrestre.</span></span></em></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-68400" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/riscrizione-orizzontale-blu.jpg" alt="Web" width="1800" height="600" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/riscrizione-orizzontale-blu.jpg 1800w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/riscrizione-orizzontale-blu-300x100.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/riscrizione-orizzontale-blu-768x256.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/riscrizione-orizzontale-blu-1024x341.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1800px) 100vw, 1800px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<h5><span style="margin: 0px; font-family: 'Georgia',serif;"><span style="color: #000000;">Per ognuno di noi ci sono circa 200.000.000 insetti (una biomassa importante). Sediamoci al tavolo con loro, con pazienza e cordialità.</span></span></h5>
<p style="text-align: center;">⇓⇓⇓</p>
<p><span style="font-family: times; font-size: x-large;">venerdi <strong>26 maggio</strong> &#8211; <strong>dalle 18.00 alle 21.00</strong><br />
</span><span style="font-family: Times; font-size: large;">VIR VIAFARINI via Carlo Farini 35, 20159 <strong>Milano</strong></span></p>
<div>
<div><span style="font-size: large;"><span style="font-family: Times;"><i>Un incontro tra pratiche artistiche, poetiche, scientifiche a cura di Gianluca Codeghini e Andrea Inglese<br />
</i></span></span></div>
<div></div>
<div>
<p><span style="font-size: large;"><span style="font-family: Times;"><i>Performances, micro-conferenze, letture, proiezioni, interventi musicali di:</i></span></span><span id="more-68031"></span></p>
<p><span style="font-family: Times;">Sergio Basso <i>con Elena Nico</i>, Dario Bellini <i>con Luca Iuliano e Mauro Scolara</i>, Gherardo Bortolotti, Alessandro Broggi, Alessandra Cava, Biagio Cepollaro, Gianluca Codeghini, Stefano Delle Monache, Carlo Fei, Giuliano Guatta, Bruno Galantucci, Alessio de Girolamo e Luca Pancrazzi, Mariangela Guatteri, Cose Cosmiche <i>con Helga Franza e Silvia Hell</i>, Andrea Inglese, Salvatore Insana, Concetta Modica, Vincenzo Ostuni, Luca Rizzatello, Italo Testa, Fabrizio Venerandi, Alberto Zanazzo</span></p>
<p><span style="font-family: Times;"><a href="http://www.descrizionedelmondo.it/" target="_blank" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?hl=it&amp;q=http://www.descrizionedelmondo.it&amp;source=gmail&amp;ust=1495266323361000&amp;usg=AFQjCNGLyHPI2x-m_91tUQo778hZGRZjjQ"><span style="color: #1155cc;">www.descrizionedelmondo.it</span></a><br />
<a href="http://www.warburghiana.it/" target="_blank" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?hl=it&amp;q=http://www.warburghiana.it&amp;source=gmail&amp;ust=1495266323361000&amp;usg=AFQjCNFjVbCIjVcSu2epS9cWcbaEN4ytHQ"><span style="color: #1155cc;">www.warburghiana.it</span></a><br />
<a href="http://www.viafarini.org/" target="_blank" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?hl=it&amp;q=http://www.viafarini.org&amp;source=gmail&amp;ust=1495266323362000&amp;usg=AFQjCNE2c2m2OptuPDISTsL-PelVNY08Mg"><span style="color: #1155cc;">www.viafarini.org</span></a></span></p>
<p><span style="font-family: Times;"><a href="http://www.radioarte.it/" target="_blank" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?hl=it&amp;q=http://www.radioarte.it&amp;source=gmail&amp;ust=1495266323362000&amp;usg=AFQjCNHEJ9Edk6I-80uT44j20HJXjTJQ_A"><span style="color: #1155cc;">www.radioarte.it</span></a><br />
<span style="color: #1155cc;"><br />
</span>⊗<br />
</span></p>
</div>
<div>
<div><span style="font-family: Times;">info e contatti</span></div>
<div><span style="font-family: Times;"><a href="http://www.viafarini.org/" target="_blank" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?hl=it&amp;q=http://www.viafarini.org&amp;source=gmail&amp;ust=1495266323362000&amp;usg=AFQjCNE2c2m2OptuPDISTsL-PelVNY08Mg"><span style="color: #1155cc;">www.viafarini.org</span></a> / <a target="_blank">archivio@viafarini.org</a> / <a href="tel:+39%2002%206680%204473" target="_blank"><span style="color: #1155cc;">+39 02 66804473</span></a></span></div>
<div><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-68402" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/tenebriodi-II.jpg" alt="tenebriodi II" width="932" height="283" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/tenebriodi-II.jpg 932w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/tenebriodi-II-300x91.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/tenebriodi-II-768x233.jpg 768w" sizes="(max-width: 932px) 100vw, 932px" /></div>
</div>
<div></div>
<div>
<p><span style="margin: 0px; font-family: 'Georgia',serif;"><span style="color: #000000;">– con l’estensione della poesia anche il mondo tenderebbe all’estensione, anche il mondo che è già esteso si estenderebbe dell’estensione poetica supplementare, fate estendere la poesia che così estende il mondo, che il mondo è millimetricamente indifferente alla poesia, ma ne dipende logicamente, la poesia è logicamente nel mondo, nello spazio diseconomico, e ci inseriamo dentro un pezzo di <a href="https://www.descrizionedelmondo.it/distribuzione-di-oggetti-del-profondo-cielo-e-di-specie-dinsetti/">arte anti-antropocentrica</a>, insetto-centrica, (e galattico-centrica, magari) – </span></span></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-68403" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/alexandre-Jamesion-atlas-coelestis.jpg" alt="alexandre Jamesion atlas coelestis" width="2441" height="501" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/alexandre-Jamesion-atlas-coelestis.jpg 2441w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/alexandre-Jamesion-atlas-coelestis-300x62.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/alexandre-Jamesion-atlas-coelestis-768x158.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/alexandre-Jamesion-atlas-coelestis-1024x210.jpg 1024w" sizes="(max-width: 2441px) 100vw, 2441px" /></p>
<p><span style="margin: 0px; font-family: 'Georgia',serif;"><span style="color: #000000;">– l’estensione territoriale della poesia, (e dunque del mondo) avviene mediante appuntamento e colloquio con La Triangolo (M33), che è un disco largo e piatto sovente ricco di materia interstellare</span></span> <span style="margin: 0px; font-family: 'Georgia',serif;"><span style="color: #000000;">ed un bulbo centrale ellissoidale formato da una popolazione di stelle vecchie e privo di materia interstellare. Le stelle giovani del disco sono classificate di Popolazione I, quelle vecchie del bulbo di Popolazione II. Anche noi dobbiamo ripopolarci, ognuno in Popolazione I e II, ma anche VII, anche XII, anche XXXI – allargandoci in Popolazioni ognuno avrà le voci che estendono mondanamente la poesia – </span></span></p>
<p style="text-align: center;">⇓⇓⇓⇓</p>
</div>
<p style="text-align: center;">PROGRAMMA DETTAGLIATO</p>
<p><strong>Sergio Basso</strong>, <em>Polaroid olfattive </em></p>
<p>(azione teatrale con <strong>Elena Nico</strong>)</p>
<p><strong>Dario Bellini</strong>, <em>Il Kouros</em></p>
<p>(scultura teatrale con <strong>Luca Iuliano</strong> e <strong>Mauro Scalora</strong>)</p>
<p><strong>Gherardo Bortolotti</strong>, <em>Quando arrivarono gli allieni</em></p>
<p>(lettura)</p>
<p><strong>Pietro Braione</strong>, <em>Symbolic execution of programs with heap inputs </em></p>
<p>(conferenza)</p>
<p><strong>Alessandro Broggi</strong>, <em>Una sindrome condivisa</em></p>
<p>(performance/installazione)</p>
<p><strong>Alessandra Cava</strong> e <strong>Salvatore Insana</strong>, <em>blue rooms+notice of storm</em></p>
<p>(video)</p>
<p><strong>Alessandra Cava</strong>, <strong>Gianluca Codeghini</strong> e <strong>Andrea Inglese</strong>, <em>Riscrizioni di mondo</em> (performance/installazione)</p>
<p><strong>Biagio Cepollaro</strong>, <em>Le qualità</em></p>
<p>(lettura)</p>
<p><strong>Cose Cosmiche</strong>, <em>&#8221; \ n&#8221; all&#8217;inizio di una riga, della riga successiva</em></p>
<p>(ping pong lecture con <strong>Helga Franza</strong>, <strong>Silvia Hell</strong> e altri)</p>
<p><strong>Stefano Delle Monache</strong> e <strong>Andrea Inglese</strong>, <em>Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato</em></p>
<p>(performance/installazione)</p>
<p><strong>Carlo Fei</strong>, <em>Come le onde</em></p>
<p>(performance)</p>
<p><strong>Bruno Galantucci</strong>, <em>Experimental semiotics What is it? What is it good for? </em></p>
<p>(conferenza)</p>
<p><strong>Alessio de Girolamo</strong> e <strong>Luca Pancrazzi</strong>, <em>Overcrowding</em></p>
<p>(performance musicale)</p>
<p><strong>Giuliano Guatta</strong>, <em>Ginnica del segno</em></p>
<p>(performance)</p>
<p><strong>Mariangela Guatteri</strong>, <em>Practognostica: il confine, il ginocchio</em></p>
<p>(performance)</p>
<p><strong>Concetta Modica</strong>, <em>Caleidoscope</em></p>
<p>(video)</p>
<p><strong>Vincenzo Ostuni</strong>, <em>Faldone</em></p>
<p>(lettura)</p>
<p><strong>Luca Rizzatello</strong>, <em>Tigre contro grammofono</em></p>
<p>(performance)</p>
<p><strong>Italo Testa</strong>, <em>I camminatori</em></p>
<p>(lettura)</p>
<p><strong>Fabrizio Venerandi</strong>, <em>Della terra, del corpo, del niente e delle sue parti</em></p>
<p>(installazione)</p>
<p><strong>Alberto Zanazzo</strong>, <em>Il sogno del kouros</em></p>
<p>(lettura e immagine proiettata)</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-68411" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/monographiederph.jpg" alt="_monographiederph" width="882" height="464" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/monographiederph.jpg 882w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/monographiederph-300x158.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/monographiederph-768x404.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/monographiederph-470x248.jpg 470w" sizes="(max-width: 882px) 100vw, 882px" /></p>
<p style="text-align: center;">⇓⇓⇓⇓</p>
<p style="text-align: center;"><span style="margin: 0px; font-family: 'Gadugi',sans-serif;"><span style="color: #000000;">ISTRUZIONI PER L’USO DETTAGLIATE</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; font-family: 'Gadugi',sans-serif;"><span style="color: #000000;"> </span></span></p>
<p><span lang="FR" style="margin: 0px; font-family: 'Gadugi',sans-serif;"><span style="color: #000000;">1) Valère Novarina: “Vidons les hommes les uns dans les autres et qu’ils se joignent sans langage aux choses sans pourquoi. Merde à l’homme!”</span></span></p>
<p><span lang="FR" style="margin: 0px; font-family: 'Gadugi',sans-serif;"><span style="color: #000000;"> </span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; font-family: 'Gadugi',sans-serif;"><span style="color: #000000;">2) siamo fittamente inquotidianati, scaviamo verso una luce stellare, ma sono gallerie più buie</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; font-family: 'Gadugi',sans-serif;"><span style="color: #000000;"> </span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; font-family: 'Gadugi',sans-serif;"><span style="color: #000000;">3) disponiamo di: galassie a spirale, galassie ellittiche, galassie irregolari, galassie lenticolari, stelle doppie, ammassi aperti, ammassi globulari, nebulose diffuse, nebulose planetarie, resti di supernova, e tanto altro ancora</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; font-family: 'Gadugi',sans-serif;"><span style="color: #000000;"> </span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; font-family: 'Gadugi',sans-serif;"><span style="color: #000000;">4) le fondamenta del mondo sono portate dagli artropodi, non scherziamo</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; font-family: 'Gadugi',sans-serif;"><span style="color: #000000;"> </span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; font-family: 'Gadugi',sans-serif;"><span style="color: #000000;">5) nei film le gente è extraterrestre, nella vita è intraterrestre</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; font-family: 'Gadugi',sans-serif;"><span style="color: #000000;"> </span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; font-family: 'Gadugi',sans-serif;"><span style="color: #000000;">6) non raccontiamo niente a nessuno</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; font-family: 'Gadugi',sans-serif;"><span style="color: #000000;"> </span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; font-family: 'Gadugi',sans-serif;"><span style="color: #000000;">7) fu padre Scheiner (di Walda) che per primo osservò le macchie solari nel 1611 ma ben pochi gli prestarono fede</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; font-family: 'Gadugi',sans-serif;"><span style="color: #000000;"> </span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; font-family: 'Gadugi',sans-serif;"><span style="color: #000000;">8) gli organi luminosi risultano costituiti di uno strato esterno di cellule raggruppate in lobuli</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; font-family: 'Gadugi',sans-serif;"><span style="color: #000000;"> </span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; font-family: 'Gadugi',sans-serif;"><span style="color: #000000;">9) nel dialogo intratterestre le cose come le parole cadono a terra</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; font-family: 'Gadugi',sans-serif;"><span style="color: #000000;"> </span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; font-family: 'Gadugi',sans-serif;"><span style="color: #000000;">10) un terreno arido e ghiaioso, con ciuffi di erba bruna avvizzita e bassi cespugli stentati, armati di spine</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; font-family: 'Gadugi',sans-serif;"><span style="color: #000000;"> </span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; font-family: 'Gadugi',sans-serif;"><span style="color: #000000;">11) cambiare regime alimentare ogni dieci anni: essere una persona detritivora, xilofaga, fitofaga, carnivora, commensale e parassita di altre persone, coprofaga e necrofaga</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; font-family: 'Gadugi',sans-serif;"><span style="color: #000000;"> </span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; font-family: 'Gadugi',sans-serif;"><span style="color: #000000;">12) in quella galassia l&#8217;attività di formazione stellare sta vivendo una fase intensa</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; font-family: 'Gadugi',sans-serif;"><span style="color: #000000;"> </span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; font-family: 'Gadugi',sans-serif;"><span style="color: #000000;">13) l’estensione poetica delle specie avviene per svuotamento linguistico</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; font-family: 'Gadugi',sans-serif;"><span style="color: #000000;"> </span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; font-family: 'Gadugi',sans-serif;"><span style="color: #000000;">14) nell’imitazione degli Ortotteri una persona deve amare il sole e cantare, infatti, specialmente i maschi, strofinando le zampe posteriori contro le ali anteriori, producono dei suoni particolari per attrarre le femmine</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; font-family: 'Gadugi',sans-serif;"><span style="color: #000000;"> </span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; font-family: 'Gadugi',sans-serif;"><span style="color: #000000;">15) fatene molta, l’antimateria ha vita breve e non può essere immagazzinata, in quanto si annichilisce al primo contatto con la materia</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; font-family: 'Gadugi',sans-serif;"><span style="color: #000000;"> </span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; font-family: 'Gadugi',sans-serif;"><span style="color: #000000;">16) entra presto in una grande pianura deserta, formata di sabbia, stagni salati o fango puro</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; font-family: 'Gadugi',sans-serif;"><span style="color: #000000;"> </span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; font-family: 'Gadugi',sans-serif;"><span style="color: #000000;">17) l’estensione della poesia avviene per atrofia delle parole scritte e sviluppo di gesticolazioni mute</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; font-family: 'Gadugi',sans-serif;"><span style="color: #000000;"> </span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; font-family: 'Gadugi',sans-serif;"><span style="color: #000000;">18) vedo nella mesosfera nubi nottilucenti o dormo</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; font-family: 'Gadugi',sans-serif;"><span style="color: #000000;"> </span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; font-family: 'Gadugi',sans-serif;"><span style="color: #000000;">19) passare come una termite gigante tutta la vita nell’ambiente chiuso all’interno del monticello</span></span></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-68415" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/frontelocandina-05.jpg" alt="locandina 5" width="597" height="842" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/frontelocandina-05.jpg 597w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/frontelocandina-05-213x300.jpg 213w" sizes="(max-width: 597px) 100vw, 597px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Critica progressista e comunità d’ascolto</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/01/25/critica-progressista-comunita-dascolto/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Jan 2017 06:00:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[critica letteraria]]></category>
		<category><![CDATA[cultura digitale]]></category>
		<category><![CDATA[franco fortini]]></category>
		<category><![CDATA[Gherardo Bortolotti]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
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					<description><![CDATA[ (Questo pezzo è uscito sulla rivista &#8220;Il ponte&#8221; (n° 11-12, 2016), all&#8217;interno di un dossier curato da Luca Lenzini e intitolato Critica letteraria al tempo di internet; esso raccoglie interventi dello stesso Lenzini, di Riccardo Donati, Italo Testa, Marco Gatto, Antonio Tricomi, Lorenzo Marchese, Roberto Gerace, Gabriele Tanda, Enrico Fantini e Rino Genovese.) di Andrea Inglese L’inflazione delle rivoluzioni [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong> </strong>(Questo pezzo è uscito sulla rivista &#8220;Il ponte&#8221; (n° 11-12, 2016), all&#8217;interno di un dossier curato da Luca Lenzini e intitolato</em> Critica letteraria al tempo di internet; <em>esso raccoglie interventi dello stesso Lenzini, di Riccardo Donati, Italo Testa, Marco Gatto, Antonio Tricomi, Lorenzo Marchese, Roberto Gerace, Gabriele Tanda, Enrico Fantini e Rino Genovese.)</em></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><em>L’inflazione delle rivoluzioni antropologiche</em></p>
<p>Il problema delle rivoluzioni antropologiche è che, all’epoca di Pasolini, sembravano potersi<span id="more-66540"></span> circoscrivere facilmente e essere tutto sommato rare. Dalla fine degli anni Settanta, però, i mutamenti all’interno delle società capitalistiche, ben presto vincenti sull’orbe terracqueo, sono diventati così rapidi e di ampia portata, da creare, almeno nelle cerchie intellettuali, un fenomeno d’inflazione di mutamenti di paradigma e svolte antropologiche. Sembrerebbe necessario, ad esempio, piuttosto che arrovellarsi ancora una volta intorno alle funzioni della critica, chiedersi se, in tale nuovo contesto di produzione e fruizione di prodotti culturali, qualcosa come il critico letterario o addirittura l’opera letteraria esistano ancora, o assomiglino sufficientemente a ciò che sotto il loro nome abbiamo conosciuto nel Novecento. Non è in realtà mia intenzione provare a rispondere a questa domanda, ma vorrei capire quanto possa essere pertinente porsela per riflettere sul futuro della critica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Sopravvivenza del critico progressista e della sua comunità d’ascolto</em></p>
<p>Per prima cosa, mi rifarò a una ben determinata concezione del critico, mostrando poi perché (e a chi) una sua eventuale scomparsa procurerebbe angoscia. Non penso, ovviamente, al critico che, come scrive Fortini, concepisce la sua attività come “l’avventura di un’anima tra i capolavori”, ossia esalti il dialogo tra lettore ed opera, come se quest’ultima fosse un isolato e astorico serbatoio di valori, a cui solo una cerchia di eletti possono in ogni epoca attingere. Nemmeno mi rifaccio all’idea che, paradossalmente, oggi è più obsoleta della precedente, secondo la quale la critica è un’attività scientifica (da scienziati della letteratura). Neppure il critico si riduce a un semplice studioso di letteratura. Il suo scopo consiste, semmai, secondo le parole di Fortini, “nella implicazione di vari ordini conoscenze <em>in occasione e a proposito</em> della conoscenza di un oggetto letterario” . Per semplificare, potremmo dire che questi vari ordini di conoscenze sono riconducibili a due categorie, le conoscenze relative al <em>linguaggio</em> e quelle relative al <em>mondo storico</em>. Il critico è qualcuno che discute di un un’opera (testo, prodotto linguistico), avendo come sfondo il mondo in una sorta di andirivieni, tale per cui questo esercizio permette una reciproca (dialettica?) illuminazione. Il critico, insomma, non è un semplice lettore particolarmente attrezzato (di gusto, di memoria letteraria), ma qualcuno che pretende, anche, di avere una qualche idea del contesto (il mondo storico) e del modo in cui il mondo storico generalmente condiziona l’universale attitudine comunicativa degli esseri umani, ossia i modi e le forme del loro linguaggio. Ma Fortini, oltre alla natura saggistica, ibrida, non sistematica, del discorso critico, ne chiarisce anche l’aspetto più politico: “la possibilità di una critica letteraria (come discorso sui rapporti reali fra gli uomini, la società e la storia loro, <em>a proposito</em> della metafora di quei rapporti che le opere letterarie sono) è in relazione al grado di omogeneità e circolazione degli interessi (intellettuali, morali, politici) della società o della parte di essa cui quella critica vuole rivolgersi” .</p>
<p>Ciò che conta in questo passaggio non sono tanto le prerogative del critico (il suo discorso e i suoi talenti), né quelle dell’oggetto a cui si rivolge (l’opera letteraria), ma il pubblico che lo ascolta, che ha <em>necessità</em> di ascoltarlo. Noi critici <em>progressisti</em> dovremmo almeno riconoscerci in quest’idea, secondo cui la critica è un discorso <em>parziale</em>, in quanto essa non pretende di rivolgersi a tutti (all’umanità alfabetizzata), ma a una sua <em>parte</em>, con la quale <em>condivide</em> degli interessi importanti. Quella critica che parla del mondo a proposito dell’opera, ha come sua condizione necessaria un uditorio non qualunque, con il quale sia stato, implicitamente o meno, stabilito un patto. Il succo di questo patto mi sembra stare in una triplice convinzione: 1) la società tende a mentire a se stessa, 2) questa menzogna è <em>interessata</em> (procura vantaggi agli uni e svantaggi agli altri), 3) le opere letterarie contribuiscono a lottare contro questa menzogna. (Si tratta, sia chiaro, di menzogne storicamente determinate.) In altre parole, qualcosa come l’ideologia esiste, essa condiziona il nostro modo di vedere il mondo, e quindi di parlare e scriverne; tale ideologia favorisce chi è in posizione di dominazione sociale, e perpetua forme di ineguaglianza; il critico progressista assolda la letteratura in quella forma di combattimento per l’emancipazione che va sotto il titolo di “critica dell’ideologia”. Quello, quindi, di cui vorrei qui discutere è la possibilità che <em>questa</em> critica scompaia, e che quindi venga meno questo sguardo politico sulle opere o, per meglio dire, questo sguardo sul carattere politico delle opere stesse, nel momento in cui concorrono a interrogare polemicamente i regimi connessi di visibilità e dicibilità del mondo “reale”, incrinando l’armonico (ideologico) rapporto tra parole e cose . È quindi importante capire se questa bizzarria della critica progressista possa ancora avere seguito, se cioè oltre al godimento innegabile che l’opera fornisce ai suoi lettori, si riconosca nella sua fruizione anche una dimensione ulteriore, conoscitiva e d’emancipazione, che trova le sue radici in tutto un contesto d’interessi condivisi almeno da una <em>minoranza</em>. Ci sono sufficienti risorse politiche, etiche e intellettuali per fare sì che questa minoranza non si dissolva, e riesca a tramandare, di generazione in generazione, alcuni dei suoi valori e idee fondamentali?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Estinzione della letteratura?</em></p>
<p>Il bello delle cifre, è che esse vengono mobilitate soprattutto quando hanno un potere terrorizzante. Prendiamo, per cominciare cautamente, cifre dell’indagine Istat sui lettori di libri in Italia. Nel 2015, il nucleo dei cosiddetti “lettori forti” (coloro che leggono in media almeno un libro al mese) costituiva solo il 13,7% dei lettori, mentre i “lettori deboli” (non più di tre libri all’anno) ben il 45,5%. Se andiamo poi a guardare l’evoluzione di questi dati, ci rendiamo conto che, tra il 2010 e il 2014, diminuiscono i lettori “deboli” e permangono stabili i lettori “forti” . Ciò sta a ricordarci che, una volta acquisiti compiutamente, i privilegi non si gettano con facilità alle ortiche. Se vogliamo, infatti, dare una coloritura di classe alle cerchie di lettori “forti” e “deboli”, possiamo constatare il fatto abbastanza prevedibile che: “Livelli di lettura superiori alla media si riscontrano tra i laureati, i direttivi quadri e impiegati, i dirigenti, imprenditori e liberi professionisti e gli studenti; quelli più bassi tra chi possiede la licenza elementare o nessun titolo di studio, gli operai, i ritirati dal lavoro e le casalinghe” (dati Istat 2010). Questo vuole dire, tra l’altro, che l’uditorio del critico progressista – indipendentemente dalla sua classe di provenienza – si situa più nelle fasce sociali dei dominanti che in quelle dei dominati. Fin dall’origine, il fenomeno “letteratura”, intesa non solo come corpo delle opere, ma anche come orizzonte di ricezione, implica competenze e criteri di lettura che appartengono a una <em>minoranza</em> della popolazione.</p>
<p>Veniamo ora alle cifre che veramente spaventano. Intanto, siamo nel mondo globalizzato e, più precisamente, nel sistema-mondo capitalistico, quindi diamo un’occhiata a quei paesi che, tutt’oggi, sono in posizione di dominio: gli Stati Uniti, ad esempio. Il colosso statunitense del commercio elettronico, Amazon, nel 2015 stava oltrepassando la soglia dei 300 milioni di utilizzatori attivi nel mondo, e da solo era responsabile della vendita, almeno negli Stati Uniti, del 40% dei libri nuovi. Ora, questa piattaforma non è solo un’infrastruttura tecnica che innova il commercio e la comunicazione, restando, secondo il proverbio popolare, <em>neutra</em>, ossia esposta a degli usi saggi o indiscriminati. Amazon, come altre piattaforme importanti del commercio e della comunicazione in rete – perché le due cose, tra l’altro, tendono sempre più spesso a diventare indiscernibili –, contribuisce a modificare in modo radicale l’universo dello scambio culturale. Lo ha ricordato Gherardo Bortolotti, in uno dei saggi più importanti, almeno in Itala, sull’argomento. In <em>Oltre il pubblico. La letteratura e il passaggio alla rete<b> </b></em><b></b>, Bortolotti dedica un paragrafo specifico, intitolato <em>La logica culturale dell’user-generated content</em>, al peso massiccio che, nel circuito della comunicazione in rete, acquista non solo la risposta attiva del fruitore dei prodotti culturali, ma la sua autonoma e permanente intraprendenza, sempre a metà tra comunicazione funzionale e espressione individuale. Scrive l’autore: “Gli utenti accedono, in quanto operatori, ad una modalità attiva di partecipazione ai circuiti mediatici e culturali e sono riconosciuti nel loro ruolo di produttori di discorso senza bisogno di alcun meccanismo di selezione. La loro legittimazione è in funzione della semplice connessione alla rete e alle sue piattaforme di produzione e di scambio”. In concreto: una parte di quei 300 milioni di utilizzatori attivi di Amazon, che non comprano solo scarpe o melanzane, ma anche libri, dischi e film, si dedicano, sollecitati dalla stessa piattaforma, all’attività più o meno estemporanea di recensori, ossia producono un flusso ingentissimo di critica letteraria a bassa intensità, che ha però ricadute commerciali, e in definitiva culturali, indubitabili. (Studi sul commercio elettronico hanno ribadito correlazioni esistenti tra opinioni espresse dai fruitori e tendenze di acquisto.)</p>
<p>Naturalmente Bortolotti non si limita a ragionare sul ruolo della critica, ma della letteratura (autori e opere) <em>tout court</em>. Non dimentichiamo, infatti, che oltre al dispositivo delle recensioni esiste quello delle (auto)pubblicazioni. Sempre Amazon offre agli aspiranti scrittori anche un servizio gratuito di pubblicazione digitale, diventando così distributore oltre che editore dei nuovi autori, con la promessa di garantire loro un vasto pubblico. Ma l’esortazione “espressivista”, per utilizzare il concetto formulato dal filosofo Charles Taylor, è insita anche in piattaforme (apparentemente) non commerciali come Facebook, per non parlare, oggi, degli smartphone connessi costantemente alla rete. Le conclusioni, a cui giunge Bortolotti nella sua analisi, pur essendo formulate in un tono neutro e distaccato, sono drastiche. Egli annuncia la semplice sparizione del fenomeno (moderno) della letteratura:</p>
<p style="padding-left: 30px;">&#8220;Il requisito della novità, a cui ancora faceva riferimento il Jameson da cui siamo partiti, per quanto effimero possa diventare come parametro formale richiede comunque la padronanza di un canone e del bagaglio di strumenti teorici e tecnici a cui lo stesso canone fa da supporto. Questa padronanza, quantomeno pratica, a sua volta implica un ruolo, quello dell’artista per intenderci, che la possiede o la dovrebbe possedere tra le proprie competenze. A sua volta, il ruolo dell’artista è il risultato di una differenziazione interna che connota un’implementazione peculiare di ciò che siamo soliti chiamare “cultura” e che, tra le altre cose, prevede il ruolo del pubblico come separato e specializzato nella fruizione degli “oggetti culturali” che gli artisti producono. Se viene a mancare il primo requisito, se ogni parametro formale perde di importanza e conta solo l’accumulo dei contenuti, tutto ciò che vi è collegato, nella logica del sistema a cui appartiene, perde di senso e consistenza.&#8221;</p>
<p>Considero l’analisi di Bortolotti dei mutamenti indotti dalle infrastrutture della rete (motori di ricerca, piattaforme commerciali, social-network) estremamente acuta e utile, mentre mi pare che le sue conclusioni pecchino d’ingenuità, per così dire, “antropologica”. Non sono convinto che la crescita di una certa dinamica culturale, in cui i “parametri formali” perdono rilevanza, implichi di per sé la scomparsa di un altro tipo di dinamica culturale, seppure minoritaria, in cui quei parametri invece continuano a funzionare e a essere considerati importanti. Inoltre, e questo lo possiamo verificare noi stessi, a partire dalla nostra esperienza quotidiana, è possibile partecipare simultaneamente, all’interno di una stessa vita, a pratiche culturali diverse se non apertamente contraddittorie. Molti di noi, sia in quanto autori sia in quanto critici, sperimentano un lavoro sulla forma di tipo lento e artigianale, senza per questo rinunciare alla quotidiana disseminazione e liquefazione del senso, attraverso la comunicazione/espressione estemporanea e semi-automatica su piattaforme in rete. Giochiamo simultaneamente due partite, senza per questo che una delle due debba avere definitivamente l’ultima parola. Certo, c’è il rischio che le più giovani generazioni finiscano con il giocare un’unica partita, quella che tende alla produzione indifferenziata. Ma questo avrebbe senso se la minoranza ora custode di certi parametri formali (di certe pratiche artigianali) fosse del tutto incapace di trasmetterli. Ed è su questo punto che, a mio parere, varrebbe la pena di concentrare l’attenzione, una volta acquisita la preziosa analisi di Bortolotti. Per quanto riguarda, poi, il nostro argomento specifico – le comunità d’ascolto che permettono la circolazione e la valorizzazione di un certo tipo di discorso critico –, bisognerà chiedersi in quale modo e in quali luoghi, dentro e fuori la rete, esse mantengono una loro coesione e la capacità di perpetuarsi. Dovremo quindi spostarci immediatamente in un contesto più ampio e complesso, dove diverse pratiche culturali, istituzioni, dinamiche sociali entrano in gioco, senza rimanere limitati alla pur pervasiva realtà della comunicazione in rete. Non è insomma così semplice prevedere l’evolversi di un patrimonio di competenze, connesse in buona parte a privilegi di classe, ma anche a delle istituzioni tendenzialmente egualitarie come la scuola e l’università pubbliche. Se poi spostiamo l’attenzione a livello mondiale, siamo confrontati a dati abbastanza sorprendenti. Una approfondita ricerca sulle abitudini mediali di giovani e adulti realizzata in 30 paesi nel 2005 situa la Tailandia al secondo posto nel mondo sia per il numero di ore di lettura a settimana che per il numero di ore passate al computer, al di fuori dell’attività lavorativa . Non solo, ma la Tailandia è anche al primo posto mondiale nel consumo settimanale di televisione. Dal nostro osservatorio europeo, sembra intuitivo concludere che la cultura della rete non possa che crescere a discapito della cultura del libro, e che entrambe, poi, siano in opposizione rispetto alla cultura televisiva.</p>
<p><em>Conclusione</em></p>
<p>Sarà sufficiente la nuova, invasiva, logica culturale dell’<em>user-generated content</em>, sollecitata dalla diffusione delle piattaforme informatiche, per dissolvere logiche culturali caratterizzate da “parametri formali” forti, che implicano una perdurante distinzione tra produzione e fruizione, e la sopravvivenza della cultura del libro, con le sue modalità di distanziamento critico nei confronti della realtà? Dare risposte troppo semplici, significa ancora una volta sottostimare la plasticità del soggetto umano, e la sua capacità sia di resistenza sia di riappropriazione inedita rispetto alle abitudini indotte dalle innovazioni tecniche e dagli ambienti tecnologici. Se poi questi processi culturali in atto contribuiranno a dissolvere alcuni miti della letteratura moderna, come la sacralità e la compiutezza dell’opera, il sacerdozio dell’autore, la “naturale” superiorità morale del pubblico competente, tutto ciò non farà che rafforzare una tendenza critica già insita in quella letteratura, e più volte espressa dalle avanguardie nel corso del secolo scorso. Discorso simile, va fatto per la crisi del canone. Le grandi opere del passato sono già “in memoria”, difficile ignorarle tutto a un tratto. Per quelle che verranno, dovremo soprattutto operare affinché ancora esistano delle comunità d’ascolto in grado di accoglierle, valorizzarle, tramandarle, anche al di fuori di ogni crisma di ufficialità e universalità. Tutto ciò corrisponderà ad esigenze e interessi di<em> minoranze</em>, che non troveranno che in se stesse la propria legittimazione. Questo, infatti, costituisce uno dei punti più delicati. Né l’università, come laboratorio a vocazione universalistica delle pratiche culturali, né la contestazione sociale, come laboratorio di classe delle pratiche politiche, stanno entrambe sufficientemente bene, per garantire <em>dall’esterno</em> legittimità a quel tipo di critica. Essa dovrà trovare in sé la propria legittimazione, e fare leva sul proprio corpo provvisorio e fragile, fatto di slanci ed errori, di collocazioni ibride e instabili, cercando di trarsi dalla palude dell’indifferenziato come il Barone di Münchhausen, prendendosi per i capelli.</p>
<p>*</p>
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		<title>da Le storie del pavimento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Nov 2016 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[Gherardo Bortolotti]]></category>
		<category><![CDATA[infraordinario]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[paolino]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
		<category><![CDATA[storie del pavimento]]></category>
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					<description><![CDATA[[pubblico un estratto del testo che ho letto alla Festa di NI e su cui sto lavorando in questo periodo. Hope you&#8217;ll enjoy. gh.] 29.09.2015 Paolino, dal letto, si scavava un rifugio nella materia densissima del buio, spingendosi a fondo tra i suoi spessori, come tra le pieghe membranacee di un corpo gigante, immenso e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><small>[pubblico un estratto del testo che ho letto alla Festa di NI e su cui sto lavorando in questo periodo. Hope you&#8217;ll enjoy. gh.]</small></em></p>
<p><strong>29.09.2015</strong></p>
<p style="padding-left: 30px;">Paolino, dal letto, si scavava un rifugio nella materia densissima del buio, spingendosi a fondo tra i suoi spessori, come tra le pieghe membranacee di un corpo gigante, immenso e deforme. Sentiva, tra le lenzuola, di avvicinarsi al cuore del sonno, che credeva fosse un lupo, alla scaturigine dell&#8217;altra vita, da cui a volte riportava dei ricordi quasi veri, delle parole, un sentimento di dolore familiare e cupo.</p>
<p style="padding-left: 30px;">Non eravamo i primi e in fondo ai cassetti, persi sugli scaffali alti, nei particolari delle fotografie appese, scoprivamo i ruderi degli antichi insediamenti. Una volta, sulla parete della cucina, trovammo diverse serie di lineette, tracciate a quote distinte, in colori pastello sbiaditi col tempo, segnate da sequenze numeriche come 88, 90, 98, 103, 115. Una volta ci imbattemmo in una calamita smagnetizzata, alta diversi centimetri, abbandonata nella scatola degli attrezzi, presso cui sostammo per una stagione. Ci raccontarono di una scritta &#8220;MAVRI&#8221; avvistata in un angolo in ombra del corridoio, vicino al battiscopa.</p>
<p><strong>30.09.2015</strong></p>
<p style="padding-left: 30px;">Non c’era sogno che resistesse all’inverno, che lo superasse, se non nella forma di un&#8217;acuta paura del domani. Le regioni più interne delle camere ci assicuravano un riparo dalle urla e dal clamore dei giorni in continua successione. Non era tanto il futuro che ci costringeva a un continuo tragitto e al disfacimento quotidiano, tra le ombre e le luci dell’appartamento, ma gli stessi volumi delle camere, incolmabili e prodighi di nuovi angoli, di luci mattutine, di reperti, di sentimenti.</p>
<p style="padding-left: 30px;">I muri erano i contrafforti di un mondo escluso dai nostri tragitti. Li costeggiavamo ciclicamente, percorrendone i battiscopa, superando le piccole scaglie di intonaco ai loro piedi, la polvere arenata contro il loro spigolo. Sulle pareti sentivamo scorrere le correnti convettive che muovevano i nostri sogni, i pensieri distratti e sentimentali che ci spingevano da una camera all’altra. Il loro spessore era interminabile. In un’epoca lontana, tentammo di scavarlo, di penetrare le sue misure e accedere all’altra parte. Procedemmo per anni sempre più a fondo nei laterizi, tra le tubature e gli impianti elettrici, le assi di legno, le intelaiature catramate e non arrivammo da nessuna parte. Trovammo solo un pupazzo, un pinocchio di pezza incastonato tra qualche mattone, che torreggiava sulle nostre teste e ci chiese della notte e del giorno.</p>
<p style="padding-left: 30px;">La Luna accompagnava Paolino, nella traversata delle notti che lo attendevano. Spesso sostava, come un palloncino, a mezz’aria ai piedi del letto, complicando la cameretta in un sistema di ombre, chiarori e illusioni, attraversato dai tragitti irresoluti dell’Omino del Sonno, delle Compagnie dei Sogni. Una volta Paolino la vide, convinta di non essere vista, aprire degli occhi da alieno verso di lui, occhi sfaccettati e iridescenti come quarzi, come opali, come il cuore tremendo di una montagna. La luce per poco si attenuò e, per un attimo, Paolino sentì il tremito di un sussurro irripetibile.</p>
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		<title>Il corpo del Rialto. Resilienza artistica di un luogo.</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/10/02/corpo-del-rialto-resilienza-artistica-un-luogo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Oct 2016 05:00:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; Può un luogo nella chiusura trovare una nuova forma? Può trovarla pur mostrandone i segni profondi che ne annullano la sua primaria funzione di accoglienza? Al Rialto Sant&#8217;Ambrogio di Roma, un evento di tre giorni (7-9 ottobre) intende porre l&#8217;attenzione sulle dinamiche culturali, messe in atto nella capitale dalle giunte comunali che si sono susseguite [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-large wp-image-64607" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/09/Marilisa-Mastropierro2-1024x683.jpg" alt="marilisa-mastropierro2" width="720" height="480" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/09/Marilisa-Mastropierro2-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/09/Marilisa-Mastropierro2-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/09/Marilisa-Mastropierro2-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/09/Marilisa-Mastropierro2-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" />Può un luogo nella chiusura trovare una nuova forma? Può trovarla pur mostrandone i segni profondi che ne annullano la sua primaria funzione di accoglienza?</p>
<p>Al <strong>Rialto Sant&#8217;Ambrogio</strong> di <strong>Roma</strong>, un evento di tre giorni (<strong>7-9 ottobre</strong>) intende porre l&#8217;attenzione sulle dinamiche culturali, messe in atto nella capitale dalle giunte comunali che si sono susseguite negli ultimi anni, che stanno portando lentamente ma inesorabilmente alla chiusura di tutti gli spazi &#8220;indipendenti&#8221; di produzione e creazione artistica e di aggregazione sociale e culturale.</p>
<p>Due anni fa capitò proprio all&#8217;associazione culturale Rialto, tuttora con i sigilli della questura che ne delimitano le possibilità di fruizione ed utilizzo. Da allora infatti sono chiusi il Teatro, l&#8217;Auditorium e molte delle sale in cui il Rialto ospitava le compagnie teatrali che non riuscivano, per carenze di fondi e miopia pubblica, a trovare spazio altrove.</p>
<p>Cosi proprio da questa mutilazione, il corpo del Rialto si rigenera. L’associazione Rialto torna ad animare il complesso del Sant’Ambrogio della Massima presentando il progetto temporaneo <em>Il corpo del Rialto – Resilenza artistica di un luogo</em>. Si tratta di un percorso esplorativo che indaga uno dei luoghi di produzione culturale più peculiari della capitale, aprendo la sede associativa ad opere d’arte, installazioni, performance e concerti, che ne ricercano un senso nuovo, di utilizzo e di vita, nonostante l’indefinita e quasi totale chiusura avvenuta a febbraio 2015.</p>
<p>La chiusura della storica sede dell&#8217;associazione, le continue interruzioni delle attività di incontro, socializzazione e produzione artistica, ci regalano, per ossimoro, la possibilità eccezionale di raccontare ciò che dello spazio non è stato secretato, quel limite invalicabile che ne sancisce la chiusura, aprendo, attraverso le arti, il restante spazio a una nuova vita. Prosecuzione del progetto del Rialto come corpo resistente e autonomo.</p>
<p>Senza alcuna aggettivazione si guarda ai segni della chiusura, alle porte rimaste chiuse da anni, alle loro risultanti, allo spazio che limitano e che definiscono, aprendolo a un progetto d&#8217;arte che ne manometta l&#8217;attuale forma pur non cancellandola.<br />
Un luogo chiuso è una “forma aperta”, sintesi che radicalizza il nuovo come il vecchio Rialto Sant’Ambrogio, da sempre luogo di accoglienza, accoglienza delle arti, dell&#8217;incontro e del confronto politico e sociale.</p>
<p>Da venerdì 7 a domenica 9 ottobre, il Rialto Sant’Ambrogio ospiterà</p>
<p><strong>Le mostre fotografiche:</strong><br />
&gt; “Per tutti i Busti” di Marilisa Mastropierro<br />
&gt; “A/C” di Lorenzo Pisani<br />
&gt; “Par Hasard sur la ZAD – Notre Dames des Landes” di Dario Davide Vegliante</p>
<p><strong>Le opere installative:</strong><br />
&gt; “Le belle arti” di ADR<br />
&gt; “Genius loci” di ADR<br />
&gt; “Solum” di ADR<br />
&gt; “ESTATE 2016” di Cinzia Colombo e Alessandro Riva<br />
&gt; “OZ” di Sara Davidovics<br />
&gt; “A Further Migration” di Maurizio Gualdi<br />
&gt; “Radiografie/Cartografie I Sequenza di bocche per voci mancanti” di Fabio Orecchini **<br />
&gt; “112_113_115 I Sequenza di voci per bocche mancanti” di Fabio Orecchini **<br />
&gt; “Still Life” di Adriano Padua &amp; “Senza paragone” di Gherardo Bortolotti<br />
&gt; “Visione amplificata” di Fabio Pennacchia<br />
&gt; “Latte” di Louise Roeters<br />
&gt; “In divenire. Trittico” di Donatella Vici</p>
<p><strong>Le live-performance:</strong><br />
&gt; “Franswers” di Giulio Carè VS &#8220;Veil&#8221; di Giovanni Tancredi e Andrea Veneri<br />
&gt; “Le Porte. Pane play Doors” di Pane in concerto<br />
&gt; “Filografie I Ananke” di Kate Louise Samuels **<br />
&gt; &#8220;Inquadrature&#8221; di Luca Venitucci in concerto</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>** Lavori tratti dall&#8217;installazione TerraeMotus di Fabio Orecchini. Performance di Kate Louise Samuels</p>
<p><img loading="lazy" class="size-large wp-image-64606 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/09/ChiattiGinvernoDSC_2173-1024x681.jpg" alt="chiattiginvernodsc_2173" width="720" height="479" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/09/ChiattiGinvernoDSC_2173-1024x681.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/09/ChiattiGinvernoDSC_2173-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/09/ChiattiGinvernoDSC_2173-768x511.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/09/ChiattiGinvernoDSC_2173-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il corpo del Rialto &#8211; Resilienza artistica di un luogo</strong></p>
<p><em>Da venerdì 7 a domenica 9 ottobre – dalle 18 alle 22 (domenica dalle 16 alle 21)</em><br />
<em>Rialto Sant’Ambrogio – via di Sant’Ambrogio 4, Roma</em></p>
<p><em>Ingresso libero</em></p>
<p><strong>Venerdì 7:</strong><br />
apertura mostra &#8211; h 18:00<br />
live-performance “Franswers” VS &#8220;Veil&#8221; &#8211; h 18:30/19:30<br />
live &#8220;Inquadrature&#8221; – h 21:00</p>
<p><strong>Sabato 8:</strong><br />
apertura mostra &#8211; h 18:00<br />
live “Le Porte. Pane play Doors” – h21:00</p>
<p><strong>Domenica 9:</strong><br />
apertura mostra &#8211; h 16:00<br />
live-performance “Franswers” VS &#8220;Veil&#8221; &#8211; h 18:00/19:00<br />
incontro aperto al pubblico “CorpOrale” – h 19:00</p>
<p>L’evento è organizzato dall’associazione Rialto, ideato e progettato da Anton de Guglielmo, Rosa Martino, Marilisa Mastropierro, Fabio Orecchini e Tiziano Tancredi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Info: Anton de Guglielmo – 329 1553105<br />
Rialto &#8211; Produzione<br />
Via di S.Ambrogio, 4 – 00186 Roma<br />
www.facebook.com/RialtoRoma</p>
<p>&nbsp;</p>
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