Prove d’ascolto #15 – Manuel Micaletto

15 ottobre 2017
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Non esco granché molto e quando esco mi piace andare nei posti più migliori ed eccezionali del mondo. Non ce ne sono tanti di posti così migliori, per questo spesso posso farmi un tour completo, in quanto poiché, credo io, il caso volle che dio a sua volta volesse che questi posti trovassero ubicazione presso il mio quartiere. Un posto migliore del mondo che primeggia a livello ultimate è i ferramenta. Non è necessario farvi accesso, già dalle vetrine. Le infatti vetrine dei ferramenta sono estranee agli spot, prive di highlights, corner luminosi, la visione corre senza accenti, niente ha bisogno di essere evidenziato poiché tutto partecipa di una comune evidenza. Nessun faretto alogeno punta al bullone, nessun cacciavite supera nessun niente sull’onda del brand, non c’è nessuno schieramento strategico, e fatta eccezione per i magari trapani ciascuna cosa è innumerevole tra altre innumerevoli cose e fraterne, in un vuoto di marketing. Le vetrine dei ferramenta superano il concetto stesso di esposizione. Le merci sono invece sovresposte. Infatti quello che rende i ferramenta un luogo così speciale dell’universo mondo è come essi ferramenta elaborano la luce, come la conciano. La ricevono e la restituiscono sia incrementata (quantità) sia impreziosita (nella grana: qualità). Pensiamo ad es. alle colonie dei bulloni, con le loro sagomature, che prima accolgono la luce e poi la infrangono con un’azione prismatica.
Accade, in generale, qualcosa come un flipper.
Un’altra caratteristca che permette ai ferramenta di svettare sul creato è l’effetto wunderkammer. Dove la meraviglia non emana dal singolo tuttavia oggetto, ma da come la somma di moltissime unità a valore 0 produce invece, alla fine, un valore complessivo inestimabile. Sono luoghi esauriti, saturati dalla presenza diffusa, granulare degli oggetti: lo spirito è barocco, ma le linee sono nette, austere, votate allo scopo, razionali. Questi peraltro oggetti ancora non sono nati alla loro funzione (si veda: un chiodo: senza entrare in relazione con una superficie, non serve a niente), e quando lo fanno sono spesso destinati ad una vita appartata, sullo sfondo, si innestano sottopelle nei traffici umani, presiedono alla sintassi del mondo. Alcuni concorrono/occorrono a popolare un ambiente, a fissare un componente all’altro; altri ancora sono votati all’astrazione, si occupano di inventare uno spazio, misurarlo, svolgono compiti invisibili, come gli angoli o le pendenze, generano un’immaginazione. Le giunture, i tubi murati, i chiodi che stanno lì nonvisti a sostenere i quadri che invece bisogna guardarli, gli attrezzi nel buio concreto della loro cassetta. Ma intanto che abitano insieme il grande alveare, prima dell’acquisto che li disperde nell’universo, ingenerano in noi l’incanto e la perfino commozione. Questo è inevitabile.
Un altro posto più fantastico del mondo è i distributori di palline magiche. Le quali palline provviste di magia sono poi una tra le cose più mirabili dell’idem. Essi distributori nella forma evocano uno scafandro o una tuta spaziale, con particolare riferimento al casco per via di quell’oblò incaricato di mostrare al visitatore la portata vertiginosa dell’offerta e proprio grazie a questo accorgimento diventa impossibile resistere. Allora si appone il disco di una moneta nella fessura dedicata, si gira una manopola, avviene uno scatto e la pallina viene espulsa dalla sua bolla di autismo, piomba dal numero alla realtà del marciapiede con un’energia più che cinetica, con un bensì autentico entusiasmo. Ora può esprimere pienamente le sue facoltà.
Le palline magiche non sono palline convenzionali ma sono invece dotate di una particolare feature vale a dire la magia. La magia di cui sono capaci consiste che benché non lo diresti, esse sono in grado dei rimbalzi in gran copia. Hanno un nucleo duro roccioso e ferroso tipo Nettuno e una scorza, una crosta gommosa (lucida, nei casi più frequenti e felici) che consente la magia. Le inoltre palline magiche devono la di loro magia anche al fatto che in qualche modo compendiano l’intero universo. Infatti talune nell’apparenza possono essere accomunate a pianeti composti di nuove miscele vulcanizzate, satelliti, corpi opachi, oppure luminosi, stelle, o a intere galassie dove la curva dello spazio tempo realizza una sfera che racchiude formazioni celesti in numero di miriadi, ennesime ancora addirittura implementano più texture (opaca, lucida, trasparente, trasparente con l’innesto in profondità di filamenti inclini alla luce e moltissimi) e sono tutte queste cose allo stesso tempo. Beh che dire congratulazioni. Questo è ineludibile.
Un terzo luogo leggendario dell’orbe terracqueo si tratta dei bar. Intanto le insegne sono sempre struggenti, sia neon sia no, preferibilmente neon (quelle rosa di quel rosa proprio delle lavagnette che si trovavano nei cereali comandano saldamente la classifica). Specie se sulla vetrina la combo si completa con quella cornice led che recita proprio BAR a scanso di equivoci e qualcosa si versa all’infinito da una bottiglia a un bicchiere, pixel dopo pixel. I bar dentro si nota facilmente il ventilatore che aziona l’aria, come una dinamo innesca le vite che transitano dal bancone ai tavolini, gli impone un senso di rotazione, da il fuori a il dentro e viceversa, mescola le musiche dei totem videolottery come un cocktail, mentre la macchina dell’espresso sfiata la combustione dell’intero motore. Essi bar ricavati come sono nel vivo del cemento rendono i blocchi della città accessibili, visitabili, e dalla vetrina gettano come un alone prerender su tutte le cose le quali esse cose prima filavano come formaggio fuso dal per es. toast, e ora rientrano nel loro script, perdono spessore poligonale. I bar interni ai centri commerciali rivelano poi una particolare qualità cioè presentando come presentano comunque un dehor, che però è un dehor interno,quindi non solo contro l’evidenza ma forse contro precisamente il mondo, come a significare che può darsi un’alterità anche in assenza di mondo; questi specialissimi tra i bar mostrano come la forma di vita bar tenda ad organizzarsi sempre attorno a certi schemi, come le piante si sviluppa in direzione della luce, anche laddove questo significa fingere un fuori che non si dà realmente, e se si invece dà almeno sul piano della fantasia questo lo dobbiamo proprio allo sforzo di uscire da sé che ogni bar esprime perfino in condizioni di patente disagio. Questo è inaggirabile.
Un luogo che pure lui figura nell’hitparade del mondo è certamente gli androni, tutti gli androni di tutti i palazzi. Nella penombra indolore che li mostra, con un rendering progressivo, appaiono sacri, appaiono una benedizione. Grazie a questa invenzione rivoluzionaria che è gli androni l’interno del mondo è reso accessibile tramite le porte vetrate, e da questa teca si può avvistare la vita come gli insetti infilati da uno spillo: si cristallizza, perde colpi, il frame rate collassa, rallenta inesorabile fino a stabilizzarsi su una velocità congrua allo sguardo, alla pace.
Le edicole inoltre meritano una menzione in quanto se la cavano niente male grazie soprattutto all’odore dei mensili, che vantano quella carta lucida. Puranche ciò è fatale.
L’inconveniente è che tra tutti questi posti top élite pianeta, per quanto ravvicinati, intercorre il mondo fatto di centri estetici dove le genti esibiscono facce che vanno dal gradiente chitarra acustica in su e perfino peggio, discopub dove l’adolescenza prolifera come una coltura batterica, cinema dove chi non ha il talento di guardare il soffitto si espone a una narrazione e molte altre zone invise al signoriddio.
Comunque facendo la dovuta attenzione, attraversando i parcheggi vuoti che il tetris del traffico ha apparecchiato per il mio passaggio e seguendo il corretto pattern delle piastrelle per scongiurare la lava minimizzo i danni e torno alla casa. E tutto questo, per difetto o per accensione, certamente pertiene al dolore.

il rumore degli autocicli in manovra, quando nella sequenza di un parcheggio a più fiate si
soffermano, dedicano il peso a un’area circoscritta e sotto sfrigolano, oppressi, i coriandoli
dell’asfalto, che squama. a suo modo, riferisce.

congratulazioni stampanti. ok anche telefoni SIP in guisa di saponetta, con la scocca lucida. ma
certo la particolare grammatura, nonchédimeno porosità, delle plastiche in dote alla maggiorpiù
delle stampanti, le favorisce e così si distinguono primissime, nel volgere dei tempi, in quantità di
anni ragionevoli, consone all’umana durata, nell’assumere quel colore, quel tono ambrato
caratteristico delle rovine. (altrimenti, toner).

nelle macchinine (e già dire OK è dire poco) più modeste, ad esempio quelle di stanza nel buio,
incistate nelle uova di cioccolato, le cui quali ruote per loro neppure è stata prevista, in sede
progettuale, una chance di rotazione, oppure sì ma la realizzazione è scadente al punto di bloccarle
al loro perno, in queste macchinine i refusi, le eccezioni che la plastica muove allo stampo, le
sbavature, gli sticker SPEED, RACE, 85 (o altri numeri che garantiscono velocità elevate), così
pure i fanali da applicare o preapplicati spastici (cfr. gelati tartarughe ninja, che una volta separati
dall’involucro rivelano una configurazione facciale tradita a tutte le altezze, la delusione di un
raffaello trisomico): in queste, la serialità ben disposta all’errore. in queste, nessuna redenzione.
kinda (&kinder) related.

l’invincibile certezza di pancarré nell’aula vuota, tirata a lucido dal personale ATA, con l’alcol
fucsia e volatile che dai banchi sale, entra a forza nelle narici ancora disposte secondo i ritmi del
sonno.

la visione di supermarket inabitati, lo schieramento delle merci, i prodotti installati alle latitudini più
frequentate dall’umano sguardo e dall’umana attenzione, nel convesso dell’orario feriale, a più mai
nessuno rivolti, fuor di competizione, che vivono una tregua. bravi yogurt, alla grande merendine,
beate conserve lucide nel buio appena smentito dalle luci di emergenza.

l’unico modo di intraprendere le cose, che nonostante tutti gli sforzi e i tentativi di rimozione resta:
avvalendosi di un’epica povera, da spot BMW.

il rumore consueto del mondo, le stringhe casuali del traffico che avanza in impressioni continue di
scooter, autobus, accelerazioni, velocità congrue alla legge o che la legge eccedono, secondo
cadenze variabili ma dando l’impressione di un loop, dove la ripetizione trova varie sedi: 1) a
livello microscopico: alcune sequenze sono ribadite, opel corsa, xmax, 156. tra una sequenza
identica e la stessa, identica, ma ancora, possono intercorrere alcuni minuti, possono intercorrere gli
anni. indifferentemente. 2) a livello macroscopico: ma ad un ordine di grandezza troppo grande per
poter assistere, nel volgere di un’umana partecipazione al mondo et alle sue vicende, ad un’intera
esecuzione dello spartito. 3) per certo. 4) seguenti.

nelle gallerie, il finestrino che smette di filtrare LA TOSCANA, capovolge il vettore della visione,
facendo leva sul buio in attuale versamento, e ti restituisce la faccia spettrale e tua, installata tra
altre nell’ambiente di uno scompartimento, nel distretto di un vagone, nell’andare a linee di un
treno. altrimenti irrelate.

il di cui prima sottofondo del mondo sovrascritto dal phon che, avendo (dai pleonastici capelli)
estromesso l’acqua come si conviene, ed essendo perciò giunto a piena cessazione del suo esercizio,
di nuovo lascia campo agli effetti audio abituali, che però non si manifestano subito, ma solo dopo
un certo lasso di tempo, come se il rumore che fino a poco prima li aveva rimpiazzati avesse
scavato, al loro interno, una nicchia, un vuoto, avesse ricavato una distanza, che abbisogna di essere
colmata per ripristinare il contatto. archiviata sotto: situazione di sicura connivenza.
applausi i POLARETTI. meglio ancora in forma flebo, invece che solida, lockati nel loro astuccio,
pari ai pennarelli (prima dell’uso), con i colori a crescere, ordinati. barre di uranio, iridescenti, in
condizione di luce favorevoli. non è negoziabile.
in certa misura, i tatuaggi a tempo delle merendine, egregi trasferelli, ed emeriti. appena dapprima
applicati tirano la pelle e brillano, ma in un tuttavia subito cominciano a gravarsi della polvere,
anneriscono, somigliano a formazioni cancerose, sicché la finestra temporale in cui puoi vantare un
pinguino sul braccio è risicatissima, mentre quella della malaria sèguita nei giorni. nello stesso
subito o dintorni, peraltro, si dilatano, crepano, vanno alla deriva come la PANGEA, espongono i
propri pixel come immagini low-res sottoposte ad un’implacabile azione di zoom. non scompaiono
ma si scompongono a puzzle, assecondando le texture epiteliali, rivelandole. resta una frattura. qui,
piena complicità.

nel preciso quando di mario kart che ti vede – per effetto degli ENVIRONMENTAL HAZARDS o
di un corretto impiego, da parte degli avversari, degli ITEMS abilitati alla morte e alla sua
distribuzione – consegnato al vuoto, sia detto vuoto più o meno consueto, più o meno imprevisto:
non necessariamente un telefonatissimo baratro RAINBOW ROAD, con le curve che piegano a
precipizio sui pianeti, senza barriere a contenere la corsa, a scongiurare la partecipazione di KOOPA
al niente siderale che tutto intorno insiste, e preme; ma anche i vuoti hardcore, quelli ignoti perfino
ai level designer, i vuoti che naturalmente scaturiscono in assenza di progetto, laddove la
pianificazione langue, cui ottieni accesso per tramite di una serie di eventi sfortunati et esclusivi
(che cioè mirano all’esclusione), la deflagrazione di una BOB-OMB che ti ribalta la vita e la riporta
al suo normale incedere orizzontale proprio nel momento in cui un GREEN-SHELL muove
ciecamente nel tuo slot e di nuovo ti costringe ad avvitare l’aria, fino a che non superi una
recinzione apparentemente invalicabile (neppure può essere considerata, propriamente, una
recinzione, dato che non si pone come elemento di separazione tra due luoghi distinti, ma come
semplice limite all’azione) ed ecco che fai quell’esperienza di un vuoto inedito, un vuoto inatteso,
che esiste in virtù di te e te soltanto, e delle circostanze che ti hanno condotto fino a quell’oltre
cinetico il quale da bravo è l’esito di un sistema chiuso di regole, una rosa esauribile di possibilità,
che tuttavia collide al suo interno, si inventa, esce da sé come KOOPA ora differisce il tracciato,
deposto nell’abisso che presto vorrà restituirlo, estraneo ai radar del conflitto.
gli stormi che agiscono in torsione contro lo schermo del cielo, davanti ai dead pixel del pirellone.
hoc modo comunicando un’attesa, mentre in background un’intera città esprime uno schema,
esegue il suo script, si riduce alla consistenza di uno screensaver (di giorno: proliferazione di
volumi poligonali, a saturare il campo visivo; di notte: una striscia braille, o una scheda perforata,
con la luce che evidenzia i buchi).
le insegne dei bar, in prospettiva, che l’una all’altra si sommano, e dritto al cuore portano un
comeché di trafittura.
vicende relative all’acqua, specie in atteggiamenti concentrici, nei wallpaper di default.

l’alluminio leggero, sonoro (assumendo, per ipotesi, un urto), dei cartelloni recanti impressi i gelati,
opportunamente associati ai rispettivi prezzi, spesso arbitrariamente corretti tramite l’applicazione
di appositi talloncini adesivi, oppure presenti solo a chiazze, o assenti del tutto. l’azione erosiva che
il sole, con sorprendente facilità, opera sui pigmenti che accendono il colore originale, il quale nelle
intenzioni e negli effetti rende l’intero roster desiderabile (al biscotto di più). questa azione, va
notato, non incontra resistenza alcuna da parte dei soggetti presi in esame. facilmente, dei gelati
indicati, nessuno è poi disponibile all’acquisto, specie nei casi più nostalgici, cfr. SANSON: trattasi
di pure installazioni. essi cartelloni sono lo strumento più accurato e sensibile di cui disponiamo per
la misurazione della qualità dei bar che li ospitano: vere et proprie cartine tornasole: tanto più il
colore difetta, tanto meglio high rated sarà il bar. di lato: somigliano a quel compasso che è la
morte, quando gira attorno al suo perno. (una partnership? certo che a dire, dice).

le zone consacrate all’accumulo, negli uffici, dove sorgono concrezioni spontanee di fogli A4, scene
minerali avanzano alla di ciascuno insaputa, nella lentezza del gocciare, a forza di stille, e
producono mutazioni impercettibili, leggere variazioni di assetto. per crescita di buio.
le anche zone segrete che accolgono gli oggetti i quali quando si sottraggono alla nostra
disponibilità, il vuoto che imprimono nei luoghi che la memoria invece assegna loro, la traiettoria
dei centesimi prima morbida quando attraversano la porzione di mondo che separa la tasca dal
pavimento, poi impazzita dall’impatto fino all’esaurimento, all’ultimo scatto nervoso che li seda.
al tavolino di un bar switchare, nell’immaginazione, la telecamera: come in FIFA14, visuale a volo
d’uccello. il tavolo è allora quella puntina che fissa un tempo al sughero del giorno.

 

 

*
Una nota su [Non esco granché] di Manuel Micaletto

di Renata Morresi

 

Con la caparbia applicazione del geek Micaletto opera un close reading dei processi piccoli, questi non riconosciuti legislatori del mondo. Come in parte avvenuto altrove (vedi l’ultimo libro, Stesura) l’attenzione viene declinata spazialmente: i siti di interesse sono e non sono non-luoghi, la differenza ormai rifratta su di un arco di innumerevoli gradienti di in/abitabilità, assetto, contatto, postura, manipolazione, ecc. Chi scrive esplora “i posti più migliori” con ossessione surrealista (ho pensato per un attimo alla messa a fuoco iper-ravvicinata delle sculture involontarie).  E parte da quell’eleganza feroce per procedere, in un crescendo di accanimento, fino a un tessuto incoeso, ma in qualche modo coerente con la polverizzazione dell’esperienza. La sua smaterializzazione costituisce l’antefatto e l’innesco della scrittura: “Non esco granché molto e quando esco…”, si dice all’inizio. Tra androni, ferramenta e dehors, il narratore non incontra, in effetti, nessuno. Questo non significa che non attraversi (e sfidi) molti campi di forze, molte relazioni anche brutali. Innanzitutto quelle urbane, irreggimentate nelle pratiche consentite di consumo. (Penso all’organizzazione spaziale di certi megasiti, aree sviluppate da privati per i centri commerciali o gli uffici amministrativi, dove si impone una geografia levigata, privata di ogni tipo di gradino, per rendere impossibile la sosta se non nelle apposite aree, atte, ovviamente, a consumare).

Già nei due primi riferimenti qua sopra citati si noti la stortura grammaticale: la metterei tra i mezzi espressivi adottati ad aggirare la romanticizzazione delle “povere piccole cose”. O ad aggiornarla? L’affondo nella smagatura chirurgica delle merci e delle loro dimensioni distributive si mescola così bene all’immergersi radicale nella loro alterità, al godere indisciplinabile dell’intelligenza, che qui non trovo denuncia disillusa attraverso la mimesi, quanto resistenza creativa attraverso opportunistiche tattiche di anti-uso. Ciò che viene comunemente ridotto al suo effetto d’uso (il chiodo, la parte esterna del bar, la caramella, il videogioco), qui viene ripreso da un lussureggiante indugiare discorsivo. Ripenso a De Certeau e alla sua Invenzione del quotidiano: l’individuo non è solo il bersaglio passivo delle strategie dei produttori, ma anche l’attivatore di un repertorio di tattiche, spesso funambolesche, che interagiscono – in modo anche caotico, certo – con la quantità di categorie classificatorie elaborate dalle forze egemoniche (che qui sono: il capitale, la città).

Niente è preso per ‘buono’, niente è a-culturale e innocuo, e tuttavia tutto è marginale (“la marginalità diventa universale”, ancora De Certeau), iper-atteso e scansato da un narratore che sta tra il flaneur-quasi-fermo e l’Asperger ad alto funzionamento. Privato di mondo (di luoghi di azione) sa come perdersi in una sofisticata dimensione percettiva e affettiva (=che riguarda le affezioni) delle cose del mondo. Privato di interazione e di collettività sa eccitarne tanti registri e discorsi: il languaging pubblicitario e commerciale (“highlights”, “brand”, “rendering”, “items”, “feature”, “top”, ecc.), il colloquiale e i suoi anacoluti (“Un altro posto più fantastico del mondo è i distributori di palline magiche”, “Beh che dire congratulazioni”), l’iper-letterario o il finto tale (“un’umana partecipazione al mondo et alle sue vicende”, “a più fiate”), il tecnichese “gli sticker SPEED, RACE, 85 (o altri numeri che garantiscono velocità elevate), così pure i fanali da applicare o preapplicati spastici”), lo pseudo-amministrativo con i connettivi testuali messi a casaccio (“Questi peraltro oggetti”, “la perfino commozione”), e il filosofico (“può darsi un’alterità anche in assenza di mondo”, “un’intera città esprime uno schema”).

Certo, non c’è consolazione, ovunque si muova lo sguardo è choc cognitivo o riflesso “al niente siderale che tutto intorno insiste, e preme” (e assorbe, aggiungerei). Nell’ultima parte la partitura si fa più sincopata, in un assedio che non sembra sciogliersi neanche alla fine, quando l’ambiente si rovescia esplicitamente in installazione, e il capitale riprende, per un attimo, la sua concretezza banale e si materializza in soldi (i centesimi che cadono sul pavimento).

Per sua natura il testo, forse, non può finire. E non può neanche, forse, rimettere in cammino il suo narratore. Può solo riorientare lo sguardo in visualizzazione dall’alto? Tramutare la sua capsula di tempo, il suo posto al tavolino del bar, in spazio-puntina affisso a un altro spazio, anch’esso povero, morbido? Può solo proseguire a “switchare”? Credo invece che il narratore tornerà a ‘casa’, anzi lo spero. Perché è nell’esaurire un fenomeno, io credo, che si manifesta meglio la sua bravura nel manipolare (sabotare? esaltare?) attraverso l’esposizione.

 

*

 

Prove d’ascolto è un progetto di Simona Menicocci e Fabio Teti

 

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3 Responses to Prove d’ascolto #15 – Manuel Micaletto

  1. Roberto Batisti il 17 ottobre 2017 alle 15:45

    ottima analisi di ottimi testi. offro non tanto un appunto quanto un’aggiunta: più che genericamente di “connettivi testuali messi a casaccio”, per costrutti come quelli dei due esempi ivi riportati (che in MM sono davvero sistematici, ma che incontro sovente anche in altri autori con tratti stilistici affini) parlerei di avverbi o connettivi collocati in posizione attributiva, fra determinante e nome. collocazione che sa quasi di greco classico, anche se ovviamente marcata fino alla non grammaticalità in italiano. può ben darsi che la sua origine stia (nella parodia di) certe locuzioni del linguaggio burocratico; ci vorrebbero su tutte queste procedure un po’ di studi linguistici accurati (la critica filologica non si oppone a quella militante, anzi. per me entrambe si oppongono a quella pigra).

    • renata morresi il 17 ottobre 2017 alle 22:35

      Grazie della precisazione, apprezzo molto.

      Una poeta-critica americana, Rachel Blau DuPlessis, ha coniato l’espressione “social philology”, per mettere insieme filologia e militanza – come dice la vulgata “le parole sono importanti” ecc., ma a volte basterebbe riconoscere le parole in quanto tali, come le ‘cose’ che dicono tutto.

  2. […] [Manuel Micaletto, Non esco granché, in Nazione Indiana, http://www.nazioneindiana.com/2017/10/15/prove-dascolto-15-manuel-micaletto%5D […]

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