Poesia, dhamma e errore

di Giovanni Cianchini

Il maestro di dhamma Corrado Pensa durante le sue lezioni usava fare riferimento a insegnamenti dei maestri antichi e moderni, buddhisti e anche cristiani o di altre tradizioni. Uno degli insegnamenti era questo (1): se siamo ossessionati dal voler fare qualcosa, se siamo mossi da brama o rabbia o ignoranza, non faremo niente di buono. Un altro era: per fare un lavoro contemplativo dobbiamo liberarci dal conosciuto, rinunciare a qualcosa come ricordi, curiosità, interessi vari; trovare uno spazio pulito nella mente. Un altro ancora: se vogliamo fare qualcosa nello spazio civile – ad esempio, volontariato o politica – dobbiamo stare attenti a cosa siamo riusciti a fare con noi stessi, perché quello che riusciamo a dare agli altri corrisponde a quello che siamo riusciti a dare a noi stessi.

Se qualcuno risiede in questa forma di vita, intendo la pratica del dhamma, non può fare a meno di considerare il fare poesia in questa dimensione. Naturalmente questo non ha niente a che vedere con i trip degli anni Sessanta/Settanta. Anzitutto: la poesia viene dopo la vita, dopo il dhamma, che vuol dire liberarsi dall’ossessione di essere creativi, innovativi eccetera.

Secondo: fare poesia è uno spazio contemplativo, che vuol dire ovviamente rinunciare ad altre cose, diciamo contingenti o pratiche. Ma ci sono altri livelli, più sottili di rinuncia. Una sorta di spoliazione dell’io. Qualcosa che può essere detto, invece si tace. Oppure, qualcosa vuole essere detto proprio con gli spazi di silenzio e vuoto della pagina. Ad esempio, nel cinema, la poetica dei piani vuoti di Ozu. Osserva George Steiner (2) che questa “rinuncia” si vede in certi maggiori poeti: “al di là delle poesie, quasi più forte di esse, è il fatto della rinuncia, la scelta del silenzio”. Ma forse questa attitudine al silenzio può averla solo chi è arrivato vicino alla vetta. Dopo la lunga inerpicata, dove l’ossigeno è rarefatto e manca il respiro.

È difficile praticare il silenzio quando il linguaggio che ci abita viene quotidianamente sommerso dall’onda sporca degli iperoggetti, invisibili, della comunicazione. Quando tutto il dicibile viene arruolato per promuovere stili di non-vita, o vita riflessa. Non è il senso del fare poesia, reagire a tutto questo?

“Quando nella polis le parole sono colme di barbarie e menzogne, niente parla più forte della poesia non scritta” (2). Questa è una soluzione, ma non può essere generalizzata.

Ecco un problema di dhamma: la rabbia, l’indignazione. Bisogna trovare uno spazio pulito nella mente, ma cosa fare con il senso violento di ingiustizia per le stragi di specie affamate aspettando la minestra? Mentre le democrazie tacciono, gli eletti, i pacificati, i difensori della pace tacciono. Dov’è la sponda, quale preghiera placa questa indignazione, per nulla decente?  Mentre un maestro muore. Dov’è la connessione?

E come trovare le parole per dirlo?

Allora viene in mente Fortini e la sua idea di poesia come valore. L’indignazione non si cancella. Fare versi è una forma di vita in sé, dove si mette in discussione tutto. Si mette persino se stesso nella lista dei nemici, per osservare più attentamente. Il dhamma è una forma di attenzione, fare versi è una forma di attenzione. E che sia pure con la stampella di un’ideologia. Le stampelle servono, eccome.

Fortini, parlando dei primordi della rivoluzione russa, ne rimarca il valore di cosciente trasformazione umana; un’azione come da santi: la ricerca della piena coerenza ai propri ideali e della comune felicità. C’è qualcosa che risuona con certi insegnamenti sapienziali. A prescindere dalla inattualità dell’ideologia marxista, il linguaggio di Fortini è un linguaggio transitivo, che vuole trasmettere uno stile di vita e di pensiero. Un linguaggio che non si accartoccia su se stesso, “che non ci cattura nella sua ragnatela” (3).

Ma il Fortini saggista intende la poesia un errore epistemologico, perché le cose importanti – il principio dialettico, il senso materialista della storia – vi possono essere trasmesse soltanto per errore, oppure è un errore provarci.

*

Parto da un altro punto. Dal Bianco (4) distingue un’etica della poesia da quella della teoria o della critica; presumo che per etica intenda il comportamento epistemologico e comunicativo. La poesia ha un modo di conoscere specifico e peculiare: “una ricerca di verità che passi assolutamente attraverso le fibre del soggetto”.

Il mio Etica dei ritagli (Arcipelago Itaca 2023) si avvicina a questa idea: un modo di conoscere – e un atteggiamento estetico – fatto di ritagli, che diventano mezzi di conoscenza, rudimentali quanto si vuole. Sono ritagli da stili e culture e mondi letterari diversi.

Grazie a questa molteplicità, il soggetto vorrebbe perdersi per strada, liquefarsi nei tanti rivoli. Ma non per un principio buddhista di annullamento del sé; semmai per un senso di fastidio della presenza. In realtà il soggetto non si perde, perché i ritagli lo vanno sempre a cercare. Semmai, diventa sfuggente, difficilmente riconoscibile. Un io “aumentato, continuamente esplorato, dilatato, slabbrato, consumato…” (5).

L’etica dei ritagli fa riferimento anche allo stile di vita di un lavoratore medio con famiglia. Tutto quello che si può conquistare dei tempi di valore sono ritagli: dato questo fatto, si tratta di dare a questi ritagli un’etica, un comportamento sociale e comunicativo cosciente.

I tempi di valore però non sono fuori dalla vita concreta:  sono ritagliati dentro come momenti eletti. Dentro una forma di vita, ci sono momenti nei quali si forma il linguaggio (il linguaggio per dirla). La distinzione tra tempi ordinari e tempi di valore esiste; quello che li distingue è una cosa almeno:  la qualità dell’attenzione. Ma non è un’attenzione al semplice presente, è attenzione sedimentale, storica, che comprende il tempo storico e soggettivo, la durata  (il tempo ridicolo, “stretching before and after” di Eliot, la “durata” di Handke).

In epigrafe al libro è indicata la frase “l’etica del presente e della morte ha orrore della perfezione come ha orrore del potere, perché non li sente reali” (4). Mi sembra evidente un sottofondo esistenzialistico, compresa una istintiva repulsione per le forme visibili del potere. Ma la frase sottende una domanda (Dal Bianco si riferiva all’uso delle forme metriche tradizionali, ma si può estendere la questione).

La questione è ben nota e ampiamente trattata, ma ogni volta si ripresenta come un problema, credo, personale: come parlare oggi delle macerie, delle specie in fila per la minestra, di quell’incerto territorio di confine tra le ragioni individuali e collettive, del senso di perdita di terra e di patria che incrocia aggrediti e aggressori ? E’ il tema della nominazione e delle figure retoriche:  è ancora giusto usare la metafora? Le similitudini sono sempre state usate, anche nella Bibbia (occhi come fiamme di fuoco; il regno di Dio come un granello di senape). Ma qui interviene ancora Fortini: “nega l’eterna lirica pietà/mi dico, la fantastica separazione/del senso del vero dal vero/delle domande sul mondo dal mondo…” (6).

Si potrebbe dire che è giusto chiamare le cose con il loro nome. Ma qual è il loro nome? In qualche modo bisogna entrare in questo errore senza confini, senza protezioni e senza scuse.

La poesia ha un comportamento epistemologico suo proprio. Questo vuol dire mettere in discussione qualsiasi dogma e verità prêt-à-porter. Via le stampelle. Per tanti fenomeni (figuriamoci per certi misteri, per certe epifanie) non si può far altro che girarci attorno, in un modo perifrastico, avvicinarsi lentamente, come all’uccello sul ramo.

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  1. C. Pensa, in Sati, Roma anno XXII n.2
  2. G. Steiner, Il silenzio e il poeta, Milano 2001
  3. C. Martì Aris, Silenzi eloquenti, Milano 2002
  4. S. Dal Bianco, Distratti dal Silenzio, Macerata 2019
  5. L. Cingolani, introduzione a G. Cianchini, Etica dei ritagli, Osimo 2023
  6. F. Fortini, Questo muro, Milano 1973

*

Gift of a seaside place

Gli dà il ritmo lo struscio del ginocchio sul velluto, nel bus

in una pausa del desiderio

Vola con le palline di polistirolo, sbriciolato da ragazzine dispettose, sui piatti

in terrazza prima del temporale

Lo indicano le frecce di luce sul soffitto, in camera dove vai a riposare

ma prima, vuoi un ultimo respiro cosciente

Stride nella sega elettrica giù in cortile, grida col principale che sgrida il rumeno

siede col principale che si fa un bicchiere

Lo cercavi voltandoti di scatto, durante la camminata all’ora di cena

aspettando qualcuno, tra i cortili vuoti, ancora una volta

cercavi un passo

autentico, un movimento ininterrotto

per non esserci stato invano

Lo strilla la ragazzina disperata al suo primo bagno di mare

lei la piccola, lei la grande, solo un momento dài

l’asciugamano la merenda e poi giochiamo

a nascondino, dài, tutta la vita a nascondino

*

La sera del mio compleanno di maggio, dopo la luna nuova

sono sceso nella sala dei libri e delle foto

Amara detta Theo fragile in bianco col marito cicciobello a Milano

Simo la rossa lingua rovente vedova thai, sembianza di madre mia

la signora ambasciatrice, la sacerdotessa

il giornalista canna di bambù curvo sulla verità, il dhamma

i centenari esploratori di Eliot (here and now does not matter)

Sono tutti morti, mi ripeto

camminando nel buio

verso le grotte nella via dell’istrice e del serpente

La storia di uno è la storia di molti, qui

aspettando un incontro che non avviene

semplicemente perché è già avvenuto

in un vuoto dello spaziotempo

in una pausa del senso

una memoria difficile da maneggiare.

Mi capita però di toccare dei sandali

adusi alle terre riflessive

Alla grotta, il telo bianco antizanzare

con cui Ajahn Chah sfidava i fantasmi

accende la luce che allontana i distratti

i curiosi, camminanti il bosco

E sono lieto stavolta di sentirmi lasciare

andare, e che basti davvero

Ma l’aria è densa dei morti

l’aria parla dei morti

di questa storia plurale

dei gesti pieni di grazie faticose dissidi

in famiglia, relazioni sconfitte

Francesco non salutò suo padre

Siddharta partì di notte.

A volte madri e figli venivano a braccetto

ma dietro la casa di legno

altri demoni aspettavano

Quei figli, venuti su un po’ strani

quei padri, figli dei loro figli

e quelli che andavano via di notte

lasciando un biglietto, come innamorate deluse

Sono tutti morti, squittisce il ghiro

dov’è il rifugio? Dimmi, Ananda

Vado nell’incognito, mainé. Come amici

i brividi e il bisogno di pisciare

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renata morresi
renata morresi
Renata Morresi scrive poesia e saggistica, e traduce. In poesia ha pubblicato le raccolte Terzo paesaggio (Aragno, 2019), Bagnanti (Perrone 2013), La signora W. (Camera verde 2013), Cuore comune (peQuod 2010); altri testi sono apparsi su antologie e riviste, anche in traduzione inglese, francese e spagnola. Nel 2014 ha vinto il premio Marazza per la prima traduzione italiana di Rachel Blau DuPlessis (Dieci bozze, Vydia 2012) e nel 2015 il premio del Ministero dei Beni Culturali per la traduzione di poeti americani moderni e post-moderni. Cura la collana di poesia “Lacustrine” per Arcipelago Itaca Edizioni. E' ricercatrice di letteratura anglo-americana all'università di Padova.
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