Prove d’ascolto #20 – Luigi Severi

21 gennaio 2018
Pubblicato da

scene dal pandemonio
(leggenda dei diecimila martiri, Pontormo)

 

Clavis, o vero, un viso più vermiglio
intinto, a chiazze, di metallo, sugo
quanto: Il raccolto è la fine del mondo (Newton, I.I, f.31)
o anche succo d’uva, un sole a mezzanotte / la discesa,
che dentro questo tornio / la deriva
strizza, incorpora, imbratta / riscàpitola
e poi, sarà la tua più greve / da tutto questo tornio
c’è una goccia
da tutto questo, cornea incide, a graffio
sul fondo del metallo, a tinta forte
clavis apocalyptica (dicevano
 

 

 

 

 

lavorazione del ferro, tecniche: del generale
Westermann il 23 dicembre, nei (c’è sempre
questa data, cronometro: punto nel calendario
giorno da ricordare, a chi ne sa di più
per conversare) pressi di Savenay, lettera,
in bello stile, ori, maestro di eleganza,
punto giusto, alla giusta
temperatura (Maxwell fu il mago, Boltzmann, di funzione,
un’energia compresa tra, una velocità compresa,
particella, in un sistema isotropo,
lineare – magicamente
termalizzato – che però non
turbolenza, effetto farfalla, guardare anche
al gatto di Arnold – da un particolare – l’esplosione – ai piccoli di donna
guardare anche: sotto gli zoccoli, vestiti secondo la moda
della campagna, sciatta, molti gatti in proposito, in svelta
fuga – e la terra che li filtra, farfalla che riposa, terra che ricompone
le scomposte presenze, scioglie in fiume / quando poi:
non è questione di punizione ma
soltanto di esattezza, per essere cartesiani: essenzialmente.
 

 

 

al centro la figura la
corona: membrane da riscrivere, troppo presto
troppo spesso cedute, al primo assalto
ti risponde / un fatto di ricambio, di pulizia
non sono tanti batteri quanto quei volti informi, cuti spaccate,
matasse di peli, i loro umori
di secondo in secondo (pensaci) essudati
fuori dalle pareti, senza ordine o mistero, in questa stessa
aria  – il piombo, il metallo ha una struttura
più igienica, in certe condizioni
metabolismo e riproduzione, e cambia lato e forma, ma non sporca,
conduce, urta, non cede, lacera bene i canali interni – questo dice
mentre in modo garbato sputa le olive amare
nella mano del trace, che lo netta
senza emettere voce, inessenziale

 

 

 

 

 

 

il luogo lo riconoscono, convergono due valli,
acque del Narew acque del Biebrza,
paludi, comunità instabili, ditteri, emitteri, odonati,
molluschi gasteropodi, le case
di paglia e legno come nei libri, troppa pianura, a nudo,
con una buona corsa ti raggiungo

 

rzeź i rabacja, rzeź i rabacja, rzeź i rabacja
se hai buona attrezzatura, in qualche giorno
uccelli migratori (posizione): lo svasso collorosso,
pagliarolo, piovanello pancianera, persino il
combattente in abito di nozze

 

migrazioni stagionali o occasionali
il pettirosso usa le linee del campo magnetico
lo storno ha la rotta nelle ali
altri la apprendono
cadere in mare fa parte
(posizione del sole, delle stelle)
essere predati fa parte

 

(ma chi si teneva il bottino nascosto nelle scarpe riuscì a tenerselo
(a quel punto mi rintanai in casa

 

 

 

 

 

 

luoghi più conosciuti: Belaja Cercov’,
cifra: 90, foto sull’intonaco
che ingoiato sprigiona: colla di pesce
saccarina corteccia d’olmo cere,
tutto sta nel rispetto dei princìpi, voglio dire:

 

fastidioso quest’obbligo a essere tragici, si
ripeteva Marsia discendendo, oltretutto
ora che ci hanno stroncato ci odieranno per sempre / preferibile
direi l’osteologia: spiccare l’epistrofeo
recidere le apofisi traverse e spinosa
le 3 o 4 vertebre coccigee – l’angiologia seziona
roba sporca – Marsia fischiava, in disavanzo, il motivetto
stringendo il suo diaspro (forse da aspis, serpe)
dicendosi: è buono dopo il sangue (in rima con: angue),
correttamente usato apre alla pioggia,
spiaga, persino (se sei contadino, ti sei sporcato le mani)
fertilizza

 

 

 

 

 

 

insomma – ripeteva, rideva, giacendo
nessuno lo sa dove muoiano gli uccelli
se sopra il mare, o piuma per piuma,
gocce di cera

 

rideva anche perché: Ostologoi / buon mestiere, un / radici di pino
bruciate dal fuoco / la poiana la quale, pazienza di ore,
di giorni / e prima di cadere / e in cammino da sempre / e
su tritumi: ricomponete il mosaico / (sempre se: mentre dormi
mentre enormi / cordami e peci e lunghe funi di lino
crudo

 

distese, pochi villaggi, fumo / da queste parti
si ha paura dell’estate: prendete nota di ogni cosa
(per il rosso:

 

distese, poco profumo, sempre un sole bianco,
chi getta il mantello verso il fuoco, chi scava con l’unghia
(pochi frammenti scelti: etmoide nasale, vomere, cornetto lacrimale / finalmente
potrò mangiare in qualche modo l’erba viva (c’era
un sacco di gente / tutti quei nomi / appena mi vengono in mente
ve li dico) carnalmente, desiderando niente, prima che il sonno
sotto al suo silicio

 

ho speranza che non danzeranno […]
in inverno, quando verrà […]
(seguono alcuni versi mutili)

 

 

 

 

pezzi di intonaco, bellezza
escoriata ma poco (principi emollienti)
studio a seguire, dei Lagerstätten, vermi con tanto di parti molli
in bella mostra, meduse artropodi,
l’estinzione di massa o una crisi biologica, altro che

 

(eppure l’ho sempre sbarbata bene / Hirsch-Schechter,
23 giugno ’43

 

 

 

 

 

 

fasi acute di Marsia, febbri quartane, che in qualche modo
scolpano / emorragiche:

 

vestirsi di tutto punto, sorridere
al cane, trovare sempre il punto giusto
(tavola, dietro il corpo dell’uomo, centimetri
65×73, al lato opposto)

 

(se fossi vivo
ti schiaccerei questa maschera sull’altra: qualcosa,
di buono da ammiccare in piscina / frazioni di secondi / a gambe
dischiuse: sotto al sole,
in lingua originale: poi

 

punto, a capo: mentre evacua
ma senza fretta, a mente stretta, esatta
liquidazione mensile giornaliera
straordinaria – rivedere la curva di Phillips, i
profitti, le rese – via dicendo

 

(eppure non esagera mai: anche loro avevano
la tosse, non smette di saperlo, tracce umide nelle pieghe – chissà poi dei batteri
intestinali – le 1150 specie popolanti – cosa ne resta, quanta strage
in tutto quell’ammasso:

 

e dopo tutto Marsia scende le scale, scende in piazza,
cammina, non sa se solo, oggi, o quanti di meno, di più / sa (lalléro)
cantare (con permesso, intendendo)
sa rimanere perfettamente muto
sa nascere ogni volta che
sa usare l’anafora per tenere a distanza
sa fissarsi a una roccia, aspettando il suo turno

 

(proprio vero, al contatto con l’aria
la mioglobina della carne si ossida / si imbruna, ecc. / nel poco lustro
luccicava come il crisolito (cit.) / il lustro, l’ombra / phàos, per dire,
comune a tutte le cose, e che le avvolge e, e, che

 

di nuovo punto, a capo: forse luoghi: una porta per esempio
che si apre a Jedwabne, o per niente /una finestra di
possa vedere – una via (ripetizione, sempre
ripetizione: se il crac di un cofano sia in qualche modo paragonabile
al rumore di un osso che si spezza
(e spezzato da cosa, bisogna distinguere l’azione

 

(per il rosso: apothéte, deposito / miasma si diceva / ostro sidonio,
dal murice comune, per le strade, quel tanfo di agonie, parto di mare,
colorare le vesti migliori / il lustro, l’ombra dove finisce / palaiòn
menimàton / ovvero antiche, lo sa

 

(domandare, sciogliti in elisir, distillazione, terza frazione è il fuoco
somministrato / guarda

 

: anch’io una volta, da giovane, avevo la lingua impacciata

 

 

 

 

 

 

detto in tre movimenti
(razionale):

 

Lucrezio (che ho studiato, da giovane) rimane:
multaque res subita et paupertas horrida suasit
(cioè tutto intorno, a cornice, a
rigore: un segno di tramonto, poche nuvole)
potius quam corpora […]

 

(e nel taccuino rosso: nothing for any purpose – l’estinzione
del gruppo non sorprende
più di quella del singolo – recalcitra e vedrai – olio
su tela

 

due linee lunghe, una spezzata:
la mitezza penetrante,
il vento

 

 

 

 

*

 

Note a scene dal pandemonio di Luigi Severi

di Nicola Ponzio

Una possibile chiave/clavis di lettura di scene dal pandemonio ci viene offerta da Severi nella chiusa della prima poesia, laddove citando la Clavis Apocalyptica di Joseph Mede (a cui Newton riconobbe il merito di aver dato un metodo all’Apocalisse) ci introduce a temi di carattere escatologico e/o apocalittico: il raccolto è la fine del mondo (parabola della zizzania, Matteo 13,24-30). Si passa così, sin dai primi versi di questo notevole poemetto, dal pandemonio prospettato dal titolo all’Apocalisse, ovvero, etimologicamente, alla rivelazione. Salvo poi constatare, nel corso delle varie scene, che ciò che sarà rivelato attraverso una sottile quanto mobile esegesi dei Diecimila martiri di Pontormo (tavola, dietro il corpo dell’uomo, centimetri 65×73, al lato opposto) altro non è che un dispositivo poetico affatto originale, atto a dislocare o a rintracciare per vie traverse, lacerti di memoria che riconducono a stragi e orrori di cui sono costellate le vicende umane. Prende forma in tal modo una poetica della precarietà fondata su cumuli di macerie ed erudizione, con la quale Severi prova a leggere la storia presente.

Invero, il quadro di Pontormo che fa da sfondo a questa crudele disamina dei conflitti umani, o meglio dell’oppressione fondata sul dominio dell’uomo sull’uomo, è il supporto iconico che sostiene la trama di un ampio e coerente repertorio di sostanze, di oggetti, date, avvenimenti storici, toponimi, antroponimi, e ancora termini e teorie scientifiche, brani in lingua originale, titoli di trattati e parti anatomiche disseminate a tratti: spiccare l’epistrofeo / recidere le apofisi traverse e spinosa / le 3 o 4 vertebre coccigee.

Sempre sul fronte iconico rintracciamo una catalogazione scrupolosa delle variegate sostanze minerali e organiche (bitume di Giudea, nero di aloe, aloe caballino, cinabro o solfuro di mercurio, ostro sidonio etc.), dalle quali venivano estratti i colori in uso tra i pittori rinascimentali. A tale materiale coloristico, reso tattile e pastoso dalla precisione terminologica, Severi combina e rimescola, attraverso un magistrale travestimento poetico, la materia organica dei corpi sottoposti al martirio o già decomposti nel ciclo del carbonio: (tecniche: nero di aloe, di decomposizione, e sotto i non arresi, / è il ciclo del carbonio: resti di alghe, gusci, / scheletri qualunque, frotte di volti resi – stendi uno spessore (…).

È la stessa materia poetica, dunque, a diventare l’oggetto ideale di verifica del pandemonio (termine, ricordiamolo, coniato da Milton nel Paradiso perduto). Connotati da un denso materialismo linguistico, i versi di Severi sperimentano in vivo sul corpo del linguaggio. Quest’esigenza iconoclasta di superare una scrittura meramente denotativa, non impedisce all’autore di ricorrere in maniera efficace alle figure di ritmo, quasi a voler assicurare un qualche ordine al pensiero, proprio attraverso una misura e una cadenza. Già l’incipit è illuminante: Clavis, o vero, un viso più vermiglio. Subito si dispiega un universo di suoni, ritmi e significati ad essi collegati tramite un sapiente impiego delle allitterazioni: camminiamo su tele / di tegumenti, tegole (…). Ecco un altro verso esemplare di questa ricerca: conduce, urta, non cede, lacera bene i canali interni – questo dice (…), e potremmo proseguire. Ordine e caos, linearità e complessità, micro e macro si alternano in un procedere disincantato, intrecciando orizzonti culturali di differente provenienza. L’uso assiduo di termini scientifici che spaziano dall’anatomia alla geologia, dalla fisica alla biologia, includendo storiografia, antropologia, religione e mito, contribuisce a creare uno spazio turbolento e spaesante. Il ricorso moderato a neologismi come riscàpitola, spiaga, lalléro, unito a un lavoro mai banale sulle interpunzioni (con parentesi che rimangono in sospeso senza chiudersi, per esempio), concorre segnatamente a sostenere tensione ritmica e rigore analitico.

Seguiamo alcune tracce lasciate dall’autore nel suo testo. Con l’eccezione delle Guerre di Vandea, ci ritroviamo calati in alcune località tristemente note dell’Europa Orientale, che vanno dalla Romania alla regione storica della Galizia, situata tra la Polonia e l’Ucraina: Buczaz, Jedwabne, Tarnopil, Belaja Cerkov’. Luoghi che testimoniano indicibili efferatezze, pogrom, stermini di ogni sorta perpetrati ai danni di esseri inermi e innocenti. Non si tratta quindi di interpretare ma di seguire con attenzione i molteplici riferimenti disseminati da Severi nel suo percorso/discorso.

Paradigmatica la scena che vede come protagonista François Joseph Westermann, generale francese dell’esercito repubblicano noto per le atrocità compiute nelle Guerre di Vandea, e autore di una lettera al Comitato di salute pubblica del 23 dicembre 1793, in cui dà conto dei massacri. Severi descrive lo scempio scompaginando sintatticamente la funzione di distribuzione delle particelle, nota come distribuzione di Maxwell-Boltzmann: un’energia compresa tra, una velocità compresa, / particella, in un sistema isotropo, / lineare – magicamente / termalizzato – che però non // turbolenza, effetto farfalla, guardare anche / al gatto di Arnold (…). Salvo poi trattenersi sulla quiete che segue i massacri, come per porre l’accento sull’ineluttabilità dell’ordine cosmico: e la terra che li filtra, farfalla che riposa, terra che ricompone / le scomposte presenze, scioglie in fiume (…).

Sorprende che l’autore, in questo bailamme di corpi esaminati sul pendio, di decantazioni di fluidi corporei e tanfo di agonie, non prenda parte al gioco con argomenti di natura etica, ma si limiti inflessibile a proseguire l’elencazione dei fatti: non è questione di punizione ma / soltanto di esattezza, per essere cartesiani: essenzialmente. Si delinea così un confronto con la poetica di Durs Grünbein, profondamente influenzata proprio dal razionalismo cartesiano. Eppure, in apparente contrasto con questo rigoroso quadro concettuale, Severi inserisce persino un riferimento agli antichi riti salvifici legati alle pratiche di guarigione, citando l’espressione palaion ek menimaton, tratta dalle Phoenissae euripidee, a dimostrazione di una dubbia univocità dei significati concernenti una valida descrizione/comprensione della realtà.

È inerente a questa doppia oscillazione la forza persuasiva della poesia di Severi. Egli osserva, esamina, testimonia, quindi sperimenta nel corpo della scrittura rifuggendo da qualsiasi retorica consolatoria, consapevole del fatto che solo una registrazione analitica e minuziosa degli eventi potrà restituire, ben oltre ogni effetto esiziale, un significato al mondo, preservandoci dalla definitiva barbarie.

Affrontare il dolore nominandolo, è questo il compito del poeta. Non è necessario farsi coinvolgere emotivamente per essere convincenti o per avvicinarsi alla verità fenomenologica dei fatti: fastidioso quest’obbligo a essere tragici, si / ripeteva Marsia discendendo (…). È indicativo, a questo proposito, come Severi accennando alle acque del Narew e del Biebrza, fiumi polacchi da sempre teatro di stragi e incursioni – rzeź i rabacja, rzeź i rabacja, rzeź i rabacja – si soffermi amorevolmente sulle migrazioni stagionali o occasionali, informandoci che il pettirosso usa le linee del campo magnetico / lo storno ha la rotta nelle ali (…) e che cadere in mare fa parte (…) / essere predati fa parte. È questa la natura delle cose: Lucrezio (che ho studiato, da giovane) rimane (…).

Pertanto nothing for any purpose, nulla per alcuno scopo, come enuncia una nota inquietante scritta nel taccuino rosso da Charles Darwin intorno al 1836. Era da poco sbarcato dal Beagle dopo cinque anni di navigazione intorno al globo terracqueo:– l’estinzione / del gruppo non sorprende / più di quella del singolo – recalcitra e vedrai – olio / su tela (…). Così va il mondo, ci suggerisce Severi, “per quanto piccole cose offrano la traccia di grandi eventi1”.

 

 

 

Note

 

  1. dumtaxat rerum magnarum parva potest res/ exemplare dare et vestigia notitiai (Lucr., DRN II,123-124).

 

 

*

 

Prove d’ascolto è un progetto di Simona Menicocci e Fabio Teti

 

 

 

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