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	<title>giuseppe schillaci &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Palermo Underground: Fabio Sgroi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Dec 2021 06:00:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<strong>Francesco Forlani</strong><br />  

Quando abbiamo preparato il numero di <a href="http://www.focus-in.info/">Focus-in</a>, rivista parigina, su Palermo abbiamo avuto chiaro dal principio che cosa non avremmo voluto offrire ai lettori di Focus In, una Palermo fissata in cliché-archetipi, immagini come sabbie “immobili” che non fossero in grado di raccontarci davvero la contemporaneità. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-94674" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/Capture-décran-2021-12-13-à-15.19.00-200x300.png" alt="" width="200" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/Capture-décran-2021-12-13-à-15.19.00-200x300.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/Capture-décran-2021-12-13-à-15.19.00-150x225.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/Capture-décran-2021-12-13-à-15.19.00-300x451.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/Capture-décran-2021-12-13-à-15.19.00-280x420.png 280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/Capture-décran-2021-12-13-à-15.19.00.png 462w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" />di</p>
<p><strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p>Quando abbiamo preparato il numero di <a href="http://www.focus-in.info/">Focus-in</a>, rivista parigina, su Palermo abbiamo avuto chiaro dal principio che cosa non avremmo voluto offrire ai lettori di Focus-In, una<br />
Palermo fissata in cliché-archetipi, immagini come sabbie “immobili” che non fossero in grado di raccontarci davvero la contemporaneità. Volevamo invece individuarne delle visioni diurne e allo stesso tempo notturne, immagini di movimento, il suolato sperimentale e giovanile. A chi allora affidare il nostro consueto racconto fotografico? Grazie a Giuseppe Schillaci, scrittore palermitano e nostro redattore abbiamo scoperto il lavoro di <a href="https://www.fabiosgroiphoto.com/">Fabio Sgroi</a>.</p>
<p>Più particolarmente uno dei suoi primi reportage sul mondo underground della Palermo degli anni Ottanta (Palermo 1984 – 1986, Early works).</p>
<p>“<em>Palermo nella metà degli anni Ottanta non era affatto una città semplice</em> – spiega il fotografo in un’intervista &#8211;<em>anzi era una città sotto assedio, molto diversa dal resto dell’Italia, era grigia, buia e desolata”</em>. Eppure dalle immagini elegantemente in bianco e nero, a colpire è proprio la luce dei volti, come quella che transfigura un giovane punk caravaggesco in una sorta di Vladimir Majakovskij del Sud. La Palermo degli anni Ottanta ci appare come un inferno abitato da angeli, e del resto è proprio dall’autunno di quegli anni che avrà originela primavera degli anni Novanta, con la nuova stagione politica dei sindaci, Orlando a Palermo e Bianco a Catania, il movimento studentesco della Pantera, quel fuoco che proprio a Palermo esplose prima diaccendere la polveriera degli atenei di tutto il paese.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignright wp-image-94676" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/Capture-décran-2021-12-13-à-15.19.45-199x300.png" alt="" width="292" height="440" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/Capture-décran-2021-12-13-à-15.19.45-199x300.png 199w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/Capture-décran-2021-12-13-à-15.19.45-150x226.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/Capture-décran-2021-12-13-à-15.19.45-300x452.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/Capture-décran-2021-12-13-à-15.19.45-279x420.png 279w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/Capture-décran-2021-12-13-à-15.19.45.png 492w" sizes="(max-width: 292px) 100vw, 292px" />In una bellissima conversazione con Marta Federici, pubblicata su <a href="https://flash---art.it/2021/03/fabio-sgroi-palermo-90/">Flash-Art</a> la scorsa primavera, Fabio Sgroi insiste su questo dispositivo essenziale al suo fare fotografia. “<em>Cerco sempre di mostrare una mia personale visione degli eventi che fotografo, non mi interessa rappresentare l’evento in sé per sé. Mi cattura la scena, la luce. Ogni situazione è diversa e io sono molto istintivo, anche molto veloce”.</em></p>
<p>La nouvelle vague a Palermo c’è stata davvero e ha coinvolto artisti, musicisti, giovani in grado di reinterpretare quanto accadeva nelle altre città europee, grazie anche a tutte quelle forme di contaminazione possibili che le estati ponevano in atto. Per entrare in contatto con i loro coetanei inglesi, francesi, tedeschi, non era necessario andare a Londra, Parigi, Berlino, perché da Londra, Parigi, Berlino il mondo si trasferiva d’estate su quelle spiagge. Un “falso” movimento dunque, in grado di produrre visioni del mondo poco allineate alla tradizione.</p>
<p>Nella prefazione al libro, Francesco De Grandi, artista che con Alessandro Bazan, Andrea Di Marco e Fulvio Di Piazza è stato un esponente della Nuova scuola palermitana dei primi anni Novanta, quel mondo lo racconta così:<br />
<em>“Punk, anarchici valprediani eravamo LA CUBA, un gruppo di attrattori impazziti, un avamposto Cyberpunknell’interzona della Palermo anni ’80 spazzata dal vento dell’eroina statale di Villa Siringa e del Liceo Artistico puzza di piedi. Disegnatori di altri mondi, di sordide buttane e di mostri malinconici. Stavamo accovacciati sul ponte non terminato di via Belgio, una rampa che si fermava al suo culmine in un groviglio di tondini d’acciaio, verso ciò che restava degli agrumeti della Palermo felicissima, con i piedi-anfibi penzoloni, a </em><em>passarci le canne di erba di Partinico e meditare di fanzine indipendenti e di fighe spaziali, sotto di noi Aranceti Meccanici a perdita d’occhio”.</em></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-94677" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/Capture-décran-2021-12-13-à-15.20.26-300x201.png" alt="" width="300" height="201" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/Capture-décran-2021-12-13-à-15.20.26-300x201.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/Capture-décran-2021-12-13-à-15.20.26-1024x687.png 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/Capture-décran-2021-12-13-à-15.20.26-768x515.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/Capture-décran-2021-12-13-à-15.20.26-150x101.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/Capture-décran-2021-12-13-à-15.20.26-696x467.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/Capture-décran-2021-12-13-à-15.20.26-1068x717.png 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/Capture-décran-2021-12-13-à-15.20.26-626x420.png 626w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/Capture-décran-2021-12-13-à-15.20.26.png 1113w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Fotografo, dunque Fabio Sgroi che incontra musicisti, pittori, De Grandi, romanzieri-registi, Schillaci, questo ci dice che l’underground è proprio la rete di energie, spiriti e creatività carsiche che irrorano i campi, scorrendo veloci invisibili prima di esplodere in luoghiinattesi come vulcani che parevano sopiti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Fabio Sgroi</strong>, <em>nato a Palermo. Si avvicina alla fotografia nel 1984 scattando fotografie ai suoi amici, giovani vicini alla musica punk e all’underground; nel 1986 per due anni entra a far </em><em>parte dell’agenzia di Letizia Battaglia e Franco Zecchin, Informazione fotografica, per conto del quotidiano L’Ora di Palermo. Fin dall’inizio dedica il suo lavoro alla sua città e alla sua terra la Sicilia, concentrandosi sulle ricorrenze annuali, le cerimonie religiose e la vita quotidiana. Viaggia e lavora attraverso l’Europa e in diverse parti del mondo. Nel 2000 si concentra anche sul formato panoramico dedicandosi al paesaggio urbano e all’archeologia industriale. Prende parte a mostre collettive ed espone in mostre personali, in Italia e all’estero. La sua carriera include la partecipazione ad alcuni progetti internazionali</em><br />
<em>e residenze. Fine 2017 pubblica Past Euphoria Post Europa con Crowdbooks e nel 2018 esce Palermo ‘84-’86 &#8211; Early works con Yardpress e nel 2020 Palermo ‘90 per Union Editions</em></p>
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		<title>La letteratura italiana con gli occhi di fuori #2 : mandato sociale, posterità, riviste</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Dec 2018 06:00:53 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-76915 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/DSC02361-2-300x188.jpg" alt="" width="300" height="188" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/DSC02361-2-300x188.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/DSC02361-2-768x482.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/DSC02361-2-1024x642.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/DSC02361-2-250x157.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/DSC02361-2-200x125.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/DSC02361-2-160x100.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/DSC02361-2.jpg 1126w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Francesco Forlani, Andrea Inglese, Giacomo Sartori e Giuseppe Schillaci, ossia Il Cartello, hanno curato su invito di Luigi Grazioli un intero numero di &#8220;Nuova Prosa&#8221;, il 69. Presentiamo qui le ultime tre voci dell&#8217;editoriale scritto a otto mani e la nostra nota introduttiva sulle modalità di realizzazione del numero.</p>
<p><em>EDITORIALE A PIÙ VOCI</em></p>
<p>MANDATO SOCIALE (A. I.)<br />
Oggi si tende a fare questo ragionamento: una volta gli scrittori (narratori, poeti, drammaturghi) avevano un mandato sociale, la loro arte letteraria riguardava la nazione, o il popolo, o la formazione dei cittadini. Questo accadeva ancora nel Novecento.<span id="more-76810"></span><br />
Oggi le cose sono cambiate: la letteratura non è più la stessa e lo statuto sociale degli scrittori è stato revocato. Oggi lo scrittore ha soprattutto un mandato commerciale: egli interpreta adeguatamente il suo ruolo se riesce a persuadere un numero importante di lettori ad acquistare il suo libro. Uno scrittore che realizza il suo mandato commerciale può certo essere aspramente criticato per la fattura dei suoi prodotti, ma in definitiva nessuno può permettersi di mettere in dubbio il suo statuto. Bravo o non bravo, egli è un sacrosanto scrittore del XXI secolo. Uno scrittore che invece non realizza il suo mandato commerciale, uno scrittore, insomma, che non vende attira su di sé i più gravi sospetti. Bravo o non bravo, egli non è uno scrittore del suo tempo e, siccome l’epoca attuale non crede in alcuna forma di posterità, lo scrittore che non vende è uno scrittore del passato o di nessun tempo. È uno sfasato, forse interessante come curiosità, ma non pertinente come fenomeno propriamente letterario. Affronteremo nella voce successiva la questione della posterità, ma vediamo di capire meglio come funzioni il mandato commerciale. I critici più aggiornati, anche quelli di severa formazione universitaria, sono ormai d’accordo sul fatto che il mercato editoriale funzioni un po’ come l’inconscio popolare, e quindi le casse del libraio costituiscono la suprema istanza legittimante di un’attività letteraria. Un secolo e mezzo fa, Baudelaire aveva una visione un po’ meno angusta delle cose. Sosteneva che la fortuna letteraria è nelle casse dei librai e/o nella stima dei pari. Oggi naturalmente la seconda opzione assomiglia a un partito preso elitario e antidemocratico. Al di fuori dei grandi numeri, al di fuori di una maggioranza, non c’è salvezza. Dove c’è minoranza, c’è per forza un fenomeno di casta, di usurpazione, ecc.<br />
La nostra impressione, invece, è che l’osservazione di Baudelaire, inaugurando il regime moderno della letteratura e delle arti, rimane ancora oggi grandemente acuta e valida. Il mandato sociale di cui tanto si fantastica, infatti, è fin dall’inizio preso in una contraddizione tra universale e particolare, tra maggioranze e minoranze. In uno dei saggi raccolti da Guido Guglielmi in <em>Ironia e negazione</em> (Einaudi, 1974), leggiamo: “la scrittura classica designava attraverso le sue strette convenzioni il proprio destinatario di fatto e di diritto, la scrittura romantica scardinando il sistema dei generi e degli stili, designa un destinatario di diritto (l’umanità) e un destinatario di fatto (il borghese). (…) L’una appartiene a una letteratura a pubblico particolare (aristocratico) e reale, l’altra a una letteratura a pubblico universale ma irreale”. Il mandato novecentesco, quindi, è sempre stato inficiato da questa interna contraddizione tra una universalità di principio e una particolarità di fatto. E i tentativi delle correnti letterarie progressiste di rimpiazzare la particolarità borghese con l’universalità proletaria non hanno sciolto il nodo. Oggi lo scioglierebbe il mercato: l’unica universalità indiscutibile è quella dell’acquirente. Contro questo principio, possiamo però continuare a difendere la visione baudelairiana, più chiaroveggente. Un libro prima di essere venduto, deve essere scritto. E la scrittura, prima di assumere definitivamente il rigore cristallino della merce, vive di scommesse, di fede, di reciproco riconoscimento tra cerchie ristrette di scrittori-lettori. Se il consumatore ha un inconscio, lo ha anche il produttore. Non solo ma, non pretendendo di risolvere la contraddizione tra universale e particolare tipica del mandato moderno dello scrittore, ci piace pensare che la scrittura sia il luogo non solo del consenso (lo scrittore in fase con i tempi), ma anche del dissenso (lo scrittore sfasato.)</p>
<p>POSTERITÀ (A. I.)<br />
La posterità letteraria pare una di quelle cose che non solo uno non si può più permettere oggi, ma a cui non ci si può appellare senza immediatamente coprirsi di ridicolo. Naturalmente è sempre stato presuntuoso appellarsi alla posterità, ma siccome gli scrittori sono in genere persone presuntuose lo hanno sempre fatto. Il problema è che l’industria culturale, e quella del libro in particolare, non può permettersi margini di posterità, in quanto quello che è stato prodotto, va anche consumato in tempi ragionevolmente brevi. L’obiettivo delle “scorte zero” tocca tutti i settori, quelli creativi e umanistici compresi. Poiché si consuma velocemente e in dosi massicce, tutto quanto non entra immediatamente nel ciclo del rapido e abbondante consumo non ha ragione d’esistere, se non come errore comunicativo, e quindi non solo è destinato a rimanere ai margini, ma lo resterà per sempre. Una qualche profezia (o una qualche previsione scientifica) vorrebbe che nel grande volume di ciò che si propone al consumo, non potrà mai essere riproposto qualcosa che è sfuggito in un momento dato alla voracità dei consumatori. Sembra questo un principio contro-intuitivo, anche dando un’occhiata al comportamento del mercato editoriale che vive non solo di novità nuove, ma di quelle novità ancora più gustose costituite dalle riscoperte, dai ripescaggi, con tutta la mitologia che ad essi si accompagna e che nutre la macchina commerciale. Il tentativo di sopprimere il concetto di posterità, un tentativo che è in qualche modo accettato, se non difeso persino dalla critica, ci sembra allora molto presuntuoso, almeno tanto presuntuoso quanto lo sono coloro che si appellano ad essa, per conferire una qualche legittimità di esistenza alle loro creazioni anche se non incontrano il favore commerciale, ossia il gusto dei tempi. Ci sembra piuttosto che la legge del rapido e massiccio consumo non faccia che produrre serbatoi di posterità, di cui l’editoria, e la critica letteraria stessa, faranno tesoro, l’una per rimpolpare l’urgenza di novità, l’altra per assegnarsi una patente d’esistenza. L’idea, poi, che un testo di una certa articolazione e complessità sia destinato a essere goduto e perfettamente spolpato in una finestra temporale assai breve, appare una concezione un po’ ingenua del funzionamento effettivo degli oggetti letterari. Si dirà che questi oggetti letterari “resistenti”, poco propensi ad essere assorbiti senza residui, sono frutto di pratiche elitarie e sorpassate, che poco hanno a che fare con ciò che detta l’inconscio commerciale. Ma su questo punto, rinvio alla voce precedente: “Mandato sociale”.</p>
<p><span style="color: #000000;">RIVISTE (F. F.)</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Far parte di una rivista letteraria significa frequentare e vivere con spiriti liberi. E quando si vivono esperienze del genere che si fanno sul filo degli anni e non tramite episodici incontri, qualcosa cambia davvero in te, innanzitutto come essere umano e poi scrittore. Ho partecipato alla creazione di riviste come “Paso Doble” in Francia e “Sud” in Italia, e al di là delle straordinarie partecipazioni, da Peter Handke a Yasmina Khadra, Erri De Luca o Ingo Schultze, e delle belle scoperte di giovanissimi autori, in oltre dieci anni di attività e quasi venti numeri sono innumerevoli i momenti di memoria poetica; uno su tutti l&#8217;happening a Procida, ai giardini Elsa Morante con Louis Sclavis, il jazzista francese che duettava con i poeti Biagio Cepollaro e Giuliano Mesa. Perché le riviste ancora oggi? La parigina “Atelier du Roman”, a cui ognuno di noi del cartello collabora, la rivista fondata da Kundera, Lakis Proguidis e Massimo Rizzante è la prova vivente che non solo esiste in Europa una comunità letteraria, ma che questa comunità dispensa letteratura con una generosità che è arte del dono più che della “partecipazione al bel mondo”. Gli incontri si svolgono in bistrot incastonati tra un grand boulevard e una piazzetta, a ridosso dell’Odeon a St Germain de Près, e non accade mai nulla di particolare, che so una presentazione del numero della rivista, di un libro, un dibattito. C’è la consegna ai collaboratori della copia e poi si beve insieme un bicchiere. Milan Kundera, come del resto Fernando Arrabal, Petr Kral, Michel Dèon tra un sorso e l’altro ti tirano fuori davanti a un bicchiere un’osservazione che vale un intero seminario sul romanzo. Perché l’arte del romanzo è innanzitutto arte della vita.</span></p>
<p style="text-align: center;">⊗⊗⊗</p>
<p><em>REGOLE DEL GIOCO</em><b></b></p>
<p>Il Cartello (Francesco Forlani, Andrea Inglese, Giacomo Sartori, Giuseppe Schillaci)</p>
<p>Quando Luigi Grazioli ci ha investito dell’onore di curare un intero numero di “Nuova prosa” l’orgoglio ci ha ovviamente acciecati, rendendoci del tutto incoscienti degli oneri che una tale impresa richiede. Grazioli, lui, che questi oneri si accolla ininterrottamente da anni, ne sapeva diabolicamente qualcosa. Comunque la sfida non solo ci piaceva, ma anche si attagliava alla nostra irrequietezza nei confronti del mondo letterario, di quanto soprattutto vi è di più ufficiale, visibile, dato per ovvio in tale mondo. Almeno due di noi, poi, condividono con Luigi Grazioli questo tarlo, che consiste nel trarre grande nutrimento dal lavoro sempre esagerato della conduzione di riviste. In breve ci siamo divertiti. L’idea era innanzitutto di metterci in ascolto, di dare importanza a quello sguardo tra pari, che non è frutto né del calcolo editoriale né della distanza accademica. Se i libri per esistere in quanto libri hanno infatti bisogno sia dell’editoria sia della critica, per essere semplicemente <em>scritti</em> hanno bisogno di un terreno fatto di passione e amicizia, di curiosità e incoraggiamento, che non è garantito da nessuna economia in atto e nessun sapere codificato. Quindi ci siamo messi in ascolto, e ognuno di noi ha scelto alcuni autori che, per qualche ragione, fossero per lui esemplari di un percorso in movimento e nello stesso tempo di un’idea già realizzata di scrittura narrativa. Non ci siamo quindi dati limiti anagrafici o generazionali. Si è trattato, insomma, di invitare alcuni autori, domandando loro dei testi inediti. (Divenuti poi editi nel frattempo, in alcuni casi.) E ci siamo permessi di scrivere qualcosa su di loro, non da critici ovviamente, ma da compagni di strada, da lettori-scrittori più o meno prossimi alle loro ragioni di scrittura. Abbiamo voluto, però, aprire un confronto più ampio, anche con autori che avessero alle spalle un’opera ormai forte per ricchezza di titoli e considerazione di pubblico e critica. C’interessa ovviamente comprendere come la radicalità di certi progetti letterari possa prendere spazio sulla scena ufficiale e eventualmente modificarla. In questo caso, ognuno di noi ha invitato un autore, a rispondere a un’intervista che abbiamo redatto collettivamente – e l’interesse per i quattro autori invitati era altrettanto collettivo. Infine, sollecitati nuovamente da Luigi Grazioli, abbiamo accettato l’idea di proporre anche dei nostri inediti, dal momento, appunto, che fin dall’inizio l’intero nostro progetto per “Nuova prosa” ha funzionato come una conversazione, un dialogo tra pari, nell’interesse ovviamente di tutti coloro che sono innanzitutto, come noi pure sempre siamo, dei <em>lettori</em> di romanzi, prose, saggi, racconti, poesie, ecc.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Parigi, 19 /06/ 2018</p>
<p>*</p>
<p>Foto di Andrea Inglese tratta dalla serie <em>Pagine.</em></p>
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		<title>La letteratura italiana con gli occhi di fuori #1: frontiera, lingua, luogo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Nov 2018 06:00:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Francesco Forlani, Andrea Inglese, Giacomo Sartori e Giuseppe Schillaci, ossia Il Cartello, hanno curato su invito di Luigi Grazioli un intero numero di &#8220;Nuova Prosa&#8221;, il 69. Presentiamo qui le prime tre voci dell&#8217;editoriale scritto a otto mani e il sommario del numero. EDITORIALE A PIÙ VOCI FRONTIERA (G. Schillaci) I luoghi sono unici e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/index.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-76825" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/index.jpg" alt="" width="184" height="129" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/index.jpg 268w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/index-250x175.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/index-200x140.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/index-160x112.jpg 160w" sizes="(max-width: 184px) 100vw, 184px" /></a>Francesco Forlani, Andrea Inglese, Giacomo Sartori e Giuseppe Schillaci, ossia <em>Il Cartello</em>, hanno curato su invito di Luigi Grazioli un intero numero di &#8220;Nuova Prosa&#8221;, il 69. Presentiamo qui le prime tre voci dell&#8217;editoriale scritto a otto mani e il sommario del numero.</p>
<p><strong><em>EDITORIALE A PIÙ VOCI</em></strong></p>
<p>FRONTIERA (G. Schillaci)</p>
<p>I luoghi sono unici e diversi, simili, mai uguali. Perché sono tagliati, amputati, circoscritti, e limitati da un quadro, una prospettiva, una frontiera.<br />
Senza frontiera non sapremmo definire un luogo, un’identità, un mondo. In fondo la prima frontiera che conosciamo, che ci definisce è la pelle che separa il nostro corpo « di dentro » da quello « di fuori ». Le frontiere dunque non sono un problema, anzi sono necessarie, fondamentali alla creazione dell’io e di un noi, di un’immagine, di un racconto.<span id="more-76806"></span><br />
Le frontiere definiscono le regole e le consuetudini, le lingue a volte, le ricette. E le frontiere sono anche metaforiche, ovviamente, tra ambiti diversi dell’umano, tra specie animali e religioni. Così c’è frontiera tra le classi sociali, tra le discipline accademiche e tra le arti, tra i generi letterari e gli idioletti regionali. Io ho la fortuna di poter spesso varcare la frontiera tra letteratura e cinema, ad esempio, non senza un certo timore ogni volta, e di passare dalle distese del cinema documentario alle foreste della finzione, navigando tra interminabili scritture intermedie. Ogni passaggio mi trasforma e mi arricchisce, come le migrazioni ataviche e i commerci millenari hanno cambiato la specie e le civiltà, fino alla meravigliosa aberrazione che è l’uomo contemporaneo.<br />
La frontiera, poi, è quella che passo seduto comodamente in volo, tra la Francia e l’Italia, quando torno a casa per passare qualche tempo con la mia famiglia. Perché qualche anno fa ho deciso di venire a vivere a Parigi, dove ho condizioni migliori per il mio lavoro.<br />
Le frontiere, dicevo, non sono dunque un problema. Non per me. Perché esistono per gestire il passaggio, per essere oltrepassate, infrante, come la placenta che è una pelle da fendere per consentire la vita. Ma frontiere sono anche i muri e i mari, i fiumi in piena, le montagne ghiacciate e i fili spinati. E non posso far finta di non sapere che le frontiere che passo io, quelle di cui ho parlato finora, sono un lusso per i ricchi e i miracolati, per coloro che hanno un passaporto, un lasciapassare, un passacondotto. Per tutti gli altri, invece, la frontiera è immobilità, respingimento, prigione. E tutto ciò è aberrante, terribile. Ha il sapore rancido di una frontiera davvero invalicabile, quella della morte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>LINGUA (G. Sartori)</p>
<p>L’unico criterio sul quale posso basarmi per cercare di valutare se uno scrittore contemporaneo italiano che non conosco è interessante, è vedere se sa piegare ai suoi bisogni, che in genere ancora non conosco, la lingua. Mi basta leggere la prima pagina, o anche aprire il libro a caso, e leggerla. Mi è subito evidente se la lingua è forzata alla volontà e alle esigenze di chi scrive, e mostra una sua necessaria verità e coerenza, o se invece inietta nel testo le sue ovvietà, i suoi luoghi comuni, le sue facilità e stupidità, le sue compromissioni con le ideologie dominanti e il potere, le sue volgarità e sciatterie. O addirittura parla da sola, toglie per così dire la parola allo scrivente. Succede molto spesso anche questo. Lo scrittore vorrebbe dire una cosa, e lei dice qualcosa di diverso, magari il contrario. Lui vorrebbe essere trasgressivo, si crede tale, sforna con candida scaltrezza elementi e situazioni che dovrebbero comprovarlo, e lei è borghesina e noiosetta. Lui si vuole rivoluzionario e battagliero, come dimostra anche la scelta dei temi e intrighi, ci tiene proprio a mostrarsi così, cerca di gridarlo a ogni frase, per consolidare le sue note prese di posizione pubbliche, e lei è conservatrice e retriva. Lui ambisce a darsi un tono alto e distinto, e lei sa di armadio chiuso da troppo tempo, di vestiti che hanno preso irrimediabili odori e pieghe. Ma più spesso lui cavalca tante aspirazioni assieme, forse nemmeno tanto meditate e profonde, e lei domina incontrastata, come quelle voci arroganti che coprono tutte le altre con il loro vuoto. Perché la lingua ha tendenza innata a parlare da sola, a ripetere le cose già dette, a vomitare fuori le idee e le mode dominanti, i cliché del momento. Non è facile costringerla a essere vera, a mettersi al servizio di una visione originale delle cose. Le costa fatica, cerca di sottrarsi.<br />
Sarebbe fraintendermi interpretare le mie parole, utilizzando una griglia filosofica e teorica che non mi appartiene, molto radicata in Italia (e che ha pesato nella nostra storia letteraria), come un dare priorità alla forma rispetto al contenuto. Penso con Rancière che l’una e l’altro non siano opposti, e che i grandi testi risultino anzi da una loro complicità e intimo connubio. E del resto l’esame di cui parlo non è solo linguistico, coinvolge in primo luogo conoscenze psicologiche, sociologiche, storiche, filosofiche, di vita, intuitive, tecniche, scientifiche, che fanno parte del mio bagaglio. Si tratta di vedere come la lingua veicola questi “contenuti” nel testo, se appunto dal loro amalgamarsi con le parole ne esca qualcosa di originale, coerente e solido. Ma l’oggetto preso in esame dalla mia analisi speditiva rimane pur sempre, prima di avere una dimestichezza con il mondo dell’autore, la superficie polisemica e sfaccettata delle parole e delle frasi.<br />
E non sto dicendo che superata la prova della lingua, che appunto non è solo linguistica in senso stretto, lo scrittore deva necessariamente piacermi o apparirmi assai interessante. Il suo universo può rivelarsi anzi molto lontano dai miei interessi più profondi e dalla mia sensibilità, può non sedurmi, o anche darmi noia, indispormi. Considererò però pur sempre quell’autore degno di nota e stimabile. La letteratura è bella e mi attira proprio perché c’è posto per tutti, compresi i posizionamenti più lontani dai miei appetiti.<br />
Questo mio metodo non ha beninteso nulla di oggettivo, e tanto meno di scientifico. Non foss’altro perché è vincolato alla mia cultura e conoscenza dei testi della tradizione letteraria, che sono limitate, alle mie competenze linguistiche e nei vari domini, anch’esse parziali, alla mia sensibilità nei confronti della lingua, personalissima e non quantizzabile, alla mia esperienza della vita, chiamiamola così, anch’essa tutt’altro che infinita, al mio mondo emotivo. E’ quello che posso fare io con i miei mezzi di persona che trova alimento fin dall’infanzia nei testi scritti e che pratica in età adulta la scrittura.<br />
Ho notato che in genere gli scrittori che apprezzo hanno il mio stesso metro di giudizio, e arrivano agli stessi miei risultati. Rimango invece esterrefatto quando constato che critici anche molto colti, anche molto esigenti, e magari conosciuti e influenti, dei quali ammiro l’acume e l’erudizione non hanno questa capacità. Lo ho visto sui miei stessi testi, che venivano fraintesi nella loro complessità linguistica (che può prendere le sembianze d’un tono piano, o invece di registri grotteschi …) per me più che esplicita, ma qui potrei sbagliarmi io. Lo verifico soprattutto osservando la lingua di autori che vengono da essi osannati, o inseriti in antologie, o insomma considerati notevoli. Mentre quelli che io reputo molto profondi, e dotati di una sensibilità eccezionale, di una inventiva rarissima, vengono ignorati. Non potevo crederlo, e invece ho finito per arrendermi all’evidenza: quei critici conosciuti e brillanti mancano completamente di sensibilità linguistica, di orecchio. Giudicano i testi in base a caratteristiche che a me sfuggono, o che comunque hanno ai miei occhi importanza ben minore: forse il tema, i contenuti espliciti, le soluzioni che a me suonano facili. Lo ripeto, non ho però nessuna prova per dire che ho ragione io e non loro. Ci si dovrebbe confrontare su una pagina, e io dovrei dire, partendo forse svantaggiato per erudizione e capacità dialettiche, quello che di scontato vedo e che mi disturba nelle frasi, le zavorre e le inerzie tra le parole e nei vuoti tra di esse.<br />
Non so se questo scoglio dell’espressione linguistica sia centrale anche in altre letterature. Bisognerebbe forse vedere caso per caso. Di certo altre lingue letterarie, e in particolare il francese, che posso giudicare meglio, sono mille volte più sedimentate e codificate, lasciano allo scrittore un margine di manovra lessicale e sintattico infinitamente più angusto. Sono lingue affinate e addomesticate nei secoli, meno eterogenee e confuse della nostra, assediata da una parte da un registro artificiale molto povero di recente conio, con il conformismo culturale che lo accompagna, dall’altra dalla lingua della tradizione letteraria, per alcuni aspetti altrettanto artificiale, e dall’altra ancora dalla ricchezza dei dialetti e delle lingue regionali, miniere inesauribili ma anche pericolose nei loro particolarismi. O lingue tutt’al contrario dal lessico sconfinato e svincolato dal presente, ricchissime e antiche, come l’inglese. Certo è che chi scrive in italiano e vuole sfuggire all’ovvietà non può non prendere posizione, non può non essere innovativo, e per così dire radicale, anche se le possibili vie e le possibile soluzioni per esserlo sono diversissime. E se il risultato è positivo si dirà che il testo è “scritto bene”, anche se confrontando con un altro testo “scritto bene” paiono quasi due animali di specie differente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>LUOGO (G. Sch)</p>
<p>Se non so esattamente cosa c’è sul tavolo, non posso iniziare. Se non ho idea del colore della finestra e dell’odore che c’è fuori, della tonalità della carta da parati e di quella del campanello, del numero della strada e ovviamente del suo nome, e di come quella strada si chiamava prima, e perché… non riesco a scrivere. Se non conosco i sassi e i rifiuti del luogo dove dovrebbe nascere la mia storia, allora l’acqua, che è scrittura e racconto, non scorre; il torrente resta secco, o tutt’al più una pozzanghera.<br />
Il luogo incarna e ispira, iscrive l’autore e il personaggio, dà loro il desiderio di vivere e d’evocare l’altrove o la casa d’infanzia, le ossessioni e i nascondigli, i posti vietati e quelli obbligati, le frontiere, le panchine, i dettagli di un paesaggio, di un palazzo, di un balcone, del mare che sbatte sugli scogli, sullo scoglio, su quello scoglio nero dalla punta biforcuta incastrato tra le alghe verdi come muschio.<br />
Spesso mi metto a scrivere perché innamorato di un personaggio incontrato per strada o su un aereo. Dopo poche pagine, però, tutto si ferma. Se non trovo il luogo d’origine, di partenza e d’arrivo, la scrittura si arena. Nello spazio si articolano e si dipanano le emozioni, come amorevoli ragnatele e circuiti vuoti, o pieni di rabbia, che cercano un senso. E lo spazio, ancora prima del personaggio, ha una sua anima, complessa, stratificata, soggettiva. I latini chiamavano genius loci quello spirito che abita un luogo preciso e che può essere invocato per ottenere sortilegi e buona sorte. Lo scrittore è dunque uno sciamano che cerca di entrare in contatto con il genio del luogo e di far vivere grazie a lui i personaggi, i desideri, la storia.<br />
Si dice che ogni scrittore abbia un luogo di predilezione, una città, un bar, una stanza. Io, in effetti, scrivo spesso su Palermo, col suo genio che mi ha visto nascere. Il genio di Palermo è una statua che esiste realmente; non è solo un pretesto o una finzione letteraria. La statua del Genio di Palermo esiste almeno in quattro esemplari e rappresenta un vecchio mezzo nudo, la barba bitorzoluta, una corona sul capo e un enorme serpente che gli morde il petto. Io evoco sempre il genio di Palermo quando voglio animare un luogo e farlo vivere in una realtà più vera e salvifica di quella quotidiana. Ma il mio genio è capriccioso, è un vecchio che si diverte a mentire e far dispetti, peggio di un bambino di sei anni. Il mio genio resta immobile, lo sguardo severo e vuoto, forse troppo concentrato per darmi retta. E io, a volte, credo che stia ascoltando proprio me, e che tutta quella immota energia serva davvero a dar vita al mondo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">⊗⊗⊗</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La letteratura italiana con gli occhi di fuori</strong><br />
<strong>Avanpost – à la carte</strong><br />
A cura di Il Cartello (F. Forlani, A. Inglese, G. Sartori, G. Schillaci)</p>
<p>0.1 Il Cartello, <em>Editoriale a più voci</em><br />
0.2 Il Cartello, <em>Regole del gioco</em></p>
<p>I<br />
1.1 Francesco Forlani, <em>Introduzione</em><br />
1.2 Paolo Mastroianni, <em>L’insediamento del nuovo potere</em><br />
1.3 Biagio Cepollaro, <em>Da “La notte dei botti”</em><br />
1.4 Azra Nuhefendić, <em>Smijeh</em><br />
1.5 Valerio Evangelisti, <em>Intervista</em></p>
<p>II<br />
2.1 Andrea Inglese, <em>Dalle terre di mezzo della prosa: Broggi, Cirilli, Micaletto</em><br />
2.2 Alessandro Broggi, <em>Da “Noi”</em><br />
2.3 Fiammetta Cirilli, <em>Le domeniche</em><br />
2.4 Manuel Micaletto, <em>AFK</em><br />
2.5 Giuseppe Montesano, <em>Intervista</em></p>
<p>III<br />
3.1 Giacomo Sartori, <em>Introduzione a Sergio Nelli e Vincenzo Pardini</em><br />
3.2 Sergio Nelli, <em>Capodanno 2016</em><br />
3.3 Vincenzo Pardini, <em>Il signor Deando Carrias</em><br />
3.4 Simona Vinci, <em>Intervista</em></p>
<p>IV<br />
4.1 Giuseppe Schillaci, <em>L’eredità siciliana nello sfaldamento dell’Italia contemporanea</em><br />
4.2 Irene Chias, <em>Il posto del sale</em><br />
4.3 Domenico Conoscenti, <em>Epigrafisti in rosa e nero</em><br />
4.4 Gioacchino Lonobile, <em>Possibilia</em><br />
4.5 Tommaso Pincio, <em>Intervista</em></p>
<p>V<br />
5.1 Francesco Forlani, <em>Riflessi condizionati</em><br />
5.2 Andrea Inglese, <em>Io davvero non me la prendo</em><br />
5.3 Giacomo Sartori, <em>Domenica pomeriggio sul ponte</em><br />
5.4 Giuseppe Schillaci, <em>Lo studio di Sciascia</em></p>
<p><strong>Biobibliografie</strong></p>
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		<title>Overbooking: Barbara Giangravè</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Jul 2016 05:00:41 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Barbara Giangravè]]></category>
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					<description><![CDATA[Nota a piè di pagina di Francesco Forlani A dieci anni dalla pubblicazione di Gomorra, il fatto che vi siano molti giovani autori alle prese con tematiche sociali, ecologiste, politiche, mi sembra innanzitutto un segno di grande vitalità da non sottovalutare; inoltre il fatto che  il libro denuncia di Roberto Saviano abbia suggerito ai più [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="wp-image-63719 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/07/13606804_10154281266737071_6252168514771952016_n.jpg" alt="13606804_10154281266737071_6252168514771952016_n" width="399" height="269" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/07/13606804_10154281266737071_6252168514771952016_n.jpg 960w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/07/13606804_10154281266737071_6252168514771952016_n-300x202.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/07/13606804_10154281266737071_6252168514771952016_n-768x517.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/07/13606804_10154281266737071_6252168514771952016_n-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 399px) 100vw, 399px" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nota a <span class="st"><em>piè di pagina</em></span></strong></p>
<p style="text-align: justify;">di</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p style="text-align: justify;">A dieci anni dalla pubblicazione di Gomorra, il fatto che vi siano molti giovani autori alle prese con tematiche sociali, ecologiste, politiche, mi sembra innanzitutto un segno di grande vitalità da non sottovalutare; inoltre il fatto che  il libro denuncia di Roberto Saviano abbia suggerito ai più giovani, un &#8220;modo&#8221; e uno stile possibili per raccontare il reale, interessarsene, provare a trasformarlo, non può che confortare un&#8217;idea di letteratura, la nostra, secondo cui la frattura e distanza tra oggetto letterario e mondo vada ricucita. In fin dei conti il romanzo d&#8217;inchiesta è un elemento che appartiene alla nostra tradizione da molto prima di Gomorra e la storia raccontata da Barbara Giangravé si inscrive in essa allo stesso modo di altri giovani scrittori siciliani come il nostro Giuseppe Schillaci che con <a href="http://www.liberaria.it/collane/meduse/leta-definitiva-giuseppe-schillaci">L&#8217;Età definitiva</a> aveva raccontato le paure, le incertezze, il coraggio, i sogni di una generazione  scossa dai terribili attentati a Falcone e Borsellino del 1992.</p>
<p style="text-align: justify;">La scrittura di Barbara Giangravé, intensa e allo stesso tempo, narrativamente parlando, fluida, incalzante, racconta le vicende di Gioia Lantieri, giovane siciliana che dalla grande città in cui si era trasferita per lavoro, ritorna alle radici del proprio viaggio, al paese di diecimila anime in cui è nata, per affrontare se stessa. Una serie di eventi anche tragici occorsi negli anni precedenti si illuminano improvvisamente di luce diversa e per quanto la protagonista si renda conto della dimensione labirintica della propria ricerca, è perfettamente cosciente del fatto che niente e nessuno potrà fermarla nella ricerca della verità.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Inerti</em> non lo sono affatto i rifiuti industriali sepolti sotto una terra che fa ammalare di cancro giovani e anziani; <em>inermi</em>  sono invece le vittime di tale scempio organizzato dai poteri locali collusi con le nuove mafie innanzitutto economiche. L&#8217;inchiesta si avvale di una dimensione corale, attraverso i racconti e le storie dei molti  personaggi che se ne fanno attraversare, ed è qui che risiede a mio avviso la forza del libro.  <span class="text_exposed_show"><br />
Infatti, quasi indipendentemente, quasi, dalla caratura morale, restano impresse tanto le figure &#8220;negative&#8221; del giudice, dei responsabili Asl, del sindaco corrotto quanto della magnifica coppia che ha adottato Gioia, del libraio o dell&#8217;amico Fabio e della stessa zia.<br />
Dal punto di vista delle atmosfere resta difficile non sovrapporle in tanti momenti a quelle di Sciascia, viste però con l&#8217;occhio di Petri, e come in <em>A ciascuno il suo</em>, anche l&#8217;affaire di Gioia rimane irrisolto, per quanto si abbia la percezione della non rinuncia alla verità; non la verità che lei sa e che tutti sanno, ma quella che deve essere sancita perché diventi giustizia.</span></p>
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
					
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		<title>Dieci (piccoli) nuovi indiani</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/10/09/dieci-piccoli-nuovi-indiani/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Oct 2014 06:54:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[Biagio Cepollaro]]></category>
		<category><![CDATA[blog letterari]]></category>
		<category><![CDATA[francesca fiorletta]]></category>
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		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
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					<description><![CDATA[Care lettrici e cari lettori, siamo lieti di condividere con voi una grande novità. Ci stiamo moltiplicando, anzi ci siamo già moltiplicati. Per dieci. Dieci (piccoli) indiani sono arrivati a portare una ventata d’aria nuova in Nazione Indiana. La cifra tonda è casuale; lo è altrettanto che, sommandovi la graditissima “indiana di ritorno” ⇨ Francesca [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/diecipiccoliindiani.gif"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-49199" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/diecipiccoliindiani.gif" alt="diecipiccoliindiani" width="960" height="131" /></a></p>
<p><strong>Care lettrici e cari lettori</strong>,</p>
<p>siamo lieti di condividere con voi una grande novità. Ci stiamo moltiplicando, anzi ci siamo già moltiplicati. Per dieci. Dieci (piccoli) indiani sono arrivati a portare una ventata d’aria nuova in Nazione Indiana.<span id="more-49193"></span></p>
<p>La cifra tonda è casuale; lo è altrettanto che, sommandovi la graditissima “indiana di ritorno” ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/francesca-matteoni/"><strong>Francesca Matteoni</strong></a>, si giunga a coprire l’esatto arco temporale della nostra storia. Dieci anni &#8211; più quello in corso &#8211; sono un’età molto avanzata nella realtà virtuale. Da quando fummo i primi in Italia a inaugurare un blog letterario collettivo, il mondo e il modo di stare in rete è cambiato. La forma-blog è invecchiata, non è più il solo modello di comunicazione digitale e senz’altro ha smesso di rappresentare lo strumento più agile e diffuso per trasmettere online dei contenuti, così da aprirli all’interazione con i lettori. Eppure in questi anni, in Italia, è cresciuto un arcipelago di siti letterari e culturali la cui vitalità non ha forse eguali in altri Paesi, e che risalta (e trova quasi certamente una causa) nell’impoverimento dei media tradizionali. Oggi il bisogno di orientamento alla lettura e l’esercizio della scrittura incontrano nella rete molti itinerari e palestre. Noi della vecchia guardia (un po’ meno agili di un tempo, un po’ meno liberi da impegni e impicci) siamo contenti che Nazione Indiana abbia tutt’ora il suo posto nella mappa, e che conservi il suo scopo e il suo spazio. L’importante è che la nostra comune impresa continui ad avere la spinta propulsiva che serve a reinventare e ravvivare il carattere più felice di questa esperienza: restare curiosi, indipendenti e soprattutto aperti. Spalancare le porte, ampliare le voci: per vera voglia di rilanciare l&#8217;avventura con la sua dose di rischio e di imprevisto.</p>
<p>Fin dalla sua nascita, Nazione Indiana ha presentato una fisionomia particolare: in un campo dominato ancora dalle riviste cartacee e dalle pagine culturali, si poneva in un atteggiamento di relativa esteriorità. L’esteriorità era in realtà duplice: da un lato, rispetto alla rete come cantiere sconfinato di iniziative e testi; dall’altro, rispetto al mondo ufficiale degli scrittori e critici che non riuscivano a immaginare come quella realtà caotica e litigiosa potesse generare spazi di cultura seri. Questo posizionamento sghembo ha fatto in modo che negli anni Nazione Indiana abbia conservato alcune caratteristiche: un’attitudine aperta nei confronti dei nuovi talenti, e anche dei talenti dimenticati o ingiustamente misconosciuti. Assieme a ciò Nazione Indiana ha conservato una sua capacità di critica nei confronti dell’esistente, prediligendo una dimensione che non riguarda semplicemente il rapporto dello scrittore con i consumatori dei suoi libri, ma lo scrittore in quanto cittadino che vuole confrontarsi con altri cittadini. Infatti continuiamo a credere sino a oggi che, nonostante tutti i suoi limiti, la comunicazione sul web permetta di mantenere viva l’idea di una dimensione pubblica dello scrivere, del pensare e persino dell’agire, se accettiamo che scrivere e pubblicare gratuitamente rappresenti anche un gesto elementare di condivisione.</p>
<p>In questo senso le presentazioni dei nuovi arrivati sono tanto doverose, quanto da prendere come un minimo punto di partenza. Nessuno &#8211; a cominciare da loro stessi – è ancora in grado di prevedere con quali forme e quali argomenti abbiano desiderio di cimentarsi nello spazio così poco specialistico e regolamentato di Nazione Indiana: è proprio questo, tuttavia, che ci piace.<br />
Ma eccoli, in ordine rigorosamente alfabetico.</p>
<p>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/mariasole-ariot/" target="_blank"><strong>Mariasole Ariot</strong></a> scrive sul confine tra poesia lirica e prosa poetica ma ama sperimentare anche con gli innesti di suono e immagine.  Si interessa in particolar modo delle odierne forme di Istituzioni Totali.</p>
<p>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/biagio-cepollaro/" target="_blank"><strong>Biagio Cepollaro</strong></a>, <a href="http://www.cepollaro.it/">poeta di lungo corso</a>, un tempo “sperimentale”, ha sempre continuato a esplorare nuovi campi e forme d’espressione. Da qualche anno ormai si dedica anche all’arte figurativa.</p>
<p>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/lorenzo-declich/" target="_blank"><strong>Lorenzo Declich</strong></a> è romanista e islamista. Ha aperto (e poi chiuso) il blog <a href="http://in30secondi.altervista.org/">“Tutti in 30 secondi”</a> con cui seguiva principalmente le “Primavere arabe”; è esperto e appassionato del mondo arabo contemporaneo, in particolare della Siria.</p>
<p>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/francesca-fiorletta/" target="_blank"><strong>Francesca Fiorletta</strong></a> ama leggere i libri e poi parlarne: senza doversi attenere a modelli-standard, limiti di battute, tempistiche di recensione. In questo senso, “critico letterario” le sta a pennello.</p>
<p>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/graziano-graziani/" target="_blank"><strong>Graziano Graziani</strong></a> è critico teatrale, autore per il teatro e anche scrittore di reportage e di micronarrazioni.</p>
<p>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/luca-lenzini/" target="_blank"><strong>Luca Lenzini</strong></a> si è occupato della poesia italiana del Novecento: soprattutto è uno dei massimi studiosi di Franco Fortini. In sintonia con questa matrice, ha un forte interesse per gli aspetti politici della produzione culturale.</p>
<p>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/jamila-mascat/" target="_blank"><strong>Jamila Mascat</strong></a> è una filosofa che si è fatta le ossa studiando Hegel. Nel caso questo non bastasse, si interessa anche al pensiero femminista e postcoloniale. E a (quel che resta de) le lotte di classe.</p>
<p>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/igiaba-scego/" target="_blank"><strong>Igiaba Scego</strong></a> è un’autrice di racconti e romanzi e anche un’attivista e pubblicista impegnata su tematiche civili quali i diritti dei migranti e l’eredità oscura del colonialismo.</p>
<p>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/giuseppe-schillaci/" target="_blank"><strong>Giuseppe Schillaci</strong></a> è un regista e autore cinematografico (il suo campo d’azione prediletto è il documentario) e anche uno scrittore di romanzi, racconti e recensioni cinematografiche.</p>
<p>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/ornella-tajani/" target="_blank"><strong>Ornella Tajani</strong></a> è una studiosa di Letterature Comparate specializzata sul kitsch: vale a dire l’interprete aggiornata di una figura di critico intento a esaminare gli aspetti ordinari della cultura contemporanea.</p>
<p>Così, sperando di essere riusciti a trasmettere anche a voi lettori la nostra curiosità e il nostro entusiasmo, non ci resta che dare il benvenuto più fragoroso a tutta la nuova ciurma di Nazione Indiana</p>
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		<title>Maresco e Belluscone: colpi di grazia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Sep 2014 05:00:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[Daniele Ciprì]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giuseppe Schillaci Berlusconi è solo un pretesto, una boutade, una trovata promozionale. Il suo nome, storpiato in siciliano, evoca qualcosa di vago e di terribile: il colpo di grazia a un’Italia agonizzante, o più in generale a una certa idea d’umanità, o piuttosto al senso di fare cinema oggi o, ancora, al percorso radicale di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Schillaci</strong></p>
<p><iframe loading="lazy" title="TRAILER 1 - BELLUSCONE, una storia siciliana di Franco Maresco" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/3syOtKCqBvY?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Berlusconi è solo un pretesto, una <em>boutade,</em> una trovata promozionale.</p>
<p>Il suo nome, storpiato in siciliano, evoca qualcosa di vago e di terribile: il colpo di grazia a un’Italia agonizzante, o più in generale a una certa idea d’umanità, o piuttosto al senso di fare cinema oggi o, ancora, al percorso radicale di Franco Maresco. <span id="more-48947"></span>Con il film <em><i>Belluscone, una storia siciliana</i></em>, l’autore tocca il fondo delle sue ossessioni, e infatti Tatti Sanguineti suggeriva d’intitolarlo, appunto, « il colpo di grazia ».</p>
<p>L’opera ha poi mantenuto il titolo originario, ma la proposta di Sanguineti, protagonista nel film di una sorta d’inchiesta sulla scomparsa misteriosa di Maresco, rende conto della caratteristica più interessante di <em>Belluscone</em>: la sua forza liberatoria e disperata, senza ammissione di replica. Una forza che è stata riconosciuta al Festival di Venezia, dove il film ha ottenuto il premio della giuria, sezione Orizzonti, e nelle sale cinematografiche, con la buona affluenza di pubblico delle prime settimane, nonostante le evidenti difficoltà distributive.</p>
<p><em><i>Belluscone</i></em> è la storia di un fallimento, un film fallito su un Paese fallimentare, come fallito sembra essere Maresco, l’artista che urla l’abominio del tempo presente (o della realtà <em><i>tout court)</i></em>. Con l’Italia, Paese in cui il mutamento antropologico è ormai metastasi, Maresco vuole farci i conti, nonostante sia evidente una certa nostalgia nei confronti di un mondo scomparso, più umano. L’autore prova a nominare il male o, più che altro, il suo feticcio: belluscone! E lo fa nella sua Palermo, nel ventre di una cultura popolare “telestupefatta” e “selfie-dipendente”. Il risultato è un non film, una non fiction, un non documentario. Qualcosa d’incompiuto e sfuggente, a tratti ridondante, una materia magmatica in cui si riflette il suo autore: uno dei pochi registi italiani a perseguire, prima in coppia con Ciprì, e adesso nella sua cupa solitudine, un’idea personale di cinema.</p>
<p>Le sue opere, dagli anni Novanta fino a oggi, da <em><i>Cinico Tv</i></em> a <em><i>Totò che visse due volte</i></em>, hanno rappresentato una boccata d’aria in un panorama asfissiato dall’appiattimento della commedia italiana, dai film dell’autore-narciso e dell’impegnuccio sociale, e ci hanno messo davanti alla radicalità di un linguaggio cinematografico dirompente, a una visione del mondo meravigliosa e devastata, seppur marginale.</p>
<p>Nel suo nuovo film, e nel tormentato processo che ha portato alla sua realizzazione, ci sono dunque tutte le ombre e le epifanie delle opere firmate insieme a Daniele Ciprì, e alla sua magistrale fotografia: c’è la musica napoletana neo-melodica e la Mafia, il sottoproletariato di Palermo e le icone del potere, l’analisi storico-antropologica e il ragionamento meta-cinematografico su realtà e finzione, c’è soprattutto il cinismo del tempo presente, ingurgitato e vomitato affinché ci si liberi, con una risata beffarda, di ogni ipocrita speranza.</p>
<p>E c’è il grottesco che, riprendendo la grande tradizione della commedia all’italiana, s’impone come chiave di comprensione della realtà, esorcismo contro i demoni dell’inconscio collettivo, e, infine, unica via di scampo alla tragedia.</p>
<p><iframe loading="lazy" title="ENZO, DOMANI A PALERMO (SURREALE)" width="696" height="522" src="https://www.youtube.com/embed/c6V_28rMVCI?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
<p>In <em><i>Belluscone, </i></em>torna un sottobosco umano che Maresco, in coppia con Ciprì, aveva già raccontato nel magnifico documentario del 1999: ”Enzo, domani a Palermo”, ovvero quello delle feste rionali e dei cantanti neo-melodici napoletani. Ecco dunque Ciccio Mira, vecchio democristiano e berlusconiano doc, che come l’Enzo Castagna del precedente documentario, è organizzatore di concerti e personaggio “antico”, di dubbia moralità e frequentazioni mafiose. Ma in <em><i>Belluscone</i></em>, irrompono anche i “nuovi”, la generazione bellusconiana, ovvero Vittorio Ricciardi e Salvatore De Castro, in arte Erik, i giovani cantanti rappresentati dall’agenzia di Ciccio Mira, i neo-melodici che in un loro brano idolatrano Berlusconi e che non cantano neanche più in napoletano, ma in un italiano da reality show. Il corpo tatuato di Ricciardi, con le <em><i>mèches</i></em> bionde e le mosse da balletto pop, invade il mondo “antico” delle feste rionali di Mira, facendolo assomigliare a uno studio televisivo disastrato, a una passerella fluorescente in cui ormai la voce e la musica non contano più, ma sono le movenze erotiche a infiammare la folla.</p>
<p>Quando poi scopriamo, dal notiziario di una televisione locale, che Ciccio Mira è stato arrestato per complicità mafiose, la realtà sembra superare ogni finzione, confermando il sospetto che le feste rionali “neo-melodiche” siano, in effetti, un rituale popolare della subcultura mafiosa.</p>
<p>A questo punto, l’inchiesta di Sanguineti sembra arenarsi, proprio come il film, e la storia si perde in mille digressioni “mareschiane”, per finire inevitabilmente in farsa, quando Maresco chiama Ficarra e Picone a dirimere la lite tra i due cantanti neo-melodici sull’utilizzo del brano « Vorrei conoscere Berlusconi ». Il ritratto del ventennio berlusconiano si dissolve nell’acido banale di una canzonetta, mentre la devozione per il miliardario milanese si rivela emblema di una nazione infantile e feroce, cinica e instupidita, vittima e carnefice.</p>
<p>Ma c’è ancora tempo per la cosa più bella del film, per il momento più importante, la confessione del personaggio che incarna la relazione profonda e oscura tra Sicilia e Berlusconi: il Senatore palermitano Marcello Dell’Utri. È lui a fissarci, seduto su un trono barocco, illuminato da un occhio di bue che lo rende ancora più inarrivabile. Il Senatore, braccio destro di Berlusconi, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, si presta con perfida intelligenza all’intervista di Maresco. Ma sul più bello, l’audio del Senatore, proprio mentre sta rivelando verità indicibili sul rapporto tra Berlusconi e Cosa Nostra, svanisce. Il microfono gracchia per un banale errore del fonico, il microfono gracchia come un rutto in faccia alla coscienza civile di questo Paese, di un’Italia irredimibile. Incombe così l’ossessione principale della più recente produzione di Franco Maresco: l’impotenza dell’artista, già presente nel meraviglioso <em><i>Il ritorno di Cagliostro</i></em> (2003), ancora in coppia con Ciprì, e soprattutto nell’ultimo documentario, <em><i>Io Sono Tony Scott, ovvero come l’Italia fece fuori il più grande clarinettista del jazz </i></em>(2010), in solitaria.</p>
<p>Il suo ultimo film raccontava infatti la parabola decadente dell’artista in una sorta d’identificazione speculare e catartica tra Maresco e il grande siculo-americano Tony Scott, figura mitica del jazz del Dopoguerra che finisce la sua carriera nella miseria e nel ridicolo, in Italia. Nel documentario <em><i>Io sono Tony Scott</i></em>, montato da Edoardo Morabito e purtroppo non distribuito in sala, tante erano poi le digressioni sulla deriva antropologica dell’Italia e sulla fine di un’epoca, che ritroviamo, forse con minore efficacia, in <em><i>Belluscone</i></em>.</p>
<p>Ma le ripetizioni e le ossessioni sono essenziali alla visione di Maresco, sono il suo profondo nutrimento, la sua fatica di Sisifo. E così il ritorno di Franco Maresco al grande schermo, grazie all’uscita di <em><i>Belluscone, una storia siciliana,</i></em> rappresenta un evento importante per il cinema italiano, un’opportunità per conoscere un autore prezioso che difficilmente trova spazio nel panorama contemporaneo.</p>
<p>Con questo film, Franco Maresco continua a scagliarsi contro il suo tempo e a farsi divorare dalla sua amata Palermo, in un corpo a corpo senza rassegnazione e senza speranza. Il suo cinema sopravvive così: mettendo in scena, come in una feroce farsa, ulteriori colpi di grazia.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Election day</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/03/01/election-day/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Mar 2014 07:02:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Apolitics Now!]]></category>
		<category><![CDATA[Festival dell’Italian Cinema di London]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe schillaci]]></category>
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					<description><![CDATA[Votate votate ! APOLITICS NOW! (effeffe) Tragicommedia d’una campagna elettorale Fino al 9 marzo puoi vedere e votare on line il film in concorso al Festival dell’Italian Cinema di London http://www.italiancinemalondon.com/ido14/ Apolitics now (istruzioni per l&#8217;uso) di Giuseppe Schillaci Cos’è la politica oggi?  La campagna elettorale ci mostra le diverse facce del Paese: se crediamo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/pappalardo-2.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-47670" alt="pappalardo 2" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/pappalardo-2-300x168.jpg" width="300" height="168" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/pappalardo-2-300x168.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/pappalardo-2-1024x576.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/pappalardo-2.jpg 1920w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p style="text-align: left;" align="center"><b>Votate votate ! APOLITICS NOW! (effeffe)<br />
</b></p>
<p style="text-align: left;" align="center"><b>Tragicommedia d’una campagna elettorale</b></p>
<p style="text-align: left;" align="center"><b><i>Fino al 9 marzo puoi vedere e votare on line</i></b></p>
<p style="text-align: left;" align="center"><b><i> il film in concorso al Festival dell’Italian Cinema di London</i></b></p>
<p style="text-align: left;" align="center"><a href="http://www.italiancinemalondon.com/ido14/">http://www.italiancinemalondon.com/ido14/ </a></p>
<p><strong>Apolitics now</strong></p>
<p><em> (istruzioni per l&#8217;uso)</em></p>
<p>di</p>
<p><a href="www.giuschillaci.com"><strong>Giuseppe Schillaci</strong></a></p>
<p>Cos’è la politica oggi?  La campagna elettorale ci mostra le diverse facce del Paese: se crediamo nella democrazia, infatti, i candidati alle elezioni sono lo specchio nel quale ci riflettiamo. E osservando le campagne elettorali del 2012, la prima dopo la caduta di Berlusconi, vediamo che l’Italia è scossa dal caos politico e dalla necessità di un cambiamento radicale. <b>I risultati delle elezioni nazionali del febbraio 2013 e la situazione attuale Letta &#8211; Renzi</b> erano già prevedibili nel 2012 (amministrative di maggio e regionali siciliane di ottobre): crisi dei partiti della Seconda Repubblica; astensione e sfiducia nella politica <i>tout court</i>; grande numero di candidati e di nuove formazioni politiche (spesso improvvisate); divisione della sinistra e debolezza della sua classe dirigente; importanza decisiva del carisma personale (e della capacità comunicativa-spettacolare) dei candidati; emersione netta del fenomeno Grillo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b><i>Apolitics Now! tragi-commedia d’una campagna elettorale</i></b> è il racconto della fine di un&#8217; epoca, la deriva di un Paese che soffre ma continua a sghignazzare, che urla e spera nel miracolo, danzando sull’orlo del precipizio. Il documentario racconta la campagna elettorale per il sindaco di Palermo, nell’aprile-maggio 2012, le prime elezioni dopo la caduta del governo Berlusconi: nella quinta città italiana, una delle più povere d’Europa, va in scena una versione grottesca della politica-spettacolo.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/ballaro.jpg"><img loading="lazy" class="alignright size-medium wp-image-47671" alt="ballaro" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/ballaro-300x168.jpg" width="300" height="168" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/ballaro-300x168.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/ballaro-1024x576.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/ballaro.jpg 1920w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><b>A Palermo, nel maggio 2012, si confrontano ben 12 candidati per l’elezione a sindaco</b>: 7 dei vecchi partiti, seppure molti mascherano la propria appartenenza al sistema, e 5 candidati dei movimenti civici, tra cui quello di Beppe Grillo, ma anche il Movimento dei Forconi, e poi ancora: comunisti e fascisti, giovani post-berlusconiani e vecchi democristiani, generali dei carabinieri in pensione e imprenditori dell’autonoleggio: molti di loro proclamano orgogliosamente di non essere né di destra, né di sinistra, e nemmeno di centro. E anche a Palermo va in scena la tragedia della sinistra eternamente divisa, laddove il sindaco storico di Palermo, Leoluca Orlando, s’oppone al suo giovane delfino, Fabrizio Ferrandelli, vincitore ufficiale delle primarie: padre contro figlio.</p>
<p>Alle elezioni amministrative del 2012, in tutta Italia i partiti della cosiddetta Seconda Repubblica crollano: il movimento 5 stelle diventa il secondo partito italiano, e <b>si parla già di Terza Repubblica</b>. Apolitics Now! mostra i candidati che girano la città alla ricerca di visibilità e consenso: comizi tradizionali e post-moderni, spettacoli e cabaret, raduni di piazza e salotti, mercati storici e periferie abbandonate.</p>
<p>Il film è una co-produzione Stella Productions con France Televisions ed è stato diffuso in Francia nel settembre 2013. In Italia ha vinto il premio del pubblico al Salina Doc Fest.</p>
<p><iframe loading="lazy" title="Apolitics now - Giuseppe Schillaci" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/qmpOLnWphBc?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>MAIN CREDITS: Scritto, diretto e prodotto da Giuseppe Schillaci, DOP Carlo Sisalli, SUONO Danilo Romancino, MUSICA Gianluca Cangemi e Luca Rinaudo per Almendra Music, MONTAGGIO Laurence Miller.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Ex Ordres littéraires &#8211; Giuseppe Schillaci</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/06/03/ex-ordres-litteraires-giuseppe-schillaci/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Jun 2010 11:46:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[esordi letterari]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe schillaci]]></category>
		<category><![CDATA[L’anno delle ceneri]]></category>
		<category><![CDATA[nutrimenti]]></category>
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					<description><![CDATA[Nota di Francesco Forlani su L’anno delle ceneri, Giuseppe Schillaci, Nutrimenti, 15 euro Ogni anno, più o meno prima dell&#8217;estate nella posta di Nazione Indiana ci arriva puntuale la richiesta da parte di un&#8217;organizzatrice di incontri letterari di &#8220;segnalare&#8221; un giovane scrittore, un esordiente, per un festival che vede coinvolte molte delle figure chiave del [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Nota</strong><br />
di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong><br />
su<br />
<em>L’anno delle ceneri,</em> Giuseppe Schillaci, Nutrimenti, 15 euro</p>
<p><object width="480" height="385"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/aOQksgLQodE&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param></object></p>
<p>Ogni anno, più o meno prima dell&#8217;estate nella posta di Nazione Indiana ci arriva puntuale la richiesta da parte di un&#8217;organizzatrice di incontri letterari di &#8220;segnalare&#8221; un giovane scrittore, un esordiente, per un festival che vede coinvolte molte delle figure chiave del sistema editoriale italiano, diciamo dell&#8217;ambiente, dagli editor ai critici letterari, dagli scrittori affermati agli addetti stampa e talent scout delle piccole, medie e grandi case editrici. E puntualmente segnalo &#8220;il mio cavallo&#8221;, ogni volta con la speranza che possa non dico vincere la corsa, ma gareggiare, godere di quella opportunità in più.  E puntualmente mi viene cassata la proposta. Sulle prime ci rimanevo un po&#8217; male poi invece con il tempo, dopo aver capito l&#8217;andazzo e il sollazzo della telefonatissima cartografia fabbrica di talenti letterari in Italia, ogni volta che veniva &#8220;bocciato&#8221; il mio esordiente me ne rallegravo. Perché in quel rifiuto coglievo l&#8217;esattezza della mia intuizione, ovvero,  che se l&#8217;autore che proponevo, in questo caso Giuseppe Schillaci, a &#8220;quelli&#8221; non piaceva era perché i miei autori facevano letteratura e a &#8220;quelli&#8221; la letteratura interessava poco.<br />
<span id="more-35311"></span><br />
Perché la letteratura è difficile, complicata, per dio! Per averne un&#8217;idea basta andare a leggere i classici, &#8211; leggere ma dovrei dire &#8220;rileggere&#8221;-  Proust, Joyce, Mann, per non parlare di Dostoevskij o Balzac. L&#8217;industria culturale vuole così e basta. Che palle ste cose difficili! Noi vogliamo solo  cose leggère da lèggere evvvai! Certo ci si dovrebbe mettere d&#8217;accordo su cosa sia leggero e cosa no, approntare una bilancia in grado di dirci se quella leggerezza resterà o meno, insomma che opere leggere possano avere un peso&#8230;<br />
Giuseppe Schillaci è uno di quegli autori che ho seguito dal principio, e che proprio su <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/10/13/perturbante/">Nazione Indiana</a> ha fatto il suo esordio.<br />
Il suo romanzo <a href="http://www.nutrimenti.net/libro.php?codice=GG008">l&#8217;anno delle ceneri</a>, è un libro potente, scritto con una lingua che non si appiattisce sulla trama né sulle ambientazioni, ma si nutre della storia, dei personaggi, in breve dell&#8217;esistenza, in una dimensione corale e polifonica (<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Michail_Michajlovič_Bachtin">Bachtin</a>? Cos&#8217;è un medicinale?). La capacità visionaria di Schillaci si esprime attraverso un uso sapiente dei filtri- solo chi abbia percorso le strade di Palermo a sera conosce il significato della parola vespro- una perfetta disposizione dei piani sequenza, una neutralizzazione di ogni sguardo oggettivo, dal di fuori, delle scene raccontate in un montaggio che ti fa sentire come attraverso i  riuscitissimi dialoghi un vero, autentico respiro. Li senti respirare sulla pagina i protagonisti e perfino delle figure secondarie ne riconosci distinta la voce, la lingua, sia che si tratti del perfido Americano, con le sue verità che alludono al peggio, del vecchio Nofrio che di tutte le cose possiede il segreto, ovvero il racconto, o di Toni, lo zio comunista. La fabula raccontata è antica, si ammanta del mistero e della leggenda dei &#8220;decollati&#8221;, l&#8217;impianto è realista. Si racconta di un dopoguerra refrattario alla storia &#8211; ne arrivano echi lontani come quello dell&#8217;attentato a Togliatti- ma soprattutto delle vicende di due famiglie, una collusa con i nuovi poteri e antiche superstizioni e un&#8217;altra che attraverso il suo protagonista, Masino, pare prigioniera di un incantesimo ben peggiore, <a href="http://www.youtube.com/watch?v=FP52mfF5gUc">&#8220;quel tutto cambia perché nulla cambi&#8221;</a> di gattopardesca memoria. L&#8217;anno delle ceneri,- nell&#8217;anno in cui le ceneri dei vulcani del nord hanno oscurato il cielo delle economie- è dopo tutto una storia d&#8217;amore e di rivoluzione. L&#8217;amore tra Masino e Ninetta, tragicamente messo a tacere sul nascere e una rivoluzione che è però in grado di cambiare un solo destino alla volta e  nel finale prende le sembianze di un treno che ti porta via. Un treno che qui in Sicilia, come tutti sanno prende il mare per raggiungere il continente. </p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Assalto al centro</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/01/17/assalto-al-centro/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 Jan 2010 10:55:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe schillaci]]></category>
		<category><![CDATA[Mozart pour l'art]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[pop mozart]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[scrittori siciliani]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giuseppe Schillaci Il sole della peste stingeva tutti i colori e fugava ogni gioia. Albert Camus Sacchi di plastica si levano come gabbiani tra scogli d’asfalto, si gonfiano di vento e volteggiano sulle lamiere. Vitaliano li guarda salire in alto e poi cadere in picchiata tra il benzinaio e il baracchino di stigghiola. Fissa il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p> di <strong>Giuseppe Schillaci</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/c_mamma4.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-28814" title="c_mamma4" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/c_mamma4-300x296.jpg" alt="" width="300" height="296" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/c_mamma4-300x296.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/c_mamma4.jpg 471w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p align="right"><span /><em>Il sole della peste stingeva tutti i colori e fugava ogni gioia.</em><span /></p>
<p align="right">Albert Camus<span /><span></span></p>
<p>Sacchi di plastica si levano come gabbiani tra scogli d’asfalto, si gonfiano di vento e volteggiano sulle lamiere.<br />
Vitaliano li guarda salire in alto e poi cadere in picchiata tra il benzinaio e il baracchino di stigghiola. Fissa il fumo bianco che s’alza dalla griglia di carbone e si spariglia in cielo, e ripete a mente le condizioni della promozione degli schermi LCD, dei videofonini e degli abbonamenti tv. L’odore insistente delle stigghiola viene appena smorzato da quello acre del sugo che la madre sta preparando di là in cucina. Dopo pranzo lo aspetta il lavoro, il terzo giorno del suo nuovo lavoro.<br />
Vitaliano sorride dietro il vetro della finestra socchiusa, sorride di soddisfazione. Pensa al suo nuovo lavoro ed è fiero di sé, di come sa dare ai clienti informazioni dettagliate con la sincerità di un amico, di come rispetta i superiori, anzi li stima senza ostentazione, e di quanto è rispettato dai colleghi.<br />
In strada, sotto il quinto piano del condominio di Brancaccio, i piccioni si avvicinano circospetti agli avanzi del baracchino di brace, e vespini e lapini s’incrociano rapidi. Vitaliano sorride e pensa al codice della cassa e ai ticket della mensa. Tra qualche ora inizierà il turno pomeridiano del suo terzo giorno di lavoro, quello più importante, il giorno della promozione. Al Centro di Roccella si aspettano centinaia di persone e Vitaliano è pervaso di un’autentica gioia.<br />
<span id="more-28811"></span><br />
Non vive questa sensazione di pienezza e aderenza alla vita da quando aveva tredici anni e suonava Mozart in modo “esemplare”, così disse il suo maestro, al saggio di violino di fine anno. Quella volta la gioia che seguì agli applausi fu indimenticabile, non l’emozione del palco, ma la sensazione di quando il piccolo Vitaliano tornò al leggio per prendere gli spartiti e rivolse lo sguardo fiero alla platea. In quel momento sentì lo stomaco riempirsi di leggerezza, della consapevolezza di essere parte di un gruppo, parte integrante della classe e della scuola e della borgata. Consapevolezza che però durò poco, sostituita subito dal solito senso di alienazione e distanza dai suoi compagni e dai borgatari, gente arrogante, capace di spaccarsi la faccia per una taliata di troppo.<br />
E adesso, davanti alla plastica che piroetta in aria e al fumo di stigghiola che sembra salire dalle ciminiere del traghetto dello Stretto, Vitaliano è pervaso dalla stessa leggerezza del saggio di fine anno e gli pare di risentire le note del violino e allarga lo stesso sorriso sornione.</p>
<p>Ma la musica non ha pagato, nonostante l’orecchio assoluto, la tecnica impeccabile col violino, la disinvoltura alla chitarra e al basso.  Anzi pagava troppo poco e quando voleva lei. Da anni Vitaliano ha lasciato il conservatorio, riservato a chi può studiare la musica, e ha provato a campare con la musica. Ci aveva provato anche a Roma, nell’orchestra del teatro dove lavorava la cugina. Ma anche lì i soldi erano pochi e arrivavano ogni tre mesi, mentre la padrona di casa non lasciava passare il tre di ogni mese senza sollecitare la mesata.<br />
E così Caronte, il traghetto lurido e sbuffante dello Stretto, aveva attraversato ancora quello sfavillante braccio di mare, lo Scill’e Cariddi che pare oceano, e lo aveva riportato nella sua terra. E qui Vitaliano aveva iniziato a suonare con una banda alle processioni, con un’orchestra ai matrimoni, con un quintetto barocco in chiesa e con una band heavy metal alle feste dell’Unità, senza riuscire a racimolare i soldi per lasciare quell’odioso condominio di Brancaccio. Odioso non per colpa della madre o della sorella, ma odioso in quanto cubo di cemento scolorito nel mezzo della periferia più scolorita e cagnola della città, una borgata di straccivendoli, ambulanti e lavoratori socialmente utili, dove i palazzi inghiottono antichi castelli arabi e giardini di palme, e dove i più non hanno la quinta elementare ma almeno un cugino all’Ucciardone.<br />
E i ragazzini urlano in continuazione, masticando e sputando per terra, e i fratelli maggiori si guardano l’un l’altro come cannibali abulici davanti all’unica preda disponibile.<br />
“Ma il Centro di Roccella può cambiare le cose”, pensa Vitaliano alla finestra, giocherellando con la montatura degli occhiali, “il Centro porterà un po’ di civiltà e di benessere in questa terra disgraziata”. E si sente investito di una grande responsabilità perchè lui adesso è del Centro, è parte attiva di questa rivoluzione. Lavora al Centro di Roccella, travaglia per il cambiamento, la salvezza. “Magari un giorno ci vado pure a suonare, al Centro”.</p>
<p>“Vitaliano”, strilla la madre, “a mangiare!”. Il ragazzo inforca gli occhiali e giunge a grandi falcate in cucina. Si siede a tavola, divora tutto con appetito e commenta il telegiornale con la solita rabbia per le disgrazie del mondo, le notizie incomprensibili di politica: “Finalmente ricostruito il grande centro”, proclama con entusiasmo il giornalista, “rinasce l’Italia del miracolo economico”. Vitaliano sbuccia un’arancia, la mangia con calma, spicchio dopo spicchio, e parla alla sorella delle promozioni al centro di Roccella, dei videofonini in offerta e della possibilità di avere un mega sconto sui televisori HD, questo pomeriggio stesso, per i primi cento avventori che si presentano al suo banco. La sorella lo riempe di domande e curiosità a cui Vitaliano risponde con esuberante sicumera, il sorriso beato sulle labbra e gli occhi luccicanti dietro le lenti. In realtà a Vitaliano non importa niente dei televisori e della tecnologia, ma gli piace la precisione, la corrispondenza geometrica dei segni con le cose, questioni che ha imparato ad apprezzare quando studiava violino, questioni fondamentali per un’esecuzione esemplare.</p>
<p>Dopo il caffè, Vitaliano si accende una sigaretta ed entra nell’ascensore. Scende sul marciapiede infestato di sacchetti abbandonati dal vento e scatena il motorino per andare al nuovo lavoro. È il giorno della promozione e lui vuole essere pronto dietro il banco almeno mezz’ora prima dell’apertura delle danze. Percorre la strada di Brancaccio fino alla rotonda della zona industriale, quattro capannoni arrugginiti in cui Vitaliano non è mai riuscito a capire cosa si fabbrichi. Poi gira da dietro lo Sperone, le case popolari che in nulla sono diverse dalle altre tranne per il colore bianco sporco e per il fatto di essere tutte uguali, e si ritrova sulla strada nuova che porta al Centro.<br />
Da lontano sembra un villaggio marziano disceso su quella terra tra le montagne e il mare, con pareti di vetro trasparenti, torri di acciaio e neon viola, muri obliqui di cemento e pilastri di un metallo vagamente grigio. Questa vista, per Vitaliano, è ogni volta una sorpresa, un miraggio che si fa realtà.<br />
Varca la soglia del grande Centro di Roccella e attraversa l’immenso parcheggio che pare un lago o un vallo intorno al palazzo reale. Lega il motorino nel parcheggio riservato ai lavoratori del Centro, e sale saltellando le scale che lo portano al suo banco.<br />
Alle 15 in punto si apriranno le porte della sala promozioni. Sono le 14.45 e al banco di Vitaliano giungono già le prime urla di impazienza. Loredana arriva di corsa dal corridoio, strillando di fare presto perché già ci sono più di cento persone dietro la saracinesca. Vitaliano non si scompone, va rapido all’impianto stereo, toglie Jenny Gonzales dal lettore e mette il cd che ha portato per le grandi occasioni: i capolavori di Mozart, magari così si rilassano un po’ là fuori.<br />
Arrivano anche Franco e Peppe a gestire il banco e vengono chiamati due energumeni della sicurezza a incanalare il flusso di persone.<br />
Sono le 14.55 e le urla si fanno più minacciose, qualcuno abbozza cori da stadio mentre ragazzi con capellini dorati strattonano bambini argentati, sospinti da ragazze con cinturoni di pelle e borchie e trucchi viola alla Jenny Gonzales. Dietro questa prima fila di ultras, spingono i padri, le madri, gli zii e le zie: signori panciuti che incitano gli altri con urla disumane e signore con lo sguardo perso nel vuoto e la bocca infuocata sempre aperta e petulante. La folla si fa rotulante come un fiume in piena, mandria impazzita in cui ognuno è rivale all’altro e cerca in tutti i modi di arrivare prima dell’altro e ha comunque un nemico comune: il banco della promozione, il forte da espugnare.<br />
La prima fila forza il blocco, alza la saracinesca di peso e si fionda sul banco. Vitaliano abbozza un sorriso, ma capisce subito che c’è poco da ridere, che deve dar loro quello che vogliono, e nel minor tempo possible.<br />
Franco e Peppe non riescono a placare l’orda che continua a ululare e ringhiare. In breve il banco è circondato come una mollica in uno stagno di pesci rossi e alle urla si aggiungono le offese, le minacce, le spinte.<br />
Vitaliano deve alzarsi in piedi sul bancone e brandisce un bastone per allontanare quegli assatanati, che pare un domatore di circo.<br />
Gli uomini della sicurezza alzano i manganelli e Loredana, cadaverica, continua a consegnare bollettini per il ritiro della promozione a quei mostri questuanti pronti ad aggredirla da un momento all’altro.<br />
Quando la ragazza dice con un filo di voce che sono finiti tutti i televisori, la bolgia si placa in un istante. Un silenzio incredulo e carico di odio scende sulla folla; ognuno amplifica la sua rabbia negli occhi del suo vicino e un mugugno collettivo si alza fino a diventare grido di battaglia, grido di strazio e di lotta ancestrale.<br />
È allora che Vitaliano viene preso alle spalle e gettato in mezzo alla scanna.</p>
<p>Si fa sera e la madre riceve una telefonata che la avvisa dell’incidente: Vitaliano è ricoverato, due costole fratturate e qualche graffio. La madre e la sorella si precipitano all’ospedale e trovano Vitaliano in una corsia su una barella fatiscente, la testa fasciata e la flebo. Il ragazzo ha una lesione al timpano, probabilmente perderà l’orecchio sinistro. Poco prima di Mezzanotte Vitaliano apre gli occhi, cerca gli occhiali con la mano e fa cadere un bicchiere di plastica. La madre si sveglia e lo bacia sulla fronte mentre lui scolla appena le labbra e sussurra che è stato suo l’errore, che non doveva, che ha sbagliato a dare Mozart in pasto a quelle bestie.</p>
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		<title>L’isola in me</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Oct 2009 12:56:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[documentario]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe schillaci]]></category>
		<category><![CDATA[Ludovica Tortora de Falco]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[sicilia]]></category>
		<category><![CDATA[Spazio Oberdan]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Consolo]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>L’isola in me &#8211; in viaggio con Vincenzo Consolo</strong><br />
<img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/Lisola-in-me-foto-1-di-2.jpg" alt="L&#039;isola in me foto 1 di 2" title="L&#039;isola in me foto 1 di 2" width="454" height="200" class="alignnone size-full wp-image-24605" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/Lisola-in-me-foto-1-di-2.jpg 454w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/Lisola-in-me-foto-1-di-2-300x132.jpg 300w" sizes="(max-width: 454px) 100vw, 454px" /></p>
<p>un film documentario di <strong>Ludovica Tortora de Falco</strong></p>
<p>durata: 75 MINUTI<br />
supporti: 16 mm, super 8, HDV<br />
materiale di archivio video e fotografico<br />
formato: DIGI-BETA, STEREO<br />
fotografia: FERRAN PAREDES RUBIO<br />
montaggio: ILARIA FRAIOLI<br />
musica: ANDREA AMENDOLA<br />
produzione: ARAPÁN CINEMA DOCUMENTARIO 2008<br />
produzione esecutiva per ArapánCinemaDocumentario: GIUSEPPE SCHILLACI, LUDOVICA TORTORA de FALCO<br />
<span id="more-24604"></span><br />
<em>Realizzato con il contributo del Ministero Beni Culturali &#8211; Direzione Generale Cinema &#8211; e dell’APQ ‘Sensi Contemporanei’ della Regione Siciliana.</em></p>
<p>Un viaggio nella Sicilia suggestiva e dolorosa di Vincenzo Consolo.<br />
Un ritratto originale dell’isola attraverso gli occhi dello scrittore, ma anche un ritratto dell’uomo e dell’artista attraverso le luci e le ombre della sua terra.<br />
Questo documentario riscopre la voce preziosa di Consolo attraverso i suoi testi e le immagini della sua Sicilia, dalle profondità del Mito dell’isola, emerge una lettura lucida della Storia siciliana, italiana dal Dopoguerra ad oggi: l’emigrazione verso il Nord, la vita dei minatori delle zolfare, la fine del mondo contadino, l’industrializzazione e le devastazioni del territorio, i terremoti e le selvagge ricostruzioni, le stragi mafiose di ieri e di oggi.<br />
Una storia che lo scrittore stesso ha vissuto in prima persona, condividendola con alcuni tra i più importanti intellettuali italiani (Moravia, Levi, Pasolini, Sciascia).</p>
<p><em>Premio per il Miglior Documentario al Sicilian Film Festival di Miami Beach, Florida</em> (aprile 2009),<br />
<em>Menzione Speciale della Giuria al Mediterraneo Video Festival di Agropoli, Salerno</em> (settembre 2009)</p>
<p><strong>Il 20 ottobre si terrà la proiezione del film allo <a href="http://www.provincia.milano.it/cultura/spazi/spaziooberdan">Spazio Oberdan</a> a Milano, ore 20.30</strong></p>
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