INTEL INSIDE

5 febbraio 2005
Pubblicato da

di Victor Pelevin

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Quando studiavo all’università nell’ultima decade dell’USSR (nessuno poteva lontanamente immaginare che fosse l’ultima decade), il mondo era organizzato in modo molto semplice. Aveva due poli. Un polo era il Male e l’altro era il Bene. Un polo era l’America e i suoi satelliti; noi e i nostri amici eravamo l’altro.
Ci consideravamo naturalmente il Male. Il fatto che molti intellettuali americani protestassero contro questa rozza divisione del mondo serviva semplicemente a confermare la sua correttezza: il confronto tra l’Occidente dubbioso, dialettico, autoriflessivo, e il progetto Sovietico, ottuso e lineare come un tratto di rotaia arrugginita, rese di colpo tutto chiaro.

Il modello della divisione tra bene e male era il film Guerre Stellari, anzi i primi tre film della serie, piuttosto stranamente intitolati Episodio 4, 5 e 6. Sapevamo alla perfezione che cosa fosse veramente la “Death Star” e chi fosse Darth Vader ed eravamo abituati a riconoscerci nei ranghi e nelle colonne uniformi delle truppe imperiali. A questi film spettò la responsabilità di suggellare il destino dell’ URSS, “Guerre Stellari” diede il suo nome all’ American Strategic Defence Initiative e sebbene all’epoca tale programma fosse solo un bluff nel gioco di pocker del potere, fu sufficiente a spingere i dirigenti sovietici sull’orlo della resa.

Oggi è rimasto un solo polo. Siamo cresciuti con l’espressione “un mondo a un solo polo”, non ci accorgiamo nemmeno più del fatto che abbiamo cominciato a esprimerci per ossimori. Secondo la definizione del dizionario, un polo è una di due estremità opposte, i poli esistono solo in coppia.
E allora dove sono finiti dal momento che ci viene costantemente detto che esiste un solo polo per tutti?
Per capirlo, tutto quello che dovete fare è passare venti minuti di fronte alla televisione.
La CNN mostra Saddam Hussein che punta un fucile in aria per la centesima volta in ventiquattr’ore. Mi unisco al commentatore nel chiedermi: sarà giusto disarmare questo dittatore che ha usato i gas velenosi contro il suo stesso popolo? Sembra proprio che il commentatore abbia ragione: disarmano l’Irak. L’America, la nazione leader del mondo libero e civile, continua a portare il pesante fardello di imporre l’ordine laddove nessun altro è più in grado di farlo. Il primo polo, il Bene.
Trenta secondi più tardi, la Tv mostra una manifestazione pacifista a San Francisco. I dimostranti urlano i loro slogan contro la guerra per il petrolio. Mi unisco a loro nel chiedermi perché dobbiamo andare a cercare una bomba atomica sotto il letto di Saddam Hussein, quando ne stanno fabbricando una in Nord Corea senza nemmeno preoccuparsi di tenerlo segreto. Sembra proprio che i manifestanti abbiano ragione: l’America sta lanciando una campagna per la ridistribuzione delle risorse globali. Il secondo polo, il Male.

Non c’è niente di veramente sorprendente nell’ascoltare descrizioni di realtà che si escludono reciprocamente all’interno dello stesso programma televisivo. Quello che è sorprendente è che coesistano nella coscienza di uno stesso individuo. Uno stesso luogo può essere a volte il polo del Bene e a volte il polo del Male. Cosa di certo impossibile. E allora dov’è la verità in tutto questo? Vi posso dire la conclusione a cui sono arrivato cercando di rispondere alla domanda. Implica aspetti pratici e teoretici.
Quello teoretico suona così: lo stato in cui entrambi i poli della nostra Terra sono localizzati in uno stesso punto è noto alla fisica moderna come una “singolarità” o più poeticamente un “buco nero”. Nel punto della singolarità tutti i concetti che ci sono familiari dalla passata esperienza cessano di essere applicabili.
Non possiamo più dire che il tempo scorre o che qualcosa succede lì, perché tutto vi è già successo. Ma da’altro canto, non possiamo dire veramente che qualcosa sia successo, perché nessuna informazione ha mai varcato il confine del buco nero, che è noto come l’orizzonte dell’evento.

E’ altrettanto difficile parlare di Bene e Male, giusto e sbagliato, destra e sinistra, questo e quello . Eppure i fisici hanno scoperto che i buchi neri risplendono e la ragione è la seguente: nel vuoto, nascono costantemente e spontaneamente coppie di particelle elementari che immediatamente si annullano l’un l’altra. Se una coppia di queste particelle nasce vicino all’orizzonte dell’evento , una di loro è risucchiata nel buco nero e l’altra fluttua nello spazio. La moltitudine di particelle che viene scagliata nello spazio da queste coppie crea la radiazione del buco nero la quale, a differenza della luce delle stelle comuni, non trasmette altra informazione su niente altro che su se stessa. Non avendola mai vista, non so a che cosa somigli questa radiazione, ma qualcosa mi dice che deve essere molto simile al baluginio di uno schermo televisivo.

Il gergo della televisioe globale ha di recente acquisito una nuova espressione, Reality-Pop, (stiamo scoprendo a poco a poco che la famiglia del Grande Fratello è altrettanto pervasiva di quella di Saddam Hussein). Invertite le parole e otterrete Pop-Reality , un nome eccellente per definire le radiazioni emesse dallo schermo Tv nell’era della singolarità.
Pop-Reality è la rosea luminescenza del buco nero che si fa passare da calda luce del sole. Qualsiasi informazione su cosa stia davvero avvenendo (niente) rimane nascosta dietro l’orizzonte dell’evento. Quello che invece osserviamo sono le mutazioni dello stesso preciso identico evento-simulacro, con una forma e dei contorni che si spostano costantemente, come cera in una lampada a glicerina calda.
Quando ha luogo un evento nella Pop-Reality, si danno due casi o qualcuno paga perché abbia luogo o esso aiuta a pagare qualcos’altro. In qualche modo si tratta di una distinzione teorica, poiché un tipo di eventi si fonde impercettibilmente nell’ altro. In realtà il processo con cui abbiamo a che fare qui somiglia al business del petrolio, l’”informazione” viene estratta e combusta del tubo catodico della TV.
Circa lo stesso volume di notizie viene prodotto ogni giorno e la sua composizione è quasi identica, cambiano solo i nomi delle città. Non è quindi una grande esagerazione suggerire che nella società dell’informazione c’è soltanto un flusso di informazioni che circola perennemente, uno pseudoevento incessantemente cucinato secondo un’immutabile ricetta sulla base della sua capacità di produrre profitti. E’ solo che i cadaveri che galleggiano in questa zuppa vengono da luoghi diversi a seconda dei diversi momenti dell’anno.
Non sto cercando di dire che i media distorcono la realtà. E tanto meno che la simulano. Sfortunatamente sono andati ben oltre, trasferiscono una realtà illusoria, creata per ragioni commerciali e di propaganda, sul piano fisico, spostando quello che esiste realmente fuori dalla vista, dietro all’orizzone dell’evento.
Le persone che manipolano le notizie televisive hanno da tempo adottato il metodo utilizzato dagli scrittori di gialli per costruire la suspense da una pagina all’altra. Le cose che i lettori e gli spettatori amano dei libri e programmi sono proprio le cose che odiano con tutte le loro forze nella vita – crisi, drammi, storie di morti e sofferenza. Qualsiasi cosa pompi l’adrenalina nel sangue ma non rappresenti una minaccia per la vita. Più adrenalina viene pompata nel sangue del cliente, più pubblicità verrà pompata nel suo cervello. Lo scopo di qualunque canale televisivo è di tenermi di fronte allo schermo il più a lungo possibile, perché se non ci riesce, lo farà un concorrente dotato della stessa tecnologia. Il business di qualsiasi canale d’informazione è avere a che fare con quella parte del mio cervello e con quella parte della mia vita il cui nome politicamente corretto è “fascia d’ascolto”. Così sono sempre andate le cose. E allora che cosa c’è di diverso adesso? L’elemento nuovo è che la televisione è diventata interattiva. Quando Orwell descriveva la società totalitaria del futuro, forse non aveva idea di che cosa davvero sarebbe stato il Grande Fratello. Il suo tentativo di immaginare il più disgustoso tiranno della storia lo ha portato a produrre qualcosa di simile a Stalin, un uomo con una faccia rozza e rubizza e un paio di baffi. E le decine di milioni di consumatori con i cervelli ridotti in briciole dalla pubblicità, che ingollano la loro pizza di fronte alla Tv, ponderando a chi tocca la prossima nomination? In un primo tempo la Reality Tv imita la realtà, poi la realtà comincia ad imitare la Reality TV: molto presto siamo soggetti a scoprire che chiunque viva in questo mondo sta prendendo parte al programma, anche se non guarda la TV e anche se non vuole prendere parte a niente.
Questo è il punto sulla reality TV, elimina il confine tra simulacro e realtà, vanificando la distinzione. Le manipolazioni nello spazio vuoto diventano bombardamenti aerei. La confusione dei termini è fatale. Quando sento che “in base all’ultimo sondaggio il numero di coloro che sostengono l’azione militare è salito dal 32 al 38 per cento”, francamente smetto di capire che cosa abbia Saddam Hussein di diverso da un qualsiasi sfortunato concorrente del Grande Fratello che sia stato “nominato”. Eccetto forse che la sua brutta faccia somiglia a quella del Grande Fratello.

In questa situazione la “resistenza intellettuale” assume il carattere di una farsa, poiché la sua efficacia dipende interamente dal fatto che l’intellettuale venga o no invitato alla prossima puntata del programma a cui si oppone. Ma questa non è nemmeno la cosa più spaventosa. La Pop-Reality è un prodotto dello stesso intelletto che gli si deve opporre. E’ stata studiata dagli intellettuali per aumentare gli ascolti dei programmi televisivi per cui sono stati assunti e hanno avuto un tale successo che il programma è diventato la sola realtà. Tutta questa repellente, banale volgarità che ci circonda nella cultura dell’informazione dei nostri giorni va sotto l’etichetta grande e chiara “INTEL INSIDE”, dove Intel non è il nome di una marca di processore digitale, ma l’abbreviazione della parola “intelletto”.
Uno sceneggiatore americano, non ricordo chi fosse, ha fatto un’osservazione molto interessante. Ha detto che Hollywood un tempo era popolata da persone stupide e volgari ma piene di soldi che sapevano di essere volgari, se ne vergognavano e facevano il loro meglio per produrre autentiche opere d’arte. Ora Hollywood è piena di colti e raffinati intellettuali fieri di rappresentare un’ elite, che fanno il possibile per mettere insieme uno stupido e volgare bestseller che incassi il massimo al botteghino. E’ una definizione perfetta del ruolo dell’intellettuale nel mondo contemporaneo. La ragione principale della necessità dell’intelletto è azzeccare come sfruttare il minimo comune denominatore più spudoratamente di quanto sia mai stato fatto fin ora.
La più sottile forma di censura e controllo che esiste nel mondo oggi non è esterna, ma interna. E in ultima analisi deriva dallo sforzo dell’intelletto di aumentare la competitività e il valore di mercato. Naturalmente, non si possono più chiamare controllo e censura, al livello di concentrazione raggiunto oggi, hanno saturato tutto così capillarmente da aver completamente smesso di ostacolare la libertà di parola. Perché la libertà, come diceva Hegel, è il riconoscimento della necessità.
Ho assistito un giorno a una conversazione tra due giornalisti russi ubriachi che confrontavano la censura sotto il regime Sovietico e adesso.
“E’ così che funzionava, “ diceva il più vecchio dei due. “Immagina di essere assunto nella redazione della Pravda. Sei seduto, ti annoi e guardi fuori dalla finestra. Se scrivi qualcosa che non ti è stato richiesto verrai chiamato dal direttore che ti chiederà: e allora, che roba è questa? Non hai letto la risoluzione del Congresso del partito? Avanti, leggila e riscrivi tutto…. Censura? Sì, nella sua forma più pura. Ma ora non c’è più censura. Ora c’è una strada con quaranta barboni seduti sul marciapiede. Cammini e guardi le finestre gialle di un ufficio riscaldato e dove pagano la gente. Molto tempo prima di entrarci per il primo colloquio di lavoro non solo calcoli dozzine di volte che cosa devi scrivere e come, ma riesci anche a prevedere che cravatta devi indossare mentre lo fai….il potere sovietico ti richiedeva di scrivere un testo sul tema “perché mi piace leccare il culo” e poi ti lasciava in pace. Ma oggi devi provare tutti i giorni che davvero lecchi il culo meglio dei tuoi cinque concorrenti più vicini. Censura? Quei quaranta barboni che vedi sul marciapiede tutti i giorni sono molto più efficaci di qualunque censura.”

C’è una sottile contraddizione implicita nell’espressione “resistenza intellettuale”. Resistenza implica la difesa di una cosa contro qualche altra cosa. È improbabile che “Resistenza intellettuale” abbia alcun problema a trovare cose contro cui difendersi. Tutto ciò che ci circonda, naturalmente. Ma la domanda è : che cosa difendere?
La dimensione dell’intelletto come tale è del tutto sprovvista di qualunque elemento per cui valga la pena lottare. L’intelletto è come un avvocato che può facilmente mettersi al servizio dell’accusa come della difesa nello stesso identico caso, che è ciò che in realtà succede quando notizie contraddittorie vengono fornite in uno stesso programma d’informazione per dare all’evento-simulacro sembianze di verosimiglianza e completezza.
L’intelletto è solo un affilato strumento che può essere usato per tagliare assolutamente qualsiasi cosa. I valori che è chiamato a difendere non possono essere le sue stesse proiezioni, devono provenire da una dimensione diversa. Derivano da cose come il senso morale, il cuore e l’anima.
La gente usava trarre tutto questo dalla religione.
Ma ora Dio è morto e anche Nietzsche, che sapeva dove Dio fosse stato sepolto, e l’uomo è pronto a battersi solo come campione del proprio portafoglio, o – in caso di estremo idealismo- del proprio ego. Solo uno spudorato cinico d’altra parte potrebbe biasimarlo per questo. E così la resistenza intellettuale come la si trova nel mondo reale è di solito personale e assume la forma di lotta contro un livello di vita insufficiente. La somma totale di questi vettori di “resistenza individuale” è quello che crea il Grande Fratello Collettivo 2, da cui l’intelletto è invitato a salvare proprio la società che continua a dare origine a questo fratello in ogni istante della giornata. Ma non puoi lottare contro qualcosa. Devi lottare contro qualcuno. E non riesco a vedere nessun altro al mondo oltre a me stesso che possa assumersi il ruolo di guida nella mia versione del “J’accuse”.

Quando sento l’espressione “resistenza intellettuale” mi viene in mente un souvenir che ho portato dalle Canarie: un ampio, soffice asciugamano rosso con un ritratto di Che Guevara. La frase “resistenza intellettuale” porta con sé una serie di nobili connotazioni, tra le quali un’ eco di Sessantotto che smuove il sangue piacevolmente e fa sentire il resistente in qualche modo più giovane e figo e nello stesso tempo del tutto privo di rischi come il sesso tra due preservativi. Come ha detto un insigne scrittore russo si tratta di “creare un insieme non contraddittorio di valori liberali e romanticismo rivoluzionario entro i limiti di una personale consapevolezza di eccitazione sessuale.”

Non sto tentando di dire che credo che gli intellettuali siano disonesti. O che penso siano codardi. L’onestà e il coraggio non hanno niente a che fare con questo. Come puoi essere onesto e coraggioso nel rispondere a una domanda su quale film ti piace di più tra Batman e Spiderman? Ma in questo nostro mondo è estremamente raro per chiunque scomodare gli intellettuali su qualunque altra questione. L’intelletto non è capace d’altro che di riempire la pancia del suo padrone senza vendere se stesso. E così per l’intellettuale dei nostri giorni è altrettanto difficile e necessario commentare la Pop-Reality quanto per un violinista internato in un campo di concentramento suonare alla festa degli ufficiali.
E allora come fare a vincere?

Niente di più facile. La resistenza può avere successo solo nella sua dimensione interna, perché tutte le forme apertamente dichiarate di resistenza intellettuale saranno incorporate rapidamente nella censura come le nuove tendenze della moda sono captate dai designers dei grandi magazzini. La vittoria pratica dell’intellettuale non risiede nello “smascherare la televisione”, puoi ricominciare questo smascheramento all’infinito ogni giorno della settimana, troverai sempre un pretesto. La vittoria sta nello spengerla. Io chiamo il silenzio che riempie la stanza subito dopo questo semplice gesto, il Terzo Polo, il punto in cui tu realizzi che tutti i poli sono nella tua testa e la tua testa è appena stata in un pozzo nero. Questo click d’addio del pulsante della TV, che espelle lo scintillio monopolare dal tubo, è il mio eroico contributo alla causa della resistenza intellettuale globale.

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One Response to INTEL INSIDE

  1. giuseppe genna il 6 febbraio 2005 alle 00:19

    Ok, abbiamo perso anche Pelevin. E’ meglio quando passa i sei mesi nel monastero della Corea del Sud.



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