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Una specie di felicità

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Qualche giorno fa ho avuto il piacere di una chiaccherata con Roberto Parpaglioni, vero e proprio deus ex machina che governa le sorti di Quiritta editore. Sulla storia di questa piccola casa editrice -in catalogo autori del calibro di Mari, Pardini, La Capria-, nel prossimo supplemento domenicale di «Liberazione» uscirà un mio breve pezzo. Qui di seguito riporto un racconto di Romolo Bugaro, Una specie di felicità, tratto da un’antologia uscita di recente – Le finestre sul cortile – a cura di Stefania Scateni. Buona lettura. J.G.

E’ una bella notte di marzo. Cielo terso, grappoli di stelle. Dopo un inverno lungo, estenuante, calamitoso, è finalmente arrivato il cambio di stagione. Non sei nel tuo appartamento in città. Sei in casa d’amici, sulla cima panoramica d’un colle. Dalla finestra vedi il reticolo delle luci della pianura che si perdono verso la linea invisibile della costa.
Le luci sono ferme, stabili, ma nascondono miriadi di movimenti. Sono il riverbero –purificato dalla distanza- di strade percorse da automobili veloci, di paesi e città affollati di gente che va e viene.
Riconosci la traccia brillante dell’autostrada che porta alla Riviera. E’ venerdì sera e la maggior parte delle discoteche sono aperte. Non importa la bassa stagione, il freddo che non se n’è ancora andato. La Riviera funziona dodici mesi l’anno, non stop. Immagini le macchine dei ragazzi che viaggiano verso il Palais, il Cube, il Lizard. Alcuni di loro guidano Audi e Golf di modello recente, lucide come specchi. Hanno videotelefonini UMTS e lettori stereo multifunzione. Hanno lavorato tutta la settimana nei loro magazzini, nelle loro rappresentanze, e adesso vanno a divertirsi un po’. Le ragazze, sedute accanto a loro, guardano distrattamente fuori dal finestrino. Piloti e passeggere non parlano granchè, o meglio non parlano affatto. Viaggiano in silenzio. Tutto comincia e finisce nella musica che esce dallo stereo, nel ronzio del motore a iniezione elettronica. Fra mezz’ora saranno in discoteca, faranno il loro giro in mezzo alla gente, e poi –verso l’una, l’una e mezzo- torneranno a casa, assonnati, senza scambiare una parola.
Altri ragazzi guidano macchine meno pulite, dai portelloni posteriori decorati d’adesivi. Prima di partire hanno bevuto un paio di Ceres, o d’amari, o entrambe le cose. Sono tre o quattro, a bordo. Tutti sui vent’anni. Ascoltano gli Audioslave e ridono di niente. Se li fermasse la polizia stradale, il controllo durerebbe un bel po’. Loro ci pensano e non ci pensano. La polizia stradale esiste, ma si trova su un altro piano di realtà. Non li riguarda. Non si tratta di gusto della sfida, di ribellione. E’ una specie di scollamento, invece. Una distanza che cresce tra loro e il mondo.
Più avanti ci sono le luci delle cittadine disseminate nella pianura. Sono luoghi tranquilli e operosi, dove la gente lavora sodo per dieci ore al giorno. Di sera è tutto chiuso, ma la gente non dorme. La gente si aggira all’interno della case, inquieta, frenetica, incapace di prendere sonno.
Ci sono anche molte luci isolate, sparse un po’ ovunque sulla distesa della pianura. Sono ville o capannoni industriali presidiati da potenti fotoelettriche, per scoraggiare ladri e devastatori. Le luci isolate sono barriere, muri di cinta, ponti levatoi. Sono lance puntate contro il mondo.
Questo è ciò che vedi attraverso la finestra. Nonostante tutto, è un bellissimo spettacolo. Le luci, da lontano, sono bellissime. Ti fanno pensare ad altri luoghi, altri paesaggi. Ti trasmettono una specie di felicità.

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