Confessioni di ragazza da uno stato di claustrofobia

15 marzo 2006
Pubblicato da

di Franz Krauspenhaar

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Isabella Santacroce è una scrittrice che da sempre fa animatamente discutere, che separa nettamente gli estimatori dai detrattori; per cui è forse impossibile, per i lettori e i critici, accoglierla come si fa con la maggioranza degli scrittori, ovvero in una innocua metà del guado, imbracciando comodamente la benevolenza in saldo di una sostanziale indifferenza.


In Zoo quasi si dimentica del passato, abbandonando lo stile fluorescente e originale da prosatrice si potrebbe dire “dark” dei suoi libri precedenti (ne ho letto stralci qua e là per non trovarmi totalmente impreparato, prima di farmi abbordare dalla accattivante lettura di questo suo ultimo libro) per avventurarsi nel filone d’oro di una scrittura in certo senso più secca e funzionale ma anche arresa, che si abbandona a se stessa nel letto delle sue proprie righe spesso lapidarie, divenendo pertanto molto funzionale alla vicenda, narrata fin dall’inizio con una tensione quasi insostenibile che si nutre di una passività latente. Una scrittura catturante che non lascia al lettore un attimo di tregua, che il lettore lo incalza sempre, non nascondendogli nulla, regalandogli senza inutili pudori una vicenda di follia familiare sedimentata negli anni, con un andamento circolare continuamente interrotto da un punto; tant’è che, navigando con gli occhi e la mente in questa scrittura spesso abbacinante nella sua apparente semplicità, m’è sembrato per tutta la breve durata del libro di assistere al propagarsi breve di piccoli cerchi concentrici prodotti dal lancio continuo e sempre preciso di piccoli sassi in uno stagno nero.
Il romanzo ha qualche debito, a mio avviso, nei confronti della prosa tagliente e allo stesso tempo morbida di una Marguerite Duras; e l’ambientazione claustrofobica, nel piccolo impero del male di vivere all’interno di una famiglia borghese apparentemente normale, forse deve qualcosa, o comunque è molto simile, alle ossessive, psicopatogene narrazioni in un interno borderline del premio Nobel Elfriede Jelinek.
Per poco più di 120 serratissime pagine che sono indiscutibilmente di confessione a cuore aperto, mai intervallate da capitoli, Isabella Santacroce traccia con la sua matita per gli occhi (occhi grandi, quelli della sua protagonista io narrante senza nome – “vorrei essere forte e invece sono una donna che barcolla sopra la propria mente”, così descriverà il proprio stato di sofferenza psichica a metà del libro) il disegno di una storia chiusa, senza sbocchi, dominata dal demone invincibile della violenza psicologica, della claustrofobia, dell’assenza di speranza, dell’odio, del rancore, della sessualità repressa, dell’incesto.
In una città anch’essa senza nome, una famiglia qualunque (padre impiegato part-time e pittore per hobby, madre negoziante d’abbigliamento, figlia unica timida dalla bassa autostima e vittima della fragrante bellezza materna) si arrende giorno dopo giorno alla propria infelicità che, si scoprirà nel finale, è nata con essa, si puo’ dire fin dal suo sboccio; la figlia ripercorre, folle di rancore e profondamente nostalgica di un amore materno mai ricevuto, le tappe mai compiutamente demarcate di questo malato rapporto a tre, nel quale il padre ha sempre dimostrato una colposa fragilità, una sorda arrendevolezza che si maschera di una dolcezza che in qualche modo è diventata una comoda abitudine, un abito psicologico che è in fin dei conti nient’altro che la morbida corazza protettiva di un uomo colpevolmente debole; mentre la madre tiene in pugno il bastone del comando in una tirannia familiare che si sviluppa tra gli estenuanti estremi di urla di disprezzo e di comando e momenti di assurda esaltazione, odiando tutto e tutti, in particolar modo disprezzando il marito che corre rifugiandosi dietro ai suoi sogni artistici destinati a rimanere tali, rimanendo prima indifferente e poi addirittura negando con evidente fastidio gli slanci bisognosi di una figlia che silenziosamente chiede amore e attenzioni, sempre regolarmente umiliandola.
Se lo “zoo” senza entrata né uscita allestito dalla scrittrice è caravanserraglio umano abbastanza consueto nel mondo della letteratura, se certi riflessi neri delle ombre profonde di questi vivi sentimentalmente agonizzanti se non morti ci sembra di averli già adocchiati tante volte in altre opere letterarie e cinematografiche, è però anche vero che la Santacroce dimostra una notevole abilità nell’allestire la scene della sua rappresentazione, nello scegliere i costumi più appropriati, nel modulare le grida disperate provenienti da gole riarse dal rancore all’interno di un accesissimo silenzio, nel tenere sempre costante, senza sbalzi, la temperatura di questo infernale piccolo mondo di ghiaccio.
Un piccolo mondo contemporaneo terribile e potentemente circoscritto, così che tutto quello che vive fuori da quel mondo viene reso dalla scrittrice – anche qui con maestria- soltanto come sfocato sfondo, e che fin dall’inizio è descritto con ossessiva precisione; anche, o forse soprattutto, nel tracciare una personalissima cartografia dei sentimenti: “Se penso alla mia vita, vedo un movimento senza passi, uno scivolare verso dove mi hanno spinto”; così, in una frase che troviamo nelle prime pagine, la scrittrice riassume, del suo personaggio, l’insanabile dolore passato, presente e futuro.
Il romanzo è tutto uno scivolare sinuoso e senza posa nelle profondità del male di vivere, negli inferi dei sentimenti, in un regno dell’estremo assolutamente credibile, forse già avvenuto, vissuto mille volte in mille famiglie diverse. Il “famiglie io vi odio” di André Gide rintrona pertanto sempre valido, sempre più drammaticamente attuale col suo messaggio di soda caustica fino alle profondità del lettore, alla sua coscienza dagli occhi sbarrati, che non puo’ quindi rimanere indifferente a questo circo quasi bergmaniano dei rapporti umani organizzato nel monologo ossessivo costruito dall’autrice con una sapiente opera di regia.
Il padre morirà presto di ictus, e nella dolente e arrabbiata rievocazione filiale, che in seguito si alternerà per tutto il libro ad annotazioni si puo’dire in presa diretta sul momento presente che va avvitandosi sempre più velocemente verso la tragedia finale, tale lutto sarà per la protagonista la ferita più insanabile, ovviamente dopo la negazione dell’amore da parte della madre, la vera coprotagonista di questa storia tragica, il motore ringhiante dal quale si diramano i fili d’acciaio tesi che avviluppano tutta questa profonda, insopportabile infelicità: negli anni seguenti si consumerà infatti il regolamento di conti fra le due donne, e la figlia, così, ribalterà gradatamente ma con ferrea determinazione l’equilibrio dei loro rapporti, in una sorta di contrappasso, fatale fino alla tragedia.
Alla lettura di questo romanzo sono arrivato posso dire “vergine”, cioè senza aver letto che pochi stralci delle opere precedenti dell’autrice, come ho affermato all’inizio; e dunque, se esso non puo’ di certo rappresentare ai miei occhi una conferma, ha però rappresentato senza alcun dubbio la gradita sorpresa, e quindi la scoperta, di una scrittrice italiana dall’indiscutibile talento, di una “prosatrice di altissima qualità”, come ebbe a dichiarare un critico dello spessore di Cesare Garboli.

(Pubblicato su Stilos – 14.03.2006. Foto: www.isabellasantacroce.com)

31 Responses to Confessioni di ragazza da uno stato di claustrofobia

  1. sergio garufi il 16 marzo 2006 alle 00:39

    ottima recensione franz, complimenti.

  2. temperanza il 16 marzo 2006 alle 08:38

    La recensione è davvero ottima.

    Penso che quando la Santacroce ti leggerà, se ha scritto un romanzo meno buono di quello che racconti, verrà presa dall’ansia e correrà a scriverne uno che sia all’altezza.

    Mi toccherà andare in libreria, superando i miei pregiudizi.
    (Oggi son più cattiva del solito)

  3. Lucio Angelini il 16 marzo 2006 alle 10:11

    Bravo che fai pubblicità ai libri di Fazi editore. Insieme al romanzo della Santacroce è uscito anche “O.T. Un romanzo danese” di H.C. Andersen, se proprio volessi scomodarti:- )

  4. franz krauspenhaar il 16 marzo 2006 alle 12:14

    Bravo Angelini bravo, ti sei già scomodato tu, ti ringrazio per la collaborazione:-)

  5. kristian il 16 marzo 2006 alle 13:16

    in po’ OT: bella Franz, hai ritrovato i commenti dell’Uffenwanken!

  6. tashtego il 16 marzo 2006 alle 14:24

    Dopo aver letto anni fa Destroy, ci vuole ben altro per farmi riaccostare alla Santacroce: ci ho messo anni per riuscire a smettere di vergognarmi per lei

  7. franz krauspenhaar il 16 marzo 2006 alle 15:44

    Chi l’avrebbe detto che eri così sensibile, Tash?:-)

  8. maline il 16 marzo 2006 alle 15:47

    mah… dopo “Luminal” sulla Santacroce mi si è spenta la luce…

  9. tashtego il 16 marzo 2006 alle 17:04

    franz, non discuto la tua valutazione, anche perché non ho letto il libro.
    dicevo solo che dalla santacrosce di destroy non mi sono più ripreso.
    come il bimbo che si è scottato con l’acqua bollente e da allora non entra più in cucina, capisci?

  10. franz krauspenhaar il 16 marzo 2006 alle 17:41

    Avevo capito, mi ero permesso di fare dello spirito sul tuo (presunto) cinismo.

  11. tashtego il 16 marzo 2006 alle 17:56

    io non voglio mai essere cinico, e manco sembrarlo: ma non mi riesce mai.
    per es., provo affetto per voi, ma non si vede.

  12. franz krauspenhaar il 16 marzo 2006 alle 19:06

    No, per me si vede. A me piace “l’aria cinica”, non il cinismo. Comunque Tash, per me tu sei una ricchezza di questo sito. Ciao.

  13. Bartolomeo Di Monaco il 16 marzo 2006 alle 21:12

    Ti seguo su Stilos. Già letto. Inutile dirti che sei molto bravo.

    Bart

  14. mag il 16 marzo 2006 alle 21:27

    tash, si sente dall’attenzione e dalla tensione delle tue parole rivolte all’altro.

  15. pippo il 17 marzo 2006 alle 03:44

    hei ragazzi ma quand’è che usciamo dalla situazione borghese? ancora alle prese con queste fesserie? che poi messa giù così sta storia la si poteva mettere assieme anche con le carte di Propp. anzi adesso vado a metterne assieme una migliore e sicuramente più interessante, mi basta farmi raccontare da mia nonna com’era la sua vita da giovane senza elettricità e televisione in mezzo alle montagne, con gli animali il mulino ad acqua, e poi i trimestri da mondina.

  16. francesco forlani il 17 marzo 2006 alle 08:46

    Tash
    Leggi uno
    commenti x due
    effeffe
    ps
    tivibi (dicono in Italia, pare)
    ppss
    La Santacroce la vidi al salon du polar di Parigi, glaciale e bellissima, credo proprio che leggerò il libro, anzi Franzi, mi presti il tuo?

  17. F.K. il 17 marzo 2006 alle 09:18

    Ciao Bart, un caro saluto. Furlen, certo che te lo presto, alla prossima.

  18. F.K. il 17 marzo 2006 alle 09:19

    Furlen, te lo presto si. Ciao Bart, buone cose.

  19. tashtego il 17 marzo 2006 alle 09:44

    @forlani francesco
    al salon du polar essere glaciali mi sembra il minimo.
    (lo so che questa potevo risparmiarmela)

    dal sito sembrerebbe un salone del fumetto, ma non capisco allora la parola “polar”cosa significa.
    puoi spiegarmi?

  20. lagonero@tiscali.it il 17 marzo 2006 alle 10:47

    pippo fatti una pippa. o anche questo è borghhese?

  21. lagonero@tiscali.it il 17 marzo 2006 alle 10:47

    pippo fatti una pippa. o anche questo è borghhese?

  22. Addio Alle Arti il 17 marzo 2006 alle 10:57

    Eh?

  23. francesco forlani il 17 marzo 2006 alle 11:56

    Carissimo Tash qui mi inviti a nozze. Il Polar è un genere nato in Francia negli anni settanta in un ambiente estremamente variegato (come NI) in cui potevi trovare di tutto. Essenzialmente persone cresciute nell’ambiente politico dell’estrema sinistra francese (j.B Pouy, vedi intervista )http://perso.wanadoo.fr/arts.sombres/polar/2_dossiers_entretien_Pouy_fr.htm
    ma anche ex poliziotti, insegnanti assistenti sociali (Izzo) and so on. In Italia non si può tradurre Polar. Giallo e poliziesco, ma anche serie noir, non corrispondono come termini totalmente a questo strano oggetto. Eppure scrittori polar italiani ce ne sono, eccome. Ferrandino, Erri de Luca (i tre cavalli) Dazieri, and so on
    effeffe
    ps
    scusa se sono così rapido ma lu travaju c’est lu travaju
    ppss
    e Blondil. Blondil è al di là dei generi

  24. tashtego il 17 marzo 2006 alle 16:25

    grazie francesco.
    magari quando avrai tempo sarà interessante leggere una tua scheda in argomento.
    voglio dire lo spero.

  25. pippo il 17 marzo 2006 alle 16:40

    caro lagonero ma io non mi sono messo un nick altisonante, capisci la mia personalità non esce danneggiata se tu fai l’assonanza pippo-pippa. puoi fare tutte le assonanze che vuoi proprio perché io sono un pippo e tu sei un tenebroso e claustrofobico lago nero. a me il contenuto del libro come riportato dall’autore della recensione sembra semplicemente una cagata pazzesca. lo so che voi siete sempre attenti a farvi i complimenti tra di voi ma qui siamo su internet, chiudete i commenti se non volete dei “terroristi” disturbatori che qualche volta dicono, semplicemente, la verità. altrimenti, il commento è libero, può sempre capitare qualcuno (e capita spesso) che non è del vostro giro chiuso e dice quel che pensa e gli pare e piace.

  26. pippo il 17 marzo 2006 alle 16:47

    io dico sempre, la differenza fra i sovrani assoluti di un tempo e le attuali classi dirigenti “democratiche”, compresi gli “scrivani” e le classi intellettuali, è che perlomeno i sovrani assoluti vietando la liberà di espressione al contempo stavano attenti ai mugugni del popolo, che bisogna sempre stare attenti alla temperatura dell’insoddisfazione sociale, e lo sapevano bene. oggi invece non vogliono sentire nemmeno più il mugugno, se la cantano e se la suonano fra di loro e anche tanti scrittori “de sinistra” hanno una caga pazzesca di essere contestati, pronti a qualunque scorrettezza per di evitarlo e stare fra di loro a farsi i complimenti. bravo qui, bravo là, ma che bel romanzo ben confezionato… ma è un piccolo mondo autocratico che non serve niente a nessuno.

  27. G. Iannozzi il 17 marzo 2006 alle 17:25

    Frank, Frank, Frank

    solo un saluto. :-) E prestalo anche a me, il libro. Non altro. ^____^

    E’ più bella in foto che dal vivo, la Santa. :-) Ditele di togliersi la maschera: è brutta quella maschera. A me mi piace il volto nudo. E le labbra ciliege di sangue.

    Angelini: non c’è nessuno disposto a recensirti. C’hai i baffi. :-) Non va bene affatto.

    g.

  28. F.K. il 17 marzo 2006 alle 22:22

    Io Angelini lo recensirei pure, se fosse H.C.Andersen, cioè l’autore del libro:-)
    Per la copia di Zoo, ne ho una sola. Che facciamo? Dato(si) che il Maestro Effeffe sta a Turin, e tu pure, chiedila a lui senza meno.

  29. G. Iannozzi il 18 marzo 2006 alle 13:26

    Tu dici che merita. Questo mi dice la tua recensione, caro Franz. Forse: più che farmelo prestare, lo dovrei acquistare. No, sono contro l’acquisto dei libri. Però me lo procurerò. E ti saprò dire se…

    Mah, però io non ho visto Isa come prosatrice “dark” nelle sue opere precedenti. Più che altro ho visto una prosa in poesia, che è diverso: una sorta di lunghi requiem poetici, delle messe nere poetiche, scritte in prosa, ma sempre legate alla poesia. Adesso non so ancora di “zoo”, se ha abbandonato questo stile che conoscevo.

    No, Angelini non scrive: poi, che lo recensiresti a fare? Lui c’ha i fantasmi da inseguire. E traduce, traduce le voci dei morti. Non lo recensiamo e finita lì. A me Andersen poi non piace neanche troppo, coi denti malati che si ritrovava. :-) E c’ha pure i baffi. ^____^

  30. bioblogger il 24 marzo 2006 alle 14:25

    Io accosterei Zoo della Santacroce all’articolo di Mancassola sulla lingua . Nella scrittura di Isabella le parole fuoriescono dalle pagine, diventano fotogrammi, lame taglienti, si susseguono vorticosamente nella mente del lettore (almeno questo è quello che ho sentito ), lo trascinano dentro quelle stanze,dentro quello zoo. Insomma,quelle 125 pagine vivono davvero. Io quando leggo voglio sentire vibrare quel cazzo di foglio, ed io insieme a lui.
    Brava Isabella.
    Ovviamente, lo consiglio vivamente.
    Thanks

  31. unonessunocentomila il 15 settembre 2006 alle 18:49

    mi sorge una domanda.. ti ha obbligato qualcuno a recensire zoo? trasuda dalle tue righe una sorta di “vorrei ma non posso”, un astio malcelato per questa scrittrice che a parer tuo sembra essere una brava estetista che imbelletta cadaveri. forse sarebbe corretto dire che le situazioni teatrabili, dato che la paragoni a una regista, sono non più di una dozzina, e nel teatro greco sono state tutte utilizzate. forse per meritare la tua stima dovrebbe inventare qualcosa la Santacroce, ad esempio il linguaggio di tutti i suoi precedenti romanzi? o la poesia di dark demonia? ma la colpa di aver raccontato la storia vera di una ragazza dei nostri giorni è troppo orrenda sia per te che per Pippo. inutile dire che gli psicologismi da interpretazione freudiana dell autrice che si svela tramite le sue opere hanno un po rotto i coglioni, ma forse il mestiere di critico è proprio quello di scrittore paraplegico che, non potendosi permettere di (o non volendo) camminare con le sue gambe cerca di azzoppare quelli che ci riescono. ma tant è, questa discussione non è mai iniziata eppure è morta. tolta isabella santacroce e pochi altri si può dire solo questo, di letterati e critici: “vo alla latrina e vomito: verità/ letteratura italiana/ industri del cadavere/ Si Salvi Chi Può.”



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