Come strappate braccia dall’oggetto/d’amore e a mani tese di dolore

2 gennaio 2007
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(3 atti di una fine)

di Gemma Gaetani
 

Ci sono donne che scelgono il marito basandosi sul modello paterno, o che lo hanno collocato al posto del padre. (Adriano Legacci, psicoterapeuta)

Scrivo di sesso e di amore perché sono i luoghi in cui si combatte con meno, o con più, dolore.
(Gemma Gaetani, una che scrive)

1. Lui e lei

«È finita».
«In me è tutto quanto ancora vivo…».
«È finita».
«Non basta che non ci sei per non esserci…».
«È finita».
«Io non ci credo che soltanto in me…».
«È finita».


«Ogni mattina ti dico buongiorno…».
«È finita».
«Tutte le cose che noi dovevamo…».
«È finita».
«Tutte le cose che noi potevamo…».
«È finita».
«Ti prego, non lo fare, non lasciare…».
«È finita, finita, vuoi capirlo?».
«Non è vero, per me è ancora vero!»
«È finita, le cose vanno così, succedono, cioè iniziano e poi finiscono, le cose sono come le parole, hanno un inizio e perciò una fine!».
«E allora perché in me non è finita?».
«È finita, non so cos’altro dirti, non so come spiegartelo…».
«Se solo tu ascoltassi quello che…».
«È finita, finita, fattene una ragione!».
«Ritorna a casa, solo qualche giorno…».
«Basta, me ne vado, non ho più intenzione di parlarne, è finita, finita, sono innamorato di un’altra donna, dimenticami, fattene una ragione, non cercarmi più, lascia che se ne occupino gli avvocati, basta, basta!».
«…».
2. Lei

Come strappate braccia dall’oggetto
d’amore e a mani tese e di dolore
che ritma il fermo ritmo della fine
risuona sotto pelle come dramma
il no che urlo rovinando a terra
a un interlocutore ormai di spalle,
il mento batte sopra le ginocchia
con gli occhi rallentati, dalla bocca
cola saliva, tremano le mani
e lacrime liquefanno la fitta
che di amore si fa freddo pugnale,
e lacrime e lacrime e lacrime
sgorgano rigogliose come sangue,
cascano a terra rotolando verso
quella strada in discesa sulla quale
i tuoi passi camminano lontano
sempre più e sempre più indirizzati
a fare di una parola cosa
a fare della fine cosa vera
i tuoi passi senza voltarti indietro
nel rispetto assoluto di una trama
che ora non combacia con la mia,
come strappate braccia dall’oggetto
d’amore e a mani tese e di dolore
coi palmi ora spiaccicati a terra
le dita inarcandosi che graffiano
la terra che ti ha dato e ti ha strappato
e sotto le unghie solamente terra
«Chi c’era nella stretta ora non c’è,
chi c’era nella stretta ora non c’è»
io ripeterò queste parole
finché esse stanche si faranno cosa
e poi nemmeno cosa con il tempo,
come strappate braccia dall’oggetto
come strappate braccia dall’oggetto
d’amore e a mani tese e di dolore
d’amore e a mani tese e di dolore

 

così guaisce dell’amore l’eco
quando non è più voce a due ma sola,
«Sia maledetta questa mia e la vita
tout court se ciò che dà sempre riprende,
la vita che non sa essere amorevole
né metter fine mai a d’amore fini»
dico facendo di male teatro,
come strappate braccia dall’oggetto
d’amore e a mani tese e di dolore
queste ultime mie parole al vento
io disperdo perché siano l’eco
di voce che insieme a te fu amore,
io cercherò conforto nella vita,
ritroverò la vita nella vita,
la stessa vita che ora maledico,
strappate braccia e mani ora a te tese
ridiverrano braccia e mani ancora,
ti dimenticheranno e tornerà
non più l’amore nostro, ma la vita,
ma adesso io e la mia vita siamo
come strappate braccia dall’oggetto
d’amore e a mani tese e di dolore,
come un bambino strappato all’amore
come un bambino strappato all’amore
come un bambino strappato all’amore
come un bambino strappato all’amore
come un bambino strappato all’amore
come strappate braccia dall’oggetto
d’amore e a mani tese e di dolore
come strappate braccia dall’oggetto
d’amore e a mani tese e di dolore
come un bambino strappato all’amore
come un bambino strappato all’amore
come un bambino strappato all’amore

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come strappate braccia dall’oggetto
d’amore e a mani tese e di dolore
come strappate braccia dall’oggetto
d’amore e a mani tese e di dolore
come strappate braccia dall’oggetto
d’amore e a mani tese e di dolore
come un bambino strappato all’amore
come un bambino strappato all’amore
come strappate braccia dall’oggetto
d’amore e a mani tese e di dolore
come strappate braccia dall’oggetto
d’amore e a mani tese e di dolore
come un bambino strappato all’amore
come un bambino strappato all’amore
come un bambino strappato all’amore
come un bambino strappato all’amore
come un bambino strappato all’amore
 
3. Lui

L’amore chiede indietro sempre più / di quanto dà, ricatto ricattoso / l’amore, che è un inconscio ragioniere, / è in nome dell’amore che lasciamo / chi ci ama quando anestetizzato / tutto il romanticismo della cosa / capiamo che ci siamo messi in trappola: / perché l’amore è quello per sé, / da sé a sé, è quello il vero amore. / Se non avessi udito le tue lacrime, / te lo avrei detto, ma col mio silenzio / è questo ti dico, mio ex amore.

Ricòrdatelo sempre che t’ho amato / ma mai di più di quanto io ami me, / e non buttare via quanto t’ho dato /  disossalo da me e sarà te.

Dell’illusione della salvazione / o dell’amore che fonda due in uno / io ti ho svelato l’errata pretesa / perché la vita, come la scrittura / è imparare quanto prima che / che figli o genitori si è di sé / e finché rimanevo a farti ombra / o paracolpi mai avresti capito / che nella vita e nella scrittura / in fondo come pure nell’amore / si è sempre e solamente, sempre, soli. / Se non avessi udito le tue lacrime, / te lo avrei detto, ma col mio silenzio / è questo ti dico, mio ex amore.

 

(L’ immagine all’interno dei versi è uno snapshot del film “Il monello” di Charlie Chaplin.)

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42 Responses to Come strappate braccia dall’oggetto/d’amore e a mani tese di dolore

  1. Luminamenti il 2 gennaio 2007 alle 07:09

    La vita è quasi tutta posatoio. Non c’è nido; e nessuno è con te, esattamente sulla stessa roccia o sullo stesso ramo (Glenway Wescott)

  2. antoniomenna il 2 gennaio 2007 alle 10:12

    è terribile. è così.

  3. lenny il 2 gennaio 2007 alle 11:54

    Oggi mi sono fatta puliire il vetro da un marocchino: non ce capivo più un cazzo!

  4. macosacapperodici? il 2 gennaio 2007 alle 12:22

    “… le cose sono come le parole, hanno un inizio e perciò una fine!»”

    Beh mica è sempre vero, le cose non hanno una fine se sono come le parole e quelle parole sono di Luminamenti.

  5. Turriga il 2 gennaio 2007 alle 12:46

    Bello.
    Interessati ad amori, padri, amanti? Ex-amori, ex-padri, ex-amanti? Date un’occhiata a Moira Egan, ultimo numero di Nuovi Argomenti.

  6. Giuseppe Iannozzi il 2 gennaio 2007 alle 13:01

    Che roba sarebbe? Non ditemi che sarebbe poesia teatro prosa teatro-canzone, perché sarebbe come chidermi di credere che la Terra è piatta.

    Sintesi di qualità: “E’ finita.”
    Variante: “Ognuno per la sua strada.”

    Sintesi e Variante, non so scegliere quale più tragica.

    g.

  7. Luminamenti il 2 gennaio 2007 alle 14:21

    La conoscenza propria dell’amore allo stato puro, è quella che dell’altro sa tutto perché lo prende tutto, e non sa niente perché lo lascia essere quello che è.

    Grazie alla potenza dialettica, il ragionamento dà la padronanza del discorso che l’amare – tutti gli innamorati lo sanno – non dà.
    Ma il ragionamento resta dentro la sua costruzione, o sotto, quando crolla, mentre l’amore oltrepassa i propri limiti, passando per i buchi dei suoi tentativi che falliscono, e trova perché si fa trovare

    Non puoi smarrire qualcuno in te, una volta che tua abbia ottenuto di lui/lei un’immagine ideale. E questa immagine ideale? Ti mostra la persona nella sua solitudine. Se la solitudine diviene in lui/lei immagine, puoi attenertici. E tu ti ci devi attenere e così ritrovare via via quella persona. E’ dall’immagine che viene la comprensione.
    Quindi, quando non comprendete l’altro, lavorate sodo, contemplate attraverso questo esercizio!

    Non è dato oggi di amare se non si ritiene preliminarmente che l’amore sia ormai impossibile o almeno condannato. Lara e Zhivago s’incontrano in modi sovrannaturali perché comune ad entrambi è la condanna del mondo dove vivono, come mondo nel quale lo spirito d’amore è considerato un fiore del male.

  8. macosacapperodici? il 2 gennaio 2007 alle 14:49

    “Quindi, quando non comprendete l’altro, lavorate sodo, contemplate attraverso questo esercizio!”

    Ma chi è ‘sto qua?
    Il guru di Andrea Pezzi?

    Hai un numero verde a cui chiamarti?

    Ma come fate a leggerlo uno così, così vecchio e barboso?

    Mammamia, forse la Chiesa non è l’unico Male.

  9. Luminamenti il 2 gennaio 2007 alle 18:01

    Se si comincia la vita come parte di un corpo altrui, l’indipendenza è uno smembramento. Essere in coppia ci fa tornare in mente che siamo anche qualcun altro, che siamo tutt’uno con lui. Come sa chiunque sia innamorato (o in lutto), ciò che chiamiamo con un eufemismo separazione è, in realtà, una mutilazione. Crescere significa diventare un arto fantasma; innamorarsi acquisirne uno.

    Il bene: vecchio desiderio di carezze
    e di pompini. Cosa da bambini.
    Per Kant, è noto, un’azione è morale
    se commessa a sangue freddo. Il vecchio
    signore a lungo vi aveva pensato,
    forse aveva anche pianto nel suo cuore.
    (Oppure una morale da piano bar: nei
    prati fioriscono rose, in noi fiorisce
    l’amore…) Manlio Sgalambro.

    Se sono convinto che la libertà dell’altro coincida con la mia frustrazione, la mia unica libertà è privarlo della sua. Questa è la folie à deux della fedeltà.

    Se sono convinto che la libertà dell’altro coincida con la mia, non ho più bisogno del suo permesso. Questa è la folie à deux dell’infedeltà.

  10. aditus il 2 gennaio 2007 alle 18:32

    Sempre un piacere leggerti. Luminamenti: la citazione da Sgalambro da dove parte? la fonte?

    Grazie.

  11. Luminamenti il 2 gennaio 2007 alle 18:49

    Manlio Sgalambro, Opus Postumissimum, Edito dalla Giubbe Rosse, Firenze

  12. carla bariffi il 2 gennaio 2007 alle 19:48

    La storia è finita, senza dubbio…..ma alla fine qualcosa dovrebbe rimanere, comunque, e si chiama ESPERIENZA.
    Bisognerebbe, e questo sembra facile e banale ma ci tengo a farlo presente, imparare ad indirizzare tutta quella “energia”che ci viene dalle esperienze negative, in questo caso, verso chi ne ha realmente bisogno….è questo il punto. energia che non trova più sfogo nell’amore dell’altro, che si chiude su se stessa e fa male.
    noi siamo dei gran masochisti!
    eppure io sono convinta che senza certe esperienze d’amore (estremamente dolorose) l’amore vero non lo conosceremo mai.
    Buona serata
    carla

  13. cara polvere il 2 gennaio 2007 alle 22:04

    molte le lacrime che popolano le strade e l’incavo tra le clavicole che fa il collo, tra le due vene principali che arrivano alla testa. molte le lacrime a fare di una grande cosa una piccola cosa aiutandosi con la prospettiva di alberi sempre più bassi sempre più vicino ai passi di chi non ha più motivo di restare.
    e si rimane in un corpo e due voci, una la stessa della stessa.
    non occorre ci sia forzatamente ombra. il dolore può stare in un assolato pomeriggio monitorando con perfetta crudeltà il momento sbagliato dal punto di vista “umano”
    ma non ci sono sbagli, nè momenti giusti. piuttosto un lavorio grigissimo di tundre venose che comincia sotto microscopici invasi neri e giorno dopo giorno, venere dopo venere, santificazione dopo santificazione, spurgo dopo spurgo, ecco: la fine anatomica di tutto è sulle creste.
    perchè tutto anche l’invisibile ha un corpo e anche l’invisibile muore. come amore.
    come il sesso fatto di spalle e sulle spalle ma, senza volto.
    chi resta muore di morte dell’amore.
    muore per l’impossibiltà di effettuare l’accesso alla metà della volta riservata alla quale un’altra serratura ha sostituito quella in cui la nostra chiave era sempre entrata.

    – la vita non è mai amorevole.
    si dice stia all’uomo convincersi ad/di esserlo.

    confesso che il testo non mi è piaciuto molto a parte:

    “Ricòrdatelo sempre che t’ho amato / ma mai di più di quanto io ami me, / e non buttare via quanto t’ho dato / disossalo da me e sarà te.”

    per via di una sensazione di enfatica piattezza diffusa che si è tentata di ravvivare con ripetizioni convulse a creare un effetto angosciante che a mio parere non riesce a tenere unito l’incipit alla chiusa ma che, anzi, privano ulteriormente di luce, quasi scolorano i versi precedenti e quelli successivi.
    anche provando a leggere il tutto ad alta voce rimane la sensazione di filastrocca poco originale.
    e, pur volendo creare sicuramente in parte un’atmosfera a cui tutti potessero accedere “per esperienza condivisa”, mi pare che pur cercando un’ empatia col lettore questa stenta a decollare e un poco sono giunta alla fine annoiata anzichè partecipe. (almeno personalmente)
    un saluto
    paola

  14. a. il 2 gennaio 2007 alle 22:38

    Se tu mi avessi chiesto: “Come stai?”
    se tu mi avessi chiesto dove andiamo
    t’avrei risposto “bene, certo sai”
    ti parlo però senza fiato
    mi perdo nel tuo sguardo colossale,
    la stella polare sei tu mi sfiori e ridi no, cosi non vale
    non parlo e se non parlo poi sto male

    Quanto t’ho amato e quanto t’amo non lo sai
    e non lo sai perchè non te l’ho detto mai
    anche se resto in silenzio, tu lo capisci da te

    Quanto t’ho amato e quanto t’amo non lo sai
    non l’ho mai detto e non te lo dirò mai
    nell’amor le parole non contano conta la musica.

    Se tu mi avessi chiesto: “Che si fa?”
    se tu mi avessi chiesto dove andiamo
    t’avrei risposto dove il vento va
    le nuvole fanno un ricamo
    mi piove sulla testa un temporale
    il cielo nascosto sei tu ma poi svanisce in mezzo alle parole
    per questo io non parlo e poi sto male

    Quanto t’ho amato e quanto t’amo non lo sai
    e non lo sai perchè non te l’ho detto mai
    anche se resto in silenzio, tu lo capisci da te

    Quanto t’ho amato e quanto t’amo non lo sai
    non l’ho mai detto e non te lo dirò mai
    nell’amor le parole non contano conta la musica.

    Quanto t’ho amato e quanto t’amo non lo sai
    non l’ho mai detto ma un giorno capirai
    nell’amor le parole non contano conta la musica

    r.benigni

  15. cf05103025 il 2 gennaio 2007 alle 23:03

    E’ che mi piacque molto quello che scrisse la paola carapolvere che,
    forse, mi sono commosso, guarda lì,
    mentre per la composizione della Gemma, di sopra, non sono risucito a seguire e mi son perso.
    Forse, anzi proprio sì, carapolvere mi ha toccato.
    Ecco, un tale dice:
    hanno dentro le stesse cose però una le dispone propone organizza meglio e magari ci ha pure più profondità, magari anche talento.
    O no?
    E’ brutto fare i confronti, però guarda lì m’è venuto,
    per dire,
    tanto per dire,
    che poi qui si dice solo.
    O no?

    MarioB.

  16. la funambola il 3 gennaio 2007 alle 00:26

    Molto bella gemma.
    Non sono mai stata tradita, non sono mai stata lasciata, ma forse non l’ho mai permesso.
    Non ho mia provato questo dolore eppure me lo hai fatto sentire.
    Ho sentito da piccola il dolore dell’abbandono, mi sono sentita orfana di mia mamma e di mio padre , quando li ho visti come uomini e non più come salvatori.
    Ed è stato il momento in cui ho deciso di non credere in dio, in nessun dio.
    E’ stato il primo grande, indefinito, inconsapevole dolore.
    Non avrei più permesso, dopo, di farmi abbandonare, l’ho giurato allora, stringendo un tacito patto con la mia dignità di piccola e orgogliosa adolescente.
    Ed ho amato allo spasimo.
    Poi è successo che io ho lasciato l’amore, non perchè fosse finito ma perchè si era trasformato il bisogno che lo aveva alimentato. E mi sono sentita orfana, per la seconda volta.
    E ora ho quell’andatura incerta, che chiamano esperienza.
    Baci
    la funambola

  17. Luminamenti il 3 gennaio 2007 alle 07:12

    Gli amanti che passano la vita insieme non sanno dire che cosa vogliono l’uno dall’altro. Non si può certo credere che solo per il commercio dei piaceri carnali essi provano una passione così ardente a essere insieme.
    E’ allora evidente che l’anima di ciascuno vuole altra cosa che non è capace di dire, e perciò la esprime con vaghi presagi, come divinando da un fondo enigmatico e buio (Platone, Simposio, 192 c-d)

    Nessuna coppia può dare per certo il proprio futuro, nemmeno in condizioni ottimali: e a maggior ragione quando un significativo conflitto irrisolto in uno o in entrambi i partner minaccia l’equilibrio tra amore e aggressitività. Talvolta, i nuovi sviluppi della relazione possono modificare tale equilibrio anche in condizioni che sembrano favorevoli e sicure.

    Il solo fatto che la richiesta di una relazione seria e duratura tra due persone rappresenti la conquista della capacità di nutrire sentimento profondi in relazione a se stessi e agli altri – di provare quell’empatia e quella comprensione che schiudono i profondi sentieri delle tacite relazioni multiple tra esseri umani – crea una curiosa contraddizione.

    Quando, nel corso degli anni, si diventa più capaci di amare profondamente e di apprezzare realisticamente un’altra persona come parte della propria vita personale e sociale, si può scoprire che altri potrebbero essere partner egualmente soddisfacienti e persino migliori.

    La maturità emotiva, dunque, non garantisce una stabilità aconflittuale alla coppia: un profondo impegno verso un’altra persona e verso i valori e le esperienze di una vita vissuta insieme arricchirà e proteggerà la stabilità della coppia, ma se conoscenza e consapevolezza di sé sono davvero profonde, ciascuno dei due partner potrà provare di tanto in tanto il desiderio di altre relazioni (la cui potenzialità potrà essere realisticamente valutata) e farà una serie di rinuncie.

    Ma anche la rinuncia e il desiderio possono aggiungere profondità alla vita dell’individuo e della coppia e riportare desiderio e fantasie e tensioni sessuali all’interno della relazione di coppia può costituire un’ulteriore oscura e complessa dimensione della vita amorosa.

    In ultima analisi, tutte le relazioni devono finire e la minaccia di perdita, di abbandono e infine di morte è tanto più profonda quanto più profondo è l’amore: e anche questa consapevolezza contribuisce ad approfondirlo.

  18. cf05103025 il 3 gennaio 2007 alle 08:54

    ‘sto diabolico aggeggio
    mi cancella sovente i commenti,
    stutàtelo

    MarioB.

  19. silvio il 3 gennaio 2007 alle 09:23

    La Gaetani e Luminamenti sono di una noia mortale.

  20. lenny il 3 gennaio 2007 alle 09:54

    e allora la lipperini con il suo “paesello marchigiano” e la sua fottutissima “cosa”?…. Che palle!

  21. Rudy il 3 gennaio 2007 alle 10:47

    L’uomo, si sa, è cacciatore…

  22. Luminamenti il 3 gennaio 2007 alle 11:12

    Quando un amore finisce e non è finito (nella mente e nel corpo)

    Illimpidire rischia spegnere?
    Chiedo troppo?
    Ti assorbo – e tu mi assimili?
    Come diventi poiché ti esisto?
    Se una gioia elude le doglie del mondo
    la nostra pena può dimenticare
    come alla brina dell’oriente ingemma
    roseo il nudo ramo di magnolia.
    Il bisogno di avvincersi nasce dall’ammirare
    la fresca creatura che ti ammira.
    Ci ostacoliamo nella spirale fin quando anche
    gli imprevedibili turbini dei sogni sanno configurarsi
    respirando i presagi del mondo.

    C’è uno psichiatra Irvin D. Yalom, professore alla Stanford University, autore tra l’altro di due belli romanzi, E Nietzsche pianse (Rizzoli) e l’ultimo, La Cura Schopenauer, che scrisse anni fa un saggio scorrevole, che racconta casi esemplari, molto istruttivi da leggere, dal titolo apparentemente limpidissimo Guarire d’amore (Rizzoli 1990). Quasi subito dopo il suo inizio premette che non lo entusiasma lavorare con pazienti innamorati, delusi, abbandonati, risentiti. La cosa non è nuova a chi si occupa professionalmente di psicoterapia e psicoanalisi. Non c’è di peggio che avere a che fare con queste persone perché lo psicoterapeuta prova un senso di frustrazione e di impotenza di fronte alle resistenze che incontra e che gli prosciugano ogni energia. La lotta è impari. Naturalmente dal punto di vista delle teorie psicoanalitiche ci sono almeno duecento motivi per spiegare, in base a un modello, perché questo accade, e forse, non è privo di significato, l’atteggiamento di Lacan, che negli ultimi anni della sua vita, spendeva su certe persone non più di 5 minuti all’incontro con il suo paziente. Ma Lacan era Lacan e dal punto di vista di una persona che paga la terapia, questo atteggiamento non poteva che essere interpretato molto male. Ma questa è un’altra lunga storia.

    Normalmente ci vogliono molti anni, di regola, perché un paziente sottoposto (che vuole sottoporsi) a psicoanalisi guarisca d’amore ( e sono più di quanto s’immagini le persone che si rivolgono alla psicoanalisi per questo o sotto l’effetto di questo scatenamento) o almeno così sembra, dato che dopo molto tempo è difficile comprendere se ciò è accaduto per l’effetto della terapia, o non sia mai accaduta questa guarigione ma solo rimossa (e quindi nuovamente pronta la malattia d’amore a manifestarsi al prossimo innamoramento) fin dentro le fondamenta psichiche dello stesso psicoterapeuta che non è estraneo a questo risultato.

    Platone spiegherebbe e spiega molto bene e meglio delle teorie psicoanalitiche questa impossibilità, sebbene ci siano molteplici vie dentro i modelli psicoanalitici, capaci di mettere di fronte al paziente le forze da cui dipende il suo stato e come subconscio, coscienza e super-io si muovano, anzi ci muovono. Psiche è territorio maledetto, l’ho detto altrove. Quindi, guarire, per questa strada è fin troppo arduo.

    Altra strada è invece persuadersi intimamente di questo:

    L’unità dell’universale e del particolare diventa evidente nell’amore. Amando questa persona particolare, tu ami ciò che è in tutti gli uomini, anzi in tutte le creature, poiché si può amare l’umanità, o meglio la vita (amare esclusivamente l’umanità è una contraddizione), soltanto nell’individuo concreto. In questo modo diventa anche evidente che la separazione dell’anima dal corpo è un’astrazione che va revocata, poiché non si ama o l’anima o il corpo, o l’una più l’altro, ma si amano questa fronte, questa bocca, questo modo di camminare, in quanto sono propri di una determinata persona ( e ogni significante è metafora, simbolo che sempre rimanda a qualcos’altro, in un rinvio infinito) .

    Tuttavia in questa limitazione, se è insieme consapevole di se stessa in quanto tale, sta l’amore per il tutto – per così dire nell’esclusività contraddetta. – Spinoza, insieme più rigoroso e mite di Bruno, non è lontano da questa cognizione; ma, nel suo stoicismo, vuole prendere in considerazione il singolo particolare solo perché vi si rispecchia il tutto, e proprio questo “perché” (per così dire la riflessione come condizione, o giustificazione a priori, dell’identificazione con il particolare) toglie il suo peso a ciò che è particolare e caduco. Così l’amore finisce per essere rivolto nuovamente all’universale, che ha perso il suo contenuto proprio con l’intellettualizzazione del particolare.

    La posizione del cristianesimo catechistico non è poi così diversa. Il comandamento dell’amore del prossimo “per amore di Dio” sfugge alla cattiva contraddizione solo nel caso in cui – come in fondo è sempre accaduto nella grande teologia – Dio venga emancipato dalla sua creazione in misura così radicale ch’egli resterebbe dotato di tutta la ricchezza del mondo vivente, anche se non ci fosse più nessun mondo.

    Non appena Dio ha bisogno, per poter essere compiutamente se stesso, anche solo di uno sguardo riconoscente della creatura mortale, anche il grande amore nutrito “per amore di Dio” non sarà mai quello rivolto all’Assoluto. Lo stato di bisogno che in tal modo si manifesta in Dio, e che la patristica, dal suo solo punto di vista, avrebbe giustamente condannato come ipotesi pagana – giacché per lei solo gli dèi pagani hanno bisogno dei sacrifici – viene riconosciuto nell’ebraismo che ha escluso il suo terreno esoterico, con la concezione dei sentimenti di Dio, collera e afflizione, nel cristianesimo con la dottrina secondo cui Dio è figlio dell’uomo, ma solo astrattamente. In entrambi i casi si afferma il dolore, la dipendenza da Dio, solo che nel cristianesimo la risurrezione, che è sempre già compiuta, ha la funzione di decidere a priori il tutto, e – si potrebbe dire – di minimizzarlo teoricamente. (Di qui il tentativo di soluzione di Eckhart, veramente geniale!) – Noi stessi sperimentiamo la contraddizione per cui l’amore per l’universale si realizza in quello per il particolare solo se sappiamo rinunciare all’universale – e d’altro lato l’amore per il particolare viene salvato solo quando la limitazione, l’esclusività che lo separano dall’universale sono esperite come casuali (incidente del destino, della sua destinazione, che rimane quella indicata da Platone) – quando noi in questo particolare amiamo la vita. Altrimenti l’esclusività diventa grettezza. Proprio perché questa fronte e questa bocca sono uniche, esse sono solo un esempio. Se non provo questo sentimento, il mio amore resta – una svista.

    E ciò che finisce, che diviene passato, è un compiuto, non è fallimento (che è solo dentro la perversione del subconscio) piuttosto un perfectum (un passato, ciò che passa, prima di sparire, è un perfectum, come il verbo stesso suggerisce al lume dell’intelletto)

  23. il porco il 3 gennaio 2007 alle 12:18

    Quante balle!… L’uomo si sa è cacciatore, e la donna di conseguenza è cornuta. Punto.

  24. maria (valente) il 3 gennaio 2007 alle 13:27

    mai sentito parlare di cacciatrici? tipo le “(D)ianare”?

  25. ops il 3 gennaio 2007 alle 14:57

    non m è piaciuta. La trovo artefatta, pomposa, falsa. Posso?
    se non è permesso: scusate. vado

  26. ops il 3 gennaio 2007 alle 14:57

    non m è piaciuta. La trovo artefatta, pomposa, falsa. Posso?
    se non è permesso: scusate. vado

  27. Gagliarda il 3 gennaio 2007 alle 19:07

    Se mi lasci non vale.
    Se mi pigli fa male.
    Sono santa ma tonta.
    Sono tanta ma spenta.

    Bravi tutti. Tutti a casa.

  28. Luminamenti il 3 gennaio 2007 alle 21:41

    Chi dopo avere amato, tradisce l’amore, non rovina solo l’immagine del passato, ma il passato stesso. Con irresistibile evidenza penetra nel ricordo un gesto involontario al momento del risveglio, un tono di voce assente, un’impercettibile ipocrisia del piacere – e del risentimento, e fa già della vicinanza di un tempo l’estraneità in cui si è trasformata oggi.
    La disperazione ha l’accento dell’irrevocabile, non perché le cose potrebbero andare meglio domani, ma perché trascina con sé il passato nel suo abisso. A cui non resta altra speranza che quella di emergere ancora una volta diverso dal male a cui – oggi – è abbandonato senza protezione. Ma se c’è chi muore disperato, tutta la sua vita è stata invano.

  29. annamaria.pompili il 3 gennaio 2007 alle 22:27

    Ho apprezzato il testo e la lettura del pezzo di Gemma Gaetani. Ho sentito l’amore dolorante e il dolore amante, l’amore di chi è abbandonato e l’amore di chi abbandona che sa di non poter amare di più di quanto ha dato, il dolore di chi è abbandonato e di chi abbandona. Andarsene, chiudere le porte di una storia d’amore è sempre un fallimento. Non essere riusciti a trattenere l’amato è sempre sofferenza.

    “Come un bambino strappato all’amore” la notte ci tormenta il pensiero di chi ci ha lasciato, il dolore si individua tra lo stomaco e il cuore.

    Giro e rigiro le pagine di Barthes. E’ straordinario il fatto che con tutte le cose a cui dovremmo pensare noi uomini siamo così esposti a questo sentimento.

  30. Gemma Gaetani il 3 gennaio 2007 alle 23:40

    Volevo ringraziare Franz per avermi ospitata ancora su NI. E tutti coloro che hanno letto questi versi, belli o brutti, inutili o decenti che li abbiano trovati. Versi che ho scritto dopo aver visto il film “Il monello” di Charlie Chaplin, ed essere rimasta profondamente colpita dalla struggente scena del piccolo (da cui lo snapshot) che tende le mani al legame d’amore paterno a cui viene strappato, dopo che il medico scopre che Chaplin non è il suo vero padre. Quelle mani tese, quella tragicità così teatrale, mi ricordava quella di Rossella in “Via col vento”, quando perde tutto. Prima di affermare poi “Domani è un nuovo giorno”.
    Nella mia testa si è formato un collegamento tra quelle due scene cinematografiche, e così è nata l’idea della moglie abbandonata che si sente “come un bambino strappato all’amore”, e le cui mani sono “come strappate braccia dall’oggetto / d’amore a mani tese di dolore”. Esiste, in alcuni, un’idea d’amore assoluto, che colmi lacune amorose genitoriali. Esiste per gli uomini come esiste per le donne.

    So che spesso i temi stessi dei miei versi sono oggetto di rifiuto propriamente ideologico: scrivo quasi soltanto di amore, e di fine di amori, e cerco di raccontarne il dramma. Allo stesso tempo lavoro (cerco di lavorare) sulla struttura metrica, e questo per me rende il tema meno importante. Qui per esempio ho cercato di mostrare la frattura dell’oggetto destinatario d’amore per colei che ama ancora, (de)strutturando quella figura attraverso l’enjambement che spaccando in due l’espressione psicoanalitica “oggetto d’amore” lo trasforma in oggetto, indipendente, svincolato dall’amore del soggetto che lo prova ancora. Trovo molto buoni versi come “dico facendo di male teatro” o “la vita che non sa essere amorevole / né metter fine mai a d’amore fini”, la trascrizione in endecasillabi, cioè, di un abbandono maschile che per la protagonista mima e rinnova l’abbandono paterno. Trovo rappresentativo il dolore dell’abbandonata e il silenzio dell’abbandonante, tipici delle fini, l’ipertrofia espressiva della prima e il deficit dell’ultimo.
    Io continuo a credere all’idea, e a metterla in pratica, che scrivere d’amore (ma non solo, scrivere di qualunque cosa) in versi non sia come parlarne in tv a “L’Italia sul Due”. Tanto che nel primo dialogo lei si esprime ancora in endecasillabi. E non mi ritrovo nei panni della cantrice (brava o non brava) d’amore. E’ la struttura che riecheggia il pensiero dell’autore, più che il tema. Si è come si scrive più che ciò che si scrive. E’ comunque utile per me leggere i vostri commenti, anche quelli che esprimono opinioni sul tema “tout court”, per quanto apprezzi molto quello di Annamaria Pompili, che citando Barthes, trascina nel discorso l’autore dell’idea primaria che io, e qui intendo personalmente, possiedo dell’amore: che sia sempre un monologo a due, a volte contemporaneo, a volte no. Ciò che ho cercato anche qui di rappresentare.
    Buon 2007 a tutti,
    Gemma

  31. cara polvere il 4 gennaio 2007 alle 00:59

    grazie a te Gemma per la bella risposta.
    un saluto
    paola

  32. annamaria.pompili il 5 gennaio 2007 alle 18:31

    Roland Barthes ci ha formato (e rovinato) in molti. Mi piace molto la definizione di monologo a due perchè definisce bene la consistenza della solitudine del discorso amoroso. Siamo soli nel nostro dialogo a uno perchè l’altro è sempre una proiezione che per quanto ci ami o meno veramente ci amerà lo stesso in quanto l’amiamo noi.

  33. fk il 6 gennaio 2007 alle 00:31

    Ciao Gemma, sei diventata misuratissima. Ne sono molto contento. Grazie a te.

  34. Gemma Gaetani il 6 gennaio 2007 alle 14:36

    Se ami una persona, inizi a vedere cose che non esistono. Nessuna donna è bella come pensi tu, quando l’ami; perché tu proietti. Nella tua mente esiste il sogno di una ragazza, e tu proietti quell’immagine. In qualche modo, la ragazza vera funge solo da schermo di proiezione.
    Ecco perché, ogni amore arriva, prima o poi, a un punto di frustrazione: come potrebbe quella ragazza, continuare a servire da schermo? Essa è una persona vera; vorrà affermarsi, dirà: “Io non sono uno schermo!” […] All’inizio, lei ha accettato questo gioco, così come lo hai accettato tu! Tu eri uno schermo di proiezione per lei, lei era uno schermo di proiezione per te.
    […]
    Nessuno può essere il tuo schermo per sempre, perché è una situazione disagevole. Come puoi pretendere che qualcuno si adatti ai tuoi sogni? Ognuno ha la propria realtà, e la realtà tende sempre ad affermare se stessa. […]
    Quando tu ami, proietti. Tu ami, non per dare… ami per prendere, ami per sfruttare, per manipolare. Quando ami una persona, subito dai il via a dei tentativi per modificare l’altro in base ai tuoi gusti, secondo le tue idee. […]
    Il vero essere non può essere trasformato, solo il tuo sogno si frantumerà, e tu ti sentirai ferito. Tu non ascolti la realtà. Nessuno è qui per soddisfare un tuo sogno. Ognuno è qui per adempiere il proprio destino, la propria realtà”.

    (Osho)

  35. carla bariffi il 6 gennaio 2007 alle 16:29

    si è come si scrive più che ciò che si scrive……
    Bella questa frase!
    perchè chiunque quando scrive espone la sua personalità, al di là dei concetti che vuole esprimere, ed è quando la espone senza reticenze o vergogna o altre inibizioni che viene fuori la sua essenza,
    è questo che intendi?
    Ma secondo te….è davvero impossibile che qualcuno si adatti ai nostri sogni?
    e se siamo noi ad adattarci? nel senso che accettiamo sia il sogno (dell’immagine della persona che amiamo) che la realtà (che è la persona che amiamo)?
    …..potrebbe sembrare egoismo ma anche una ricerca di equilibrio…..
    che ne pensi?

    ciao
    carla

  36. annamaria.pompili il 6 gennaio 2007 alle 22:10

    Il punto è che nella proiezione vediamo ciò che vogliamo vedere e pertanto vi sarà sempre l’impossibilità di amare la persona reale e allo stesso tempo -paradosso- ameremo realmente.

  37. Luca il 8 gennaio 2007 alle 11:31

    Non ne farei una questione di volontà. Si proietta malgré nous. E ben poco fila liscio. Più che un kolossal, una lunga sequela di prossimamente scanditi da invocazioni di “quadro!” dalla platea.

    L’amore è un cinema pieno di gente col cappello che parlotta e ciancica pacchetti di patatine.

  38. carla bariffi il 8 gennaio 2007 alle 12:04

    @annamaria….ma forse il punto è anche nel saper usare la telecamera…..

  39. annamaria.pompili il 8 gennaio 2007 alle 22:38

    No credo sia questione di telecamere o cinema. Ma l’amore è come la letteratura un modo d’essere che viene da noi e travolge/coinvolge/avvolge l’altro. Ma sempre da noi viene e la percezione arriva come quella di un testo letterario: aulcuno si sente travolto allora rimane stordito, un altro coinvolto e esplora ogni riga e ogni parola alla ricerca di sè, un altro avvolto e si crogiola in questa lettura/ amore. Ma sempre da noi tutto viene. Proiezione e costruzione.

  40. Gemma Gaetani il 9 gennaio 2007 alle 18:58

    @ Annamaria e Carla

    Osho nello stesso testo, “Il libro del nulla”, parla dell’amore dell’uomo illuminato (Sosan, il patriarca Zen, dei cui discorsi il libro è infatti un’interpretazione). Dice: “Egli amerà, ma il suo amore non sarà una proiezione. Il suo non sarà amore per un proprio sogno. Egli amerà il vero essere: quell’amore per il vero essere è compassione”.

    Barthes, nei “Frammenti di un discorso amoroso”, sembra dire la stessa cosa. Prevedere cioè un esercizio insano ed uno sano del sentimento dell’amore. Dice: “Amare ed essere innamorato hanno fra loro un rapporto difficile: poiché, se è vero che essere innamorato non assomiglia a niente altro […] è anche vero che, nell’essere-innamorato, c’è dell’amare: io voglio prendere, ferocemente, ma so anche dare, attivamente”.
    Dare cosa? Forse dare all’oggetto d’amore innanzitutto il diritto di essere ciò che è – Osho e Barthes in questi punti specifici esaminano il soggetto, non l’oggetto, d’amore. Quando Osho parla di “compassione” allude, secondo me, a quell’empatia per cui si sente allo stesso modo dell’altra persona, la si fa risuonare dentro di sé così com’è, non come si vorrebbe che fosse.

    Quanto al “si è come si scrive più che ciò che si scrive” intendevo dire che non sempre il tema e la “morale” espressa intorno ad esso rispecchiano il pensiero dell’autore. Non a caso, pur “compatendo” la donna abbandonata, il poemetto è chiuso dalla voce (tutta interiore) di lui, dalle sue ragioni. Credo comunque fermamente che al di là delle “morali” espresse, e degli stessi temi, sia più rappresentativo, di un autore, lo stile. Un cielo di Monet e un cielo di Sironi non sono soltanto “il cielo” e non lo sono alla stessa maniera. Un volto di Caravaggio e uno di Picasso… Dovrebbero essere considerazioni banali queste, eppure sembra necessario rinnovarle continuamente. Perché spesso, invece, il fruitore di quella peculiare forma artistica che è la scrittura dimentica il “dettaglio” della forma; oggi più che mai tende sovente ad identificare la scrittura come una confessione personale, a cercare un “messaggio”, per aderirvi o meno. Forse perché l’espressione linguistica è la più vicina all’espressione primaria comune a tutti, e forse perché si è affermato uno stile confessional e autobiografico tutto nuovo oggi, dopo i reality show, e che quel “je” sia “un autre” diventa sempre più difficile da far credere, quando è così.
    A me interessa analizzare situazioni dialettiche, di incontro/scontro. Più che l’amore in quanto tale mi preme sviscerare e teatralizzare, attraverso la parola e quant’altro (immagini, citazioni, da un immaginario personale o collettivo, di certo contemporaneo), le dinamiche psicologiche e pure psicopatologiche di cui l’amore diventa spesso palcoscenico, quindi non mi sento precisamente una cantrice dell’amore o del trionfo dell’amore. Casomai del tonfo dell’amore… :0)

    @ Franz

    :0*

  41. carla bariffi il 9 gennaio 2007 alle 20:23

    Lo stile, si….c’è chi lo scopre tardi….ma lo stile è lo stile….e ognuno lo possiede.
    Ti scriverò ancora.
    Grazie Gemma.

  42. la funambola il 9 gennaio 2007 alle 23:29

    Siamo l’amore che viviamo, siamo l’amore, siamo più precisamente il bisogno di amore.

    Siamo noi che decidiamo di decidere cosa essere e quindi anche quale amore essere, quale amore vivere.

    siamo sempre solo noi.

    Noi siamo la possibilità di esercitare o non esercitare la nostra dignità di essere umani, la possibilità di essere veramente, la possibilità di guardarci o non guardarci, la possibilità di raccontarci o non raccontarci bugie, la possibilità in definitiva di leggere la nostra vita, la nostra storia per darle un significato, un significato nostro, autentico, onesto, vero.

    Noi siamo l’amore perchè noi siamo necessità d’amore e tanto più grande e inconsapevole sarà questo bisogno tanto più grande sarà il rischio di “investire” violentemente i nostri simili
    e “investire” su un bisogno che in quanto tale non potrà mai soddisfare le nostre aspettative, la nostra necessità di ritorni , conferme, la nostra , in definitiva, necessità di “casa”

    Ma potrà, se lo sappiamo finalmente leggere, se lo sappiamo finalmente guardare, se cominciamo a volgere lo sguardo dentro,dentro, ogni tanto, piano piano, dentro di noi ,dentro al meccanismo del bisogno, per smontarlo, smascherarlo, cercarne l’origine profonda,
    ecco, il Bisogno, allora, potrà riscattarsi e riscattarci dalla sua/nostra condizione inevitabilmente finita, inevitabilmente umana, inevitabilmente soggetta al bisogno che è grande opportunità di ri-nascita, di continua morte e rinascita durante tutta la nostra vita.

    e allora, il bisogno, non sarà più solo la grande fonte inconsapevole di rabbie, dolori, crudeltà , egoismi, meschinità, infelicità, per noi e per chi ci incrocia,
    ma potrà condurci, potrà , se lo vogliamo cazzo,
    potrà condurci sulla strada della consapevolezza, sulla strada della compassione,
    compassione per noi e quindi per gli altri, che sono come noi, sono i nostri specchi, che ci sono “simili”

    non si può compatire se non ci si compatisce.

    Ed è operazione molto dolorosa, perchè ti costringe a guardare spietatamente la solitudine che è la nostra condizione umana, a riconoscerla e prenderne orgogliosamente atto.

    E non c’è altra strada, non ci sono scorciatoie che ci metteranno in pace col bisogno, in pace con noi, e quindi con i nostri compagni di viaggio che chiamiamo marito moglie figlio figlia amanti conoscenti vicino lontano….. che chiamiamo, uomini.

    la pace non è una convenzione, è dentro di te.

    Siamo quello che vogliamo essere, siamo l’amore che siamo capaci di essere.
    Siamo o non siamo la nostra dignità.
    Nessuno è responsabile della nostra capacità o incapacità di darci, riconoscerci “rispetto”

    Non abbiamo alibi, mai, possiamo solo invocare per noi e per tutti , indulgenza.
    La nostra vita è, il nostro tempo è uno spasmodico tentativo di sfuggirci, sfuggire a noi stessi.
    Ma noi non possiamo sfuggirci , possiamo solo tentare di accoglierci e accogliere questo disperante e disperato bisogno di amore e riconoscerlo negli altri.
    Riconoscere la nostra grande “infermità”

    Siamo l’amore cattivo, l’amore disperato, l’amore appassionato, l’amore generoso, l’amore capriccioso, l’amore violento, l’amore passivo, l’amore indifferente, l’amore che ricatta, l’amore che subisce, l’amore che implora, l’amore orgoglioso, l’amore sublime, l’amore che si dispera, l’amore che stupisce, l’amore equilibrato, l’amore squilibrato, l’amore egoista, l’amore altruista, l’amore cattivo, l’amore che ti distrugge, l’amore che alimenta, l’amore che recrimina, l’amore geloso, l’amore possessivo, l’amore libero, l’amore abulico, l’amore rassegnato, l’amore vivo, l’amore restio, l’amore pauroso, l’amore fiducioso, l’amore.platonico…..

    siamo il bisogno che viviamo.

    Basta saperlo, basta saperlo, almeno qualche volta, basterebbe solo saperlo, qualche volta, basterebbe cominciare a saperlo.
    l’avevo scritto una volta in un posto, ad una persona che si chiamava paola e ora mi piace condividere questi pensieri con voi.
    baci bisognosi a tutti
    La funambola



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