Dittico: famme/femeia

11 febbraio 2007
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di Chiara Daino 

FAMME – è felce di luna felice calante la falce in fasce
è fiamma pira la bruja fuma bàlia cagna ringhia bimba
abbaia fuma e sfuma sul finale di un fine balìa attacca
làmia procura mito cresta bassa delle brame – ha FAME    

                   
fosse dolce fosse data cherchez piove cerere incolume
nel ventre riverso – grotta figura la sagoma fronte china
pinza piaga sangue la fonte calda in flussi muove crea:
si filtra tempo di tempo perso incontro di parti temporali
 

doppia la pelle carcassa controtempo FAMMI presagio
spinto fin dentro midollo non resta rimane buco evacuo
rosso pianto in collo chiede morso non freno ala, bocca
pupilla a chiodo: persiana la persi do giri di chiave viola
se si FA vita suona mi gitana

(labbra ree: mela a darsi – notai)

 

FEMEIA

Campo dei Fiori. Regina. La carta canta: e sempre tris e sempre scarti. Tutto ciò che resta, non si compra, non si vende. Tutto: che avanza. Osso colto in basso è Uno: osso che resta, dopo. Quando il pasto hai tradotto: something like the past. Lo scarto che è primo, per l’animale. Avanzi di tempo: avuti solo nel caso in cui… Per lui.
Femeia, femeia: fingeva. Femeia, femeia. L’intro e la sfuma. Femeia, femeia: mantice armonico. Inna: nanna…

*
 

Lo scarto del giorno è l’ora del gelsomino

*

Regalo per regina: non rilancia e non passa scusa per essere – uscita dal mazzo. Femeia femeia: un mezzo intero, «felice tutto». Piazza che non è porto, per punti di domanda. Petali secchi a tappeto dei – primi: i numeri del bello, i passi contro. Nessuno conosce: una piccola, piccola bomboniera – scoppia. Con…
Affetti lontani dal matrimonio di schiaffi. Saranno tratti: persi e franti – percorsi. Pepita nel rifiuto del dado con tante, troppe facce da ruotare. Chi vuole rubēre le vostre lettere scartate? La dama mossa è quella di partita. Scarabeo: ferita composta. E ritengo: femeia. È femmina, forse: seme, forse

 

quando leghi bene
///a tempesta ///
 

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131 Responses to Dittico: famme/femeia

  1. Luminamenti il 11 febbraio 2007 alle 09:02

    Bravaaaa!

  2. cara polvere il 11 febbraio 2007 alle 11:39

    vediamo se mi esce un commento non troppo poetato

    interessante e originale l’accostamento fonico delle parole.
    questi testi devono essere bellissimi se musicati.
    un saluto a Chiara che seguo volentieri da un po’.
    paola

    ps: ho quasi timore a commentare che poi mi fanno paragoni strani.

  3. c.velardi il 11 febbraio 2007 alle 13:02

    cara polvere
    hai un’urgenza del dire
    tutto passa nelle vene
    del dire
    ciò che rimane
    è al setaccio
    della intelligenza del cuore
    tu – testimone del dire
    il problema è capire.

  4. dalsudconfurore il 11 febbraio 2007 alle 14:36

    non ci si capisce nulla. se questa è poesia…

  5. Fiorello M. Annoia il 11 febbraio 2007 alle 14:40

    Stupendo! Quello che la poesia dovrebbe sempre fare (a prescindere dalla forma in cui si annuncia): spostare un po’ più oltre gli orizzonti del senso.

    Finalmente una scrittura che non ti fa cadere le palle e annegare nella miriade di risciacquature di piatti in circolazione…

    Complimenti.

  6. cara polvere il 11 febbraio 2007 alle 14:51

    @ c.velardi

    velardi c. il punto il punto assente
    del capire veramente è l’attenzione
    che non giudica impropriamente
    l’intenzione e la riesumazione
    in tempi futuri e meno duri:
    voglio dire per dire la vena
    è di chi conosce la pena
    ancora della vena che parla
    in ogni direzione
    che non conosce vena
    più diritta di un lampione.

    il problema è capire
    si può assolvere chi non capire
    dove si sa che c’è l’ormai disarmonico
    ardire di cosa d’ adulto, di larvale
    di bianco e di nero in forma gutturale,
    in forma primordiale – un bang
    sotto i mammiferi noi
    santi infelici della domanda “e poi?”
    poi capiamo, forse
    ma non è un delitto l’incomprensibilità
    generale, l’attrito funesto tra il dire e il fare
    diverso è mangiare e poi accettare
    di andarlo a evacuare
    io rimbambisco l’asettico evacuo della parola
    quella che ha preso 10 e lode a squola
    l’importante è che l’ipoderma fastidioso
    del mio involare
    sia più facile da accettare
    a quei posteri che mi troveranno
    nell’angolo più arguto
    e più rimbambito dalla vita
    un saluto
    e un grazie, di cuore
    per aver ratremato il mio dire
    con vero languore.
    paola

  7. il rischio il 11 febbraio 2007 alle 14:57

    ‘bene. puoi andare a dormire.
    sei stata lirica.
    lirica fino all’orgasmo’.

    un saluto.

  8. Morgan il 11 febbraio 2007 alle 15:11

    Forse sono ancora legato ad un altro tipo di poesia. Scusami, ma non ho capito nulla. Mi sembra una sperimentazione di getto senza obiettivi.
    Solo impressioni, per carità di dio.

  9. cara polvere il 11 febbraio 2007 alle 15:14

    a poesia, con poesia rispondo.
    molti nemici molto onore.
    lirismo pubblicitario
    e tafanoide, pur senza avere
    il pungiglioide
    che fo? appioppo n’altra lirica
    un fotografio tisico
    per l’anonimo e affettuoso
    ammirator tipico, tale: il rischio?

    sto preparando un’ode
    da baciar sotto il vischio
    alla fantasia degli inventori
    di nicknames
    che contribuiscono
    alla verve dei tanti flames.
    andrà bene anche una lista
    della spesa da tirar su dalla lettiera
    di una miseria
    una rep obesa.
    si?

    perchè non ho sonno.
    sono il letargo da sempre.

    p.

  10. Fiorello M. Annoia il 11 febbraio 2007 alle 15:38

    cara polvere, ormai passo da queste parti quasi unicamente per leggere i tuoi commenti…

  11. maria (valente) il 11 febbraio 2007 alle 15:51

    Non mi toccate Cara Polvere che m’inca***
    è sempre generosa a commentare gli altri, è sempre in ascolto degli altri, ogni tanto lascia una sua chicca buttata qua e là, così senza pretese che chi vuole raccoglie e chi non vuole ignora, non chiede mai niente se non provare a capire e chiede pure scusate e disturbo? (e invece non dovrebbe)…
    non dar retta a chi ti censura e ti dice dovresti fare così o colà per essere poeta per essere critico, hai occhi testa e orecchie per farti il tuo bagaglio e la tua strada, fermarsi no, andare avanti sì, basta col chiedere scusa e vi ringrazio, le gambe sono tue, la penna pure e magari un giorno citerai volumoni, sfoedererai sciabolate di versi, sarai imbattibile, ti prenderai tutte le rivincite che vuoi con i tuoi vecchi nemici…ma spero con tutto il cuore che tu rimanga sempre quella stessa cara polvere che un giorno, non mi scorderò mai, davanti a tutti quei poetoni che sciorinavano nomi su nomi , saltò in piedi sullo sgabello e si mise ad urlare a squarciagola “VAN GOGH ERA UN POETA PERCHE’ AVEVA FAME DI STELLE” …sei bella così, davvero.

  12. la giusta il 11 febbraio 2007 alle 15:53

    un orgasmo, è pur sempre un orgasmo
    o no?

  13. Nunzio Festa il 11 febbraio 2007 alle 15:55

    consiglio, vivacemente, al mondo intero lettura di La Merca, romanzo d’altissimo livello di Chiara Daino (Fara Editore)

    b!

    Nunzio Festa

  14. mario il 11 febbraio 2007 alle 16:11

    Ho un vecchio amico anglo-turco che si taglierebbe un dito per poterla incontrare. Truly yours. Mario

  15. ColtiSbagli il 11 febbraio 2007 alle 16:56

    @caraPolvere…Tu tornerai esser polvere..Io cipria!

  16. carla bariffi il 11 febbraio 2007 alle 17:38

    forse non ricordi bene ma
    tutti alla fine torniamo polvere!
    è sì…

  17. tashtego il 11 febbraio 2007 alle 18:53

    sommessamente credo che la sfida del “senso” vada sempre accettata.
    credo che lì stia il punto.
    la difficoltà.
    la tragedia della poesia.
    il “senso” si genera dal rapporto mente-mondo, non vuol dire nulla in sé, ma è tutto ciò che ci è dato di condividere.
    il resto è solo titillamento, magari bello.
    credo che il testo qui sopra sia uno degli infiniti inutili aggiramenti del problema del “senso”.
    il “senso” resta lì, nessuno ne può “spostare l’orizzonte” più che tanto.
    resta lì come una roccia contro cui le poesie leggere e inutili, che pensano di poterne fare a meno per debolezza si schiacciano ed evaporano, subito dimenticate.
    poesia è ragione, non emozzione.
    è sforzo spasmodico di condivisione, non ego.

    stoppe & sorri.

  18. claudio il 11 febbraio 2007 alle 19:00

    scrittura effettistica, nulla di più. Non lascia traccia.

    Claudio

  19. Fiorello M. Annoia il 11 febbraio 2007 alle 19:14

    Leggendo tashtego, esercizio generalmente inutile, soprattutto negli ultimi tempi (tranne nei pochi momenti in cui cerca, ecolalicamente, di parlare di poesia: in quel caso è devastante, ma, a ben rifletterci, ha comunque una sua ricaduta vagamente psicotropa) – ci si accorge del perché, almeno una volta al giorno, bisognerebbe innalzare laudi e dire gracias a la vida: non fosse altro perché la vita, di tanto in tanto, fa ancora spuntare dalle sue pieghe una Chiara Daino o una Cara Polvere.

    Sorbole, che sintesi fulminante! ‘Poesia è ragione’! E disci niente, amisci.

  20. bruno esposito il 11 febbraio 2007 alle 19:28

    Sembra una cosa scritta da Ettore Petrolini.

  21. tashtego il 11 febbraio 2007 alle 19:56

    @fiorello e bruno

    petrolini, d’accordo.
    ma provare ad argomentare contro, no eh?
    troppa fatica.
    meglio buttare lì l’insulto e andare a farsi du’ spaghi, no?.

  22. sitting targets il 11 febbraio 2007 alle 20:45

    perchè, parlare di petrolini è un insulto?
    e comunque leggete più volte. io l’ho letta varie volte, e il senso c’è, basta cercarlo, è evidentissimo.
    tash, fatti du’ spaghi…

  23. un poeta ragionevole il 11 febbraio 2007 alle 20:48

    quando si argomenta dicendo “la poesia è ragione” non ha molto senso farlo, caro tash, è una sentenza grossolana parecchio. una cazzata, come si dice dalle mie parti, e una semplificazione infantile

    se poi dici “per me la poesia è ragione” sono problemi tuoi che non so quale specialista potrebbe risolvere, ma dante e tant altri, quasi tutti, ti sputerebbero in un occhio.

    petrolini era ottimo performer e poeta e ha collaborato con i migliori poeti futuristi, se l’intento era insultare, trattasi di altra stupidaggine.

  24. Fiorello M. Annoia il 11 febbraio 2007 alle 21:00

    tashtego, ma tu hai argomentato? e cosa, e su cosa, se è lecito? la solita solfa apodittica e dogmatica sulla poesia e sul senso? e senza nemmeno il sospetto che possano essere ‘anche’ altro da quello che presumi di sapere? vedi, tu ripeti esattamente quello che ti hanno inculcato in quel ‘lisceo’ che tanto fustighi ad ogni pie’ sospinto: la poesia ricondotta a parafrasi dei versi, con soggetto, predicato e complementi in bella evidenza, magari con il vocativo sempre in primo piano. tutto ciò che si agita a un palmo da questa emerita stronzata non esiste, è ‘emozzione’, un modo come un altro, da parte tua, per liquidare, deridendoli, sforzi che, in ogni caso, e per fortuna della poesia, ti sono preclusi.

    ‘meglio buttare lì l’insulto…’

    ma stai scherzando? ‘titillamento’, ‘inutili sforzi’, ‘poesie leggere e inutili’, che ‘per debolezza si schiacciano ed evaporano subito dimenticate’.
    cos’è, il tuo modo di fare complimenti? ti è mai passato per la pelata che in quello che ‘tu’ disprezzi e copri di ridicolo può esserci la vita di una persona, il suo sentire (anche se la parola ti fa ‘senso’), il suo vissuto, il suo mondo?

    dire ‘questa poesia non mi piace perché non rientra in quella che è la mia idea di poesia’, è un conto; dire ‘tutto ciò che non rientra nella mia idea è ridicolo’, è solamente offensivo. nonostante il ‘sommessamente’ di apertura.

    per non parlare delle amenità sul ‘senso’… e sulle relazioni ‘mondo-mente’. come se esistesse un solo mondo e una sola mente. per fortuna l’arte è lì, da sempre, a smentire questo assunto che cancellerebbe due terzi di cultura e di pensiero prodotti nel corso della storia.

    ho argomentato? no? fallo tu, magari dopo una porzione abbondante di abbacchio.

  25. sitting targets il 11 febbraio 2007 alle 21:14

    no, si fà du spaghi. per argomentare penso sia meglio, sta più leggero…

  26. tashtego il 11 febbraio 2007 alle 21:22

    @poeta rag.
    se mi dai del petrolini mi lusinghi.

    @fiorello
    non ho detto che la poesia qui sopra è ridicola.
    dico che è inutile e dimenticabile, ciò non significa che non possieda elementi estetici.
    per senso intendo il “senso comune”, sì proprio quello, quello che ci consente in questo momento di scambiarci inutili parole (astiose e prevaricanti) scritte, quello che non c’è bisogno esista una sola mente (il mondo purtroppo è uno e tu non puoi farci niente, per quanto possa sentirti “poeta”) per esistere, quello che è una costruzione culturale su base probabilmente naturale, cioè evolutiva.
    questo è il senso cui mi riferisco, quando affermo che costituisce la vera sfida della poesia e anche la sua condanna.
    tu puoi affermare quanto ti pare che non esiste un solo mondo, sovente i bimbi lo fanno e anche molti adulti con peli sul petto e pizzo sul mento.
    non disprezzo affatto “la vita di una persona, il suo sentire (…), il suo vissuto, il suo mondo”, ma nel momento in cui si propone come poeta pubblicando un suo testo ho il diritto non solo di dirne ciò che penso, ma di esigere che lo sforzo di metterci in contatto con er suo vissuto e il suo mondo sia autentico e non una gradevole farsa, come qui sopra.
    mi spiace solo che in questo caso “devo” attaccare un testo che a me pare riuscito sul piano del gusto, ma non della sincerità dello sforzo lirico (a me, non necessariamente a te), quando qui si è letto di molto peggio.
    il fatto poi che la poesia (secondo la vostra concezione) debba necessariamente generarsi dall’intimo e “dar vissuto der poeta” e non per esempio, da passione civile, o metti da un’equazione matematica, quello sì, è ancora liceo.
    stop e fine della polemica, per quanto mi riguarda.

  27. bruno esposito il 11 febbraio 2007 alle 22:43

    Infatti il mio riferimento a Petrolini non era affatto offensivo. Tutt’altro.
    Quello scritto ( chiamarla poesia mi sembra fuori luogo ) è brutto, lo vede chiunque. Però a qualcun’altro può piacere. Perchè commentare ? Da quando ho letto l’ultimo di Hornby mi sono convinto che l’unica critica è quella positiva.

  28. un poeta ragioniere il 11 febbraio 2007 alle 22:54

    esposito (chiamarti bruno mi sembra fuori luogo), usando i tuoi stessi brillanti metodi argomentativi, tu e la poesia avete litigato da tempo, lo capisce chiunque, ma a qualcuno potrebbe anche sembrare che andate daccordo.

  29. g.l.beccaria il 11 febbraio 2007 alle 22:58

    un po’ di grammatica e di ortografia, please.

  30. un poeta ragioniere il 11 febbraio 2007 alle 23:06

    Caro Esposito (chiamarti Bruno mi pare fuori luogo), nel risponderti faccio uso dei tuoi medesimi brillanti metodi argomentativi.

    Tu e la poesia avete litigato anni orsono, lo comprende chicchessia, ma a qualcuno potrebbe anche sembrare che la vostra sia un’intesa perfetta.

    a sua disposizione, sor Beccaria, anche se a quest’ora non guasterebbe una maggiore indulgenza……

  31. Fiorello M. Annoia il 11 febbraio 2007 alle 23:25

    La poesia richiede unicamente capacità di ascolto, cioè accettazione del suo singolare ‘essere’, qui e ora. Da qualunque orizzonte derivi. La poesia, nel suo farsi condivisione, non dice nient’altro che la sua esistenza di ‘corpo segnico’, in quelle forme e non in altre. Essa non deve ‘significare’, tantomeno ‘rappresentare’: il suo ‘sguardo altro’ sul reale può solo accennare alla molteplicità di sensi che esso contiene; la sua riduzione a pura mimesi che avvalora, o rovescia, una prospettiva già data, è negazione, non solo della sua finitudine, ma anche della molteplice e metamorfica alterità nella quale siamo immersi. Chi vi cerca qualcos’altro, può benissimo rivolgersi a un trattato di sociologia applicata o a un breviario devozionale.

    La lettura, allora, sempre ‘criticamente’ impostata, non può che essere uno sguardo dall’interno del testo, non un esercizio di costrizione del testo stesso all’interno di uno schema (quasi sempre di natura loica, più che logica), qualunque esso sia e da qualsiasi ragione motivato.

    Il che non significa che tutti i testi sono ‘belli’, e che quello dei poeti è il migliore dei mondi possibili. Anzi. Ma il ‘giudizio di gusto’ (!), assolutizzato (a proposito, da quale ‘regione’ dell’essere proviene?), è al di qua di ogni forma, anche elementare, di giudizio e, in ogni caso, è già negazione in atto dell’essere singolare finito che si offre alla lettura. Altre sono le ragioni che fanno sì che un testo regga o non regga, e sono tutte interne al testo stesso. Ignorarlo, è solo applicare ‘categorie’ a ciò che, per sua natura, è libertà fuori, e oltre, ogni schema.

    E poi: è poesia ‘civile’, politica, ogni forma di scrittura che muove coscientemente allo scardinamento delle strutture della comunicazione reificata nella quale siamo immersi; quella stessa comunicazione che, riducendo la pluralità dell’esistenza a schemi verificabili/controllabili, non fa che perpetuare logiche di dominio, insieme ai rituali comunicativi che gli fanno da supporto essenziale.

    p.s.

    E’ una gioia vivere nel mondo dei bambini, con o senza peli e pizzetto sul mento. Io mi ci trovo bene. Chi lo nega, sta già riaffermandone, a sua insaputa, l’esistenza. E se quello è un mondo, calcato a rovescio di una pseudo razionalità che tutto ingloba e spiana, va da sé: i mondi sono almeno due. E ciò contraddice, de facto, l’assertività dogmatica di chi riduce il tutto ad un unicum, ad un universum sostanziato di consolatorio ‘nulla’. Allo stesso modo, e nelle stesse forme mutate di segno, di chi lo vede animato di consolatorie deità. Altrettanto annichilenti. Altrettanto fuori da ogni orizzonte umano. Tra la ‘macchina’ e ‘dio’, la poesia sceglie se stessa: la sua natura di singolare irripetibile finitudine: di cui è annuncio e silenzio, alba e tramonto.

  32. cara polvere il 11 febbraio 2007 alle 23:32

    @ maria (valente)

    solo grazie. davvero.
    anche per la delicata cura di avere ricordato tra tantissimi commenti il mio riferimento a van gogh.
    paola

  33. sitting targets il 11 febbraio 2007 alle 23:44

    eh, guarda che la maria (valente) è una in gamba! e scrive pure molto bene.

  34. Blackjack il 11 febbraio 2007 alle 23:45

    Un applauso ritmato, in piedi, da spellarsi le mani!

    Blackjack

  35. cara polvere il 12 febbraio 2007 alle 00:24

    @Fiorello

    se i commenti vengono abbastanza bene è anche perchè alcuni articoli postati sono belli e interessanti.
    ti ringrazio.

    @ la giusta

    e buttalo via… buttalo… un orgasmo.
    non sia mai.

    @ mario
    sarebbe una “prova d’amore”?
    azz.

    @coltisbagli

    e chi ne ha, più ne metta.

    @tashengo
    intanto il termine “emozzioni” buttato lì con disprezzo non ti fa onore. usi i soliti argomenti ritriti.
    avrai bene anche tu delle “emozzioni” o sei di quelli imperturbabili che sotto la camicia o la polo inamidate nascondono un’orticaria nervosa? oppure si mangiano le unghie? qualche tic?
    hai scritto un libro. avrai chiamato a raccolta mica solo nozioni, mi auguro. ci avrai messo pur qualcosa di te.
    che so, a pagina 30 magari una risata?
    o mentre lo scrivevi avrai sentito dallo stomaco qualche emozzione o no? e quando ti hanno annunciato che saresti stato pubblicato che hai fatto? hai eiaculato da un orecchio?
    scusami eh. sono io che straparlo e non capisco, sicuramente
    ma essebdo che anche tu parli a ruota libera in questa libertà ti seguo.

    “il “senso” si genera dal rapporto mente-mondo”

    tutto sta a comprendere cosa intendi tu per mondo
    perchè detta così sembra che tu sia fatto di sola testa
    una testa e il mondo.

    per me il senso fenomenale della poesia si genera a n c h e
    ma non solo nello spazio che sta tra mente e mondo
    ed è quello spazio senza distanze di sicurezza con cui non vai d’accordo
    è quello spazio senza controllo (e non parlo di uteri peni o ormoni scatenati, ma di percezioni extracorporee tra corpi e oggetti e luci e suoni e colori che ci attraversano e parlano) che hai timore possa prendere il sopravvento sul rigore che hai scelto come modulo di vita che io rispetto, senza dubbio, ma forse ammettendo la tua paura per tutto quello che potrebbe farti sgarrare da un’immagine che gli altri hanno di te prima ancora di quella che tu ti sei
    accollato forse la conversazione e i tuoi commenti sarebbero meno sterili e più convincenti.
    non hai l’abitudine all’ascolto profondo dei tuoi organi
    li senti ma li neghi. il rimbombo delle non voci tutto intorno, lo neghi. il tuo eco dell’ego in te sono un chiodo che punge e che non puoi estrarre, ecco perchè li ravani negli altri.
    operi una scissione totale, quasi rifiutassi i messaggi fisici che devono sfogare.

    sembra tashengo che tu stia galleggiando per l’esistenza solo in possesso della testa padrona e mistress a sua volta di tutto e contro tutto il resto della terra.
    i suoi organi e quelli degli altri compresa la testa degli altri, solo optional.
    che non lti venga in mente la follia istruttiva ma troppo infantile di comprarti un palloncino che a parte non lo sapresti guidare rischieresti di volare ancora più alto senza tutto l’ambaradan che giuri di non avere attaccato alla testa.
    sempre cordialmente
    paola

  36. Taos-pueblo il 12 febbraio 2007 alle 00:36

    Suona bene. E il senso c’è.
    Basta non cedere alla tentazione di lasciare perdere alla quinta parola, maccome dov’è soggetto-verbo-predicato? Non ha un “senso comune”. Basta non cedere ai pregiudizi e tenerle aperte quelle antine dalle quali cogli il bello nelle cose, e vedrai che un senso lo trovi.
    In fondo il senso comune è un pregiudizio. Una poesia ha il senso che il lettore “mentalmente aperto” vi trova, e il bello è che è per ciascuno diverso.
    La poesia dovrebbe polverizzarli i pregiudizi, e soffiar via la polvere col vento.

    un saluto

  37. alcor il 12 febbraio 2007 alle 00:57

    Che spasso.

  38. Fiorello M. Annoia il 12 febbraio 2007 alle 01:00

    In ritardo, a quanto pare…

  39. alcor il 12 febbraio 2007 alle 01:03

    Meglio tardi che mai.

  40. Fiorello M. Annoia il 12 febbraio 2007 alle 01:06

    Non sempre…

  41. cara polvere il 12 febbraio 2007 alle 01:10

    si semifuse l’alimentatore del pc
    e tanto tash difficilmente mi replica
    nonostante io provi ad argomentare.
    p.

  42. alcor il 12 febbraio 2007 alle 01:10

    Ma sì…

  43. alcor il 12 febbraio 2007 alle 01:20

    Avverrà che si spopoli
    Nel vuoto la provincia
    Dei corpi ma è metropoli
    Di nomi ricomincia
    L’animazione e preme
    Convocandoci insieme
    Nel terrore indiscusso
    Districati ci basta
    Tacere e città vasta
    Si fa per noi quel flusso.

    (da Edoardo Cacciatore, L’esse blesa)

    E buona notte a tutti.

  44. Fiorello M. Annoia il 12 febbraio 2007 alle 01:32

    Bèh, niente da dire, Cacciatore è un grande, e anche un ottimo viatico per la buona notte. Dovresti, se mi consenti, farne leggere le opere a ‘qualcuno’… con me sfondi una porta spalancata.

    Auguri per la tua opera futura di proselitismo e convincimento.

  45. Mario il 12 febbraio 2007 alle 01:49

    Può un non-poeta parlare di poesia?
    Tanto, hanno ragione tutti: manca un codice, un giudice, un tribunale.
    Non manca la polizia giudiziaria, anzi, è anche numerosa, ma poi il giudice archivia con un “non luogo a procedere”. Sarebbe tempo perso un procedimento, e poi in nome di chi? Del popolo italiano? (o francese o finnico). Ridicolo.
    La poesia sta lì e basta, sparso espettorato o rigida costruzione che sia. Quasi sempre si dimentica. Circola nei circoli, e latita nel mondo. Correttamente. La poesia parla per definizione solo del proprio autore, e non tutti sono (siamo) interessanti. Poche volte affascina, basta chiedere in giro.
    E poi sono le 2 meno 10.
    Buonanotte

    Mario

  46. tashtego il 12 febbraio 2007 alle 08:25

    polvere, certo: cercherò di risponderti.

  47. tashtego il 12 febbraio 2007 alle 09:49

    però non sarà facile visto il contenuto del tuo commento.
    dovrei sempre pensarci due volte prima di mettere mano alla tastiera, qui.
    stavolta non l’ho fatto.
    peggio per me.

  48. così&come il 12 febbraio 2007 alle 10:19

    Poesia speri mentale…

  49. cara polvere il 12 febbraio 2007 alle 10:46

    @tashengo.
    chiaramente, non pretendo risposta, non sei obbligato a rispondermi e credimi, non cerco nessuna polemica ma non mi va di leggere sempre scatarrate sputate così, con leggerezza ignorante. tanto per fare. lo dico da persona che spesso ha fatto la stessa cosa, ha sputato e che è stata male da cane quando è stata sputatai
    non è per farmi compatire, o per fare il saggio calato con l’argano dalla montagna, tutt’altro, bada bene.

    ogni tanto ci starà pure uno scatarrazzo, farà pure glamour, farà pure per chi lo produce tanto “vip on the road”, ma non si deve dimenticare che dietro le cose scritte possono esserci storie “emozzionali” assai complicate e fragili e che la scrittura può essere l’unico modo per strisciare fuori dal buio o dalla troppa luce o che so io. (parlo di poesia)
    si è troppo abituati ad appendere certezze definitive al giudizio proprio e degli altri, troppo a scrivere per gli altri e ci si inaridisce, ci si costringe a passare oltre certi messaggi
    che ci metterebbero a pensare nudi su una sedia a dondolo per un bel po’. e non si ha tempo per queste fesserie, no?
    emozzioni. già. già. hai mai visto una scimmia che partorisce un cucciolo morto? se lo porta in bocca per gorni e piange.
    hai mai sentito i gridi dei delfini per chiamare il compagno e la compagna morti? hai mai visto i pelvicas cromi pisucchiari i loro avannotti e riportarli nella tana e là risputarli?
    e via così. non sono molto dissimili dalle emozzioni umane.
    ma saranno emozzioni? ti chiederai: che caspita c’azzecca tutto questo? forse qualcosa, dipende.
    ecco. ribadisco ancora che il mio commento a te non ha intenti polemici.
    un’altra cosa. non mi piace la tua assenza d’ascolto, ma sono venuta a farti i complimenti per il libro.
    mi rendo conto di avere sbagliato ma in quel caso un grazie anche tirato sarebbe stato gradito.
    un saluto
    paola
    ma ok.

  50. irene il 12 febbraio 2007 alle 10:56

    Il soggetto trionfa, direi, in barba alla poesia. In questi testi c’è tutta l’impotenza dei tempi, la loro incapacità di segnare itinerari di utopia. Per me, un passo indietro rispetto al corpus interessante di “La merca”, dove la Daino per lo meno rincorre un maledettismo vitale, e dove la lingua non è fine a se stessa. Qui è il solito gioco ad incastro di lemmi desueti con altri tratti dal quotidiano; niente di nuovo e per di più anni luce indietro rispetto a ciò che nel campo hanno detto autori come Sanguineti, Villa, et ultra … Autori che comunque, nell’esibire il procedimento particolare della scrittura (l’organizzazione fonico-ritmica), non disdegnavano produrre senso … La Daino persegue una direzione di ricerca interessante; solo che rischia il patetico, per lo meno quando si dimentica di uscire da se stessa.

    Irene

  51. Chiara Daino il 12 febbraio 2007 alle 13:45

    E dopo il gladiatore – nell’Arena entra: l’autore.
    Arena non “a caso”: la mia casa è il Teatro.

    Scritto questo:

    @Luminamenti
    a Lei, lettore soddisfatto

    @ Paola
    grazie per la stima che ricambio e il confronto stimolante che sempre (qui e in altre sedi) – regali

    @dalsudconfurore

    Infatti, negli intenti di chi scrive non vuole essere “poesia” quanto “versi di anima/animale

    @ Fiorello M.Annoia
    Tutto il mio Credere non è vano grazie alla stima di sensibilità come la Sua. Ogni suo parola è stilla di quell’essere umano che, per me, è via Maestra.

    Grazie

    @ Morgan

    Grazie per aver condiviso le sue impressioni: il confronto è indispensabile alla crescita personale/professionale. I miei obiettivi li porto avanti con determinazione (e, trattando di obiettivi – siano sitting targets!) alternandoli al mio percepire.

    @ la giusta
    Un orgasmo è sempre un orgasmo ma, per citare Aldo Busi: «per fare bene l’amore ci vuole una testa fatta meglio, perché una scopata la puoi improvvisare, una testa no»

    @Nunzio Festa
    Colgo l’occasione per ringraziarLa della recensione -senza altre parole ma con la commozione – che sia!
    B and B!

    @Mario
    evitiamo gli spargimenti di sangue!;-)

    @Tashtego

    Non so se il suo “ego” si confini solo nel nome – il mio IO è sempre presente a guardare se stesso come gli altri. Un’attrice senza ego non potrebbe mai “far suo” un personaggio.
    I miei testi e il mio dar forma fortunatamente non suscitano ovazioni universali, per cui La ringrazio: diffido sempre di chi è “amico di tutti”.

    @Claudio
    Come sopra – e la mia impronta rimane più profonda nel momento esatto in cui non traccia altri sentieri,
    grazie dell’onestà e della brutale sincerità. Doti che apprezzo e stimo, che uso e sono lieta (mi) siano usate

    @bruno esposito
    Tanto di cappello a Petrolini

    @poeta ragionevole
    Come sopra: omaggio ai performer

    @sitting targets
    I’m an author and an actor too…

    @bruno esposito bis
    Che per Lei sia brutto è normale e fisiologico,ma il generalizzare (lo vede chiunque) sarebbe pari al sostenere che una donna per Lei “brutta” non possa essere amata e considerata “bella” da un altro. Non crede?
    Aggiunge che «a qualcun altro potrebbe piacere» e per quell’uno il mio scritto si fa letto condiviso.

    @Taos Pueblo

    Per te tutto il mio DUENDE

    @Irene
    Ti ringrazio per aver citato La Merca dove più che la lingua usata è il detto che conta: sì, sono patetica perché il pathos che sento è volto alla denuncia. La direzione che seguo è interessante nel momento in cui un’anoressica mi scrive un “grazie” (e da il senso al mio lavoro!), uno psicologo si complimenta per la brutale dichiarazione del vero, nel momento in cui l’opera-opera un aiuto per il cambiamento, allora sì: Daino è interesse – interagire!
    Quanto all’uscire da me stessa è un’impresa da proiezione in astrale che lascio volentieri ai professionisti dell’annullamento dell’io.
    *

    Spero di non aver dimenticato nessuno.
    Ringrazio nuovamente tutti i partecipi/partecipanti per l’opportunità di dialogo.

    Saluti,

    Chiara Daino

  52. tashtego il 12 febbraio 2007 alle 14:42

    @chiara daino
    non ho nulla contro il suo “IO”.
    se lo coltivi, quando è “nell’Arena”.
    però qui non si trattava del mestiere dell’attore, ma di altro.

    @carapolvere
    ok, se consideri una “scatarrata” il mio commento, inutile proseguire con ulteriori approfondimenti.
    in ogni caso: complimenti per l’inventiva: “i creativi so’ creativi” diceva un tipo rozzo che conosco: tu sei “creativa” non è vero?

  53. carla bariffi il 12 febbraio 2007 alle 14:46

    ho anche io una domanda…

    @Tash:
    posso sapere il titolo del libro?

  54. tashtego il 12 febbraio 2007 alle 14:52

    @carla
    senz’altro:
    Francesco Pecoraro, Dove credi di andare, Mondadori 2007, 16 euri per duecento pagine.

  55. Chiara Daino il 12 febbraio 2007 alle 15:22

    @tashtego

    Lei ha scritto: «poesia è ragione, non emozzione.
    è sforzo spasmodico di condivisione, non ego.» – quindi Lei, per primo, a parlare di EGO in sede non-performativa.

    Che io reciti scriva o canti, comunque le assicuro che il mio ego è sempre con me, stretto, dirompente e dilagante.

    Oui, c’est moi!

    Chiara D.

  56. cara polvere il 12 febbraio 2007 alle 15:30

    @tashengo.

    oh, insomma.
    confermo che “emozzioni” detto così mi sembra uno sputacchio e comunque ho parlato per lo più in generale
    prendendo coda al particolare che mi è capitato sotto gli occhi.
    comunque oltre quello, ho scritto molto altro
    a me hanno detto di peggio e nonostante ho sempre risposto.
    uhm. mi sa di tutte scuse.
    tanto me lo aspettavo che alla fine avresti trovato il modo per non rispondermi.
    bene così. ancora di più sono convinta che tu abbia un’orticaria nervosa tra mente e corpo, proprio sotto la camicia. aria. aria. ogni tanto fai respirare la pelle
    un saluto
    paola

  57. cara polvere il 12 febbraio 2007 alle 15:43

    @tashengo.

    ho scritto come commento che si fa arte non per essere felici ma per essere liberi da se stessi anche se liberandoci ci facciamo spazio per altre catene.

    se questa è creatività allora si, sono creativa.
    rozzamente creativa perchè non mi appartiene nessuna forma finita e credo non appartenga a nessuno, nemmeno a te.
    ma sono opinioni personali.

    per me creare è solo un modo spaventoso di evolvere la propria morte e la m o r t e in qualcosa di sublime e meno spaventevole ma spesso mi accade il contrario… che creando mi vedo e mi faccio più paura della mia stessa morte e allora creare diventa più una punizione.
    in entrambi i casi l’urgenza m’impedisce di non creare.
    azz. che avvitamento, eh.
    paola

  58. cara polvere il 12 febbraio 2007 alle 15:48

    @tashengo.
    correzione:

    l’arte o meglio la creazione dell’opera è un rito non per essere felici ma per essere liberi da se stessi… ecc
    un rito
    un rito

  59. Chiara Daino il 12 febbraio 2007 alle 16:05

    @tash

    un rito
    un rito

    per liberare se stessi e chi non ha forza di liberarsi da solo…

    Punti di vista: il bello delle diverse messe a fuoco!

  60. tashtego il 12 febbraio 2007 alle 16:43

    @cara polvere

    Ok.
    Come saprai io qui ti considero anti-materia, nel senso che di ogni cosa che digiti mi accorgo che penso il contrario.
    In più, non ti capisco tanto.
    Ma come dici tu sono asfittico e in più il Gabbiano Jonathan lo abbatterei a fucilate.
    Il discorso, per colpa mia (e qui ti/vi do ragione), è finito nelle solite secche damasiane del binomio emozione /ragione.
    Non fatico a riconoscere l’inopportunità del mio commento di ieri, dettato dall’irritazione per i vostri di commenti, non per la poesia in sé.
    Non-opportuno in quanto inutile e mal formulato: il discorso sulla poesia non tollera la sintesi webbica cui mi sento chiamato quando sto in rete e che voi scambiate per presunzione.
    Ma la domenica pomeriggio, oltre che difficile da smaltire, è una cattiva consigliera per tutti.
    Non mi attardo quindi sull’emozzione, dei delfini e non.
    Se scrivo “emozzione” è per indicare una forma esibita e perciò degradata di emozione.
    Dico emozzione per indicare un sentire che definirei di tipo veltroniano: “non si interrompe un’emozzione”, ricordi?
    Ho il massimo rispetto per le emozioni (sarebbe utile una definizione, ma chi ce l’ha?), anche se le vedo più che come un valore in sé – perché mai dovrebbero esserlo? – come un dispositivo (adesso cerca tu di capire me) per la super-conduzione delle nozioni, cioè per provocare reazioni rapide rispetto a informazioni sulle quali non c’è il tempo di decidere cosa fare, ma rispetto alla quali occorre reagire prontamente, pena la vita.
    Se poi questo dispositivo, di per sé molto efficace, ha degli effetti collaterali, occorre prenderne atto, ma con la coscienza che si tratta solo di rilascio di sostanze chimiche e impulsi elettrici, eccetera.
    Contrariamente a te io non credo alle emozioni come valore in sé, ma non ne nego l’esistenza, anzi.
    Non nego nemmeno il fatto che alla base della scrittura poetica (e non) c’è sempre un “sentimento”, uno stato di iper-sollecitazione emotiva, uno stato di stupefazione, di melancolia, di nostos-alghia, uno stato di desiderio per la persona amata, la memoria di qualcosa di lontano che si riaffaccia alla mente e domanda una qualche espressione, la rabbia e la passione politica, l’emozione sessuale, eccetera.
    L’emozione non ci si manifesta “dentro” (cioè nella mente) in forma di parole, come sembra faccia il pensiero (e non il linguaggio macchina del cervello, per esempio), quindi necessita di un apposito procedimento che la trasformi in parole, cioè la renda “comunicabile”.
    Quando parlo di “senso” non mi riferisco alla riconoscibilità fattuale di ciò che si mette in versi, quanto alla sua riconoscibilità emozionale, cioè alla capacità di innescare in chi la legge un procedimento di “intelligenza veloce” analogo (non identico, nè coincidente) all’emozione di partenza.
    È nello sforzo di estrarsi dall’ego per farsi lucidamente condivisibile (cioè per farsi senso), con qualsiasi mezzo abbia a disposizione, che risiede per me il valore di una poesia: quando non percepisco quello sforzo disperato e sderenante, allora penso che quello che sto leggendo posso pure smettere di leggerlo.
    Questo è anche un motivo per cui diffido dei lunghi componimenti, perché, come lettore, so che la tenuta lirica alla sua massima intensità si può ottenere solo per pochi versi, perché è un risultato quasi magico, irripetibile l’istante successivo.
    Per questo amo Penna.
    Perché Lui lo sapeva.
    Se fai caso ad un assolo di Coltrane puoi osservare che riesce a raggiungere la massima intensità lirica solo per pochi secondi, per una o due frasi, non di più.
    Con questo non intendo né salire in cattedra, né esaurire l’argomento “poesia” (ci mancherebbe), intendo solo descrivere il mio modo (personale, certo: cheppalle doverlo sempre ribadire) di leggerla e in cui tento, maldestramente, di farla.
    C’è un libro di Victor Slovskij che si intitola “L’arte come procedimento”, mi pare.

    O.T.
    Sai qual è il più bel verso del Novecento, secondo me?
    “Due, er bue”.
    È contenuto in una filastrocca legata ad un gioco romanesco che si chiama Tre-tre-giù-giù.
    Il primo verso, decisamente inferiore, ma pur sempre di buon livello recita così.
    “Uno, monta la Luna”.

  61. eunuco il 12 febbraio 2007 alle 16:44

    W le donne.

  62. alcor il 12 febbraio 2007 alle 16:52

    Se non riesce a impallinarlo Tash mi segno per il secondo colpo al gabbiano Jonathan.

  63. Chiara Daino il 12 febbraio 2007 alle 17:24

    Se è possibile effettuare uno scambio di vittima:

    Sparate a me
    e lasciate volare Johnatan – uno dei pochi AVIUM che sa emozionare e far riflettere, insieme.
    Altrimenti temo che il prossimo passo sarà impiccare il Piccolo Principe…

    Grazie e scusate la richiesta di grazia

    Chiara

  64. irene il 12 febbraio 2007 alle 17:33

    @ Tash
    il verso per te migliore del Novecento m’ha fatto ricordare il mio distico preferito:
    “t’amo o pio bue / anzi ne amo due”, di Scialoja

    @ Daino
    non vorrei sembrarti pedante, ma la questione dell’io è stata risolta dalla meglio poesia novecentesca in un unico modo: riducendolo a nulla, o quasi, diciamo abbassandolo al rango di comprimario del gioco. Io, io, io …ribadire l’identità dell’autore corrisponde in realtà a un uso consolatorio della poesia (l’io si specchia in essa e si illude di esistere) …

    Irene

  65. Marco Saya il 12 febbraio 2007 alle 17:40

    Ciao Chiara ,

    bella dimensione sonoro-visiva. Prosegui così! la prima parte mi ha fatto venire in mente un modo di intendere e di esprimersi alla Tomaso Binga che sicuramente conoscerai.

    Un caro saluto
    Marco

  66. Chiara Daino il 12 febbraio 2007 alle 18:02

    @Marco
    SINE AESTETICA SINE AESTETICA !!!!;-)
    Grazie Marco and LET’S ROCK IT!

    A presto, con la stima che sai!

    @ Irene
    L’essere/non essere – a mio modesto avviso – rimarrà quaestio aperta e irrisolta.

    Per me l’importante è essere e essere coerenti con se stessi. Il verso, come l’opera diventa specchio (dell’io/del non io, dei tempi) – lo specimen è sempre. Non credi?
    Io r’esisto e – credimi sulla parola! – non vivo d’illusioni: bensì di forti volute – azioni.

    Sarà ingenuo cercare e seguire la Mia strada, profondamente e visceralmente mia – ma tra i tanti solchi tracciati ne esistono, ancora di: inesplorati.
    Ne sono convinta!

    Un saluto,
    Chiara

  67. Lorenzo Esposito il 12 febbraio 2007 alle 18:33

    Delle poesie parole su una pagina – di tutti i libri e delle loro carte di tanto tempo fa – bisognerebbe ricordare il colore (della lettura del lettore). Su uno schermo non so – il colore. Ma qui, nel dittico, una luce c’è.
    loresp

  68. Chiara Daino il 12 febbraio 2007 alle 18:44

    @ Lorenzo Esposito
    e caduta dagli occhi – memoria del gRosso tu-tum!

    C.D.

  69. Molesini il 12 febbraio 2007 alle 18:52

    Una cosa molto bella. Famme/fameia andavano dette così, già dal proposito. Almeno, in quel “così” c’è una sorta di aspettativa, che ogni titolo ne ha una. Io qui ti vedo recuperare certi argomenti smessi altrove, quello della melodia e quello della sapienza di certi sostantivi. Hai preso cento punti secchi, per quel che mi riguarda, e qualcosa in più capisco (o voglio capirci, certo) del percorso e del suo dentro. E mi emoziona, brutta parola, vera quanto brutta è.

  70. cara polvere il 12 febbraio 2007 alle 22:16

    @tashengo

    intanto sono contenta tu abbia cercato un po’ di tempo
    per rispondere. il fatto di essere io antimateria e tu (immagino) materia, presuppone che tra noi due, ci si dovesse mai incontrare, si dovrebbe produrre qualcosa di annichilente per essendo che l’unica cosa che mi differenzia da te è una piccolissima barra di sovrascrittura ma che uno è libero d’impegnarsi a bypassare o meno, a discrezione.
    lo sapevi che il big bang era assente da antimateria?
    tutto a vantaggio della materia, sicuramente destinata ad avere il più delle volte il sopravvento

    asfittico? un po’
    almeno nei tuoi commenti, ci leggo una certa costipazione, una certa insofferenza ansiogena da confronto.
    il timore di non riuscire a sostenere una certa coerenza-ruolo
    se non con il mettere gli ossi cranici in posizione di testuggine.
    poi A
    se ti rivolgi a me non occorre usare il voi, non generalizzare. parla con me. scrivi: che io scambio per presunzione.
    sicuro che io giudichi preventivamente il tuo atteggiamento come di presunzione? uhm- degli altri non so.
    poi B

    “come un dispositivo (adesso cerca tu di capire me) per la super-conduzione delle nozioni, cioè per provocare reazioni rapide rispetto a informazioni sulle quali non c’è il tempo di decidere cosa fare, ma rispetto alla quali occorre reagire prontamente, pena la vita.”

    –dunque l’istinto codificato geneticamente. atavico. animale.
    quello che permette lo scatto della gazzella e il balzo della leonessa sul collo della gazzella.
    quindi l’emozione ha uno scopo utilitaristico è un programma determinato da impulsi elettrici e rilascio di sostanze chimiche dipendenti dalla situazione , che entra in funzione in determinate situazioni: corteggiamento copula, allevamento progenie, difesa, uccisione della preda, uccisione per sopravvivenza.
    le emozioni di cui tu parli hanno un fine in natura: mors tua, vita mea.
    benissimo.
    e non è lo stesso scenario che il poeta tenta di descrivere
    nel linguaggio che meno gli provoca disagio d’espressione?
    il poeta, lo scrittore, il musicista, lo scultore… etc etc
    ma. tashengo, tieni presente che l’uomo un bel giorno divenne bipede e la sua alchimia cerebrale cominciò a produrre emozioni in maniera esponenziale ed emozione dopo emozione, il cervello si sviluppò, si allontanò anni luce da quello dei suoi progenitori. e divenne, ahimè, quell’organo diabolico che è oggi.
    se poi mi dici che l’arte è un tumore impazzito delle emozioni di cui tu parli, potrei anche essere d’accordo.
    l’arte è una modifica genetica prodotta dal sistema d’autodifesa sempre più immunizzato dai codici ancestrali.
    non posso uccidere quello che mi ruba la femmina, allora scrivo una poesia.
    non posso cupulare con la femmmina che a me sembra forte e perfetta per far nascere cuccioli sani? ok. scolpisco una statua. più o meno così-
    ovvio che così non è per tutti ma se non si è poeta o scrittore o scultore si è certamente mille altre cose: fobico, paranoide, ansioso, aggressivo. e via così.

    il bacio ci è stato tramandato dal gesto di nutrimento boccale animale femmina e cucciolo eppure pur senza il passaggio madre cino figlio quando baciamo sentiamo dei brividi che ci aprono e ti concedo pure brividi chimici. e sia. ma. non riceviamo più cibo materiale. eppure un bacio ci sazia, ci consola, ci riempie. ecco. all’emozione atavica del nutrimento si è sostituita l’emozione del nutrimento virtuale. è lì, il mistero dell’evoluzione delle emozioni.
    l’uomo ha questa capacità di virtualizzare tutto e così ha fatto anche con quegli impulsi elettrici di cui parli, con quelle sostanze chimiche rilasciate…
    voglio dire che tutti quei comportamenti emozionali di autodifesa sono stati virtualizzati in modo che ne traessimo un “giovamento” diverso da quello per cui agivano…

    per me comunque il travaso e la successiva trasformazione delle emozioni primordiali dal libero e pieno autocontrollo naturale all’odierna costipazione dell’ipofisi che provoca sempre più emorragia di autocontrollo e che non sa nemmeno cosa sia più la sana circospezione di una fame, rimangono ancora per molto versi oscure.
    tashengo, insomma le emozioni dell’uomo moderno sono un’involuzione rinsecchita di quelle dell’uomo privitivo!?

    il poeta forse su questo ci riflette e tenta di scriverne svuotando le sue ampolle, i suoi calici, le sue corde di violino, la sua fatica a stare in equilibrio tra richiami all’origine sempre più flebili.
    fine della creazione.

    confido nel fatto che mi capisci poco e che l’antimateria si assenta spesso ma poi alla fne non è che diciamo le stesse cose?

    @Chiara

    anche a te, grazie, per la disponibilità a metterti in discussione e per il piglio con il quale porti la tua ricerca poetica (poetica in senso lato)

    un saluto
    paola

  71. cara polvere il 12 febbraio 2007 alle 22:20

    ah il poeta oltre ad essere disgraziatamente poeta, può anche essere, anzi, spesso è, paranoide, fobico, ansioso… ecc ecc.

  72. alcor il 12 febbraio 2007 alle 22:23

    perché lo chiami tashengo?

  73. stefano il 12 febbraio 2007 alle 23:21

    la domanda di alcor, qui sopra, mi ha fatto molto ridere.

    trovo poi che la parte centrale dell’ultimo commento di paola, quella che gravita intorno al “mistero dell’evoluzione delle emozioni”, sia una dignitosa contraddizione, benché non ancora confutazione, del materialismo radicale di tash – che pure, dannazione, mi persuade.

    vorrei essere meno bipartisan, ma non so come uscirne.

  74. cara polvere il 12 febbraio 2007 alle 23:36

    @ alcor

    perchè, ha un’altro nome?

    @stefano

    “mistero dell’evoluzione delle emozioni”
    virgolettato è bellissimo!

    e poi:

    hai detto bene tu

    “una dignitosa contraddizione, benché non ancora confutazione”
    anzi in certi punti mi è persino sembrato di pensarla come tashengo.
    ho vacillato e vacillo.
    non so fino a che punto volevo e voglio confutare.
    sai, non so se ti è mai capitato, quando leggi e rileggi un testo col quale sei in disaccordo e poi alla fine ci ritrovi parecchi lati del tuo pensiero.
    dovrei rimestare tutto e provare a riscriverlo perchè mi intriga l’argomento ma concetti li ho solo in fila nella testa, molto più difficile mi è tentare di scriverli più chiaramente.
    paola

  75. tashtego il 13 febbraio 2007 alle 00:02

    tash-tego
    non tash-engo.
    leggi bene.

  76. alcor il 13 febbraio 2007 alle 00:49

    “Poi veniva Tashtego, un indiano di razza, del Capo Allegro, il promontorio più occidentale del Vigneto di Marta, dove esiste ancora l’ultimo avanzo di un villaggio di uomini rossi, che per molto tempo ha fornito alla contigua isola di Nantucket molti dei suoi più audaci ramponieri. Nella baleneria usualmente li chiamano col nome generico di Capi Allegri. La capigliatura lunga, sottile e nerissima di Tashtego, i suoi zigomi alti e gli occhi neri tondeggianti – per un Indiano, orientali di grandezza, ma antartici nell’espressione scintillante – tutto questo lo proclamava a sufficienza erede del sangue incorrotto di quegli orgogliosi guerrieri-cacciatori, che alla ricerca della grande alce della Nuova Inghilterra avevano scorrazzato con l’arco alla mano le foreste aborigene di quelle coste. Ma, non più fiutando la traccia delle bestie selvagge dei boschi, ora Tashtego cacciava nella scia delle grandi balene del mare, il sicuro rampone del figlio rimpiazzando acconciamente l’infallibile freccia dei padri. Guardando la fulva robustezza delle sue agili membra serpentine, veniva quasi voglia di prestar fede alle superstizioni di certi dei primi puritani e si era mezzo convinti che questo barbaro indiano fosse un figlio del Principe delle Potenze dell’Aria.”

    :–)

  77. Fiorello M. Annoia il 13 febbraio 2007 alle 08:36

    Va anche a caccia di balene? Beh, allora si spiegano parecchie cose…

  78. cara polvere il 13 febbraio 2007 alle 10:40

    @Tash
    oh caspita! sono mesi che ti chiamo Tashengo!
    mesi!
    dannata antimateria cieca!
    e non è solo capitato con te.

    alcor! meno male che hai l’occhio aquilino, altrimenti qui
    avrei continuato a non rendere giustizia a un così valoroso guerriero che oggi, spero, non vada più a caccia di balene.

    allora Tash, ti faccio le mie scuse, davvero.
    da subito sarai: Tashtego! (l’ho copincollato, per non sbagliare.)
    paola

  79. stefano il 13 febbraio 2007 alle 10:54

    non posso crederci:-)

  80. una passante il 13 febbraio 2007 alle 10:57

    …occhio aquilino ?!

  81. Fiorello M. Annoia il 13 febbraio 2007 alle 10:58

    Meno male che ti sei corretta, cara polvere: ora le balene sono salve, la collera dell’idolo placata…

  82. Chiara Daino il 13 febbraio 2007 alle 13:39

    @Molesini
    Grazie per spingere sempre l’oltre e il dentro un passo avanti.
    A presto

    @Cara Polvere
    Personalmente non trovo alcuna contraddizione in te bensì: una splendida coerenza nel conciliare gli opposti (che sempre si alternano in noi) rimanendo una

    Saluti
    dalla bianca balena;-)

  83. tashtego il 13 febbraio 2007 alle 14:29

    @cara polvere
    all’inizio credevo scherzassi.
    poi ho sospettato che non avessi mai letto bene il mio nome di rete, che effettivamente proviene da Melville: tashtego, Stubb’s harpooner, tra quelli del pequod è l’ultimo a morire.
    gli altri due ramponieri sono daggoo e queequeg.
    per un breve tempo nel web sono stato daggoo, il ramponiere della lancia di Flask.
    per completezza ricordo che qeequeg è ramponiere nella lancia di Starbuck.

  84. cara polvere il 13 febbraio 2007 alle 15:05

    @tashtego

    ecco, vedi?
    sei materialmente prevenuto nei miei confronti.

    no. non scherzavo.
    ma ti pare?
    storpiare apposta per mesi un nome, in questo caso un nicknome?
    sai che divertimento.
    un “bel” gioco sarebbe durato poco.
    sono ignorante totale di Melville e pur possedendone una magnifica edizione non ne ho nemmeno finita la prefazione.
    gli unici libri “di mare”, che lessi, furono
    “il vecchio e il mare”, “ventimila leghe sotto i mari”, e
    “merluzzo”, praticamente una biografia storica del merluzzo, di mark kurlansky, oscar saggi mondadori, tra l’altro.

    bene. mi sono inabissata tra tutti questi ramponieri.
    ciao
    paola

  85. cara polvere il 13 febbraio 2007 alle 15:06

    consiglio vivamente lo splendidol libro di kurlansky

  86. alcor il 13 febbraio 2007 alle 15:24

    @Paola

    Consiglio vivamente Moby Dick

  87. tashtego il 13 febbraio 2007 alle 15:27

    ottimo il libro di kurlansky.
    tu mi stai dicendo che non hai mai letto Conrad? Stevenson? Melville?
    e nemmeno London e Kipling?

  88. cara polvere il 13 febbraio 2007 alle 16:24

    @ alcor
    :-) si

    @tashtego

    m’impressionò molto Una discesa nel Maelstrom di Poe, riletto recentemente con stessa emozione.
    Cuore di tenebra di Conrad lo cominciai ma non lo finii
    l’isola del tesoro no, però il signore delle mosche si, anche se ci sta poco con il discorso me che bel libro che è.
    Kipling no
    London si, martin eden e zanna bianca.

  89. b.georg il 13 febbraio 2007 alle 16:41

    se posso interporre un concetto – come diceva woody allen – in questa discussione:
    io sono pochissimo titolato a fare critica poetica, ma mi pare abbia ragione chi ha detto che opporre emozioni a razionalità non sia un buon viatico per una discussione fruttuosa.
    peraltro, se con la pistola alla tempia mi costringessero a fare un appunto ai testi in questione, direi che non mi pare proprio che vi sia troppa poca rielaborazione del “materiale emozionale o egoico” (scusate la bruttura); al limite, dovendo proprio, avrebbe più senso una critica contraria, cioè che il gioco letterario consapevole si spinge così in là che quasi sconfina nell’enigmistica e a qualcuno potrebbe risultare letterariamente (non emozionalmente o comunicativamente) un po’ gratuito. E dato che dove c’è elaborazione consapevole c’è giocoforza anche razionalità, mi pare che gli opposti della discussione si congiungano. chi volesse criticare questi testi, insomma, a mio parere dovrebbe usare argomenti diversi.

  90. cara polvere il 13 febbraio 2007 alle 16:47

    a b.georg
    e quali?
    p.

  91. b.georg il 13 febbraio 2007 alle 17:00

    @polvere
    ah questo non lo so :)
    ho premesso di non essere un critico e ho solo fatto notare che quella critica (che, se ho ben capito ma posso aver sbagliato, attribuisce una scarsa “comunicatività” a un’eccessiva immediatezza emozionale) a mio parere non è congruente con i testi, e questo lo capisco persino io che non sono un critico: al punto che si può dire forse che c’è troppa mediazione, non troppa immediatezza.

    in generale, se interessa il mio parere non molto meditato, sono per un approccio laico ai testi: non credo che se uno scrive un testo questo diventi un manifesto assoluto di poetica e chissacché. c’è anche l’aspetto del piacere nello scrivere (bene), del gioco, e mi pare che nei testi di Daino questo sia piuttosto evidente. Poetiche diversissime tra l’altro hanno sempre convissuto assai bene, al di là delle opzioni avanguardiste per cui una poetica eliderebbe le precedenti.

    c’è semmai da guardare se un testo funziona (in termini di tema, tono, lessico ecc. ecc) “date le sue premesse”, non se funziona date le premesse di un altro.
    questo lo può fare un bravo critico, io no di certo, che non so giudicare nemmeno me, purtroppo

  92. Alcor il 13 febbraio 2007 alle 17:42

    ottimo

  93. Chiara Daino il 13 febbraio 2007 alle 17:45

    @b.georg
    Io sono quella che nei testi è: troppo. Troppo artificiosa, troppo istintiva, troppo performativa o troppo cerebrale. Brutti o brutali, sperimentali o inutili. Banali o bestiali. Dipende…
    Mi sto cercando dove gli altri trovano. Pur, in tema di manifesto, il mio è di riadatto/ redatto:

    «Una giovene fiera a paro a paro coi nobili poeti va cantando, et ha un suo stil bruto e raro.
    Ven colei ch’ha ‘l titol d’esser belva: nudrita di penser non dolce, sciolta favella, tal che nessun sapea ‘n qual mondo fosse. Giunge la funesta: colei che ‘l mondo chiama ostile – e sempre un stil, ovunque fusse, tenne.
    Ven colei ch’ha ‘l titol d’esser folle: ch’ella amante terribile e maligna; disdegnosa e dolente si richiama. Del più dotto(r) figlia è chiara la crudel fama! Et anco è di malor: sì nuda e magra, tanto ritien del suo primo esser bile, che par dolce ma punge agra.
    E veggio ardir quella leggiadra fera, dispietata. Donna, fiera ch’è oggi ignudo spirto e felice sasso che ‘l bel viso serra; fu già quella: alta colonna di malor. Colei che con sua tela tutto ‘l mondo atterra, tornava con onor da la sua guerra, allegra, avendo vinto. Vedi il gran nemico? Com’arde in prima, e poi si rode, d’amor, di gelosia, d’invidia ardendo: in grembo a la nemica il capo pone.
    Vidi il gran nemico stanco già di mirar, non sazio ancora – gli occhi dal suo bel muso non torcea, gli occhi, ch’accesi d’un celeste lume. Femina vinse chi pareami tanto robusto [del qual più d’altro mai l’alma – e non sol quella
    ebbe piena]
    Dogliosa e secca fu principio a sì lunghi martiri: memoria di sospiri. Più salvatica che i cervi, non curando speme né pene, allegra giostra, avendo vinto la sua guerra. Costei non è chi tanto o quanto stringa: crudelmente scorza e rebellante suole – da le ‘nsegne d’Amore andar solinga. Non fan sì grande e sì terribil sòno Etna qualor da Encelado è più scossa, non freme così ‘l mar quando s’adira. Non bollì mai Vulcan, Lipari od Ischia, Strongoli o Mongibello in tanta rabbia: non già quanto lei a disfar tutto, così presto. Sia ‘l nome: Chiara e chiamasi Fame – et è morir secondo; ragion contra lei non ha loco e poco ama sé chi ‘n tal gioco s’arrischia.
    Tutte le sue Virtuti eran chiare mosse (a chiosa glossa): gente di ferro e di dolore armata.
    Schiera che del suo nome empie ogni libro; e come Fortuna va cangiando stile! Duro letto, dama sente. Ma benché obliqua, so quale lama sovra la mente: rugge, so com’ode saetta e come vola, e so com’or rubea per forza e come invola, instabili sue note, le mani armate – percote [E non v’è chi per lei difesa faccia quand’ella
    è sola]
    E son gli occhi: rapaci e tenaci, son come sete. So come nell’ossa il suo foco di pesce e ne le vene vive occulta piega, onde morte e palese incendio nasce.
    [E l’ira cresce]
    E so come in un punto si dilegua e non v’è speme di trovarla, e so in qual guisa, fra lunghi sospiri e brevi risa, voglia color cangiare spesso; stando dal cor l’alma divisa. Seguendo ‘l foco ovunque fugge; sa arder da lunge ed agghiacciar da presso.
    So come ogni ragione d’Amor discaccia, e so in quante maniere il cor distrugge. Insomma so che dama è alma ondivaga: rotto parlar con subito silenzio. E poi sparge mille volte il sangue: poco dolce molto amaro appaga, mal temprata con l’assenzio!
    Donna involta in veste magra, con un furor qual io non so se mai: «co la mia lingua e co la forte penna» [rispose quella che fu
    nel mondo una]
    Chiara: virtute accesa, quasi un scoglio. Et la boriosa impressa avea: sangue meschio, un singular suo proprio portamento, suo riso, suoi disdegni e sue parole. E poi un drappello di portamenti e di volgari strani: ch’ogni maschio pensier de l’alma tolle.
    Pallida no, ma più che neve bianca che senza venti in un bel colle fiocchi, parea posar come persona stanca. Quasi un dolce dormir ne’ suo’ belli occhi, sendo lo corpo già da lei diviso, era quel che consumar chiaman gli sciocchi. A chi sa legger era condutta, a guisa d’un soave e chiaro lume – cui nutrimento a poco a poco manca, tenendo al fine il suo caro costume. Ecco colei che vien selvaggia, che di non esser prima par ch’ ira aggia: ancor fa orror col suo dir strano e singolare. Poco era fuor de la comune strada, se, come dee, virtù nuda si stima. Era colei ch’Algòs sì leve afferra, et a Genova tolta, et a l’estremo cangiò per miglior patria, abito e stato [sogno d’infermi e fola di
    romanzi]
    Ma pur di lei, che ‘l cor di pensier m’empie, non potei coglier mai ramo né foglia, sì fur le sue radici audaci et purpuree le penne, né volle catene. Benché talor, doler mi soglia (com’uom ch’è offeso) ecco quel che con questi occhi vidi: penitenzia e dolor dopo la pelle, la mia nemica Amor non strinse.
    Tardi ingegni rintuzzati e sciocchi: qual greggia eran condutti; i cori e gli occhi fatti di smalto – la bella vincitrice, legarli vidi, e farne quello strazio che bastò ben a mille altre vendette!
    Tal si fe’ quel giorno e disse: «Io son colei che sì importuna, fera chiamata son da voi, sorda e cieca gente a cui si fa notte inanzi sera. Di gioventute e di bellezze altera, con la mia spada la qual punge e seca, e giugnendo quand’altri non m’aspetta, ho interrotti mille penser vani. Or a voi, quando il viver più diletta, drizzo il mio corso inanzi che Fortuna nel vostro amaro qualche dolce metta. Ben vi riconosco: so quando ‘l mio dente vi morse e qui – conven più duro morso!»
    Fiammeggiava a guisa d’un piropo: bella era, e ne l’età fiorita e fresca; quanto in più gioventute e ‘n più bellezza, tanto par che sua forza accresca; nel cor femineo fu sì gran fermezza, che col bel viso e co l’armata coma fece temer chi per natura sprezza.
    Io la vidi pien d’ira e di disdegno: ché già mai schermidor non fu sì accorto a schifar colpo, né nocchier sì presto a volger nave dagli scogli in porto, come uno schermo intrepido et onesto subito ricoverse quel bel viso: «la gran vendetta». E ‘n un momento
    – ammorba.
    Io la vidi: scudo in man, arco e saette. E tal morti da lei, tal presi e vivi. Lei pensa, parla o scrive: « Per fictïon il ver non cresce, né scema», barbarica funesta. E ride.
    [taccia ‘l vulgo ignorante!]
    Poi, col ciglio più torbido e più fosco, disse: « Piaga antiveduta assai men dole. Forse che ‘ndarno mie parole spargo, ma non fate contra ‘l vero al core un callo, come sete usi! Anzi: volgete gli occhi, mentre il vostro fallo, che sempre al vento si trastulla e di false opinïon si pasce, tremando scote. ‘L tempo è breve, vostra voglia è lunga – e voglia in me ragion già mai non vinse!
    Io v’annunzio che voi sete offesi da un grave e mortifero letargo, ché volan l’ore, e’ giorni, e gli anni, e’ mesi; insieme, con brevissimo intervallo, tutti avemo a cercar altri paesi.
    Qui non si stima la penna ch’oso ardita in versi o ‘n rima. Ond’io fora più chiara e di più grido: (reci) Diva son io, e tu se’ morto ancora e sempre sarai»
    Così parlava, e gli occhi avea al ciel fissi devotamente; poi mosse in silenzio quelle labbra ch’io vidi rosse lampeggiar. Dinanzi a tutto ‘l mondo aperta e nuda: mente vaga, al fin sempre digiuna. Pallida in vista, orribile e superba che ‘l lume di beltate vermiglio avea: dolci sdegni e dolci ire, le dolci paci ne’ belli occhi. I’ vidi il ghiaccio, e lì stesso la rosa, quasi in un punto il gran freddo e ‘l gran caldo: dinanzi agli occhi un chiaro specchio.
    E non chiaro si vede ché chiuso cor profondo in suo secreto: un duro prandio, una terribil cena, come fu suo piacer volse e rivolse.
    Nulla temea e con dolce lingua, con fronte serena uscì del foco: ignuda in cruda grazia, a parlar secco – a faccia a faccia. E quel che, come un animal s’allaccia, co la lingua possente legò ‘l sole: la mia nemica Amor non strinse. E co la lingua a sua voglia lo vinse.
    Un gran folgór parea tutta di foco: che quando il miri più tanto più luce; e di che sangue qual campo s’impingue. Empié la dïalettica faretra ma breve e ‘scura; e’ la dichiara e stende. E alzò ponendo l’anima immortale: mostra la palma aperta e ‘l pugno chiuso; e per fermar sua bella intenzïone nulla forza volse ad atto vile. La lunga vita e la sua larga vena pone in accordar le parti [che ‘l furor litterato a guerra
    mena]
    Falcon d’alto a sua preda volando e più dico: non difalca! Né pensier poria già mai seguir suo volo, non lingua o stile, tal che con gran paura la rimirai. Di lei o di sua rabbia par che più d’altri invidia s’abbia, che per se stessa è levata a volo, uscendo for della comune gabbia. E riprende un più spedito volo – la reina di ch’io sopra dissi.
    Passan nostre grandezze e nostre pompe, passan le signorine, passano i ragni; né mai si sposa né s’arresta o torna, finché v’ha ricondotti in poca polve [Perché umana gloria ha
    tante corna]
    Io dissi di quella che ’l ferro e ’l foco affina: la penna da man destra e ’l ferro ignudo tèn dalla sinestra. Invece d’osse la vidi indurarse in petra aspra che del mar infamia fosse.
    Disperata scriva, donna viva
    e chiara una volta fia Chiara [in eterna
    brama]

    [colpo di mano ai Trionfi di Francesco Petrarca, polpa in mano di Chiara Daino]»

  94. b.georg il 13 febbraio 2007 alle 17:51

    @ chiara
    “Io sono quella che nei testi è: troppo.”

    ad ognuno la sua pena. io in genere sono troppo poco, fa un po’ te ;-)

  95. Chiara Daino il 13 febbraio 2007 alle 18:27

    @ b.george:

    Too much or not too much: that is the question!;-)

    L’importante è essere, no? E sopportare ognuno pene-delitti e diletto!

  96. b.georg il 13 febbraio 2007 alle 20:29

    essere, sì, potendo, perché no?
    ;)
    (però visto che siamo in tema di rettifiche sui nickname, georg senza la e senno divento il leader dei culture club)

  97. cara polvere il 13 febbraio 2007 alle 21:47

    e chi ha opposto emozioni a razionalità?
    chi? chi ha voluto sopravalicare chi?
    chi ha detto che per “ascoltare” una poesia siano meglio i genitali piuttosto che il cervello o il contrario?
    e se anche lo di fosse detto, mi pare si siano anchr trovati punti d’incontro: forse pochi pochi, ma trattati con riguardo sia da una parte che dall’altra.
    in questi tempi moderni per me non dovrebbe esistere un’unità di misura totalmente tecnica con cui i critici
    fanno man bassa e bello e cattivo tempo sulla loro preda, ma sarebbe importante valorizzare la soggettività critica che dovrebbe essere un rielaborato connubio personale tra emozione e tecnica, o anche solo tra emozione e esperienza che vale più di certi lasciti rigidi e conservatori di critica tecnica di poesia che tutto fanno meno che dare respiro e valore a ciò che maneggiano.

    vero è quello che dice Chiara: “Mi sto cercando dove gli altri trovano…” questo è l’ottimo, per me.

    I suoi testi sono speleologia poetica.
    c’è dietro una curiosità amorevole per la parola.
    c’è studio appassionato. e c’è il rischio.
    c’è il colore verde. toh. a me chiara fa venire in mente il colore verde. e pure il viola.
    ma non si sarebbe mai scoperto il fuoco senza prima provare il dolore delle ustioni e capire che la carne poteva essere cotta-

    signor georg. io so solo commentare così.

    possibile che siano sempre quelli che si professano non poeti, non scrittori, non critici, che alla fine declamano che è tutto sbagliato ma non sono in grado di spuntare con qualche sana idea.
    buttano le chiavi e poi dicono ah no, io non posso aiutarvi, non sono in grado, non sono bravo a cercare, fatelo voi.

    un saluto
    paola

  98. cara polvere il 13 febbraio 2007 alle 22:07

    ecco. mi si era scollato il periodo-
    andrebbe incollato così-

    “e c’è il rischio.
    ma non si sarebbe mai scoperto il fuoco senza prima provare il dolore delle ustioni e capire che la carne poteva essere cotta”

  99. GiusCo il 13 febbraio 2007 alle 22:32
  100. funiculì funiculà il 13 febbraio 2007 alle 22:50

    Fantastico!!!

  101. tashtego il 13 febbraio 2007 alle 23:04

    @cara polvere
    “ma non si sarebbe mai scoperto il fuoco senza prima provare il dolore delle ustioni e capire che la carne poteva essere cotta”: hai pensato che potresti fare seppuku?
    come atto di risarcimento per quanto sin qui affermato, voglio dire.

  102. carbo il 14 febbraio 2007 alle 00:28

    Che belle! Complimenti Chiara!
    Mi sono letta tutto il tuo blog, per intuire un “da dove-come-quando” e vi ho trovato vita, bellezza, dolore e ricerca. Anche morte.

    Non fermarti, continua a u(o)sare l’arte e a farti abbracciare dalla riconoscenza degli spettatori; lo dico per puro egoismo :-)
    Con affetto.
    carbo.

  103. Fiorello M. Annoia il 14 febbraio 2007 alle 01:03

    Tashtego, lo so che è inutile, ma mi regaleresti una copia del tuo libro, con dedica? A una mia amica l’hai già regalato. Un altro piccolo sforzo, no?

  104. tashtego il 14 febbraio 2007 alle 08:33

    sono sedisci euri, prego

  105. Fiorello M. Annoia il 14 febbraio 2007 alle 08:52

    Come sei tirchio!
    Vuol dire che lo ‘asporterò’ da una delle librerie del tuo editore.
    L’esproprio proletario è l’unica attività politica rivoluzionaria rimasta.

    Che la cultura torni alle masse!

  106. b.georg il 14 febbraio 2007 alle 09:43

    polvere ma perché te la pigli con me? guarda che il mio commento non era contro di te (contro nessuno a dire il vero). l’opposizione razionalità emozioni mi pare sia stata evocata e poi giustamente sconfessata da tastego, quindi in realtà non ho detto niente di nuovo. né ho detto che qualcuno voleva sopravalicare qualcun altro. ho detto solo quello che ho detto, ad esempio che è poco sensato opporre le poetiche in termini “ideologici”, che i testi si analizzano in base alle proprie premesse ecc. non mi pare il caso di ripeterlo, tra l’altro sono cose ovvie. la tua animosità mi pare sia partita un po’ in automatico, scusa ma io non c’entro.

  107. sitting targets il 14 febbraio 2007 alle 10:12

    la polvere è “cara”, b.georg(e)…

  108. cara polvere il 14 febbraio 2007 alle 11:01

    @al sensei tashtego

    “hai pensato che potresti fare seppuku?
    come atto di risarcimento per quanto sin qui affermato, voglio dire.”

    ho già dato.
    a tal riguardo avrei una storia da raccontare, ma ho cambiato idea.
    la scrivo da un’altra parte con gran sollievo di tutti.
    e poi non mi vorrai mica istigare all’autoreferenzialità dell’estremo caso , giusto?

    un saluto
    paola

    comunque più che seppuku, sarebbe jigai che contempla l’autosgozzamento anzichè l’autosventamento proprio dei bushy.

    @b.georg
    eh, si. sono anche “cara”

    allora se non hai detto nulla di nuovo… ah beh.
    c’è sempre bisogno del nulla di nuovo.

    “ho detto solo quello che ho detto, ad esempio che è poco sensato opporre le poetiche in termini “ideologici”

    qui, scusa, è un limite mio, ma non ho capito.

  109. b.georg il 14 febbraio 2007 alle 11:07

    polvere cara
    la cosa divertente è che tu discuti con tash per due giorni, io porto un argomento che secondo me funziona “contro” l’opinione di tash (non perché ce l’abbia con lui, solo mi pareva che i testi dicessero altro e volevo essere utile), lui non si incazza, ma tu sì e pure in modo incomprensibile e un pochetto sgradevole

    in effetti è bello discutere con te, tanto che smetto subito
    :)
    bye

  110. Fiorello M. Annoia il 14 febbraio 2007 alle 15:04

    Incredibile, tashtego! Dovete aver messo a punto una strategia di mercato fantasmagorica… al di là di ogni possibile e immaginabile dumping mai praticato. Pensa: mentre cercavo di infilare la (tua?) bruttissima faccia tatuata sotto l’impermeabile, mi si è avvicinato un commesso e mi ha detto che non c’era bisogno di ‘asportarla’ in tal modo, ma che potevo liberamente, e gratuitamente, prendere tutte le copie che volevo. Ne ho portate via solo due, una anche per mia sorella, come regalo per la festa di san valentino.

    Solo in un’altra occasione mi era capitata una cosa del genere (ma con il limite tassativo di una sola copia): quando avevo cercato di ‘espropriare’ l’ultimo capolavoro di Water Nostro.

  111. Chiara Daino il 14 febbraio 2007 alle 15:38

    @ b.georg
    Scusa…Deformazione professionale…

    Karma karma karma karma karma chameleon
    You come and go
    You come and go
    Loving would be easy if your colors were like my dream
    Red, gold and green
    Red, gold and green

    @carapolvere
    Apprezzo il tuo percepirmi sinesteticamente: essere un colore è poter tingere e-virare!;-)

    @ carbo

    sono io a doverti ringraziare. Tu sei il motivo: quello che muove, sostiene e con-Sente – il cammino.
    Credo tu sia l’unica ad aver letto tutt il mio blog e se è stato spazio-utile del tuo tempo… Non posso che sentirmi felice e più forte. A presto.

    Un abbraccio che sia

    @Fiorello M.Annoia
    Sei oltre e sopra.
    Chapeau! ;-)

  112. tashtego il 14 febbraio 2007 alle 17:11

    @fiorello
    quel libro, come tutti gli altri libri, è merce, quindi si paga.
    se lo prendi senza pagare sono cose tue, che dovresti tenere per te, senza esibirle.
    però se ti dai la pena di fregarlo presumo ti interessi averlo, ed è quanto mi basta.
    se infine ti interessa pure l’opera di walter è di nuovo affar tuo.

    @b.georg
    perché dovrei incazzarmi?
    in ambito poetico tutti hanno ragione e nessuno torto.
    però tutti hanno un poeta e una poesia pre-feriti.
    di quello in fondo si parlava.

  113. Fiorello M. Annoia il 14 febbraio 2007 alle 22:54

    ‘se lo prendi senza pagare sono cose tue’

    Certo che sono ‘cose mie’, tashtego. Non a caso, la libreria dalla quale ho cercato di asportare una copia del tuo libro, ricevendone in regalo una seconda, è mia, i.e. di mia proprietà. Faccio sempre così, quando c’è una novità (praticamente tutti i giorni): entro con un bell’impermeabile largo; i commessi (commossi!) fanno finta di non conoscermi; ‘asporto’ il libro, come fosse una pizza; alle casse mi fermano e mi fanno aprire l’impermeabile (capirai che, quando esco di casa, controllo sempre di aver messo su, se non i pantaloni, almeno le mutande); i clienti accorrono, soprattutto per vedere la ‘merce’ trafugata; il gioco riesce, almeno a quanto mi dice mia sorella, che praticamente dirige tutta la baracca: molti, infatti, abboccano e comprano una copia del libro che, fino a un attimo prima, manco si erano degnati di guardare. Tutto in pieno italian style, come puoi ben capire: l’importante è che i sedici eurini fluiscano sonanti nelle casse. Eh sì, il mercato è il mercato; la merce è la merce, come fai bene a ricordare.

    Comunque, tashtego, il libro ho finito di leggerlo un’ora fa. Se ti va di conoscere il mio parere su questa tua opera prima, devi ‘dedicarmi’ le due copie dell’esproprio di stamattina. Basta anche una dedica in rete, sarò io poi a ricopiarla. Resta inteso che, alla prima occasione, me le firmi.
    Io sono un collezionista di autografi, strette di mano e calchi del manico delle valigie dei miei idoli.
    Fammi sapere.

  114. la funambola il 15 febbraio 2007 alle 01:57

    mah!

    questo è un commento generico.
    baci
    la funambola

  115. michele il 15 febbraio 2007 alle 09:23

    -Dammi oh Signore! la mia razione quotidiana di ragione-. Il lettore ingenuo ed ora anche i racconti ingenui, dell’uomo specchio.

  116. tashtego il 15 febbraio 2007 alle 14:49

    Non faccio dediche su copie “espropriate”, ma solo su quelle regalate o comprate.

  117. Fiorello M. Annoia il 15 febbraio 2007 alle 15:31

    Rischi di non sapere mai cosa penso del tuo libro.

    E non sai cosa ti perdi…

  118. alanina il 16 febbraio 2007 alle 18:53

    Eh no, signor Tash, mi permetta di farle notare che se il signor Fiorello è il libraio, vaddasè che le copie le ha già pagate (seppure autoelargendosi uno sconto). Ammenochè non abbia già in mente di rimandarle indietro come resi invenduti… nel qual caso a maggior ragione le suggerirei di fargli una bella dedica lunga con un sacco di inchiostro… :-)

  119. Fiorello M. Annoia il 16 febbraio 2007 alle 21:18

    Grazie, Alanina, è sempre un piacere ascoltare la voce del buon senso, prima ancora che della verità. Ma mi sa che il ‘vecchio’ tashtego da questo orecchio ormai non ci sente più. Eppure, ne avrei di cose da dire sul suo libro…

    p.s.

    Alanina, scommette che, alla prima occasione, risponde con un “vecchio lo dici a tuo nonno”?

  120. cara polvere il 16 febbraio 2007 alle 21:37

    io un libro di poesie di tashtego lo andrei a rubare volentieri magari nella libreria dell’elegante Fiorello M.Annoia… guarda un po’… sperando non nasconda sotto l’impermeabile rabbiosi aspirapolveri da guardia
    paola

  121. Fiorello M. Annoia il 16 febbraio 2007 alle 22:27

    Mia carissima Cara Polvere, io un ‘libro di poesie’ di tashtego non solo non lo comprerei, né lo ruberei, tantomeno lo leggerei mai, nemmeno col fucile puntato alla parte bassa dell’impermeabile.

    Detto questo (era un ‘atto dovuto’ – fosse anche solo a me stesso, e a mia sorella), rimane un fatto incontrovertibile (qui lo dico, e non lo nego: e sfido chiunque a contraddirmi): l’opera prima del ‘vecchio’ tashtego è il lavoro di un narratore con i…controimpermeabili.

    Assodato che, per me, a prescindere da quello che ne pensano le ‘stelle’, in particolare una, il ‘vecchio’ tashtego non capisce una beata mazza di poesia, rimane l’unica realtà che conta: “Dove credi di andare” è un ‘g.r.a.n.d.i.s.s.i.m.o. l.i.b.r.o.’ – e anche se non mi scriverà mai la dedica, non posso esimermi dal dirlo.

    Fatta la ‘marchetta’ (ma era il minimo, visto il piacere ‘perturbante’ che mi ha regalato la lettura : il libro è davvero di ottimo livello, in generale, con almeno tre racconti strabilianti, anche sul piano della resa stilistica), rimane un altro dato incontrovertibile: io non azionerei mai (m.a.i.!) gli aspirapolvere da guardia per la ‘mia’ deardust preferita.

    p.s.

    E sarei pronto a ‘fare del male’ (ad esempio, propinandogli la lettura coatta di qualche ‘poesia’ (???) di tashtego) a chiunque osasse solo pensare di azionare l’aspirapolvere.

    p.s.s.

    Chiaro per tutti?

  122. funiculì funiculà il 17 febbraio 2007 alle 01:22

    una cansiòn del grande sergio, para festejàr el prode anselmo tash che torna da la pugna de arcòr(e).
    espero mucio com esta dedìca de ser p(l)us fortunado de fiorelo y sorela incorporada, y otenìr uma copìa do cabolabòr. indianos, ve priègo, hablate con elo para convincìrlo. obrigado.

    Dove credi di andare
    Se tutti i tuoi pensieri
    Restano qui
    Come pensi di amare
    Se ormai non trovi amare
    Dentro di te

    Con tante navi che partono
    Nessuna ti porterà
    lontano da te
    Il mondo sai non ti aiuterà,
    ognuno al mondo è solo
    Come te e me

    Dove credi di andare
    Se il tempo che è passato
    Non passerà mai
    Povere le tue notti
    Se tu le spenderai
    Per dimenticare

    Il mondo non è più grande
    Di questa città
    La gente si annoia ogni sera
    Come da noi
    Dove credi di andare
    Se ormai non c’è più amore
    Dentro di te

    Con tante navi che partono
    Nessuna ti porterà
    Lontano da te
    Il mondo sai non ti aiuterà,
    Ognuno al mondo è solo
    Come te e me

    Dove credi di andare
    Se il tempo che è passato
    Non passerà mai
    Povere le tue notti
    Se tu le spenderai
    Per dimenticare

  123. tashtego il 17 febbraio 2007 alle 09:04

    @fiorello
    primo: non avevo capito che tu sei il libraio, e non ho capito in che senso rubi, tua sorella, eccetera (lo so che pensi…)
    secondo: non so se i tuoi elogi sono per sfottere, ma se sono autentici la copia te la firmo subito: sono senzibbole ai complimenti, divento subito rosso in faccia e buono e festante e mi sudano le mani.

  124. Fiorello M. Annoia il 17 febbraio 2007 alle 09:38

    > rimane l’unica realtà che conta: “Dove credi di andare” è un ‘g.r.a.n.d.i.s.s.i.m.o. l.i.b.r.o.’

    > visto il piacere ‘perturbante’ che mi ha regalato la lettura : il libro è davvero di ottimo livello, in generale, con almeno tre racconti strabilianti, anche sul piano della resa stilistica

    Ti sembra scritto per sfottere?

    E’ tutto vero, tashtego, compreso il fatto che tu e la poesia siete (quasi) incompatibili. Ma la cosa non dovrebbe dispiacerti affatto, se ti permette di scrivere racconti di quel livello.

    Non preoccuparti, comunque, prima o poi riprenderò a ‘sfotterti’, come dici tu. Per il momento, tieniti i miei complimenti: hai scritto un gran bel libro.

  125. cara polvere il 17 febbraio 2007 alle 10:10

    @Fiorello

    ad aspirapolveri disattivati mi firmerebbe il calco della maniglia della sua valigia?

    e comunque tashtego nel suo ultimo pezzo “Pampurio” scrive di quel pianerottolo che si riempie di aria calda e covata, di profumo di cucinato fresco, di roba al forno, di fiatata d’accoglienza, amicizia, affetto, forse puri…
    ecco, questo pezzo non contiene solo la parte di significato ma anche una parte emotiva che si trasmette al lettore.
    non è poesia? p
    cert, poco importa alla fine (non voglio torturare con le mie chiaviche l’autore), l’importante è che ci si senta dentro e questa reale sensazione non può, a mio avviso, essere solo dovuta al fatto di saper elaborare al meglio le regole della tecnica narrativa apprese con lo studio, o essere solo un eccellente prova illusionista(mi si passi il termine) … anche, ma non solo, non solo.
    paola

  126. Chiara Daino il 17 febbraio 2007 alle 15:40

    @ funiculì funiculà
    Dove credo di andare non lo so… In genere mi mandano aff*** – pur ho apprezzato il suono che richiama “siamo soli” di Rossiana memoria… E’condiviso. Grazie! Potevo dirlo? Ormai è scritto.

    @tash
    mi fido dei giudizi di Fiorello, ma posso chiederti ( e te lo chiedo!) se l’abolizione dei congiuntivi ( e della consecutio) è scelta stilistica voluta? [“non avevo capito che tu sei il libraio”, “non so se i tuoi elogi sono per sfottere”]…
    Perdona, ma essendo alle prime armi – piccolissima nana – nutro profonda ansia per le scelte dei giganti.

    Un felice tutto

  127. tashtego il 17 febbraio 2007 alle 15:50

    @chiara
    sono di altezza normale.
    e sono rozzo, come ormai avrai capito.
    dunque.

  128. Chiara Daino il 17 febbraio 2007 alle 17:11

    @tash
    ;-) non così rozzo, sono reduce dal post sugli “abusi” … E ben altri sono i cantori del «clava, clava delle mie brame…» E più che il post poté il pulp!

  129. michele il 18 febbraio 2007 alle 11:10

    dopo tal recensione del fiorello, forse fax-simile conte U, corro o quasi alla Mondadori librerie della mia città. Spero di non -inciampare- nella lettura in “altri” teschi, doppi e tenuti lontani, per ammirarsi e per rimirare il tempo andato, infanzia all’erta e altri giochi di idee antiche: poetica del senso di colpa. Un piccolo ridotto del doppio, moltiplicato in ogni dove. Gioco contrasto tra grande e infinitamente piccolo. Non sarà sicuramente cosi (spero) per i sedicieuro, consumati.

  130. Ugolino Conte il 18 febbraio 2007 alle 12:45

    @ michele

    Un proverbio delle mie parti, o egregio, dice più o meno così: “Per favore, teniamo ben distinto l’oro dal rame” (o dal piombo, in un’altra variante).

    Please…

  131. Fiorello M. Annoia il 18 febbraio 2007 alle 21:13

    Conte (?) immagino tu abbia già deciso chi è l’oro e chi è il piombo, vero? Bene, quando hai finito di rosicare, fammelo sapere. Poi se ne discute. Anch’io ho un proverbio delle mie parti che può interessarti.



indiani