Sulla propria pelle: Eraldo Affinati e il canone dei testimoni

25 dicembre 2007
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di Martino Baldi

«È la vita che ci connette, Benjamin, non l’artificio»
(Chaim Potok)

Non ci vuole molto a capire che, contrariamente a quanto potrebbe sembrare sulla scorta di un ingannevole sottotitolo (Storie di viaggi, bombe e scrittori), l’ultimo libro di Eraldo Affinati (Compagni segreti, Fandango, Roma 2006) non è un florilegio di divagazioni aneddotiche di un romanziere all’apice della propria maturità. Tanto meno una semplice “raccolta” di articoli e saggi letterari. Basta a significarlo un volo alto sulla calibratissima struttura del volume: una ouverture tragica scritta con le ineludibili domande suscitate da Hiroshima; una dolorosissima pavana finale composta dalle vergogne sollevate da Nagasaki; in mezzo, dodici sezioni tematiche (Frantumi. Sbarre. Soglie. Zone grigie. Il vecchio e il male. I corpi. Mastro di Germania. Solitudini. Senilità. Nelle vene dell’America. Visioni. Padri e figli.) Ogni sezione è introdotta da un reportage, da luoghi-simbolo delle cicatrici del Novecento (le battaglie di Stalingrado e Cassino, l’estrema resistenza delle truppe naziste a Berlino, la spiaggia del D-Day…) o dai mausolei della propria fede nella grande letteratura (le tombe di Hemingway e Tolstoj, la dacia di Boris Pasternak, la casa di Mario Rigoni Stern…). Disseminati nelle diverse sezioni, una settantina di scritti letterari, perlopiù note a margine di libri dell’ultimo trentennio. Basta poco a capire cosa Compagni segreti non è. Eppure non è immediato capire cosa sia, forse perché la risposta è molteplice.

1. Sulle tracce dell’uomo

Sicuramente è una lunga rapsodia di domande sul senso della vita e della letteratura, e quindi principalmente sulle paure e gli errori degli uomini, sulla loro cecità e la loro maturità. È, e non potrebbe essere altrimenti, date le premesse, un libro sulla Storia, sul rapporto tra evoluzione e memoria, su cosa salvare, come provare a farlo e perché. Affinati cerca i segni di quanto di decisivo è accaduto nel ventesimo secolo ma racconta anche la loro scomparsa. Cerca le cicatrici lasciate da Little Boy e le trova circondate dalla «letizia dei ragazzi di Hiroshima». Cerca i segni della sanguinosa battaglia di Stalingrado e si imbatte, in prossimità del monumento che segna il punto di massima avanzata settentrionale dell’esercito nazista in Russia, in un mobilificio Ikea, piantato lì, indifferente come il muschio cresciuto sulla lapide di un cimitero dimenticato. Così, sin dalle prime pagine su Hiroshima e Stalingrado, emerge una visione dell’umanità come di un bosco che rigenera sempre e comunque se stesso, nel bene e nel male, sovrapponendo le nuove fioriture anche alle ferite più profonde. È ricresciuta l’erba sui segni della Storia ed è una vegetazione che appare diversa ma che sancisce la riaffermazione dell’identico: il tempo è un tutto indistinto, «la natura vincerà sempre sulla storia» e se qualcosa persiste o acquista significato è per la capacità dell’uomo di capire, ricordare, raccontare, elaborare sensi, trasmetterli e su questi edificare un presente o un futuro. Questo può avvenire nelle profondità del collettivo se non accade anche nell’intimo dei singoli individui? Ad essere importante è davvero solo l’universalità e la durata di queste acquisizioni e non l’esperienza singola di chi percepisce la qualità spirituale di un luogo o di un evento? Questa domanda – un variante della domanda su come affrontare la presenza del male nella Storia, su quale sia il ruolo e la responsabilità di ciascuno in questa battaglia – è l’interrogativo soggiacente a tutta la ricerca dello scrittore romano. È l’assoluta repulsione di Affinati per ogni ideologia, e quindi per qualsiasi risposta preconcetta, a trasformare questo interrogativo nell’appello estenuante di ogni possibile traccia. A trasformare ognuno e ogni cosa in un testimone.
In questi brevi diari di viaggio o di lettura Affinati viaggia e scava, rievoca e osserva, soprattutto interroga le persone e le tracce («il detective e lo storico sono impegnati nello stesso lavoro, cercano verità nascoste, sepolte»), fa riecheggiare le perplessità e mantiene una costante e pietosa distanza dalle possibili sentenze, sia per religioso rispetto nei confronti dell’animo umano e dei suoi misteri («A cosa serve, nel fondo, esprimere giudizi se gli uomini si dimostrano comunque capaci di sbalordirci, nel bene e nel male?») sia per un atteggiamento di responsabilizzazione della coscienza di chiunque («Chi scrive formula le domande, chi legge è chiamato a dare le risposte.»). Nessuna forzatura dialettica, nessuna abbreviazione del percorso. Il sangue dei soldati di ogni parte, le vergogne e gli eroismi di ogni parte, il dolore e le tragedie di ognuno, le derive, le prigionie imposte e subite, le evasioni, la dignità di portare il peso del proprio destino e il coraggio (o la disperazione) di non temere il ridicolo, non sono semplicemente inchiostro dei libri ma sillabe della Storia. Atomi della materia di cui siamo composti. La ricerca può allora apparire come l’indagine di un biologo appassionato che voglia scoprire di cosa è fatto l’animo umano, come nascano e dove si sviluppino i germi dei più grandi e terribili misfatti, come sviluppare gli organi della speranza e della salvezza, sapendo che stiamo parlando sempre e comunque di qualcosa che ci riguarda sempre molto da vicino, della pasta dell’uomo, e che questo rende impossibile giudicare qualcosa o qualcuno illudendosi di non chiamare in causa anche se stessi. Facile più a dirsi che a farsi ma Affinati questo comandamento lo pratica davvero. Il suo obbiettivo, uno degli obbiettivi, è quello di ricostruire “l’insieme”, prima di tutto dentro di sé, per santificare, celebrare, tenere in vita l’invisibile. Non un invisibile appartenente al mondo dell’ideale o del trascendente ma un invisibile che è sotto gli occhi di tutti eppure non si vede, “l’invisibile concreto” degli eventi, un invisibile di vivi e morti, di azioni e conseguenze che non si dovrebbero dimenticare. Per questo sforzarsi di comprendere la Storia attraverso attraverso la lente della “condizione umana” («non come gli uomini fanno la guerra, ma cosa la guerra fa degli uomini», scrive Lucia Borghese a proposito dello sguardo di Heinrich Böll), la lunga opera di Affinati, iniziata un quindicennio fa con il saggio tolstoiano Veglia d’armi (Marietti, 1992) e con la metafora autobiografica di Soldati del ‘56 (Marco Nardi, 1993), riscatta il peccato originario di gran parte della letteratura storica o bellica del Novecento: la presbiopia. Vedere da vicino. È questa la sfida di un viaggio ininterrotto, intrapreso ripercorrendo a piedi e in treno l’itinerario dei deportati da Venezia ad Auschwitz per raccontare tutto in Campo del sangue (Mondadori, 1997), passato per Un teologo contro Hitler. Sulle tracce di Dietrich Bonhoeffer (Mondadori, 2002), giunto infine a esplicitare la suddetta domanda su universalità ed esperienza individuale proprio nell’ultima tappa di questo libro-viaggio, a Nagasaki, e a trovarle una risposta nelle parole di Günther Anders, una delle cento e più voci orchestrate in questa partitura sinfonica. E, al solito, è una risposta che apre altre infinite strade. «Il nostro compito è di produrre l’una e l’altra». Ecco a cosa serve la letteratura. Ecco a cosa serve viaggiare.
Merita indugiare sulle modalità con cui la prosa di Affinati cerchi di suscitare l’empatia col lettore, per produrre quella suggestione estetica che è il viatico dell’arte all’esperienza spirituale: alternando il ritmo serrato della marcia all’aria larga della riflessione, l’improruptus della domanda e l’allegretto della divagazione, variando e sospendendo l’andamento a sorpresa, orchestrando nel vero senso della parola la tensione della lettura, attraverso un perfetto controllo della suspense e dell’agnizione. Per descrivere questa intensificazione del linguaggio, non ci sono parole migliori di quelle del poeta Stefano Massari, che in questa prosa scorge «un andamento ritmico (e non ritmato, com’è proprio della prosa, ma davvero un personalissimo andamento ritmico, oscillante: lentezza e colpo improvviso – lentezza e colpo annunciato – silenzio – ascolto – lentezza e colpo annunciato – lentezza e colpo improvviso – silenzio – ascolto… Un andamento stranissimo e molto bello che è caratteristica di poesia. Mi pare che la sua lingua in moltissime fiammate che compaiono in tutto il tessuto narrativo provenga da uno stato poetico – e quindi di transito. Quasi che Affinati governi/orchestri le sue domande sapendo già come il lettore darà le risposte (e dico come e non quali: qui sta il poetico).»

2. Per una mitologia della maturità

Vedere, dunque. Vedere, conoscere e infine testimoniare attraverso la letteratura. Ma per farlo è necessario spogliarsi di una vista/testimonianza che non funziona più e acquisirne una nuova, nuovi occhi, nuove mappe, nuove rappresentazioni. E allora Compagni segreti è anche qualcos’altro. Precisamente è, nel suo ampio e sistematico percorso dentro la letteratura (forse con qualche inclusione incongrua), una grande operazione di “sostituzione di mitologia” (mitologia intesa come rappresentazione profonda della condizione e del destino dell’uomo). Fuori: tutta la zavorra scolastica scaduta, le parole d’ordine della critica (il mitteleuropeismo “alla Magris”, la crisi della borghesia, la perdita d’aureola…), le mode d’importazione coatta, le mitologie estetizzanti, “l’ombelichismo” e il minimalismo di certo sedicente e cinico realismo, il neo-maledettismo pop, il pulp… Dentro: ciò che deve essere dentro e che perlopiù non c’è stato perché mezzo secolo e più di ideologismo radicale (o di disimpegno generale) ha avuto come conseguenza anche una grande manifestazione di cecità dell’arte.
Il canone di Affinati è generato da un grande padre e da una grande ossessione. L’ossessione è quella bellica, che sia la guerra nella Storia o la guerra quotidiana combattuta anche dai suoi personaggi “finzionali”: Uomini pericolosi, come li ha definiti nell’omonimo libro (Mondadori, 1998), per il loro sfuggire al controllo di ogni potere, fedeli soltanto a quell’unico ordine che l’eroe non elude mai, l’imperativo categorico dettato dalla propria coscienza. Se l’ossessione è la guerra, il padre è Tolstoj: un vero padre spirituale, per la compiuta sintesi di tutto ciò che in letteratura e vita sia sintetizzabile (banalizzo poeticamente e brutalmente: cielo, terra e sogni della filosofia). A giudicare dai percorsi di quest’opera, Tolstoj si è sciolto in tre grandi maree che ne ereditano un carattere e hanno a loro volta un capostipite: l’elaborazione della storia/memoria/cultura (capostipite Heinrich Böll); l’elaborazione del vitalismo/natura (capostipite Ernest Hemingway); l’elaborazione della tradizione letteraria (capostipite Saul Bellow). A una di queste tre ascendenze non sarà difficile ricondurre i diversi “compagni segreti” di Affinati: da Aleksandar Hemon a Sam Shepard, da Varlam Šalamov a António Lobo Antunes, da Alice Munro a Rubèn Gallego, da Cormac McCarthy ad Haruki Murakami, fino a Philip Roth, J.M. Coetzee e tutti gli altri più o meno noti. Tutta gente che, come si legge a proposito del protagonista di Il buon dottore di Damon Galgut, a differenza della pur grandissima letteratura novecentesca, «va a fondo. Precipita nel gorgo. E basta. Senza medaglie spirituali. Né insopportabili compiacimenti, neppure eleganti e nascosti». Tutta gente che, come il novelliere australiano John Murray, «vorrebbe quasi occultare una saggezza vissuta come orpello» perché «chi sa la verità non può dirla, altrimenti la vita non avrebbe senso». Tutta gente che ha imparato a «pensare contro se stessi», stigma della maturità.
In queste letture e in questi ritratti non c’è spazio per una ammirazione “tecnica” nei confronti dell’intelligenza o del risultato letterario compiuto; così come non c’è spazio per il giudizio puramente estetico. Questi scritti sono anzi pervasi da qualcosa di completamente diverso, quasi opposto: una attrazione magnetica, fraterna. Pensare contro se stessi, se non è solo un atteggiamento, non può che avere come esito un sentimento di irrilevanza nei confronti all’ammirazione comune. «La conquista del disincanto passa attraverso la pratica dell’austerità.» Tra le cose davvero importanti, le stesse nei libri e fuori, non c’è spazio per i convenevoli e le qualità si testano alla prova del fuoco. Che è un po’ come dire, rubando una citazione da Art Spiegelman: «chiudi loro insieme in una stanza senza cibo per una settimana, allora tu vedi cosa è amici».
Non solamente a tratti balugina la sensazione che proprio nella distanza che corre tra i sentimenti dell’ammirazione e della fratellanza si dispieghi l’allontanamento a marce forzate di Affinati dalla mitologia imbalsamata della letteratura novecentesca. Siamo tutti segnati dallo stesso destino e i grandi scrittori non fanno altro che prestare la propria voce a chi voce non ha, parlano per conto di chi non può farlo (riprendendo un nota dichiarazione di Camus citata nel libro). È questo il punto di partenza (o di arrivo, tanto è fondante) che rende possibile, per esempio, l’esercizio di ventriloquismo con cui Affinati presta la propria voce a Saul Bellow in una toccante intervista immaginaria in cui il grande maestro del romanzo contemporaneo sostanzia in poche parole quello che tutti gli “uomini pericolosi” sanno (e non possono dire): «il compito della vita, il vero compito – portare il proprio fardello, provare vergogna e impotenza, sentire il sapore delle lacrime trattenute – il solo compito importante, il più alto compito, era proprio quello».

3. Trasfigurazione del romanzo

Ma se è vero che Compagni segreti racconta una fedeltà assoluta alla ossessione bellica e al modello di Tolstoj, e quindi alla grande letteratura, racconta anche un’altra cosa: la consunzione del modello, e quindi della forma-romanzo, per il tipo di testimonianza a cui si è chiamati. Compagni segreti è dunque anche l’esito di una travagliata riflessione su quale sia una forma congrua di testimonianza per lo scrittore contemporaneo. Il tema è anche esplicitato in uno degli interventi più complessi del volume, l’articolo su Art Spiegelman (l’autore del fumetto Maus): «Il testimone parla: può e deve farlo. Chi appartiene alle generazioni successive è costretto ad affrontare un problema etico-estetico di non facile soluzione: il romanzo garantisce universalità ma può risultare incongruo, il saggio consente maggiore analisi e tuttavia allontana dal calore della rievocazione diretta, il diario rischia di far slittare l’attenzione sull’autore, configurandolo come un oggetto del desiderio.» Una chiave di interpretazione del problema, nell’intricata tessitura di echi e richiami, è additata poco prima, in uno dei due interventi su Winfried Georg Sebald: «La vera grande letteratura contemporanea è quella in cui avverti l’insufficienza della catalogazione per generi. Romanzo, saggio, poesia, documento, invenzione: che differenza fa? L’energia creativa pulsa alla maniera di una vena sotto sforzo.» È questo passaggio, forse tautologico, ma non certo superfluo nel contesto in cui è calato, a stabilire le condizioni per una valutazione più congrua dello stesso libro che abbiamo tra le mani. Dopo quindici anni di inseguimenti, avvicinandosi e allontanandosi dal modello tolstojano, di volta in volta con gli strumenti del romanziere (imperdibile almeno Bandiera bianca, Mondadori, 1995), del saggista, del viaggiatore, del lettore, Affinati sembra raggiungere una sintesi proprio in questo volume, apparentemente secondario e invece rilevante come una pietra miliare, in cui tutte le sue forme, le sue inquietudini, le sue passioni, vengono riunite. Lo fa parlando in prima persona e prestando la propria voce, chiamando in causa tutti i testimoni possibili, moltiplicando le domande e lasciando al lettore l’onere delle risposte, non su un tema soltanto ma sull’insieme delle proprie carte interiori, sfuggendo alle classificazioni, restando fedele al proprio perno poetico eppure allontanandosi definitivamente, per amore della verità, dal sogno del grande romanzo. Del resto non è così che funziona? «Si diventa adulti non solo scoprendo nuove vie, anche strappando qualcosa dentro di sé: gettandolo via, ai cani». Oppure, afferrando un’altra voce tra quelle che si sollevano dall’esercito dei compagni segreti, quella di Steve Heighton: « Ciascuno di noi diventa ciò che ha conquistato o che si è tenuto stretto, ma anche ciò che ha perso». Questa forse è un’altra delle «verità che ogni generazione inutilmente cerca di trasmettere alla successiva» e che Affinati, non limitandosi a scovare, cerca caparbiamente di incarnare fino in fondo. Fino a provarle sulla propria pelle.

(Pubblicato su “Atelier”, a.XI n.44, Dicembre 2006)

10 Responses to Sulla propria pelle: Eraldo Affinati e il canone dei testimoni

  1. fm il 25 dicembre 2007 alle 11:30

    Su questo filone che si fa riconoscibile (in Europa, almeno, non solo in Italy), e su questi temi – cioè le relazioni tra letteratura, romanzo e/o saggio, sperimentalismo e combinazione dei generi e dei codici, ma non con l’aria di un esercizio di laboratorio magari con l’occhio al botteghino; e il viaggio, (la possibilità della) testimonianza: secondo me manca tra i riferimenti dispersi di cui qui si parla l’esperienza di Sebald. E poi dovremmo pensare forse all’operazione (non solo dal punto di vista editoriale e ‘transmediale’) de ‘La strada di Levi’: film, libro, e poi un altro libro ancora, ‘La prova’, di Belpoliti. E’ una ricerca plurale, niente di meno su come sia possibile (ancora) trasmettere l’esperienza. Su come ci si interroga sull’uso pubblico del passato, sulle rovine del passato, sulle retoriche della memoria, sui mezzi espressivi a disposizione, ma con lo sguardo gettato sul presente. Un sereno Natale anche a Garufi.

  2. Martino il 26 dicembre 2007 alle 04:05

    Francesco (immagino), perché dici che manca Sebald? Sebald è tra i riferimenti ed è rilevato come colui che detta esplicitamente il “tema”. Non ho forzato la mano dandogli più enfasi perché il libro di Affinati è composto di recensioni disposte orizzontalmente e non propone una gerarchia organizzata di modelli. Tutto l’impianto del pezzo qui sopra è una chiave di lettura. A chi giustamente citi aggiungerei, tra quelli che mancano, anche Cordelli, che non a casa è stato uno dei primi sostenitori di Affinati. Si possono discutere i suoi risultati artistici ma la focalizzazione del tema che tu dici è in lui quasi sempre chiarissima.

    Martino

  3. Francesca il 26 dicembre 2007 alle 12:06

    Trovo ampiamente condivisibile questo corpo a corpo di Martino Baldi con la bellissima opera “ibrida” di Affinati e spero che susciti qualche commento in più o almeno la lettura del libro…
    Mi sento solo di fare un’aggiunta personale (che è comunque implicita sia nel libro che in questo saggio): quello che fa la Storia e anche la coscienza individuale e collettiva non è spesso ciò che si ricorda, ma ciò che scegliamo di dimenticare. Una scelta che a guardarsi un po’ intorno, sta diventando sempre meno consapevole. Riguardo alle ideologie preconcette esse cadono tutte nel momento in cui ci si accorge che andare nella storia o nella letteratura o nella propria esperienza alla ricerca di una “voce” è sempre un continuo, progressivo disarmo.

  4. linnio il 26 dicembre 2007 alle 17:46

    Bel pezzo molto denso ( forse troppo). improruptus poi non mi pare corretto : forse era improptus?
    Avevo intervistato Affinati ( di cui amo soprattutto Campo di sangue) per Stilos millanta anni fa:

    1) Ci può parlare della copertina, in cui una foto di cui lei è autore viene ritoccata dalle ’distorsioni cromatiche’ di G. Toccafondo, segno ormai
    inconfondibile dei libri targati Fandango?

    “La copertina di ‘Compagni segreti’ riproduce una fotografia del cosiddetto ‘panificio’ di Stalingrado: la rovina di un palazzo che i russi,
    all’indomani della celebre battaglia contro i tedeschi, lasciarono così
    com’era, quale monito per le generazioni venture. Scattai io stesso la foto l’estate di quattro anni fa quando andai in quella città oggi chiamata
    Volgograd. Ho proposto l’immagine, insieme ad altre, a Gianluigi Toccafondo:il lavoro grafico che lui ha fatto, nel suo caratteristico filtro
    stilistico, mi sembra corrispondere pienamente allo spirito del libro.”

    2)L’originale alternanza di reportage e recensioni librarie, spesso
    veri e propri microsaggi, caratterizza la struttura di questo testo così
    difficilmente catalogabile: a che cosa è dovuta questa scelta così
    particolare ? Per farlo rientrare così in quella
    che lei definisce come l’ anomala peculiarità della grande letteratura
    contemporanea, ovverosia “l’insufficienza della catalogazione per generi” ?

    “Il libro, introdotto da due pagine intitolate “Le ragioni del ritorno”, è
    composto da dodici parti, ognuna delle quali viene preceduta da un reportage in linea con il tema della sezione. Ad esempio, il capitolo ‘Sbarre’ presenta in apertura il diario del mio viaggio in un penitenziario di massima sicurezza in Russia. Quello chiamato ‘Il vecchio e il male’ inizia con un pellegrinaggio a Ketchum, sulla tomba di Ernest Hemigway. E così via.
    Ai reportage seguono riflessioni sugli scrittori contemporanei che a me
    sembrano testimoniare, in un modo o nell’altro, oggi, qui ed ora, il nodo
    spirituale della sezione, da Don De Lillo a Steven Heighton, da Winfred
    Georg Sebald a Cormac McCarthy, da Michael Herr a Jonathan Raban, per citarne solo alcuni. Il volume è poi incastonato da due scritti di viaggio: uno a Hiroshima (“La cicatrice del Novecento”), l’altro a Nagasaki (“Nella terra consacrata”). Perché ho scelto questa struttura? Per me la scrittura certifica l’esperienza, come se fosse l’ultimo anello di una lunga collana conoscitiva. Ho sempre sentito un rapporto molto stretto tra leggere, viaggiare e scrivere e ho inteso rappresentarlo.”

    3) Il titolo è dichiaratamente, e non casualmente, conradiano…

    “‘The secret sharer’, che per noi è ‘Il compagno segreto’, ma Piero Jahier
    tradusse come “Il coinquilino segreto”, è uno dei capolavori di Joseph
    Conrad: compreso in ‘Racconti di mare e di costa’, narra la storia di uno
    sdoppiamento. Non si sa bene se il fuggiasco ospite del capitano sia una
    realtà o un’allucinazione. Lo stesso potrei chiedermi io a proposito degli
    scrittori inclusi nel mio libro: questi compagni segreti, coi quali di certo
    ho avuto un rapporto privilegiato, sono fuori o dentro di me? Sarebbe
    difficile rispondere.”

    4)In uno scenario che pare avvolto dalla incommensurabile potenza del
    Tragico, esistono barlumi di speranza: la letizia dei ragazzi incontrati ad
    Hiroshima nell’ipocentro dell’esplosione atomica, la gentilezza
    dell¹impiegato alla stazione ferroviaria nella stessa città, i bambini che
    giocano assorti sulla spiaggia dello sbarco in Normandia,…

    “A questi esempi di speranza potrei aggiungerei anche i miei allievi
    magrebini o slavi o afghani, ai quali insegno italiano ogni giorno alla
    Città dei Ragazzi di Roma, presenti anch’essi in ‘Compagni segreti’, come
    interlocutori impliciti. Sono da sempre interessato al male umano, nella
    storia trascorsa e nella contemporaneità, non per gusto macabro, ma per
    comprendere le ragioni del presente. Parto dalla Seconda guerra mondiale, che forse continuerò a sentire una ferita aperta almeno finché vivranno i protagonisti diretti, come Mario Rigoni Stern, ma sono concentrato sul nostro mondo: e credo che la letteratura contemporanea rappresenti uno dei
    migliori strumenti attualmente disponibili per interpretarlo.”

    5) Il grande tema della responsabilità , così come perfettamente
    compendiato dall’ ammonimento del teologo Dietrich Bonhoeffer, che è poi figura centrale nel corpus della sua intera produzione letteraria (“per chi è responsabile la domanda ultima non è come me la cavo eroicamente in quest’affare, ma quale potrà essere la vita della generazione che viene”) sembra costituire il senso ultimo di questo percorso gnoseologico a due voci, quella della letteratura e quello del pellegrinaggio.

    “Responsabilità della parola: scritta e orale, da non intendersi quale
    precettistica, regolamento o statuto giuridico, ma nel senso indicato da
    Dostoevskij, che con questo concetto voleva definire il peso dello sguardo
    altrui che ogni uomo inevitabilmente è chiamato a sostenere. A farlo ci
    possono aiutare i maestri, antichi e moderni: ecco perché in ‘Compagni
    segreti’ ci sono gli omaggi sulla tomba di Lev Tolstoj, a Jasnaja Poljana, o
    sulla spiaggia di Dollarton, nella baia di Vancouver, dove Malcolm Lowry
    conobbe una delle sue stagioni più belle.”

    6) Mi permetta, in finale di intervista, di rivolgerle la stessa domanda
    che lei pone, in una pseudointervista, a Saul Bellow: “Secondo lei, la
    letteratura si avvia a diventare un’attività minoritaria”?

    “Credo che, salvo eccezioni, la vera letteratura lo sia sempre stata, anche se talvolta, e specialmente oggi, la rivoluzione mediatico-informatica vorrebbe indurci a pensare il contrario.”

    Eraldo Affinati

  5. franz krauspenhaar il 26 dicembre 2007 alle 22:19

    Trattasi di errore di battitura.

    Comunque: bella intervista, solo che avrebbe meritato la homepage, secondo me. Non capisco questa smania di metterla nella colonna dei commenti, che si chiama così proprio per questo.
    Di redattori che ti pubblicano, qui, ne hai a mazzi.

  6. gianni biondillo il 26 dicembre 2007 alle 22:34

    franz ha ragionissima, come (quasi) sempre.

  7. Martino il 26 dicembre 2007 alle 23:43

    Sì, mi scuso per il refuso, che è mio e non di Franz. Strano che non se ne sia accorto nessuno finora, visto che il pezzo era già passato da un’uscita cartacea! Anch’io, visto che ci siamo, rilevo un refuso nel commento di Linnio: il titolo giusto è “Campo del sangue” e non Campo di sangue. Bella l’intervista che avrebbe meritato sì la prima pagina e che, riferendosi a “Compagni segreti”, non può essere così antica… anche se il tempo passa velocemente!

    OFF TOPIC: Colgo l’occasione inoltre per ringraziare Linnio che, se non sbaglio, è la stessa persona che diversi anni fa si imbatté in un mio appellò per un libro introvabile e molto gentilmente me lo spedì, senza che ci conoscessimo per niente.

    Martino

  8. Francesco Marotta il 27 dicembre 2007 alle 00:37

    Ciao, Martino, è un piacere ritrovarti qui. Molto bello il tuo scritto, di gran livello, che condivido, nell’impianto e nella lettura che dai del libro in questione.
    A presto.

    p.s.

    Al numero uno non ero io. Nessun appunto, di nessun genere, al nostro amico “fm”, ma d’ora in avanti qui su NI non siglerò mai più eventuali commenti: saranno miei solo quelli firmati con nome e cognome.

    Un saluto a tutti.

  9. linnio il 27 dicembre 2007 alle 05:21

    mi scusa per l’orribile ‘forma’ in cui è apparsa l’intervista.
    per franz:
    di interviste per Stilos ne ho fatte davvero tante e non mi sembra giusto, però, riempire l’home page di NI con scritti già apparsi sulla stampa ( anche se qualche volta l’ho fatto). Quella che ho postato nei commenti la consideravo una specie di corollario allo scritto di Martino.
    per martino:
    sì, quel linnio ( siamo in pochi a chiamarci così…) ero io. Mi ricordo anche della tua cortese risposta.

  10. franz krauspenhaar il 27 dicembre 2007 alle 07:04

    Linnio, NI è piena di pezzi già usciti su quotidiani e riviste. Anche questo, di Baldi. Che è uscito esattamente un anno fa, su Atelier. NI è anche riproposta di pezzi. La carta, soprattutto quella dei quotidiani, è molto deperibile.
    Ovviamente cerchiamo di scrivere e postare spesso pezzi nuovi, ma le riproposte sono importanti, a mio avviso.
    Comunque apprezzo i tuoi scrupoli, che continuo però a trovare inutili. Sarebbe stato bello avere la tua intervista in HP. Per creare una “cordata”, anche molto corta, su un autore di grande livello come Affinati. Se c’è una cosa che a volte manca, qui, è il coordinamento.
    Un saluto.



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