«Le porte di ferro» di Stefano Terra
Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo un estratto da Stefano Terra, Le porte di Ferro, Gammarò (Oltre). Pubblicato originariamente nel 1979 e ora riproposto nella collana i Classici con un’introduzione di Diego Zandel, il libro è un intreccio di memorialistica, reportage e avventura che esplora le radici profonde dell’Europa contemporanea. La vicenda si apre nel 1946, sul treno che da Torino porta alla Conferenza di Pace di Parigi, dove le potenze vincitrici stanno ridisegnando cinicamente i confini del mondo. Il racconto vive dello sdoppiamento tra due protagonisti, entrambi alter ego dell’autore: il maturo giornalista Gerolamo Traversa, disilluso testimone dei grandi eventi storici, e il giovane Fioravanti, rivoluzionario trotzkista animato da un idealismo puro e pericoloso
Stefano Terra, giornalista e scrittore, nato a Torino l’11 agosto 1917, morto a Roma il 5 ottobre 1986. Antifascista del gruppo torinese di ”Giustizia e Libertà”, costretto ad abbandonare l’Italia, proseguì l’attività clandestina in Egitto, al Cairo. Nel dopoguerra collaborò al Politecnico di Vittorini e diresse a Milano Il ’45. Inviato speciale per La Stampa e la RAI, si occupò delle vicende politiche dei Balcani e del Medio Oriente, risiedendo per lo più in Grecia.

di Stefano Terra
Avevo conservato la camera prenotata all’Hotel Scribe come ufficio. Sul divano tenevo aperti i giornali, alle pareti avevo appeso una carta d’Europa con i suoi vecchi confini da modificare ed anche una dell’Africa, per via delle colonie. Ma queste mie intenzioni organizzative caddero presto; finii per lavorare · soltanto nella sala stampa a contatto dei colleghi e delle cabine telefoniche e dove il bar contava più dei tanti e inutili comunicati ciclostilati.
Conoscevo quasi tutti gli inviati dei giornali inglesi ed americani dal tempo di Lisbona. Due amici del Tribune mi avevano affibbiato il nome di “riduttore”: quando capitava qualche grosso avvenimento, venivo incaricato scherzosamente di normalizzarlo. Ero arrivato in tempo per l’apertura della conferenza. In quei primi giorni, secondo me, l’avvenimento più importante sarebbe stato il balletto all’Opera di Parigi in onore dei delegati. Gli inviati più scanzonati dicevano che la vera Conferenza della Pace, cioè la spartizione del mondo tra i quattro grandi (che erano due), era già avvenuta a Yalta. Al Palazzo del Lussemburgo era stato organizzato un festival di oratoria per accontentare i piccoli alleati, i nemici secondari. Bevemmo insieme alle fortune dei piccoli pesci vincitori e vinti. E poi qualche giro in più perché la guerra era finita.
Con stupore m’accorgevo di riprendere subito in mano le fila e i trucchi del mestiere di inviato speciale, come se niente fosse capitato dopo quasi cinque anni di residenza forzata a Lisbona. Ritrovai l’informatore parlamentare dell’Intransigeant: lo conoscevo dai tempi di Daladier. Le piccole vene violacee sugli zigomi erano dilagate sulle guance, sul naso pesante. Brindava sempre con il mignolo alto e disse che mi avrebbe protetto dalle notizie sotterranee che poi scoppiano come mine. Le telefoniste dilatate nei loro grembiuloni neri si divisero il mio dono di gianduiotti; mi dissero che il cioccolato era ancora razionato a Parigi. Ci avrei pensato io ai rifornimenti, bastava che non mi lasciassero cadere la linea con il mio giornale e magari arrivassi un po’ prima dei colleghi. Una di loro che diceva di ricordarmi possedeva una grande matassa di capelli. La tenevano in equilibrio solidi pettini di tartaruga dalla raggiera di madreperla.
La rituale visita all’agenzia ufficiale per non trasmettere notizie già risapute. Gli scambi di urla con lo stenografo sordo e cattivo mentre potevi trovare quello buono che finiva lui stesso il pezzo se eri stanco o se saltava la linea.
Devo dire che ci sono due sapori – dal palato al cuore – che vorrei ritrovare per l’ultima volta prima di morire. Quello del liquore per finire l’ultima cartella e soprattutto la ricompensa che già il barista mi preparava appena mi chiamavano nella cabina telefonica. Quando il pezzo era partito venivo preso da un sentimento di libertà gioiosa: sino all’indomani non dovevo niente a nessuno.
(…)
Gli domandai quanti pezzi aveva telefonato al suo giornale. Lui rimase sopra pensiero, riempì i nostri bicchieri ed io cambiai discorso per dirgli che non doveva offendersi, ma erano soltanto dei giornalisti dilettanti che andavano a prendere appunti nella tribuna stampa e che frequentavano l’anfiteatro del Lussemburgo. I discorsi, quasi tutti inutili, erano già distribuiti, dattilografati, prima di essere pronunciati, all’Hotel Scribe, lo stesso era per i comunicati dei vari delegati e rappresentanti degli uffici stampa. “L’importante nel nostro mestiere di inviati”, continuavo a pontificare – il vino dell’ultima vendemmia un po’ aspro mi dava voglia di parlare – “è saper prevedere per non dire quello che trasmettono già le agenzie ufficiali: prima ancora che vengano in tribuna si sa che il delegato jugoslavo parlerà di Trieste, quello greco del Dodecanneso, conoscendo le loro tesi a memoria è poi difficile venire smentiti.
Disse che il suo modesto giornale socialista non poteva spendere molto; l’indomani avrebbe telefonato un pezzo per il numero di domenica e sarebbe passato allo Scribe prima di mezzogiorno per avere i miei “aiuti tecnici” promessi.
(…)
Alla mattina mi svegliò il mio direttore che mi disse dell’enorme impressione che aveva provocato, fra i lettori, la pubblicazione dei termini del trattato di pace per l’Italia; presto sarebbero arrivati a Parigi dei membri del Governo. Era meglio che mi facessi vedere per raccogliere qualche di-
60 chiarazione ufficiosa o ufficiale; mi avrebbe dato più spazio e in prima pagina. Solo da qualche tempo il giornale aveva riacquistato il diritto alla vecchia testata centenaria dopo la breve quaresima della disfatta. “Bisognava darsi da fare”, concluse il direttore. Come conoscevo quel “darsi da fare”! Presto sarebbero apparsi nugoli di segretari-portaborse in cerca di pubblicità per i loro ministri e delegati.
