di giuliomozzi
Nel supplemento del venerdì del quotidiano “La Repubblica” distribuito il 18 agosto c’è, alle pagine 86-89, un articolo di Emanuele Coen intitolato: «Nuovi talenti? Gli editori li pescano con la Rete». Nelle due pagine d’apertura, foto belle grandi di Roberto Saviano e di Valeria di Napoli alias Pulsatilla, e un po’ più piccole di Andrea Bajani e di Marco Rovelli; nella pagina a seguire, una foto di Julie Powers (blogger newyorchese che ha pubblicato un libro di un certo successo) e un banner – praticamente una piccola inserzione pubblicitaria – del blog di Beppe Grillo.
Attenzione: questo non è il solito articolo nel quale si dice che i giornalisti della carta stampata non capiscono niente della rete. No. Qui riassumo un po’ l’articolo, poi cerco di esporre una questione, e di passaggio faccio notare un furto. Il pezzo è un po’ tirato via, sto scrivendo in un internet point con una tastiera impossibile.
L’articolo comincia così: «Mai più senza blog. Per scoprire nuovi talenti, i grandi editori scavano tra i diari on line, spulciano i post, seguono su Internet le furiose polemiche tra i lettori. E alla fine riescono a individuare lo scrittore su cui puntare. […] Per l’Italia il fenomeno è nuovo. Ma non è un caso che tre dei giovani autori più interessanti della loro generazione – Andrea Bajani, Marco Rovelli e Roberto Saviano – firmino regolarmente su Nazione indiana (www.nazioneindiana.com), uno dei blog letterari più fecondi e frequentati della Rete. In modo schietto e diretto, senza retorica, i tre scrittori descrivono la vita dei lavoratori preari, i Cpt, i famigerati centri di permanenza temporanea per immigrati, la mattanza quotidiana tra i clan dell’hinterland partenopeo». Più avanti: «Resta il fatto che senza Nazione Indiana, Vibrisse (www.vibrissebollettino.net), Lipperatura (http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura), Carmilla (www.carmillaonline.com), I Quindici Wu Ming foundation (www.iquindici.org/news.php), Il primo amore (ilprimoamore.com) molti potenziali scrittori sarebbero rimasti nell’ombra. Ed è forte del suo cliccatissimo blog http://pulsatilla.splinder.com che la 25enne scrittrice foggiana Pulsatilla ha trovato la strada della libreria, con La ballata delle prugne secche (Castelvecchi), con una sorta di anti-Bridget Jones di provincia che spopola tra i ventenni. E’ un mondo, quello degli scrittori-blogger, sempre più fertile e popolato». E ancora: «Ma resta un dato di fatto: le vie dei blog sono infinite. Da un diario on line ne nasce un altro, da un libro può nascere un blog. In lageritaliani.splinder.com, Marco Rovelli documenta giorno per giorno il suo viaggio attraverso i centri di permanenza italiani».
Nell’articolo c’è una dichiarazione di Antonio Riccardi, direttore editoriale libri hardcover Mondadori: «E’ la curiosità a orientare il nostro lavoro. I blog rappresentano per la casa editrice un terreno di ricerca abbastanza continuativo, un’area di carotaggio importante e per certi versi necessaria. Però bisogna stare attenti a non cadere nell’equivoco che tutto ciò che viene pubblicato in Rete sia interessante, occorre usare un fortissimo filtro qualitativo». Altra dichiarazione, di Maurizio Donati, editor di saggistica della Bur: «Un testo che produce molto dibattito in Rete ha la forza giusta per sollevare interesse e curiosità. I blog rappresentano oggi un importantissimo spazio di autenticità. La Rete è anzitutto uno strumento e va vissuto come tale. Posso servirmene per tirar fuori stimoli, suggerimenti, sollecitazioni anche editoriali. Ma questo lavoro di acquisizione e registrazione di informazioni ha bisogno di un’idea, di un riferimento e una sensibilità radicata nel mondo in cui viviamo».
Allora: secondo me, non c’è da rallegrarsi tanto se Roberto Saviano o Marco Rovelli o Andrea Bajani scrivono in Nazione Indiana. L’articolo in questione è, come tanti articoli che parlano della rete, un tantinello euforico: ma questa euforia mi pare proprio fuori luogo.
La domanda è: ma perché Roberto Saviano, Marco Rovelli o Andrea Bajani non scrivono in «Repubblica», o almeno nel «Mattino di Napoli» o nel «Secolo XIX» o nella «Stampa»? (Magari adesso ci scrivono, peraltro; adesso). Se questi ragazzi hanno così tanto talento (e nel caso di Saviano c’è un consenso quasi universale), perché per anni e anni hanno dovuto ridursi a pubblicare i loro testi in rete, ossia – in sostanza – ad autopubblicarsi? Sarà stata scelta loro? Va bene: sarà stata scelta loro. Ma se anche è stata scelta loro, perché questa scelta? Non l’avranno compiuta, questa scelta, semplicemente perché i giornali e i settimanali sembravano (risultavano) loro inabitabili?
La notizia è, allora, questa (è la scoperta dell’acqua calda, lo so; ma a me non interessa dare la notizia, che peraltro tutti già sanno; interessa far notare uno dei modi con i quali la si traveste): la grande stampa periodica (ma anche quella media e piccola) ha smesso un tot di anni fa di dare spazio agli scrittori e agli intellettuali. E’ stato messo un blocco:chi c’era c’era, e chi non c’era non poteva più entrare. (In tempi recenti fa eccezione, come noto, certa stampa “di destra”: perché, secondo alcuni, ha bisogno di “imbarcare”; o perché, secondo altri, in quei giornali le pagine di cultura non interessano a nessuno, e quindi ci si può pubblicare qualsiasi cosa; raramente si fa l’ipotesi che, di fatto, nelle redazioni di certi giornali, oggi, ci sia più libertà di parola che nelle redazioni di altri). E quindi, per un’intera generazione - faccio un discorso deliberatamente generico; le eccezioni ovviamente ci sono - l’accesso a certi luoghi autorevoli è diventato semplicemente impossibile.
“Non ci sono più i Calvino, i Pasolini, quegli intellettuali che sapevano intervenire ecc.”: questa è la cantilena. Invece ci sono: solo che un tempo il “Corriere della sera” si onorava di ospitare Calvino e Pasolini (o, se volete: li ospitava per darsi una patina di progressismo, per fare marketing verso le giovani generazioni ecc.), mentre i Calvino e i Pasolini d’oggi devono accontentarsi dell’autopubblicazione in rete, cioè di uno mezzo di comunicazione che li mette, per certi aspetti (non proprio trascurabili), allo stesso livello del ragazzino che si fa il sito o del distinto signore che, vistosi rifiutare da tutti il suo orribile romanzo, lo “pubblica” (osservare le virgolette, please) in formato pdf su tutti i siti di pubblicazione automatica che gli capitano a tiro.
“Questa è la democratizzazione”, si dice di solito a questo punto: e si dice una gran fesseria. L’Italia non diventa più democratica se i mezzi di comunicazione di massa decidono di non dare più spazio a chi può scrivere cose intelligenti e, in quanto intelligenti, disturbanti; o a chi, entrando nel “giro”, potrebbe mettere in crisi la carega di chi è già dentro. “Così oggi l’intellettuale, lo scrittore, la loro autorevolezza se la devono guadagnare da soli, non stanno più nelle gabbie dorate ecc.”, si dice ancora, di solito, a questo punto: altra gran fesseria. Se un intero sistema culturale-industriale decide di sbarcare intellettuali e scrittori, togliere loro credito, proletarizzarli, costringerli ad arrangiarsi, è tutto da dimostrare che questo sia un bene.
Nessuno mi venga a dire, ora, che Saviano Bajani Rovelli non sono all’altezza di Calvino e Pasolini. Io non dico che lo sono. Dico che il confronto è insensato e stupido, perché Calvino e Pasolini (che prendo qui come semplici “campioni”) sono diventati ciò che sono diventati anche perché a un certo punto hanno avuto accesso a dei veri mezzi di comunicazione di massa. Scrivere su un mezzo che raggiunge tutti i giorni un milione di persone è cosa assai diversa che scrivere su un mezzo che raggiunge tutti i giorni forse un migliaio di persone. Scrivere su un mezzo che raggiunge tutti giorni un milione di persone è cosa che ti fa proprio diventare diverso. Scrivere su un mezzo che raggiunge tutti i giorni un milione di persone è esercitare un potere mica da ridere. Certo: un potere che ti è stato concesso. Che non è tuo. Ma sempre potere è. Ed esercitarlo con ardimento e prudenza ti fa diventare altro da quel che eri (non m’interessa se diventi migliore o peggiore; m’interessa che tu cambi).
Alla domanda: “Dove vuoi arrivare?”, rispondo: “Da nessuna parte”. M’interessa solo far notare che una cattiva notizia (l’espulsione degli scrittori dai mezzi di comunicazione “nobili”) viene fatta passare per una buona notizia. L’articolo comparso nel supplemento di Repubblica non è un articolo che - come mi ha detto l’amico che mi ha telefonato per segnalarmelo - “finalmente rende giustizia ai blog”. E’ un articolo che certifica la ghettizzazione degli intellettuali - fatta salva la possibilità per l’industria culturale di prenderne qualcuno al volo, e tirarlo fuori. Ripeto: non è certo cosa che si scopre oggi; voglio solo far notare come l’internet-euforia serva anche a nascondere queto fatto.
[Dicevo che volevo anche denunciare un furto. Nell'articolo, il libro (assai deludente) di Pulsatilla viene descritto come il libro di "una sorta di anti-Bridget Jones di provincia". Ora, "Il diario di un'anti-Bridget Jones" è il titolo di un libro uscito l'altr'anno, firmato da un'altra blogger, Pornosnob (il blog, trasformatosi in libro, ora non è più leggibile). E il libro di Pornosnob è, a mio giudizio, molto, molto più interessante di quello di Pulsatilla].








147 commenti
Non vedo l’esclusione di intellettuali e scrittori dai mezzi di comunicazione di massa tradizionali (offline) come un fatto del tutto negativo se lo consideriamo solo dal punto di vista della visibilità. Anzi penso che il futuro della comunicazione, di qualsiasi tipo, è destinato a passare sempre di più attraverso la rete. I mezzi tradizionali esauriranno, e forse hanno già esaurito, la loro spinta propulsiva.
Online c’è una modalità comunicativa diversa, e in gran parte ancora da reinventare, e sicuramente cambia il rapporto produzione/guadagno. L’aspirazione per uno scrittore, o un intellettuale, è sempre stata quella di poter campare dignitosamente del proprio lavoro, e di essere per questo amato e riconosciuto socialmente. I mezzi offline tradizionalmente offrono questa possibilità, la paga e la visibilità, e danno anche ulteriori possibilità di lavoro e di guadagno, visto anche il grande pubblico che raggiungono (Ma quale pubblico poi? Quello delle pagine culturali, o quello che sfoglia solo le pagine dello sport, piuttosto che quelle della politica e via dicendo? I lettori o spettatori dei grandi mezzi in realtà non costituiscono un’entità omogenea, ma sono la sommatoria di tanti piccoli soggetti sociali). La pubblicazione online tradizionalmente non porta guadagni, la tendenza è quella di avere tutto gratis o quasi. Come si concilia questo non tanto col diritto d’autore (che andrebbe abolito), quanto piuttosto con la legittima aspirazione di chi scrive a veder riconosciuta la propria attività come una professione? Questo è un bel dilemma, che temo non abbia soluzione. Ma la cosa tragica che temo ancora di più è che l’avere anche fior di pensatori e scrittori gratis online diventerà sempre di più un’abitudine, una cosa naturale e scontata, della rete. Questo potrebbe portare alla scomparsa dei “dinosauri” e questa, dopo quella delle “lucciole” di pasoliniana memoria, sarebbe una vera sciagura. Nei mezzi offline rimarranno solo gli intellettuali/scrittori o pseudo tali che sapranno essere anche “businessman/woman” o strumenti di “business” (e in genere non sono dei bei personaggi). Gli altri, i dinosauri, rimarranno confinati nei blog a fare i predicatori di sé stessi, cercando accoliti e fedeli (o tifosi) e incontrando spesso anche odi e gelose ostilità, spesso anche esagerate. In ogni caso, e da entrambe le parti, un panorama triste.
Che fare? Trovare delle forme organizzative online?
cp
il pezzo pone questioni molto interessanti, a mio parere.
non so però se condivido la tesi centrale, la ghettizzazione degli intellettuali, ci sto ragionando su.
mi pare che gli autori citati, pulsatilla rovelli e saviano (non so bajani) siano giovani e vengano dal loro primo vero libro di un certo impegno editoriale. non trovo pertanto strano che non facciano gli editorialisti per il corriere: pasolini e calvino quanti anni avevano quando han fatto storia le loro dispute sui quotidiani? io non lo so, dovrei controllare, però credo fossero già scrittori affermati.
aggiungo due considerazioni.
primo. la stampa di destra lascia più libertà nelle pagine della cultura, perché? mozzi cita due ipotesi e ne propone una terza: che alcune redazioni siano più libere di altre. a me pare che la terza ipotesi di mozzi possa essere un effetto delle prime due: la redazione culturale della stampa di destra risulta FORSE più libera di quella di sinistra perchè ha bisogno di “imbarcare” e perché i lettori se ne fregano o quasi - il che peraltro equivale a dire, con buona approssimazione, che non esiste una cultura di destra in italia degna di questo nome (dove per nome mi riferisco a “cultura”).
secondo. sulla ghettizzazione di intellettuali, scrittori, artisti in genere.
quanti erano coloro cha erano laureati o avevano accesso alla cultura solo un secolo fa? quanti si cimentavano - o avevano i mezzi per cimentarsi - seriamente con il cinema, la scrittura di un libro ecc.? io credo molti meno di oggi.
insomma, il livello culturale medio si è alzato, chi sono gli intellettuali degli ultimi vent’anni - in italia - che contano? quali faranno storia? quali sono gli scrittori che rimarranno? a me pare molto più difficile rispondere “oggi” - rispetto a “ieri” - a queste domande, e non credo che coloro che hanno accesso all’editoria o alla stampa o alla tivù siano solo dei mediocri raccomandati - o omologati - mentre su internet girino la maggior parte dei geni. il punto, credo, è che ci son certo logiche di favore e di omologazione, d’accordo con mozzi qui, ma teniamo presente che oggi sono - anzi “siamo” dato che scrivo commenti su un portale che a quanto pare ospita pezzi grossi della cultura anche tra i commentatori ;-) - in tanti ad avere qualcosa di interessante da dire e a possederne gli strumenti culturali - se non tecnologici.
Lorenz
ps a proposito di scrittori intellettuali a livello di Pasolini e Calvino, di quelli cioè che contano - e che forse “rimarranno” - c’è un certo antonio tabucchi che forse sarebbe bene considerare di più in italia (all’estero mi pare si siano accorti più di noi) e che ha scritto e scrive articoli su L’Unità (per nulla omologati con la linea editoriale del giornale), Manifesto e Micromega, oltre che per giornali europei.
E’ da poco uscito un libro che ha raccolto molti suoi articoli e che esprime bene, fin dal titolo, la storia dell’italia da un secolo a questa parte, “L’oca al passo”…o il passo dell’oca?
Tutto questo - ma quale tutto? c’è niente, a parte la solita costola d’Adamo spacciata per novità darwiniana-freudiana - esprime, casomai ce ne fosse bisogno, che la meritocrazia in Italia non esiste ma solo c’è la solita catena dell’amicizia, quella del Griso del Manzoni. I blog che diventano libri, o i blogger che diventano libri perché una casa editrice li ha scoperti è come la leggenda metropolitana che nelle fogne ci stanno i coccodrilli geneticamente modificati. E poi, al solito si finisce col citare i soliti quattro blog, quelli che sono già in mano a case editrici: “che senza Nazione Indiana, Vibrisse (www.vibrissebollettino.net), Lipperatura (http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura), Carmilla (www.carmillaonline.com), I Quindici Wu Ming foundation (www.iquindici.org/news.php), Il primo amore (ilprimoamore.com)”. La cosa mi fa sorridere. In effetti, gentile Mozzi, è una brutta notizia fatta passare per buona: ma non vedo alcun ghetto, proprio no. C’è invece che troppi intelletti - i soliti poi, più quelli che poi si mascherano da anonimi - se ne stanno “pure” in rete a dettare legge, a occupare sempre più spazi e spazio, così un articolo di Wu Ming o Evangelisti ecc. ecc. me lo trovo su carta stampata e replicato su almeno altri cinque blog di grande gittata (quelli già citati), la qual cosa mi fa cadere le palle. E mi spinge a non leggere i blog.
Poi che sarebbe questo distinguo “mezzi di comunicazione nobili”? Perché la rete è, è per chi? Poveri intellettuali. Proprio poveri e ignorati, e ghettizzati per giunta Ma non diciamo belinate, per cortesia.
g.
P.S.: Ma c’è del gaddiano qui.
“lavoratori preari”
“queto fato”
Così è un minestrone. Tutto è minestrone, G.M è pronto. (a proposito “di cosa bolle in pentola?”)Promuoverà forse nuovi autori. Si “costruisce” il comitato di lettura (chi giudica chi?). Forse “dilettanti” che giudicano dilettanti? Ma perchè? Per la cultura? E poi chi è il dilettante e chi decide chi dovrà decidere. Questa è (sarà) solo promozione, come è promozione l’artico del “Venerdi”. Ma promozione di che? (forse)Di se stessi? (vero gm, niente di personale) Si usa “qualcosa” per se stessi? Si consuma per essere visibili? E poi, cosa si dirà? NUOVI scrittori! Si pesca sempre nelle stesse unità di misura. Una catena di S. Antonio. Promesse e sotto intesi. Una piccola parte di potere esercitata dialetticamente e scandita con sotto intesi e con gruppi quasi “gruppi”. Una sinistra o una (forse) destra. Non sapevo che le immagini avessero un senso d’orientamento, ma questi discorsi sono complicati. E chi vuole vedere e bene che inizzi a usare altre parti del cervello che non siano le solite. Che impari a usare un sistema di pensiero che non preveda la parola, difficile?. Quasi imposibile visto i risultati. (l’insensatezza è il vecchio trucco (a volte inconsapevole) di chi insegna a leggere e a scrivere).
Che bello! Il mio commento non l’avete fatto passare.
Ne ero certo.
Ditelo che i “blog” sono “CENSURATI”, e non solo NI.
C’è un gran bell’articolo su Avvenire di Oggi, Bulli & Web. Dovreste proprio leggervelo approfonditamente. Chissà: la speranza è l’ultima a morire perché è già morta sepolta riesumata e portata via dal vento che ne ha sparso le ceneri per il mondo.
E in terza pagina, finalmente, un articolo su Alda Merini. In terza pagina, per Gesù: era ora che Le si desse un po’ di spazio ad Alda Merini, la più grande poetessa del Novecento italiano.
Adieu
g.
E non finisce qui, parlavo giusto l’altro giorno con una ragazza stagista RAI del Tg Lazio della progressiva scomparsa e/o mutazione delle pagine culturali ridotte a paginoni pubblicitari sul prodotto in perenne bundle (dal lunedì al venerdì non v’è mai schietto schietto il quotidiano, sino a raggiungere l’abisso del Corriere venduto in parecchie regioni in allegato alla Gazzetta dello Sport, sarebbe il contrario ma qui chiedono la Gazzetta e ti danno ANCHE il Corsera).
Di primo acchito sotto il sole di Scopello mi sembrava davvero una buona notizia ma il punto di vista di Giulio è uno sguardo-attraverso interessantissimo. Da recuperare anche Lavagetto e la sua eutanasia della critica, che sia in buona parte anche colpa di una politica selvaggia di allegati non v’è dubbio. Col tramonto della terza pagina non resta che giudicare indipendentemente la qualità delle nuove scritture, che, è questa è davvero una buona notizia, arrivano ugualmente a pubblicare: per dirla con Vinicio “Come impedir che corra il fiume al mare?”
quello che scrive giulio è purtroppo quasi scontato. l’evidenza del paternalismo padrista che si riscontra nei giornali italiani è come dire la versione meno livida delle accuse di restaurazione che muovevano benedetti scarpa moresco un paio di anni fa. ma secondo me non è vero che sia solo una questione di accesso bloccato. l’ideologia della cultura italiana è, come noterebbe un qualsiasi nipotino di adorno e horkheimer, Sistema (ma sì, S maisucola). non è facile diventare operatori culturali perché quello che serve non è tanto una preparazione poliedrica, capacità critica, quanto una condivisione strutturale direi di un’ideologia del consumo culturale. prendiamo la prima pagina di un giornale come repubblicapuntoit oggi: accanto alle notizie imposte, cosa propone repubblica come scelta editoriale diciamo? c’è un uomo con due peni, la corsa sui tacchi a spillo, il mondiale di strip-poker, il vibratore che fa da i-pod, il solo articolo presa per il culo di berlusconi, la polemicuzza sui film gay… questo sulla homepage del sito di informazione più visitato in italia. due scrittori - paolo rumiz e alessandro baricco - vengono ospitati uno a parlare dell’italia semituristica, l’altro a fare divulgazione narrativa direi. a essere semplicemente “inattuali”. è difficile, non per loro colpa, che da quello che scrivano esca qualcosa di dirompente. l’accesso è quindi sì bloccato ma non in senso anagrafico, ma in senso ideologico appunto. agli scrittori è richiesto di occuparsi di costume. non di letteratura, né tantomeno di politica. che poi tutto questo renda cronicamente infantili gli scrittori italiani (e non mi escludo) è un risultato piuttosto ovvio.
Minch**, pensavo che erano esagerazioni di Christian Raimo, invece è tutto vero (compreso il duplice pene). Purtroppo.
Caspita,in tempo reale! scusate, ho appena finito di leggere l’articolo sul venerdì, da anni scrivo per me stessa immaginando possibili interlocutori, sono affamata di feed back, commenti e critiche, così alla tenera età di 34 anni scopro che c’è un luogo di scambio , mi sono tuffata con entusiasmo, non avreste da consigliarmi da dove partire? effetto articolo sul venerdì di repubblica, una neofita chiede aiuto per partire alla scoperta di questo “nuovo mondo”, è anche questo parte del vostro dibattito in fondo, un effetto collaterale….spero non troppo fastidioso per chi è già ad un altro livello di internità e di dibattito…sinceramente…busso alla porta con passo felpato…si può…? LNat
Anch’io come Laura alla scoperta di questo nuovo mondo! Tutto serve , anche due pagine su Venerdì di Repubblica. Schemi nuovi in vecchi schemi
e via alla ricerca della notorietà con tanti distinguo e valutazioni del caso.
Alla fine dato che ciò che conta sono riconoscimenti e gratificazioni è bene studiare le tappe del percorso per arrivare a quello.
Ma in un mondo che nega la creatività e che fa dell’appiattimento , del tutto scontato e tutto previsto il suo modo d’essere è opportuno inseguire quello che non potrà mai essere?
Solo stanchi scrittori, solo creativi in disarmo sanno ciò che è giusto : dire no!
In tempo reale anch’io. Sarebbe bello abbatterla, la Legge dico.
La Legge e l’ignoto. A patto che dopo, l’ignoto, quando sarà stato noto, non divenga Noto.
Argh, che pasticciaccio! Mi si perdoni il ghirigoro lessicalmente vomitevole. Solo che quello è: alla fine ci fanno vomitare.
Ci costringono. Ci stringono a loro e ai loro idealuzzi parvenu. Mi si passi il sostantivo in funzione d’aggettivo. Oh, che palle. Non mi viene più nemmeno un’ideuzza… solo star qui a scusarmi.
Colpa loro. Obnubilatori…
Dunque inter-net se rimarrà i e mai I,allora (anacoluto) saremo salvi, maybe.
Senno fottuti. In Rete i Raccomandati, quelli che sbagliano gli accenti e gli apostrofi e scrivono mercì o the per dissetarsi e scrivono in Rete a pallafaitu, da oratorio. Poco adorabilmente…
Ogni forma di trasporto non soltanto porta, ma traduce e trasforma il mittente, il ricevente e il messaggio. L’uso di un qualunque ‘medium’, o estensione dell’uomo, altera gli schemi d’interdipendenza tra le persone come altera i rapporti tra i sensi.
Marshall McLuhan - “Gli strumenti del comunicare: Mass media e società moderna” (1964).
L’apologia della rete come luogo alternativo? se è promossa da chi in rete produce è onesta, diveramente è un’azione di rinforzo dei potentati editoriali perchè chi scrive in rete ci rimanga.
Esiste comunque un notevole scarto tra i due sistemi, le tirature sono diverse, ma è molto diversa anche l’attenzione dei fruitori.
Il quotidiano è ormai diventato un business della chiacchiera asfittico e sterile, una cassa di risonanza del già noto, che sortisce una fruizione passiva e distratta, orientata più dall’abitudine che dall’attenzione.
In rete invece si sceglie, si interagisce, si produce informazione in modo circolare condivisa e costruita orizzontalmente. Quindi un rapporto meno asimmetrico rispetto alla lettura di un quotidiano.
I giornali sono ormai delle lobbies, non dei produttori d’informazione, tant’è che percipiscono finanziamenti a fondo perduto sia dallo stato che dai partiti.
Repubblica non sembra essere esente, tanto più che ultimamente la qualità degli interventi riportati è veramente imbarazzante, cito per esempio il paragone recentemente operato tra la ragazza pachistana uccisa e le primizie di stagione.
@raimo
Pensi veramente che se Baricco (che sembra diventato il classico controesempio di ogni discussione) volesse scrivere di politica su Repubblica non lo lascerebbero fare? Non credi, Christian, che pensare allo scrittore come vittima del Sistema sia una forzatura ideologica? Gli scrittori, come tutte le altre persone, possono decidere se stare dalla parte delle vittime o da quella dei carnefici. Tu dici che non è “per loro colpa” che gli scrittori-baricco sono “inattuali” in quello che scrivono. Penso invece che sia tutta colpa loro e che, anzi, è molto probabile che di essere “attuali” a questi non gliene freghi proprio niente.
Diverso è il problema degli scrittori non-baricco che non hanno la possibilità di accedere ai mezzi di larga diffusione. Per loro non c’è possibilità di libera scelta. O provano anche loro a “imbaricchirsi” o rimangono in eterno nel limbo, e nel ghetto, del “giovanilismo”. E questo è un vero dramma. Ma la cosa veramente triste è che quei pochi fortunati che riescono ad “arrivare”, una volta al sicuro, si autocondizionano e si “imbaricchiscono” anche loro. Omologazione, si diceva una volta. Ma l’omologazione, come ama dire la Ravera, non è un reato…
cp
Trovo difficile che un intellettuale provvisto di forte mondo interiore autonomo e obiettivi di parola possa essere compatibile con l’infotainment odierno: non è acquario suo, continuerà a preferire due lettori attenti (magari impliciti) a due milioni di dementi. Non è poi vero che si debba per forza mangiare la mela, così come è vero che qui parliamo di e su gente che la mela l’ha mangiata da un pezzo. Di tutti questi e di noialtri fa testo solo l’opera e simile cercherà simile e si rispecchierà di esso, dentro o fuori la rimbombante gerarchia mediatica.
sarà che la notizia viene spacciata per buona e non lo è..ma larticolo su il venerdì di repubblica è servita a qualcosa..ora io sto scrivendo questo messaggio grazie a quell’articolo, che ho diligentemente strappato e conservato nell’ultimo libro che sto leggendo, così, per non dimenticare di accendere il pc e collegarmi a questo blog. cercavo notizie su Saviano, vorrei entrare in contatto con lui, parlare con lui..
Si va bene , ma è il gioco di specchi, l’immagine che si vede è quella iniziale, la finale non esiste. Quindi la rete. Il minestrone dei media è sempre fatto con due verdure al massimo tre, qui invece, nel maregnum telematico l’offerta è veramente infinita….lo spettro di dicibilità ha un’orizzonte molto vasto, e la soglia di scelta-attenzione fa la differenza.
Cio’ che conta non sono gli autori di articoli uniformati, diluiti e strumentali, ma la matrice dell’informazione, e in questo senso, la rete detta legge.
E’ la rete il concentrato, il doppio estratto di pomodoro, che diluito all’ennesima impotenza, annacquato dal battage, diventa poi la carta che accompagna ogni mattina il nostro risveglio: cappuccio, brioches, e carta, che poi sia stampata, è indifferente.
Vi dedico una canzone che conoscete benissimo:
“Mi cade schifato dalla mano
ogni giornale italiano insulta il mio capire
m’opprime di mode, modi
psicologia per conti che devono tornare
leggo Le Monde
difficile trovarlo non lo sciupo
buona motivazione, faticante, in francese
guadagno in comprensione
diffido del facile, gratis, tutto per tutti in ogni situazione
si può verificare, ha ragione Federico
- comunicare fa male -
Ah! Le Monde! M’incanta il mondo
m’incatena
diffido di ricette per ogni stagione
mai una colpa propria mai espiazione
la colpa è di, l’ho detto sempre
Le mani nella merda? Io? Le mani nel sacco?
il problema è assoluto, nel relativo è un complotto
al lupo al lupo al lupo! e finalmente viene
s’abbassa la testa, si nasconde la mano
cose ben più importanti
ben più vicino, molto più lontano
Mesto solenne si diffonde un canto
gracchiato da un altoparlante
vespo tra mare e monte in Cilento
piazza repubblicana
lapidi ai patrioti sui muri delle case
Ah! Le Monde! m’incanta il mondo.
m’incatena.”
LGF in PGR
a me sembra un po’ esagerato il padrinato e il sistema concentrato che tutti ci osserva, ci legge e ci sceglie. Detto francamente, il sistema editoriale è fin troppo ‘aperto’, se venisse meno questa ‘apertura’, semplicemente, farebbe bancarotta.
C’è un’apertura e un flusso di informazioni e di esperienze al vertice del sistema, nella ristretta fascia di autori promossi dalle corporations. Quelli che ‘tirano’, insomma, che ‘vendono’, che vengono sfottuti da “Lucignolo” perché quando ti trovi davanti una letterina, intellettuale o no, sono cazzi, lo diceva anche Eco ricordando il periodo in cui lavorara in Rai. I venditori più bravi, dunque. Quelli delle classifiche e delle recensioni a ripetizione. Anche se poi bisognerebbe verificare chi gonfia e chi no, e chi scrive la stroncatura su chi.
C’è un’apertura, un flusso intermedio, che agisce da filtro verso il paradiso dei grandi nomi. Questo purgatorio fatto spesso di attese tradite e promesse mancate attraversa le piccole e medie case editrici che, anche in questo caso, non mi sembrano poi un parco così ristretto (discorso diverso per gli editor, tutti impiegatizzati, rari quelli con partita i.v.a. e auto propria). In questo campo medio si fa le ossa chi sta per fare il botto con Einaudi, dimostrando di riuscire a rivolgersi a una precisa ‘nicchia’ di pubblico, che è fondamentele in tempi di allargamento della base imponibile, come fa notare Prodan.
L’osservazione che ho già fatto in passato a Raimo - che mi sembra di aver capito, da quello che scrive, lavori per M.F. - è che in questa fascia intermedia, purtroppo, ci sono poche collane editoriali che si rivolgono alla letteratura italiana (dico collane assimilabili alla ’sinistra’, sulla destra qui ho letto le solite generalizzazioni). Non quella dei ‘giovani’, che ne abbiamo i cojoni pieni del generazionismo e delle voci contro. Ma di ripercorrere le tracce dei dimenticati, dei dispersi, le centinaia di manoscritti di cui parla Fortini, che arrivarono nelle redazioni dopo la Seconda Guerra mondiale (e lì rimasero).
Che fine hanno fatto gli autori di cui parlava Fortini? Qualcosa si muove. In autunno ripubblicano “Fabrizio Lupo” di Coccioli che, per trovarlo, una volta, fui costretto a litigare con il commesso della Biblioteca Nazionale.
Se mi guardo in giro, però, ho l’impressione che gli editori piccoli e medi, forse per una scarsezza qualitativa, o quantitativa, o semplicemnte per un fatto di buona educazione (gli autori stranieri sono più educati di quelli italiani), danno molto spazio, forse uno spazio eccessivo, alla letteratura americana, ma anche indiani, sudamericani, giapponesi, consegnandoci ancora una volta il ritratto di un’Italia letteraria che deve fare i conti con Pulsatilla e i suoi fremori e feromoni.
Infine c’è l’inferno - così, almeno lo descrive Mozzi - dei pretendenti alla letteratura che scrittori non sono ma chissà perché riempiono gli archivi delle piccole e piccolissime case editrici, delle agenzie editoriali, o nel peggiore dei casi delle tipografie e dei fotocopiari che s’improvvisano editori.
Il discredito che leggo sulle pagine di NI ogni volta che si parla di pubblicazione autofinanziate, autoprodotte, con contributi per le spese di stampa e allestimento, è deprimente, pari solo all’aggressivita pauperista di quelli che mi attaccano quando provo a sostenere la tesi che dovremmo far pagare l’accesso a NI, a maggior ragione adesso che ci leggono anche i republicones. Ricordo che il manifesto, attualmente, ogni tanto, costa cinque euro e quello del sabato due (se non sbaglio).
Quel discredito è la solita porta in faccia tirata dai gestori del letterario, su vasta scala e su scala ridotta, contro quei fetentoni di autori che hanno voluto fare di testa loro. Autori con i controcojones, secondo me, che invece di aspettare l’editor di Mondadori che scende dal cielo per farti campare a vita di diritti d’autore - invece di sentirsi per forza “quelli giusti”, quelli che col dissenso hanno fregato il mercato (con i cpt, le gomorre, il noir, la letteratura da gallinelle, etc…) - si scrivono e si stampano il loro libro da soli (loro sì che sono i veri inattuali), appoggiandosi a reti distributive ‘mirate’, anche locali, provinciali, mettiamoci pure le edicole (esistono distributori appositi, anche nel vituperato meridione), e se per caso incontrano un editore che non si spaccia per tale, che non è uno squalo, voglio dire (qui tocca ripeterlo, ogni volta), e magari ha un minimo di familiarità con il marketing editoriale, riescono pure a esaurire la tiratura (ho prove certe per i più diffidenti).
Invece no. Non va bene, non è ‘regolare’, come se invece quando firmi il contratto che ti spediscono dalla sede legale di Mondadori fossi alle prese con un tenero, solidale angioletto interessato unicamente alla promozione della cultura. A ’sto punto ha ragione Prodan a chiedere la fine dei diritti, non sono d’accordo con lui ma almeno demistifica certi ragionamenti.
L’ho detto che la metafora paradiso degli artisti contro gironi dei perdenti era calzante. Se la discussione continuerà, dunque, proverò a fare un piccolo esercizio di sociologia letteraria, per vedere cosa scrivono e cosa hanno da dirci, al di fuori del Circo Massimo, e lontano dalla Storia, questi disgraziati. Chiamateli “dannati della penna”.
Un’ultima cosa. Secondo me sono due le invarianti fisse che decidono la sorte di un autore. La fortuna e il suo destino. Poi viene tutto il resto. La bravura, le idee, la capacità di imporsi nel mercato editoriale.
la scrittura è una falla - l’intrattenimento una bolla - internet una burla - i giornali una balla.
Si potrebbe ballare su internet burlandosi dei giornali coprendo di bolle l’intrattenimento fallace. Ma - fatto questo - in quale misura potremmo dire di aver dato il nostro contributo? Perché in fondo di questo si tratta, vero? La questione alla fine è sempre la stessa: Scrittori e Popolo, o mi sbaglio? Forse a volte ci si danno troppe risposte per nascondere l’angoscia di una domanda desolante. Che cosa ci stiamo a fare Qui. Il noi è fin troppo esplicito (in fondo anche questa è una casta ;-), Qui è il Mondo. Perché stiamo al mondo??? Ma se ci chiediamo l’inverso… (perché il Mondo non sta con noi) il problema non diventa… come dire… quello di una carenza… ehm… - scusate il termine - metodologica? Salut, andrea
Non mi pare sia proprio così. Nelle note di copertina di Gomorra è scritto che Saviano, oltre a collaborare con Nazione Indiana, scrive anche su Manifesto e Corriere del Mezzogiorno. Sono giornali pure quelli.
E l’autore di quell’articolo, inoltre, tralascia colpevolmente di argomentare sulle case editrici italiane. Ormai il grosso del circuito è in mano a una mezza dozzina di nomi che fanno il bello e il cattivo tempo e gli autori esordienti e/o “emergenti” ( bel modo per dire che non conti una mazza ) devono ripiegare sull’editoria minore. Ma non è poi un gran danno. Sono uno di questi autori e sto per pubblicare il mio secondo libro con un editore ancora più piccolo di quello che mi ha pubblicato il primo ( faccio carriera al contrario ). La piccole e media editoria, che si ritrova una volta l’anno a Roma, a una gran bella fiera, è viva e vitale e ci sono molte opportunità per chiunque abbia talento e voglia di scrivere senza pretendere da subito un posto in classifica. Tanto per fare dei nomi penso all’esempio della mia concittadina Valeria Parrella, un talento esagerato, e alla sua casa editrice, la Minimum Fax, ovvero l’editoria dal volto umano.
Insomma, a me sembra che di spazio ce ne sia abbastanza per tutti e se il Corsera o Repubblica non danno credito ai vari Saviano o Parrella il problema, a mio avviso, è solo del Corsera e di Repubblica.
@roberto
leggo di scrittori inattuali con i contro…. che si autoproducono e possono fregiarsi - quanto pare - del titolo di “inattuali”. Magari loro potranno più di altri scrittori “patentati”, ma darei al termine un’accezione diversa che non semplicemente quella di esclusi. Per dirla spiccia direi inattuale qualcuno che continuerà a essere “en passant”, blanchottianamente controvoglia, fuori dal coro non per il suo dire “emarginato”, ma perché nella sua voce è il nulla che risuona del fuori-senso. Kafka, Rimbaud, Amelia Rosselli per aiutarmi con qualche esempio e rendere più chiaro quanto esposto frettolosamente.
Alla fine del post leggo però una resa alla forza invisibile del destino; non me l’aspettavo dopo tanto fervore per sostenere la causa degli invisibili e credo che il fatalismo possano permetterserlo soltanto le élites. Di una cosa sono convinto però, e spero che l’esperimento si faccia davvero: leggere questi esclusi e commentarli qui credo aprirebbe lo sguardo su risvolti impensati e più che interessanti. Aspetto con ansia di saperne di più, andrea
Mah, io sarei più ottimista (e paziente): l’autopubblicazione su Internet mi pare un progresso enorme rispetto agli autori a spese proprie (meno carta sprecata quindi meno alberi abbattuti.) Inoltre il “pubblico” che ottieni, per quanto esiguo, è reale, e spesso elettivo. E comunque, il numero di postazioni dalle quali raggiungere “tutti i giorni un milione di persone” è (e sarà sempre più) sproporzionato alla lizza dei concorrenti: quelli che li occupano appaiono più una scelta arbitraria che non una scelta sbagliata. Dunque mi sembra futile avventurarsi in giudizi prematuri sopra ad una trasformazione epocale (fra le tante che incombono). Prima mostratemi quale sarebbe il genio misconosciuto, l’intellettuale imprescindibile, e dopo lotterò con tutti i miei mezzi affinché vada a prendersi il posto di Baricco su Repubblica - del quale sto peraltro apprezzando moltissimo “i Barbari” - gratis, ci mancherebbe!
Quindi esisterebbe un sistema editoriale meritocratico, aperto, rappresentativo.
Se il grado di civltà di uno Stato è percepibile dalle opere prodotte dai suoi parlanti, scriventi, e producenti all’interno della sua lingua, non saprei come definire il grado di civiltà italiano.
Quindi o il sistema editoriale essendo aperto e meritocratico, produce i Barricchi perchè è rappresentativo della mediocrità italiana, oppure non è affatto rappresentativo, e quindi l’assunto di mercato aperturo è falso.
Perchè dunque non sarebbe rappresentativo? forse perchè la produzione editoriale non è solo meritocratica e quindi di valore, ma si muove tra funzioni variabili quali il marketing, la visibilità, la permeabilità alle elites già costituite e la “normalità”.
Mi sembra quindi piu’ interessante la concezione delle minoranze creative che si autocostituiscono in mercati dall’andamento carsico ma piu’ incisivo.
Questo diviene un problema se si pensa all’artista come promotore di intellettualità formativa a fruizione universale, data la difficoltà di reperire e consocere questi innovatori della parola.
Insomma, rendeteci la vita più facile attraverso una maggiore informazione, non necessariamente ufficiale, riguardo proficue incursioni tra produttori di nuova letteratura.
Marco Belpoliti, se non erro, è stato l’ultimo a ripetere recentemente, forse su repubblica, la cantilena: “ma dove sono i calvino e i pasolini di una volta?” Bisognerebbe segnalare in un listone coloro che si dedicano di tanto in tanto a questa cantilena, con l’aria di farsi belli, e appunto insoddisfatti. Qui Mozzi dice particolarmente BENE e CHIARAMENTE le cose. Sono risapute? Chissenefrega. Sono gravissime. Ma non è tutto. Qualcuno è in posizione sufficientemente privilegiata per opporsi a questo stato di cose. Molti altri no. Non hanno sufficienti energie per combattere contro l’esclusione e per trovare tempo per scrivere cio’ che credono importante scrivere. Che di tanto in tanto si apra una fessura, e qualcuno venga accolto con tappeti rossi, è solo triste. E suggerisce solo l’idea di una cooptazione aleatoria o disperata. (Si fa entrare qualcuno a caso, o quando ormai diventa controproducente tacere) Antonio Riccardi che parla di “filtri” severissimi lo sa meglio di tutti. Quei filtri sono le difese corporative per tenere fuori gente che ha molto più da dire, di quei quattro navigati carrieristi che si conservano col coltello tra i denti il loro ruolo editoriale di spartitraffico.
ah ecco, mi pareva che i conti non tornavano…..
Leggo dal sito della SIAE (www.siae.it):
“La SIAE è la Società Italiana degli Autori ed Editori. La sua funzione istituzionale è la tutela del diritto d’autore. La SIAE amministra le opere di circa 80.000 aderenti facendo sì che per ogni sfruttamento di un’opera sia corrisposto all’autore e all’editore un adeguato compenso. Di fatto, rappresenta uno sportello unico per la cultura. In un mondo caratterizzato da una sempre più vorticosa diffusione delle opere, la SIAE è, infatti, l’interlocutore per conto degli autori e degli editori di radio, televisioni, produttori discografici, organizzatori di concerti, impresari teatrali, editori e di chi diffonde la cultura ad ogni livello e con ogni modalità. Di tutti coloro, insomma, che utilizzano le opere dell’ingegno, con lo scopo di assicurare il pagamento dei diritti d’autore a chi crea un’opera.
La SIAE è, dunque, un punto di riferimento per gli autori e gli editori, ma anche per gli operatori dello spettacolo: un’unica società (nel linguaggio delle società d’autori si definisce “società generalista”) che rilascia migliaia e migliaia di autorizzazioni per l’utilizzazione di ogni opera, facilitando così l’attività delle imprese per la corresponsione dei diritti e garantendo il lavoro degli autori.
Vi aderiscono volontariamente autori, editori ed altri titolari di diritti d’autore, per tutelare economicamente le loro creazioni”.
Altrove, sullo stesso sito, apprendo che:
“In Italia, l’attività di intermediazione è riservata dalla legge alla SIAE in via esclusiva. L’ autore può comunque scegliere di aderire ad altre Società di autori di Paesi stranieri.”
IDEA:
Perché non fare una battaglia, questa sì democratica, promuovendo magari un referendum popolare, per togliere l’esclusiva di intermediazione alla SIAE?
Questo consentirebbe la nascita di una o più anti-SIAE, o organismi di intermediazione concorrenti. Questi organismi incasserebbero i soldi (e sono veramente tanti) dello sfruttamento delle opere dell’ingegno dei loro soci (autori e editori). Una di queste società potrebbe benissmo inserire nel proprio statuto il principio di finanziare le case editrici e gli autori “emergenti” (semplifico per necessità di spazio) per esempio.
Tutto sarebbe più semplice no? In teoria quest’opera di promozione culturale la dovrebbe fare anche la SIAE, ma non credo che, oltre alle borse di studio e simili premiucci, questo venga fatto seriamente e disinteressatamente. La SIAE è in mano ai soci “forti”, che sono i soliti noti (grandi editori, major discografiche, ecc.).
Sono un ingenuo? Mi sfugge qualcosa?
cp
Non è necessario che un autore, grande o piccolo che sia, si iscriva alla Siae. Molti non lo fanno e, per citare un grande nome, anche Eduardo De Filippo non era iscritto.
Il punto della questione, a mio avviso, andrebbe capovolto. Se è vero come è vero che le grandi “voci” del giornalismo e dell’editoria non danno spazio ai talenti emergenti è pur vero che il pubblico fa pochi sforzi per premiare chi porta il suo contributo con mezzi limitati. Prendo a esempio l’ultimo lavoro di uno dei più grandi poeti italiani contemporanei, il mio amico Claudio Lolli. Pochi, anche i suoi estimatori, sanno che Claudio ha scritto un libro di poesie l’anno scroso ed è tornato di recente a incidere dischi. L’ha fatto con un piccolo editore Stampa Alternativa e con una piccola casa discografica che vende in rete i suoi prodotti, Storie di note. Per scoprire questo e altri avvenimenti del genere bisogna prendersi la briga di consutare di più l’informazione non ufficiale. Ho citato poco fa la fiera della piccola editoria di Roma, qualcuno cita i Blog, l’autoproduzione e così via. Bisogna anche sforzarsi di ascoltare chi parla a bassa voce.
@maldoror
Gli inattuali 2.
Chi sono e cosa scrivono.
Prendiamo dieci manoscritti inediti. Facciamo una prima scrematura dividendoli per ‘forma’ (narrativa/saggistica/poesia); generi letterari; autori (età, sesso, formazione, modelli).
Naturalmente il campione è molto ridotto, ma per esperienza credo che la scala 10 possa essere riprodotta, senza grossi traumi, su scala 100 (mi riferisco esclusivamente a testi inediti e destinati, probabilmente, a rimanere tali).***
Lo scopo di questo elenco è di mostrare che non c’è una grande coincidenza tra gli inediti e quello che poi viene effettivamente pubblicato. Vedremo perché.
Abbiamo:
FORMA
- 3 testi poetici
- 7 testi di narrativa e saggistica;
GENERI
- Testi Poetici
1) liriche d’amore e sentimentali, poesia d’occasione
2) componimenti di ispirazione religiosa
3) poesia ’sperimentale’, postavanguardie
- Testi narrativi e saggistici
1/2) romanzi di fantascienza
3) romanzi fantasy
4) racconti di formazione e generazionali
5) memorialistica, racconti sulla provincia italiana
6) saggi parapsicologici, cospirazionisti, inchieste
7) diari, scrittura autobiografica
AUTORI
- Testi poetici
1) over40, uomo, professionista
2) over50, donna, alfebetizzazione media
3) under25, uomo, laureato
- Testi narrativi e saggistici
1) (sf) under 30, uomo, studente
2) (sf) over 40, uomo, professionista
3) (fantasy) under25, donna, studentessa
4) under 30, uomo, precario, laureato
5) over 60, uomo, alfabetizzazione di ‘ritorno’
6) over 50, uomo, autodidatta, alfabetizzazione media
7) under 35, donna, laureata
Avvertenza/ 1: nei 10 manoscritti campione sono capitati 3 testi firmati da donne, ma questo non significa che in Italia non ci siano scrittrici (o che non ci sono, mettiamo, scrittrici transessuali). Insomma, il meccanismo va oliato per verificarlo nelle sue concordanze e discordanze. L’analisi sociologica non può pretendere di essere esaustiva. Serve solo a dare delle tracce, un indirizzo. E’ un percorso, non il punto d’arrivo della ricerca.
Sottoscrivo in pieno l’intervento di Andrea Inglese (e l’articolo di Mozzi, in generale, con un paio di piccole (non influenti) riserve).
Qual’è il contrario di sottoscrivere? Il fatto è che le aggregazioni su Internet sono ancora al livello di banda e di villaggio - basta vedere cosa succede quando delle comunità rivali vengono a contatto: una delegittimazione reciproca e feroce. Gruppi che si occupano delle stesse cose non risultano d’accordo su NIENTE, neppure se gli autentici poeti di un secolo si debbano considerare nell’ordine di grandezza di 4, 40, 400, 4000 o 40mila. La cosa è in fondo comprensibile, perché le persone da considerare sono tantissime, e per considerarle con giustizia servirebbe un tempo di conoscenza, una lenta sedimentazione di disposizioni, che pochissimi individui possono permettersi. L’unica speranza è che questo enorme lavoro venga suddiviso svolto in comunità basate su logiche davvero autonome, che non guatino continuamente le “macchine per l’ottundimento delle menti” in mani altrui (macchine che diventerebbero improvvisamente “buone”, se le carichiamo con le nostre munizioni) per impadronirsene. Solo questo potrà condurre al formarsi di credibili gerarchie alternative. Ma ci vorrà tempo. Nel campo del software però questo è successo davvero: vi sono comunità estese, che condividono un’etica, e raggiungono dei risultati a volte formidabili.
pezzo intelligente, che tocca verità importanti, ma che andrebbe integrato con una questione ulteriore. giulio scrive: “La domanda è: ma perché Roberto Saviano, Marco Rovelli o Andrea Bajani non scrivono in «Repubblica», o almeno nel «Mattino di Napoli» o nel «Secolo XIX» o nella «Stampa»? (Magari adesso ci scrivono, peraltro; adesso).”
giusto. eppure, anche la domanda-specchio è quasi spontanea: come avrebbero potuto pubblicare su «Repubblica» senza una “gavetta” provvisoria? senza farsi conoscere in qualche modo e mettere in luce le loro (innegabili) qualità? non sto dicendo che il blog sia IL mezzo mediatico per farlo: è senz’altro quello di questa epoca, ed è senz’altro uno dei più comodi.
quindi: se vogliamo denunciare le difficoltà con cui giovani autori di talento riescono ad approdare ai quotidiani, va benissimo. ma dire che “adesso ci scrivono”, come per sottolineare il fatto che avrebbero dovuto scriverci PRIMA, rischia di diventare una critica a vuoto. perchè non si capisce (o almeno, io non lo capisco e non lo so) come avrebbero potuto segnalarsi in precedenza.
la verità, credo, è che c’è una certa misinformazione di fondo su tutto l’ambiente della cultura. sul come accedervi in particolare. non invoco un “manuale”, intendiamoci. ma almeno più trasparenza.
tutto qui.
In questo paese, l’Italia, non esiste né libertà di stampa né libertà d’impresa. Quindi l’idea che ci siano dei privilegiati che occupano posti di potere anche nell’industria culturale non solo è sensata, ma è una triste realtà. Che la libertà della rete dia fastidio ai potentati della cultura è un’altra realtà. Ma vi ricordate - solo per citare un caso tra i tanti - quella legge liberticida sull’editoria che impedisce ai siti internet di pubblicare riviste o quotidiani online senza che ci sia alle spalle un’impresa editoriale con tanto di direttore responsabile regolarmente iscritto all’albo dei giornalisti? Questa è legge dello Stato italiano. La legalità come formidabile strumento di repressione. Non è questo regime? O la vogliamo chiamare libertà questa? Una “libertà” che trova i suoi paladini tra i post-fascisti, la chiesa cattolica, i neostalinisti della sinistra di governo e la mafia. E non mi si venga a dire che le imprese editoriali sono delle attività private che hanno la facoltà di decidere liberamente chi pubblicare e chi no. Questa libertà gliela concediamo noi cittadini, ogni giorno, con le tasse che paghiamo e con il nostro sudato lavoro. E queste imprese sono tanto indipendenti quanto lo è stata la FIAT da quando esiste.
cp
“Sottoscrivo in pieno l’intervento di Andrea Inglese” significa che sono d’accordo con le sue considerazioni sull’argomento. Volendo far conoscere il mio pensiero sul tema dibattuto, ammesso che interessi qualcuno, ritengo più corretto avallare lo scritto di qualcuno, nel quale mi ritrovo, piuttosto che ripetere gli stessi concetti, magari usando parole ed espressioni diverse. La semplificazione degli interventi potrebbe rendere la discussione più fluida e più facilmente seguibile, secondo me.
Niente bande, quindi, né rivendicazioni di appartenenza che, qui in rete, lascerebbero il tempo che trovano; anzi, servirebbero soltanto, a qualche troll in libera uscita, per sparare la consueta cazzata sulla ricerca di “padrinaggi”. Sempre per restare nell’esempio: domani Inglese, o Mozzi o chiunque altro, scriverà cose sulle quali non sono d’accordo, e allora sarà naturale intervenire, argomentando, come giusto che sia in questo caso, il proprio punto di vista contrario o dissenziente.
Continuo a ritenere che la fotografia che emerge dall’articolo di Mozzi e dal commento di Inglese sia quella più vicina alla realtà in oggetto. E resta inteso che è una “mia” idea. “Quei filtri sono le difese corporative per tenere fuori gente che ha molto più da dire”: è proprio così. A un poeta che conosco e che si muove nell’ambito di quella che si potrebbe chiamare “poesia di ricerca”, tanto per fare un esempio facilmente esportabile in altri settori culturali, il signor Antonio Riccardi disse (scripta manent) che le collane da lui dirette andavano alla scoperta dell’innovazione (sic!) ed erano aperte a testi più sperimentali (sic!) di quelli che gli si presentavano… Antonio Riccardi? “Lo Specchio”? La Mondadori? Testi innovativi e sperimentali? “Ma ci faccia il piacere”, per piacere!!!
@ roberto
Il punto di partenza per un’analisi dei manoscritti inediti che arrivano nelle piccole e medie case editrici mi sembra buono, anche se personalmente (intendo per esperienza personale) penso che la saggistica meriti ben più del 10% del totale, e senza essere limitata ai “saggi parapsicologici, cospirazionisti, inchieste”. Certo poi bisogna tener presente il catalogo di ogni casa editrice e quindi la specializzazione delle sue pubblicazioni, anche perché intuitivamente mi sembra che molti di coloro che inviano manoscritti facciano a loro volta una selezione tra le decine, centinaia di case editrici, dopo averne visionato il catalogo (in una casa editrice che non pubblica testi di narrativa nel suo pur piccolo catalogo, la percentuale dei testi di narrativa che arriverà nei suoi uffici non sarà del 90, ma del 30).
Ad ogni modo, concordo riguardo l’assoluta divergenza tra quei manoscritti pieni di belle speranze e ciò che poi arriva in libreria, sia nel “genere” sia nel “numero”, potremmo dire. E anche su ciò che arriva in libreria, da queste piccole e medie case editrici, bisognerebbe interrogarsi: quanti di quei libri vengono pubblicati a spese dell’autore (quindi senza grossi investimenti da parte dell’editore) e quanti no? Quanti di quei libri delle oltre 5000 piccole e medie case editrici italiane meritano davvero una recensione su NI? Davvero troppo pochi, pochissimi. Appunto per questo vorrei smorzare i facili entusiasmi di chi propone “proficue incursioni tra produttori di nuova letteratura”: come si riesce a trovare quei pochissimi libri di valore in un mare magnum di pubblicazioni, se non inutili, almeno superflue? Come scoprire i testi di quelle case editrici che non arrivano alla distribuzione nazionale, perché le case editrici che li pubblicano non possono permetterselo perché trovano il “filtro” dei mega-store?. A meno che, certo, non si faccia rientrare tra le piccole case editrici anche Stampa Alternativa, come si è anche scritto, perché allora stiamo (o meglio sto) parlando a vuoto.
No Giulio, non sono d’accordo quando usi il verbo “ridursi”: ridursi a pubblicare online invece che sul Corsera.
Sì, Giulio, sono d’accordo quando dici che il Sistema ha, da tempo, chiuso le porte e chi è dentro è dentro e chi no peggio per lui.
Mi sembrano due aspetti diversi della faccenda. Nazione Indiana ha, immagino, lo stesso numero di lettori e la stessa forza di penetrazione culturale di una rivista letteraria e non puo’ che essere così.
Nazione Indiana, lo dico da lettore, anche se si puo’ non essere d’accordo, ha avuto e ha (insieme ad altri) il merito di rendere la rete un luogo autorevole di per sé, non un succedaneo del mondo reale. Non un una catacomba. Non un posto di riserva (per questo odio le riprese di articoli usciti su Stilos o non so su dove altro: allora sì che non serve a niente).
Per dire: in ambito scientifico la querelle carta/elettronico è finita da tempo, a tutto vantaggio della rete. Chi si ostina a voler leggere aulle costose riviste patinate gli articoli invece che consultarli sul PC è considerato un dinosauro rompipalle.
E’ chiaro che in ambito letterario e non specialistico le cose stiano in modo diverso, ma i processi economico-industriali e culturali connessi alla pubblicazione tradizionale non possono che agire come agenti se non rivoluzionari, almeno riformatori. Masse di lettori (masse?) si sono spostate e si sposteranno sulla rete a tutto vantaggio della cultura.
A che serve lamentarsi che Rovelli non abbia fin qui scritto sulla Stampa e Saviano sul Mattino? E che BombaSicilia non abbia la stessa diffusione di Nuovi Argomenti?
Resta, certo, il dato inoppugnabile delll’impossibilità di una nuova classe intellettuale a godere delle stesse opportunità di cui qualcuno (pochi) ha potuto giovarsi in passato.
Ma gli spazi si occupano o si creano. Vedere vizzire il Corsera di Pigi Battista e la Repubblica dei Citati e la morte dei pomodori (signora mia) ci riguarda? Crepino, mi viene da dire, strozzati dal loro milione di copie.
Ezio
Leggevo sul Corrierone qualche giorno fa di Anceschi (l’insigne critico) che si lamentava, una manciata di decine di anni fa, della triste condizione delle patrie lettere che consideravano Vittorini o Pasolini grandi scrittori. (quelli che noi oggi diremmo: “non ci sono più i Vittorini, non ci sono più i Pasolini”, etc….) Insomma, niente di nuovo sotto il sole.
E’ per questo che sono d’accordo con Giulio ma anche molto d’accordo con Ezio.
Il blog (e la rete) ha permesso la creazione di percorsi “alternativi” alla scrittura e al pensiero, altrimenti bloccati (penso, su tutti, alla poesia). Che la carta stampata ormai se ne renda conto dimostra la sua lentezza ma anche la scommessa vinta da molti scrittori già “ufficiali” (come lo furono a suo tempo, per fare un esempio fra mille, i fondatori di NI: Scarpa, Moresco, Mozzi, Janeczek, etc.) ad usare questo mezzo e a dare spazio a chi “ufficiale” ancora non era. E c’è gente che (anche) in rete si è creata la sua autorevolezza - WM, Genna, etc.- e ora scrive normalmente anche sulla carta stampata. (ovviamente non credo che questo percorso sia necessariamente virtuoso e unidirezionale, ma semplicemente l’allargamento di opportunità, strappate con i denti ad un certo lobbismo tutto italico).
I lettori di NI sono numericamente molto meno di quelli del Corrierone? Ma dobbiamo anche chiederci chi sono. La loro qualità. (quanti lettori fa “Nuovi Argomenti”, in fondo?) Fra questi ormai sempre più molti intellettuali tecnologicamente giurassici, che snobbavano il mezzo, e che nel tempo stanno correndo ai ripari. Case editrici comprese.
Io sono uno di quelli che se può vede il bicchiere mezzo pieno, insomma. Cerco il potenziale positivo dell’articolo del Venerdì (che non ho letto, se non negli stralci qui riportati).
Non discuto le opinioni.
Giuseppe Iannozzi ha scritto: “E poi, al solito si finisce col citare i soliti quattro blog, quelli che sono già in mano a case editrici: “che senza Nazione Indiana, Vibrisse (www.vibrissebollettino.net), Lipperatura (http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura), Carmilla (www.carmillaonline.com), I Quindici Wu Ming foundation (www.iquindici.org/news.php), Il primo amore (ilprimoamore.com)”. “.
Qui Giuseppe Iannozzi scrive come uno che dà un’informazione. E l’informazione è falsa.
Rispondo per me. vibrissebollettino non è “in mano” a nessuna casa editrice. Il dominio è di mia proprietà. L’affitto del server, la banda, eccetera, sono tutte cose che pago io. Le persone che ci scrivono sono invitate da me. E’ vero (l’ho forse mai nascosto?) che lavoro per un editore (Sironi). E’ vero che in vibrissebollettino i libri che escono presso questo editore anche grazie al mio lavoro vengono regolarmente segnalati (faccio una più o meno regolare rassegna stampa): dovrei forse ignorare, in una pubblicazione curata da me, il mio lavoro?
Quando Giuseppe Iannozzi scrive che alcuni blog, tra cui vibrissebollettino, sono “in mano a case editrici”, diffonde un’informazione falsa. Perché lo faccia, sono affari suoi. Lo invito a rimangiarsela: qui, in questo stesso luogo dove l’ha diffusa.
Rispondo per Nazione indiana. Dica, Giuseppe Iannozzi, “in mano” a quali editori è Nazione indiana. Così ci facciamo quattro risate.
Gli ultimi 2 libri che ho letto sono Il leviatano di Auster EINAUDI e Gomorra di Saviano MONDADORI. Il primo ha un numero incalcolabile di svarioni: dico incalcolabile perché avevo iniziato a fare 1 orecchio sulla pagina per ogni svarione, ma poi mi sono stufato e ho cominciato a usare il libro come schiacciamosche, esattamente alla p. in cui sta scritto: “i diritti e i poveri” (giusto per sfogarmi in modo costruttivo). Anche MONDADORI non scherza: però lì ho corretto a mano perché il libro deve leggerlo per le vacanze mia figlia. Insomma, che ci stanno a fare i redattori? o sono stati tagliati? che industria è quella editoriale? come se la FIAT facesse auto con le portiere che non si chiudono. Almeno in rete si può segnalare lo svarione e provvedere immantinentementenente!
@andrea inglese
Al domandone (”Chi è il nuovo Pasolini) risponderei così: non è importante scoprire chi è il talento che i manager avrebbero rinchiuso nei lager virtuali, per non farcelo leggere (quali segreti nasconderà mai!?), quanto piuttosto riuscire a capire perché LA TEMPERIE che circondava Pasolini, e Calvino, e Sciascia, cioè l’aria che respiravano durante i loro incontri (e scontri), quella ‘Stagione’, insomma, oggi non c’è più (o la ’stagione’ sono i blog di Wu Ming, Genna e Lipperini, o peggio ancora noialtri? ma dai…).
@cristoforo prodan
L’idea di spezzare le reni alla SIAE non è male, ma dove sono i nostri avvocati che si mettono al lavoro per realizzarla? Ecco perché bisognerebbe aprirsi, il più possibile, ad esperienze che non siano per forza letterarie. Ad ogni modo, per me, il primo passo è pagare gli autori quando pubblicano su NI. Pagarli noi, non la SIAE.
Come si pagano gli autori? Si SOSTIENE LA NAZIONE. Non con le collette tipo manifesto, ma facendo partecipare, effettivamente, attivamente, i lettori, gli autori, i naviganti, al progetto nazionale. Avete presente wikipedia? Anche lì non si diventa ricchi, ma se permettete potremmo riuscire a fare qualcosa di meglio dell’enciclopedismo cliccarolo e linkarolo.
Il problema resta il progetto, che non c’è (vedi punto uno, la fine delle ’stagioni’). Ma aprirsi ad altre esperienze potrebbe essere un modo per trovarlo. The Project for A New Italian Write Century. Adesso qualcuno mi mena. Già m’immagino che faccia farà Galbiati.
Scherzi a parte, servono avvocati, fiscalisti, assistenti sociali, giornalisti, economisti, esperti di marketing e pubblicitari, anche i politici o i loro consulenti, che detto così sembra la lebbra. Imbarchiamo tuti, ognuno con il suo sapere parcellizzato e sottopagato, che andrebbe allargato, riscoperto a vantaggio degli altri. Siamo in rete oppure no?
@Gilliat
“Quanti di quei libri delle oltre 5000 piccole e medie case editrici italiane meritano davvero una recensione su NI? Davvero troppo pochi, pochissimi”.
Il discorso sulla qualità dei testi per me resta collegato ai tre gironi danteschi: ci sono penne buone e cattive in ogni cantica. Principesse che danno il voltastomaco e chiaviche che possono farti piangere di gioia o ridere dalla disperazione, non foss’altro che per la loro scemitudine (che difendo, a me gli intelligentoni dopo un po’ stancano, a meno che non sono Stendhal).
Il discorso non è “quanti” o “quali” sono i testi da recensire su NI, questo mestiere lasciamolo ai solerti compilatori di “Tirature”. Il problema è “come” farli arrivare a destinazione. Cioè il problema è trovarli, editarli, pubblicarli. Sapete, in giro c’è un sacco di gente che scrive semplicemente per il gusto di farlo. Propriò così, perché si diverte. E basta. Non gliene frega niente di Stilos, di Piros e di Milos.
Suggerisco due ipotesi di lavoro: 1) smarcarsi come editor, liberalizzare ’sto cazzo di mestiere che in Italia è più corporativo della Rifondazione Tassinara. Diventare noi stessi i cacciatori di frodo che, nascosti nelle frasche, fanno il watchdog del complesso editoriale, fregandolo sul tempo, battendo palmo a palmo la provincia e le borgate in cerca di voci che abbiano qualcosa da raccontare, anche se al momento i ‘dimenticati’ sono troppi e non sono tutti in grado di farlo da soli (cioè di raccontare ‘come si deve’).
E quindi, 2) lavorare sulla didattica della scrittura. Che non è solo correggere qualche bozza e vedere se il discorso fila. Ma è la ricerca di un ‘metodo’ di lavoro condiviso (come la ’stagione’). Metodo che non c’è ma che potrebbe esserci. Se mettiamo gli autori nelle condizioni di scrivere (e di leggere).
Gilliat, grazie per la risposta attenta, liscia liscia. So bene dei saggi, ma il campione come al solito era induttivo. I dieci manoscritti sono ‘estratti a sorte’. Il campione può essere modificato, ma conserva delle invarianti fisse (dai narratori di provincia agli indemoniati religiosi, passando per i posseduti da Tolkien***). In ogni caso cercherò di essere più preciso. Se ci riesco domani concludo la campionatura.
***Questa settimana ho letto il testo di una under 20 che ha scritto un fantasy di seicento pagine (600). Al di là della qualità, la ammiro per la costanza. Secondo me si è divertita da matti.
@abbicci
spero perdonerà i refusi.
Io non capisco mai bene gli ariticoli di Mozzi, ma fa l’istess.
So solo una cosa:
che io ho parecchi libri lì sul tavolo sul comodino e loro stanno lì,
aspettano, dormono prendono polvere e li sfoglio assai poco perchè ormai leggo molto più sulla rete, disordinatamente fin che si vuole, ma leggo, mi diletto, mi incazzo, mi scrivo, mi informo e via.
Ne so un’altra e l’ha rilevata benbene Roberto:
sta povera Italia è il paese dei fasci e delle corporazioni, come diceva i Buce, basta vedere che cosa non bisogna fare per diventare giornalista, se lo diventi poi ci hai dei privilegi, pure se diventi tabacchino, notaio tassinaro e se poi riesci ad entrare nella casaforte superblindata dei politici di professione, uuhhh, ti sei protetto( vuoi parato il cul) per il resto della vita e ci dai lavoro ai figli, ai nipoti, anche alle cognate (per dire).
Ne so ancora un’altra:
Qui ci andrebbero delle liberalizzazioni vere, democratiche,
non quelle tipo alla russa che poi i beni pubblici vanno ai gangsters,
cioè le liberalizzazioni interiori,
cioè buttar via gabbie di privilegi reali o ideali che sono vive come ostaggio e retaggio mentale nelle teste di molti, di troppi.
Io sento ancora una cosa:
mi diceva un amico di qui, di NI( il furlèn):
molti vogliono dare l’assalto al Castello, la Rete, ma nel Castello ci siamo già a piedi uniti (e a volte non ce ne rendiamo ben conto)
La corporativissima SIAE si propone di proteggere i diritti degli autori e degli editori, di fatto, si autoprotegge come istituzione tendente all’imperituro mantenendo a buon stipendio ed a tempo indeterminato una schiera di funzionari puzzoni e fascisti ( nella testa, dico).
A me ne è capitata una bella, rarissima, per dire, tre anni fa:
Un sito letterario belga mi ha pagato diritti di autore per tre anni per tre miei racconti sul web, in francese, guardà lì; ed io non sono quasi nessuno.
Che là la pensino e poi agiscano diversamente?
MarioB.
Sottoscrivo, parola per parola, l’intervento di Giulio e quello di Andrea Inglese. Leggere certi articoli ‘repubblichini’ è davvero un incubo.
lv
@roberto
Hai ragione, anche solo per arrivare a formulare una proposta referendaria che abolisca l’esclusiva siae ci vorrebbero degli azzeccagarbugli che ci capiscano di cose al confine tra legge e politica. Però è strana l’epoca che stiamo vivendo. Negli anni di piombo in Italia c’erano gli avvocati di Soccorso Rosso (e forse ci sono ancora) che difendevano gratuitamente i brigatisti in carcere, c’erano (e forse ci sono ancora) gli avvocati del Tribunale dei diritti del malato di Giovanni Moro che prestavano il loro patrocinio gratuito ai parenti delle vittime della malasanità. Possibile che per una causa così nobile, com’è una qualsiasi battaglia per la sopravvivenza della cultura, non si trovino degli avvocati, e altre figure professionali, in grado di dare una mano? Dai politici non c’è da aspettarsi un gran che. Ma dalla cosiddetta “società civile” ci dovrebbe essere una maggiore sensibilità.
Per quanto riguarda il pagamento su NI, il discorso è interessante e NI può essere un laboratorio in questo senso. Una cosa, molto semplice, si potrebbe fare già da subito. Tra i tanti pulsantini in calce agli articoli (e, perché no, anche ai relativi commenti) si potrebbe aggiungere il puslantino di “donazione” attraverso PayPal (rif.: http://www.paypal.it), ovviamente che faccia capo non al singolo postante ma a NI come entità giuridica senza fine di lucro (tipo un’associazione culturale o una fondazione). Il pulsantino dovrebbe essere accompagnato da una scrittarella del tipo “se ti è piaciuto questo articolo ti invitiamo a sostenere l’iniziativa, ecc.”. I soldi incassati in questa maniera (e vi confesso che qualche volta io, qualche euro, quando ne ho la possibilità, ce lo butterei; moltiplicate questa potenzialità per le centinaia di lettori di NI…) dovrebbero essere amministrati e redistribuiti tra i vari postatori (tipo le mance che i banchisti del bar si dividono a fine giornata). Il criterio di suddivisione dovrebbe, come dire, essere “equo e solidale”, secondo la vecchia, ma secondo me sempre valida, formula “da ciascuno secondo le proprie possibilità, a ciascuno secondo i propri bisogni”. La cosa è fattibile in termini pratici e senza spese. Male che vada all’inizio si incassano pochi spiccioli. E inoltre la cosa va pensata bene, con regole precise e condivise, per evitare la ressa dei poveri al camion degli aiuti umanitari. Ma non importa, si comincerebbe ad affermare un principio, un’ipotesi alternativa al Sistema. Anche la banca di microcredito Grameen Bank ha cominciato con un’idea semplice e alternativa al Sistema (mafioso e clientelare) degli aiuti ai paesi poveri, ed è riuscita in pochi anni ad affrancare dalla povertà milioni di persone nel terzo mondo. Basta avere la volontà di fare e di organizzarsi. Io ci sono e sono a disposizione. Ecco la mia email: cristoforo.prodan@gmail.com.
Ultimo ma non ultimo. Sono stato e sono un libero redattore di Wikipedia per alcune voci di interesse musicale. Non credo che il progetto sia da liquidare negativamente come “enciclopedismo cliccarolo e linkarolo”. Si tratta di una grande risorsa e la democratizzazione del sapere, con la possibilità di dare il proprio contributo liberamente, non è così negativa come sembra. C’è in realtà un capillare “controllo sociale” su quanto viene scritto virtualmente da chiunque abbia qualche conoscenza da condividere. Un progetto, in questo senso, rivoluzionario, che non a caso è stato oggetto di uno dei primi strali di papa Ratzinger. Lì non ci si guadagna nulla, ma non vi nascondo il fatto che Wikipedia mi è stata utile in moltissime situazioni e quindi, già solo per questo, si è ripagata.
cp
Dice Mozzi;
“La domanda è: ma perché Roberto Saviano, Marco Rovelli o Andrea Bajani non scrivono in «Repubblica», o almeno nel «Mattino di Napoli» o nel «Secolo XIX» o nella «Stampa»? (Magari adesso ci scrivono, peraltro; adesso). Se questi ragazzi hanno così tanto talento (e nel caso di Saviano c’è un consenso quasi universale), perché per anni e anni hanno dovuto ridursi a pubblicare i loro testi in rete, ossia – in sostanza – ad autopubblicarsi? ”
Non drammatizzerei tanto. Saviano non ha nemmeno trent’anni e da un pezzo lo vedo giustamente anche su alcuni giornali. Se non sono troppo distratta anche Rovelli e Bajani sono giovani.
Le meccaniche di cooptazione sono sempre le stesse e viene cooptato non solo chi ha talento, ma anche chi ha alcuni difetti e qualità (ci vogliono entrambi). Per chi non li possiede è faticoso non solo farcela ma anche restare lì dove è stato cooptato. I prezzi a volte sono alti. E questo da sempre.
Noto, nel pezzo di Mozzi e anche nei commenti, un inconsapevole riferimento al “male” a qualcosa di negativo che come la maledizione della terza madrina nella bella addormentata si stende sul popolo della cultura e dei talentosi, qualcosa di negativo e soprattutto “voluto”, una “volontaria” esclusione dalle fonti della visibilità, del successo e del potere di un gruppo da parte di un altro, di una generazione da parte di un’altra.
Dice Mozzi. “la grande stampa periodica (ma anche quella media e piccola) ha smesso un tot di anni fa di dare spazio agli scrittori e agli intellettuali.”
Vorrei fare un piccolo esempio personale. Tempo fa avevo proposto a un mio amico che aveva una posizione di un certo peso in un giornale locale della catena di repubblica i pezzi di una ragazza che mi parevano buoni e interessanti. Li ha letti, gli son piaciuti, mi ha chiesto se glieli doveva pagare (!) Io ho detto, beh, qualcosa almeno. Lui ha detto va bene. E poi lei non ha voluto per fatti suoi. Un bel pezzo non troppo caro che sia in sintonia con il giornale e che non possa già fare un suo giornalista il giornale lo vuole. E anche un bel libro che possa trovar spazio nella collana adatta l’editore lo vuole. Certo, non il bel libro che quel gruppo di persone che dentro la casa editrice prende le decisioni trova lontano dalle proprie posizioni e destinato a non vendere se non venticinque copie.
Di recente un editore prima medio e ora assorbito da uno grosso mi ha detto noi “leggiamo tutto”. E so che è vero. Sono in caccia di libri. E la libraia di Pieve di Soligo, una donna simpatica e intelligente con cui parlavo l’altro giorno mi diceva che ne fanno troppi e ne fanno troppi sulle spalle dei librai che intanto pagano.
Ora, se è vero che gli scrittori sono meno presenti di una volta sui giornali (e credo sia vero, o almeno sono raccolti -potrei dire “ghettizzati”, ma sono certa che non è la parola giusta- nelle pagine culturali, lette solo da quelli che leggono letteratura e che non sono moltissimi) mi chiederei anche perchè, e mi risponderei che forse non sanno più parlare a tutti, o che non sono interessati a parlare a tutti. Io per esempio, se fossi una scrittrice, sono certa che scriverei di cose che interessano a pochissimi, sono certa che nessun giornale mi vorrebbe se non parlassi almeno a un venti per cento dei suoi lettori, quello che mi avesse cooptata verrebbe cazziato, o -sia pure non cazziato- cazzierebbe me.
Ma “cosa” viene giudicato buono?
La domanda che un redattore si farà può essere formulata così: questo articolo/ libro “prende”? Tocca tematiche nuove e rilevanti? Ha un progetto narrativo forte e visibile? Presenta una qualche novità? Ha valore?
C’è però anche una richesta di base, al fondo, taciuta ma anche lei presente e operante: questo libro che pubblico, questo articolo che pubblico, questa persona che coopto avrà successo? E, avendolo, porterà successo a me che lo ho proposto o cooptato? o anche, semplicemente, avrà quel tanto di successo da permettermi di continuare a fare questo lavoro che amo e che è il mio? o sarà un fallimento e mi verrà imputato? C’è sempre un lavoratore dipendente, sia pure ad alto reddito, a volte, dietro a queste scelte, non dimenticatevelo.
Quanto alla rete, dal punto di vista dell’editore su carta la rete comincia a essere un interessante serbatoio da prendere in considerazione, purché le proposte arrivino filtrate da gente di cui per ragioni di vicinanza varia si fidano.
Chissà perchè tutto questo mi fa pensare al vero problema dei nostri tempi, la democrazia non è minacciata dai governi, ma dalle grosse corporations, organismi non democraticamente eletti e abitati da batteri, germi che cercano di ottenere il massimo per sé e la propria azienda-organismo.
Bisognerebbe capovolgere le cose, e vedere criticamente il mondo dall’ottica del consumatore, invece che da quella dell’elettore, forse capiremmo di più e potremmo anche fare di più
Per completezza (?): anche se in maniera un po’ astigmatica rispetto al post di mozzi, della faccenda si parla pure qui:
http://www.untitlededitori.com/adr/2006/8/20/il-tonno-che-si-taglia-con-un-pennino.html#comments
@cris prodan
@jan (che ne dici?)
Cristoforo Prodan è una persona con le idee chiare. Propositiva. Ho l’impressione che non abbia villette a Capalbio dove ritirarsi per scrivere il romanzo del secolo, al riparo dal mondo.
Ottima l’idea del clic, pago quello che davvero mi piace leggere, tenendo presente, però, che molti indiani non hanno mastercard o bancoposta e quindi conviene anche aggiungere la tradizionale opzione versamento su conto corrente (mettiamo, io per leggere un pezzo di Gina su Hirsi Ali sarei disposto anche ad andare in posta per fare il bonifico).
Per evitare la ressa da campo profughi, be’, credo che la strada maestra sia un network di micro-redazioni territoriali (più agili), spontanee, autogestite (ma che si coordinano tra loro), dove organizzare la parte pratica e il progetto culturale nazionale (la vedo dura, ma si può provare).
Questo consentirebbe, soprattutto su scala locale, anche le prime incursioni in università, circoli, associazioni, perché dobbiamo portare NI fuori dal sito, esistere anche ‘fuori’ pur restando collegati in rete (’dentro’).
Era la parte ‘didattica’ del mio commento precedente, 1) didattica online per i nostri autori ‘dimenticati’; 2) didattica offline per le scuole, gli istituti, le fondazioni; 3) offerta formativa per le aziende, cioè comunicazione aziendale e italiano professionale (tipo corsi di scrittura web).
In effetti sono stato un po’ ingeneroso con i wikimen (come farei senza di loro!), ma era stanotte, e il caldo e la mancanza di sonno incattiviscono chiunque. Era per dire che si può importare il modello wikiano a patto che rientri nel ‘progetto’ più generale, che non sia, cioè, solo flusso informativo, ma corrente ideale, proposta politica, testo inedito e irripetibile, insomma noi siamo qui, siamo questo, scriviamo così, e voi?
@fabio
e se proponessimo quel che resta di Iter alla Nazione?
Roberto, scusa se sono indiscreto, ma chi è “fabio”?
Fabio e roberto sono due gemelli monozigoti che tentano di fondare un’impresa, riproducendo anche qui i meccanismi che hanno portato le grandi imprese editoriali e mediatiche (quelle che ce l’hanno fatta) a essere quello che sono. Il che mi sembra non nelle corde (sbaglio?) di NI
Se questo è il vespaio creato dall’argomento ufficioso riguardo i diritti d’autore, m’immagino la competitività quando se ne parla in maniera ufficiale su mezzi istituzionalizzati….mi sorge il dubbio che sussista il pericolo che gli autori sperimentali della rete possano in qualche modo riprodurre le dinamiche predatorie del mercato editoriale classico, divenendone una brutta copia. Speriamo che ciò non avvenga, diversamente sarebbe inutile adottare metasoluzioni e metalinguaggi.
Grazie, temp: un alter ego, dunque, un interlocutore privilegiato. Mi piacerebbe leggere anche qualcosa di suo e, soprattutto, sapere se è sempre d’accordo con quello che il buon Roberto scrive.
Tempe sei una strega…giuro che non sapevo cio’ che stavi per scrivere! secondo me compriamo le stesse pietre alchemiche dallo stesso stregone…
Magda, mi sa che anche stavolta hai visto giusto… Al contrario di Gianni Biondillo, io sono uno che, per esperienza diretta, vede sempre il bicchiere mezzo vuoto, e non riesco proprio a non chiedermi chi si è bevuta l’altra metà. Avrei bisogno anch’io di un alter ego più positivo, ma finirei per confliggere sicuramente.
Applicare criteri classici editoriali alla rete, nata per superarli e neutralizzarli, è qualcosa di profondamente perverso perchè snatura il senso oroginario del web.
@Cato
di Fabio trovi qualcosa qui.
http://www.nazioneindiana.com/2006/04/29/a-gamba-tesa-quiero-no-quierolettera-aperta-ad-aldo-nove/#comments
Ma anche a margine di Gomorra, Forlani, eccetera.
D’accordo quasi mai, grazie a dio.
Non so se mrs. Friendly, in passato, abbia mai usato l’espressione ‘compagno’ (u’ cumbà).
perverso come travestire la propria moglie da bambola gonfiabile.
@mgd
è possibile, ultimamente ho comprato parecchio su molti mercati:-)
@fabio/roberto
se con mrs friendly intendi me, che ti importa? sono fatti della mia padrona, io, il suo nick, dico quello che penso, giudicami per le mie parole.
denaro sesso e potere sono sempre state le molle che hanno mosso il mondo, qui si analizzano le varianti, la variante che interessa me è la grande o meglio ancora, mega-impresa spersonalizzata, che ha vinto. E ho la sensazione a volte che io nostri discorsi (anche miei) siano sempre un passo indietro rispetto alla marcia del capitale e della sua organizzazione impersonale. Dunque patetici. Sia quelli di chi lo critica che quelli di chi lo venera.
Un passo avanti, anche da parte mia, of course & friendly, sarebbe un sorso d’acqua fresca, una possibilità, forse una new entry:–)
Però @mgd i classici (anche i criteri classici) facendoci capire bene il passato ci aiutano a volte a capir meglio il presente, dunque in un certo senso l’accostamento rete/editoria classica, a parte le intenzioni del popolo della rete, potrebbe non essere peregrino.
@ roberto/fabio
ma forse ti ho frainteso e intendevi “compagno” in senso non epico (ormai é epico, ahimè, se incontrassi Fassino non mi verrebbe in mente di dargli del tu e chiamarlo compagno, cosa che con Berlinguer avrei fatto, e certo non per colpa di Fassino medesimo. I tempi cambiano, pur restando nella stessa famiglia.
ho l’impressione che non ci sia alcuna volontà precisa, da parte dei mezzi di comunicazione di massa, di “non dare spazio a chi può scrivere cose intelligenti e, in quanto intelligenti, disturbanti”. gli spazi culturali sono ridotti perché il pubblico cui si rivolgono è ridotto, e i tentativi di allargare quel pubblico e quegli spazi finiscono per snaturarli, per renderli intrattenimento. guardate l’informazione dei telegiornali: voi vedete molta differenza fra lucignolo bellavita e studio aperto? e non vi sembra che quel virus stia gradualmente contagiando pure il tg5, o il tg1? più o meno la stessa cosa sta succedendo sulle pagin culturali, dove si concede sempre più spazio alle polemiche (houellebecq antislamico, grass giovane SS), perché si pensa che senza quel pepe gli stessi libri interesserebbero molto meno. poi ci sono i beejay di pui parlava tiziano, quelli che segnalano le mostre e i libri, che vengono spacciati per critici (vedi d’orrico). poi ci sono i libri, quelli che vendono di più, vero e proprio litertainment (©); come la pulsatilla, che per me è una littizzetto che fa la copywriter in un’agenzia di provincia. cosa resta, che spazi restano all’inattualità, come dice bene christian? poco o nulla, e allora ci si affida ai dinosauri consacrati, vedi magris sul corsera e citati su repubblica. noi, gli eccentrici e anacronistici appassionati della Letteratura, siamo come gli amish, ogni tanto ci vengono a visitare e a compatire le famigliole in gita. non è neppure questione di reddito, o di titolo di studio: briatore e un medio avvocato leggono gli stessi pochi libri e nello stesso periodo: il codice da vinci, le barzellette di totti, sulla sdraio o poco prima di addormentarsi, alla stregua di un tavor. non è che i libri belli disturbano, è che non interessano a nessuno.
@Gilliat
@Maldoror
Gli inattuali 3 (testi narrativi; non saggistici, non poetici).
Confrontiamo il nostro campione con quello offerto da “Tirature 2005″. L’osservatorio di Vittorio Spinazzola offre un quadro abbastanza equilibrato sulle tendenze editoriali e di mercato in atto.
1.
Ci accorgiamo subito che non c’è coincidenza. Secondo Tirature, la parte del leone la farebbero ancora gli Under 30 (questo è vero se si parla delle uscite, del venduto, ma non vale per gli inediti). “I Cannibali”, dunque, che però, secondo Giann