L’inconscio è reazionario (e la narrazione pure)

15 novembre 2004
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di giulio mozzi

amish.jpg Mi hanno incuriosito due articoli di commento ai risultati delle elezioni presidenziali statunitensi, firmati da Lea Melandri e Antonio Codebò e apparsi nei giorni scorsi nel quotidiano il manifesto; mi hanno incuriosito perché entrambi tirano in ballo la narrazione. (L’articolo di Lea Melandri si legge anche qui in Nazione Indiana, pubblicato da Carla Benedetti, ed è stato ampiamente commentato). Io vorrei solo abbozzare qualche riflessione. Non ho idee precise, invito a considerare le cose che dico come tentativi maldestri di formulare un problema.

L’articolo di Lea Melandri, uscito il 12 novembre 2004, s’intitola: Valori e interessi / Quando l’inconscio è reazionario. A un certo punto si legge:

E’ vero che i cosiddetti “valori morali” sono in realtà dei “non valori”, dei “valori pessimi” e, quanto meno, contraddittori: la difesa della vita contro l’aborto e la pena di morte, il via libera alle leggi di mercato e la chiamata all’altruismo cristiano, il richiamo al bisogno di sicurezza e l’uso spregiudicato di una forza militare che non ha confronto. Ma è anche vero che le spinte da cui questi “valori” morali muovono e di cui appaiono come una risposta deformata, sono dati di quella vita psichica che la razionalità illuministica e l’economicismo di gran parte della sinistra hanno cancellato dalla loro visione del mondo, consegnandoli di fatto alla religione o all’interiorità. Penso, per nominarne solo alcune, alla paura del diverso, sentito, per un riflesso arcaico come nemico, e, in particolare, a quel primo diverso che è il corpo femminile da cui l’uomo è generato, visto come potenza capace di dare la vita e la morte; penso all’omofobia, struttura portante di una società di soli uomini che si costituisce, non solo immaginariamente, come “fuga dal femminile”; penso al bisogno di protezione e quindi di di appartenenza, che porta ad identificarsi col più forte.
Oggi si scopre che l’inconscio collettivo, che si è espresso “democraticamente” nel voto di una maggioranza silenziosa, è reazionario. Non era poi così difficile da immaginare: tutto ciò che è stato sepolto nella zona più oscura della vita dei singoli, identificato con la natura o con la parola rivelata di un Dio, per potersi modificare ha bisogno innanzitutto di essere riconosciuto, narrato e analizzato, restituito alla cultura e alla politica con cui è sempre stato in rapporto, sia pur un rapporto alienato, strumentale, distruttivo della politica stessa e delle sue conquiste democratiche.

Il giorno successivo, 13 novembre, sempre nel manifesto è uscito un articolo di Marco Codebò intitolato: Valori e interessi / Le glosse di Kerry al racconto di Bush. Lo ritaglio un po’ (chiedo scusa per la lunghezza delle citazioni, ma il manifesto tiene gli articoli in rete solo per una settimana, e non potevo cavarmela con un rinvio).

Sul mercato della cultura, l’offerta della destra religiosa, sapientemente articolata a seconda della clientele, è quella che ha più successo. Usando un’altra metafora, i supercristiani americani hanno piazzato il loro racconto del mondo in cima ai bestsellers. […] Durante la campagna elettorale Kerry non ha mai trasformato le sue idee in un racconto leggibile, né mai ha identificato con sicurezza un pubblico di potenziali lettori. Ha cercato di vendere una serie di provvedimenti tampone, coltivare meglio le alleanze, espandere la copertura sanitaria, correggere il Patriot Act e così via, che erano però solo variazioni della storia narrata dal suo avversario. In sostanza, Kerry è quasi sempre rimasto all’interno dello spazio narrativo proposto e delimitato da Bush. […] Non è che Kerry non avesse valori, li aveva eccome. Ma non riusciva a parlarne perché il suo racconto avanzava a frammenti, era illeggibile. Sulla questione della ricerca sulle cellule staminali, per esempio, Bush si è detto contrario a “sacrificare una vita per un’altra vita”. Durante il terzo dibattito, Kerry gli ha opposto le ragioni della scienza. Ma avrebbe dovuto opporgli un’altra cultura della vita, una che considera il diritto di un anziano a non affondare nell’Alzheimer più importante di quello di un embrione a sopravvivere. […] Ma Kerry questo discorso non l’ha fatto, perché un racconto del giusto e dell’ingiusto, intorno al quale aggregare le tante storie particolari delle nostre vite di popoli, classi e persone, non lo possedeva. Sembra che questo racconto, a sinistra, non lo sappia più fare nessuno. Almeno negli Stati Uniti. Nel resto del mondo, direi che qualche capitolo comincia ad essere scritto.
Quel racconto era cominciato col manifesto di Marx e le barricate del ’48. E’ diventato impossibile da narrare negli ultimi decenni del Novecento, con la fine del comunismo e la frantumazione della classe operaia dell’occidente. E’ chiaro che la sinistra tornerà a raccontare quando ritroveremo sia una storia sia un protagonista che abbiano una forza narrativa comparabile a quella del manifesto marxiano e dell’operaio di fabbrica. Ai due lati dell’Europa si sono solidificati due mostri narrativi che hanno piegato la speranza religiosa verso l’attesa, se non l’attiva ricerca, dell’apocalisse. […]
E’ certo però che l’unico modo per imparare a raccontare è quello di provarci. Anche se pochi segmenti della trama sono a posto, potranno dar vita a un insieme coerente solo grazie a narratori che non si accontentino di frammenti ma provino a disegnare una storia di grande respiro, laica ma non per questo acefala o incompleta. E nel far questo, impariamo dall’avversario, in questo caso la destra americana. Il nucleo generativo di un racconto del mondo non si costruisce al centro dello schieramento politico, ma nel cuore, anche estremo, di una delle sue ali. […]

Ho letti dunque questi due articoli, in due giorni successivi, entrambi mentre viaggiavo in treno, e ho pensate disordinatamente delle cose. Ho pensato che entrambi gli articoli esprimono una richiesta di narrazione, ma che Melandri e Codebò chiedono narrazioni ben diverse. Codebò chiede una “storia di grande respiro”, di un respiro paragonabile a quella cominciata “col manifesto di Marx e le barricate del ’48”. Però non vuole una storia che dia forma all’attesa, se non alla speranza, di una “apocalisse”.
Ora, non capisco bene che cosa voglia intendere Codebò, in questo articolo, con la parola “apocalisse”. “Apocalisse” significa, letteralmente, “rivelazione”; s’intitola Apocalisse, come tutti sanno, l’ultimo libro della Bibbia, che si propone come ricapitolazione finale di tutta la storia narrata nella Bibbia stessa. Anche per questo la parola “apocalisse” è stata associata all’idea di fine del mondo, e quindi di devastazione.
Ho il sospetto che una “storia di grande respiro” non possa esistere se non come storia che viaggia verso una “ricapitolazione finale”. La stessa storia cominciata “col manifesto di Marx e le barricate del ’48” doveva molto della sua forza, credo, al suo promettere una ricapitolazione finale e una fine della storia (o al suo essere recepibile/recepita dalle masse come promessa di una ricapitolazione finale e di una fine della storia: il che, per il discorso che sto facendo, mi pare più o meno lo stesso).

Ho il sospetto che tra i “dati della vita psichica” espulsi dalla visione del mondo della “razionalità illuministica”, come scrive Melandri, ci si anche, per l’appunto, il desiderio apocalittico: il desiderio della ricapitolazione finale e della fine della storia.
Personalmente sono convinto che perfino il popolo cattolico (al quale appartengo) abbia sostanzialmente espluso dalla propria visione del mondo il “desiderio della fine”. La Chiesa-istituzione, un po’ terrorizzata e un po’ affascinata dalla “razionalità illuministica”, ha cominciato poco più di un secolo fa un lento (contrastato, contraddittorio ecc.: tutto quello che volete) cammino verso la propria laicizzazione; e per “laicizzazione” intendo la riduzione del proprio orizzonte al mondo umano. Oggi la Chiesa-istituzione è un’eccellente (cioè: molto ben funzionante) agenzia di servizi morali, ma non si può proprio dire che la sua occupazione principale sia quella di ricordare la Grande Promessa: che è, per l’appunto, la ricapitolazione finale, la fine del mondo, il giudizio universale, la fine della storia (ha molti nomi, questa cosa). La fine del mondo è diventata roba per teologi, l’escatologia è diventata una disciplina specialistica.
E il popolo cattolico ha ben recepita questa trasformazione.

Lea Melandri scrive: “Tutto ciò che è stato sepolto nella zona più oscura della vita dei singoli, identificato con la natura o con la parola rivelata di un Dio, per potersi modificare ha bisogno innanzitutto di essere riconosciuto, narrato e analizzato”.
Penso: quante volte, da quarantaquattro anni che sto al mondo, ho sentito rivendicare il diritto alla liberazione del desiderio? Quante volte ho sentito dire da persone “di sinistra”, ho letto in libri e riviste “di sinistra”, che era cosa buona e giusta (anzi, era proprio un dovere: è esistito un vero e proprio conformismo della liberazione del desiderio) liberare ciò che era stato “sepolto nella zona più oscura della mia vita”, liberare ciò che era stato cancellato, oppresso, espluso, forzosamente rimosso da Dio, dalla Chiesa, dalla Famiglia, dalla Patria e così via?
Ma Lea Melandri scrive: “riconosciuto, narrato e analizzato”. La liberazione di cui ho appena parlato, invece, andava direttamente, immediatamente agita.

Per anni ho lavorato in un’associazione di imprenditori artigiani. Il contenuto politico più forte che gli associati esprimevano era: “Copàrli tuti!”, “Ammazzarli tutti!”. I politici, gli operai, i sindacalisti, le guardie di finanza, i ragionieri, i negri, i sindaci, quelli che avevano studiato: tutti coloro che apparivano come “diversi”, appartenenti a un’altra cultura o a un altro ceto, a un’alterità qualunque, dovevano essere fatti fuori.
L’associazione nella quale lavoravo (filodemocristiana, ovviamente) era ben consapevole che uno dei propri compiti era: contenere questa esplosione di “dati psichici”, fornire delle narrazioni sostitutive, lottare contro l’imbarbarimento.
(In questo momento ho una fantasia ridicola. La Dc mi appare come una sorta di gigantesca psicoanalista. La rottura del patto terapeutico, avvenuta negli anni Novanta, ha avuto questo effetto: che tutti i fantasmi contenuti nelle menti dei votanti Dc sono fuoriusciti, e oggi si aggirano per il mondo).

E’ possibile riconoscere e narrare questi “dati psichici” di cui parla Melandri? E’ possibile che riconoscerli e narrarli sia uno dei compiti della letteratura? Mi rispondo: sì, sì.
E’ possibile ricondurre le narrazioni di questi “dati psichici” di cui parla Melandri alla costruzione di una “storia di grande respiro” quale la invoca Codebò? Mi rispondo: no.

Sospetto che, oggi, la letteratura sia tanto più politica quanto più impolitica riesce ad essere. Sospetto che, oggi, il compito della letteratura non sia tanto quello di tentar di dire verità sgradevoli, quanto di essere sgradevole: il dire verità sgradevoli è ormai un lavoro politico fin troppo codificato e retoricizzato. Sospetto che, oggi, la letteratura dovrebbe cercar di essere quanto più reazionaria possibile.

Ora io, che sono un cosiddetto scrittore, individuo in Codebò il mio più grande nemico. Ho capito che cosa lui vuole: vuole delle narrazioni che siano “di grande respiro”, holliwoodiane, antidalemiane, prive di ricapitolazione finale, e robustamente pedagogiche. Il suo sentimento prevalente è la nostalgia, e della nostalgia io francamente non so che cosa farmene.

Fine delle riflessioni, dei maldestri tentativi di formulare un problema (così maldestri che non ho offerta nessuna formulazione del problema). Di argomenti connessi con questi ho scritto nel mio diario il 19.04.04 (ripreso qui in Nazione Indiana da Tiziano Scarpa e discusso qui in Miserabili da Giuseppe Genna).

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10 Responses to L’inconscio è reazionario (e la narrazione pure)

  1. Lucio Angelini il 15 novembre 2004 alle 18:19

    Scrive l’amico Giulio Mozzi, che in giuliomozzi.com si è recentemente definito “una vecchia zia, da anni a corto di talento”:
    «Sospetto che, oggi, il compito della letteratura non sia tanto quello di tentar di dire verità sgradevoli, quanto di essere sgradevole».

    È stato inevitabile pensare al romanzo (certo, di vasto respiro!) da lui selezionato per Sironi “L’elenco telefonico di Atlantide”:-)

  2. Elio Paoloni il 15 novembre 2004 alle 18:30

    Al primo recupero Melandri e Codebò, come due pescatori della domenica, ingarbugliano le lenze. E Mozzi, pescatore vissuto e sagace, con destrezza ed eleganza dipana il garbuglio e lo restituisce agli ingarbugliatori e soprattutto agli astanti. E’ così che la vedo. Una parabola? No, un complimento. Mozzi è come Rivelino: anni dopo aver smesso di giocare (di scrivere) sfodera una finta di corpo e lascia i campioncini con un palmo di naso. La Dc psicoanalista è un’immagine grandiosa, certi acclamati e “apocalittici” scrittori ci camperebbero una vita con un’idea così.
    L’incensamento finisce qui. Continuo a non comprendere – e a osteggiare – la “necessaria” sgradevolezza della scrittura. Altrove Giulio ha auspicato una scrittura che fosse , tra l’altro (tra poco altro) “triste”. Questi abominevoli propositi non hanno nulla a che vedere, che io sappia (sarebbe facile cogliermi in fallo su questi argomenti), con l’appartenenza al popolo cattolico.

  3. Giovanni il 15 novembre 2004 alle 20:21

    “Non ho idee precise – scrive Mozzi – invito a considerare le cose che dico come tentativi maldestri di formulare un problema”.
    La continua, incalzante, ossessiva DIMINUTIO che Mozzi adotta quando comincia (e finisce) a parlare, meriterebbe seri approfondimenti. A mio avviso, è molto più insidiosa e subdola di tutte le “narrazioni” che il Mozzi medesimo vorrebbe delegittimare. Questo farsi piccoli per, infine, distruggere, somiglia molto a una tecnica militare (e molto meschina), viziata senz’altro da un complesso di onnipotenza fin troppo evidente. Basti considerare anche i modi spicci e liquidatori (ancora in senso militaresco) con i quali Mozzi apostrofa o scaccia chi non si accorda con i suoi “maldestri” o “modesti” o “umili” o… di chissà che altro tipo, PENSIERI. Ecco, voglio dire: guardiamo bene le travi nei nostro occhi, prima di pensare alle pagliuzze che chi è attravato vorrebbe farci credere essere pericolose.
    G.

  4. Mario Bianco il 15 novembre 2004 alle 23:27

    Dunque ‘sta frase non è appropriata:
    “Oggi si scopre che l’inconscio collettivo, che si è espresso “democraticamente” nel voto di una maggioranza silenziosa, è reazionario.”

    Questo povero inconscio collettivo è tutta un ‘altra cosa
    (vedi Jungh), questo coso non è ancora nemmeno stato bene studiato ed identificato, quindi dire che è reazionario è proprio, diciamo così, audace…
    Se mai le paure, i timori, le fantasie, gli interessi, gli umori, i veleni subconsci agiscono e muovono gli atti, le cosidette “scelte”, le volontà degli uomini.

  5. Antonio Bois il 16 novembre 2004 alle 12:12

    Io sospetto che la letteratura sia dalla parte del torto, non solo di quello che si subisce, è ovvio, ma anche e soprattutto di quello che si infligge.

  6. arden il 16 novembre 2004 alle 12:21

    Sgradevolmente, come si conviene

    Quel caldo sentimento reazionario
    che si covava in pancia e un tempo
    faceva vergognare e persino
    andare a riciclarne il marcio
    su un lettino, or si è voltato
    in vanto. Quasi rivoluzionario
    è dichiararlo subito ben chiaro,
    con coscienza impura ma con atto
    di provvido coraggio letterario.
    Mentre che ‘l danno e la vergogna dura.

  7. Elio Paoloni il 16 novembre 2004 alle 20:10

    Mozzi dovrebbe postare sotto pseudonimo. E pure Scarpa. Appena appare il loro nome tutti si scatenano contro, ignorando l’argomento.

  8. Lucio Angelini il 16 novembre 2004 alle 21:23

    Sì, ma c’è anche chi si scatena a favore, con frasi del tipo “Mozzi, pescatore vissuto e sagace, con destrezza ed eleganza dipana il garbuglio”, come se giuliomozzi l’avesse selezionato per Sironi:-)

  9. Elio Paoloni il 17 novembre 2004 alle 12:40

    Toccato. Anch’io ho sorvolato sull’argomento.

  10. Shahrazad il 17 novembre 2004 alle 21:08

    Vado a ruota libera:
    la concretezza – il racconto del mondo – il reale – l’assoluto impossibile – necessari l’adattamento e la flessibilità – consapevolezza del limite – natura e cultura…(tanto per ingranare).
    Inconscio: zona oscura soprattutto perchè sconosciuta. Cosa filtra dall’inconscio verso la razionalità? Non si disse che anche l’Eros aiuta a pensare? Il pensiero che si orienta verso “Apocalissi”, che cerca il senso dell’esistere è solo sillogismo? Non riesco a dipanare il tutto in forma lineare.Si potrebbe provare con una rete:punti e relazioni reciproche.
    Non ci provo.Imbroglio (quanto conscio?) per raggiungere bisogni inconsci incapaci di mettersi al riparo della ragione.Non riesco a capire l’inconscio reazionario, direi che sono i bisogni inconsci di un’apocalisse che dia senso alla vita a cascare nella rete reazionaria di chi costruisce racconti fondamentalisti del mondo per raggiungere i propri scopi.Si potrebbe pensare che a essere reazionaria è solo la ragione perversa che orienta la manipolazione dell’inconscio collettivo e dei suoi desideri.Più che reazionario l’inconscio mi sembra manipolabile, proprio perchè è oscuro, perchè è necessità, domanda,spinta, tentazione d’assoluto, fragilità nuda, paura….Dove diavolo mi sono andata a cacciare?



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