Una casa

14 aprile 2005
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di Raul Montanari

Cara Carla, ti rispondo subito su sette diversi punti:

1. Ti prego di smetterla di parlare di censura. Non è degno di una persona della tua finezza intellettuale (e tantomeno di una persona pronta a rinfacciare a Caliceti il mancato uso del vocabolario) accusare di censura uno che non ha nessun potere se non quello di andarsene. Che censura è? Io ti censurerei se avessi il potere di minacciare di chiuderti la bocca in qualche modo, invece mi limito a ribattere alle cose che tu e Antonio avete detto, in particolare riguardo a Caliceti, e a dire che se rompo troppo le scatole sono pronto a fare le valigie. Questa la chiami censura? Allora io la tua la chiamo paranoia verbale, parossismo lessicale compulsivo.

2. Imitando la tua risposta a La Porta, ti dico anch’io: se intendi negare che quella contro Caliceti sia stata un’aggressione fondata su un tono di voce tagliente, violento, su una presunzione insopportabile di superiorità di concezione dell’impegno letterario, mi passa la voglia di discutere con te. Nega pure l’evidenza, io non starò a cercare di convincerti. Stranamente, anche Caliceti, il destinatario, l’ha intesa esattamente così.

3. Mi chiedi se concordo su quella frase di Caliceti (accettare serenamente… un ruolo di marginalità). Assolutamentese questo atteggiamento non si traduce in comportamenti rinunciatari, cosa che per Caliceti non vale ma proprio per un bel niente! Caliceti, oltre a scrivere cose splendide, ha fatto moltissimo per la letteratura di proposta (narrativa e poesia), ed è grottesco inchiodarlo a una mite espressione di conciliazione personale, di rassegnazione privata, per trattarlo come se fosse, nella prassi del suo impegno intellettuale quotidiano, un rinunciatario, un imbelle. Caliceti può dire quello che vuole sul modo come si rapporta con una legittima constatazione di marginalità, visto che a valle di questa constatazione non c’è affatto la rinuncia, ma una lotta mai venuta meno per aprire il più possibile spazi di libera espressione a se stesso e ad altri. Questa lotta si esprime in modo infinitamente meno urlato di quella di un Moresco, ma sulla concretezza dei suoi risultati (a paragone di chi urla) possiamo discutere anche una settimana, se vuoi.

4. Quello che vale per Caliceti vale per altri autori e intellettuali che nel suo atteggiamento si riconoscono.

5. Non ho capito a chi ti riferisci con il riferimento al “Vaffanculo” sul quale io non mi sono “sentito in dovere di intervenire”. Io ho ricevuto pochi giorni fa un vaffanculo sonoro e letterale dall’amico Lucio Angelini (colonna dei commenti al post di Zizek) e non ti ho vista intervenire, e lo stesso è accaduto ogni volta che sono stato ingiuriato da persone molto meno simpatiche e fantasiose di Angelini, anzi direi decisamente odiose, e soprattutto da persone che diversamente da Angelini si nascondevano dietro i soliti nick.
Come mai?
Come mai non mi hai difeso? Come mai solo quando a essere attaccati sono un paio di nomi vi aspettate una mobilitazione che ci trasformi tutti in un blocco granitico? Le offese pesano in modo diverso?
In subordine: come mai tutte le volte che in Nazione Indiana si parla della possibilità o opportunità di filtrare in qualche modo i commenti, drenando almeno quelli decisamente non pertinenti e volgari, da parte tua e di altri l’unica risposta è un silenzio sepolcrale? (Poi peraltro la prassi di eliminare alcuni commenti scomodi è stata usata, anche se molto raramente, e credo che tu lo debba ricordare).

6. Sulle altre questioni che sollevo vedo che non rispondi. Va benissimo così, per me, figurati.

7. Ti invito a riflettere non tanto sulle quattro stronzate che posso dire io, ma su molti interventi che sono seguiti al vostro attacco a Caliceti, e magari anche su alcuni silenzi. C’è un’insofferenza evidente che sta montando verso quello che a me sembra un errore fondamentale:

NAZIONE INDIANA NON E’ UN’IDENTITA’, COME SEMBRA CHE CREDIATE VOI: E’ UNA CASA.

Non è un luogo dell’omologazione e dell’ortodossia, ma un luogo di accoglimento.
Attenzione: una casa, in quanto tale, risponde a una certa idea architettonica (per esempio: NI è un posto in cui si respira un’idea di letteratura che ho definito, se vai a rivedere, profondamente condivisa; non è un luogo dove si parla di calcio o di bocce; ed è anche un luogo in cui certe espressioni ideologiche, come quelle di estrema destra, non sono mai state presenti); una casa è anche un posto in cui certi ospiti sono più o meno graditi di altri, e glielo si fa anche capire.
Ma, ripeto, è ormai una casa, con trenta residenti che pensano ciascuno secondo la propria esperienza e sensibilità, e con almeno un centinaio di frequentatori assidui, oltre a quelli che si fermano a bere qualcosa e a lasciare un segno del loro passaggio, a volte folgorante, a volte inutile.

Raul Montanari

18 Responses to Una casa

  1. Lucio Angelini il 14 aprile 2005 alle 09:43

    Nei commenti al thread ‘Il fallimento papale’ un fake di Angelini ha scritto ieri che stavi cercando le parole per dirmelo. Ora lo hai fatto. Sei proprio un bravo ragazzo, Raul. Mange tak.

  2. Raul Montanari il 14 aprile 2005 alle 10:21

    Non so cosa vuol dire ma suona simpatico, per cui mange tak anche a te, Lucio, e basta con il lei asimmetrico… ;-)

  3. ilpostodellacasae delcaffè.it il 14 aprile 2005 alle 10:46

    Non vorrei essere arrivata troppo presto per un caffè, ma visto che ieri ho postato la definzione del blog come di UNA CASA e oggi la trovo riportata addirittura in neretto da Montanari, sono felice e mi sistemo sul bancone di fianco a lui. Vengo subito ad accomdarmi e a prendere un caffè! Così. A proposito del post di scarpa, direi che ha ragione sull’evitare di tirar dentro argomenti, quali “rancore”, “risentimento”. Non tanto perchè non riguardino il mondo dei letterati ma semplicemente perchè non c’entrano. Come dire che sto prendendo il mio caffè e uno mi porta “uova di storione”! Chi se ne frega?

  4. Tiziano Scarpa il 14 aprile 2005 alle 10:51

    Caro Raul, scusa ma ho pochissimo tempo, dico solo una cosina al volo: nessuno voleva fare un processo a Caliceti, al suo comportamento totale di scrittore, organizzatore culturale, collaboratore giornalistico generoso e impegnato. Si discuteva una sua frase, alcune sue frasi, che enunciate in un certo modo, applicate alla lettera, senza precisazioni, possono portare a conseguenze magari indesiderabili. Ti faccio un esempio enfatico: se uno è una bravissima persona, ma dice che non bisogna lamentarsi troppo dei furti, io penso magari che lui non denunci chi scippa le vecchiette, o che si prepari a sua volta rubare. Mi assicurano che no, è una bravissima persona, voleva dire che a volte chi ruba lo fa per fame, che da un punto di vista metafisico non possediamo nulla, che la proprietà privata è una effimera convenzione culturale, che gli hanno rubato in casa ma ha ritirato la denuncia quando ha scoperto che il ladruncolo era un povero ragazzino incensurato orfano ecc. ecc. Ok, va bene, ma resta il fatto che la frase “non bisogna lamentarsi troppo dei furti” è espressa male e va precisata, altrimenti potrebbe essere usata da un giudice connivente con dei finanzieri truffaldini contro dei risparmiatori buggerati. Questa discussione ha anche fornito la possibilità a Giuseppe di precisare quel che voleva dire, e di informare chi per caso non lo sapeva che è un intellettuale attivissimo e per nulla rassegnato a una condizione marginale.

    Sulla questione della casa, sono d’accordo con te. Non ho capito solo a chi ti riferisci quando dici “voi” (“come sembra che crediate voi”): suppongo che tu ti riferisca a coloro che da fuori vedono (o vogliono vedere) Nazione Indiana come un’identità compatta, con “ortodossie” e “eresie”. Non certo a Carla o Antonio o altri componenti. Lo dimostra il fatto che nessuno ha richiesto dichiarazioni di ortodossia ai componenti che si sono aggiunti via via, che sono stati invitati a far parte di Nazione Indiana nel tempo, nessuno ha fatto un “esame” per verificare che le loro idee coincidessero con una “linea” identitaria. Tanto è vero che, come è sotto gli occhi di tutti, spesso in questo sito emergono alla luce del sole dissensi e discussioni fra gli stessi componenti di Nazione Indiana. Ciascuno scrive ciò che vuole. Va bene così, no?
    Ciao e scusami del commento buttato giù in tutta fretta, scappo via, ho da fare.

  5. piero sorrentino il 14 aprile 2005 alle 11:06

    Ciascuno dei componenti di nazione indiana è il centro di una larga, ideale (nel senso di astratta) circonferenza; si comincia da uno e si finisce inevitabilmente per parlare degli altri (come nell’idea di società di Simmel, diceva Kracauer, “da ogni punto della totalità si può giungere a un altro punto, ogni fenomeno regge e sostiene un altro fenomeno, non c’è nulla di asosluto che esista staccato dagli altri fenomeni”). Ma qualche centro, orwellianamente, è più centro di altri: magari per l’aria (aura?) ieratica e austera che si porta dietro, per l’affetto sincero che riesce a suscitare, per la forza e per il peso del suo bagaglio di esperienze politiche, umane, per meriti, letterari e non, riconosciuti che ne costituiscono il punto archimedico… insomma, non c’è niente di male a scegliersi un (più o meno esplicitamente dichiarato) leader, ispiratore, guida nobile…
    Un po’ più di male c’è nel non provare a capire da che parte provengano i VERI attacchi, le spallate cattive e nemmeno troppo sottilmente dissimulate di chi non frequenta la CASA (bella immagine di Raul) ma ne è un volgare visitatore saltuario.

  6. Silvia Bortoli il 14 aprile 2005 alle 11:27

    Sono capitata qui tra voi per caso e con un certo stordimento sono poi passata da un post all’altro, avevo deciso di non commentare, perché mi era sembrato inutile, ma poi ho pensato che sarebbe stato in un certo senso “incivile” non farlo, come non andare a votare, una forma di qualunquismo. All’inizio mi avere irritato, poi ho provato noia e poi sgomento. Siete quasi tutti, Moresco a parte che ha la mia età, la generazione dei figli o dei fratelli minori, e mi chiedo, abbiamo prodotto questo? Questo urlio indistinto, questa aggressività, queste posizioni che non potranno dialogare né confrontarsi mai perché producono essenzialmente frastuono? Non voglio fare nomi perché non è il singolo intervento che mi ha colpita, ma lo stile (lo stile, che ha a che fare con la letteratura di cui tutti parlate). Che cosa fa di voi qualcosa di diverso da un reality? Ve lo chiedo con vera curiosità, qualcuno ha parlato di centralità dello scrittore, ma questo blog la smentisce, mi sembra piuttosto la dimostrazione che il modello televisivo ha vinto, che ha perso la radio, ultimo baluardo di civiltà, e ha vinto la televisione nei suoi format più trash. Citate Kafka, l’uomo più mite che abbia vissuto su questa terra, sarebbe scappato inorridito all’idea di avere alcuni dei lettori che ho visto rappresentarsi qui. Tornate in voi, vi prego, non voglio pensare che il futuro sarà questo, e un grazie a tutte le voci pacate e civili che hanno preso la parola ogni tanto. Silvia Bortoli

  7. elio il 14 aprile 2005 alle 12:27

    Silvia, quale agente dichiarato della “restaurazione” (Berlusconi mi paga di nascosto) posso dirti che tutta quest’aggressività mi sembra più che giustificata, anzi inevitabile. Vi è un eccesso di produzione “simbolica” (letteraria, artistica, critica, o culturale in senso lato) e non vi sono dei “criteri” neutrali in grado di ordinare tutta sta’ roba in gerarchie di valore di una qualche credibilità. L’eccesso di produzione “simbolica”, deriva dal fatto che con Internet, il “capitale scolastico” – oggi capillarmente diffuso – è ormai in grado di scovarsi autonomamente quegli stimoli attivanti che erano un tempo erano appannaggio di ristrettissime élite, tendenzialmente diventeremo tutti “autori”, con conseguenze ancora inimmaginabili. Già ora le vecchie élite non detengono più una “reale” supremazia, ma soltano forme di “distinzione” cinicamente monetizzate. Questa che vedi è soltanto una delle nascenti aggregazioni che sgomitano per monetizzare (in termini prima sociali e poi economici) il proprio “potenziale”, ed è ovviamente radicale e progressista soltanto nella misura in cui gli conviene esserlo: per certi aspetti, peraltro negati con veemenza del tutto sintomatica, esso risulta infatti del tutto reazionaria.

  8. silvia bortoli il 14 aprile 2005 alle 12:42

    Sì, vedo, ho appena letto l’ultimo intervento di Benedetti, non so, non credo che tornerò tra voi perché vista l’età che ho, ricordo trecento giovani studenti, tra i quali c’ero anch’io, alzarsi come un solo corpo e scagliarsi giù da un’aula a gradoni per aggredire Pasolini che era entrato dopo il famoso intervento sul Corriere. Non lo hanno toccato, questo è vero, hanno solo esercitato una violenza retorica, come quella che vedo esercitare qui. E a carla benedetti vorrei dire, se lo accetta, che il galateo aiuta a fare spazio tra i corpi, quello spazio che permette al pensiero di circolare. Questo naturalmente è quello che penso molto modestamente io, ma spero di non essere la sola.

  9. Franz Krauspenhaar il 14 aprile 2005 alle 14:01

    In parole povere, Elio, hai scritto che qui c’è un sovraproduzione di testi. Mi sembra una buona cosa, questa. O no? Qui si lavora e si fatica! Sulla “monetizzazione” – di qualsiasi genere- io però ci andrei cauto: qua non si vede una lira… E scusa se è MOLTO…:-)

  10. silvia bortoli il 14 aprile 2005 alle 14:19

    mi pare che elio abbia detto sovraproduzione nel senso di proliferazione, credo che la mancanza di filtri probabilmente prima o poi lascerà il passo a qualcos’altro, (sky, artè canali satellitari?) perché quando tutti urlano o sovraproducono poi uno lascia il supermercato e torna alla bottega o alla boutique, ma a parte questo, le élite, pace all’anima loro, facevano ordine, nel bene e nel male, adesso di quelle elite è però rimasto l’ectoplasma e qui ne vedo varie versioni fluttuanti e purtroppo urlanti. Solo per amore della retorica, ci sono tanti modi di essere aggressivi, la gentilezza, l’insulto, il neretto, la punteggiatura, la vittima, se non è scema, capisce però sempre. E adesso ragazzi, buon lavoro a voi tutti.

  11. F.K. il 14 aprile 2005 alle 14:42

    Non sono d’accordo, Silvia, perdonami: la mancanza di filtri lascerà il posto a Sky, ad Arté, ai canali satellitari? Ma quelli non ci sono già, non agiscono su vasta scala – e olretutto a pagamento?
    Quanto si paga per entrare in un sito internet? C’è bisogno di un abbonamento per entrare in questo come in moltissimi altri siti?
    E poi: chi ti ha detto che tutti urlano e sovraproducano o “prolifichino” testi e sentenze? Permettimi di dirti che – questo è sicuro- sei capitata qui in un momento del tutto particolare, di accesa discussione, di “lettere aperte” ecc. che, a quanto mi consta, non è la regola di questa rivista online interattiva. (Non è meglio di dire blog? E’ pomposo? Chi se ne frega).
    Le elite facevano ordine? Facevano il “loro” ordine. Chiudevano gli spazi a prescindere. Elite: che brutta parola, per quanto mi riguarda!E chi non s’era visto, tra i memorabili membri delle elites, si continuava a non volerlo vedere. Qui perlomeno – con un clic – come ha scritto H.Janeczek, ci si mette in contatto con persone che difficilmente le elites ti avrebbero fatto incontrare. Il blog è uno strumento a mio avviso ancora da capire, siamo proprio agli albori. Ma indietro – perlomeno con internet nella sua globalità di nuovo media- non si puo’ tornare. Il blog, inoltre e in ogni caso, non preclude di certo alle elites di continuare a fare ordine, credo.
    Perciò ti invito (il mio è un invito personale, parlo per me) a non lasciare questa “casa”, ma a continuare a frequentarla, come meglio credi.

  12. silvia bortoli il 14 aprile 2005 alle 16:04

    Caro F.K., dicevo sky solo per dire “altrove” o “in un altro modo”, del resto tutto muta. Forse sono entrata in casa vostra in un momento di particolare turbolenza, e sulle élite hai ragione, evocano brutti ricordi, ma mica sono scomparse, le cose si aggregano e si riaggregano, e neppure i giochi di potere sono scomparsi, né il desiderio di leadership, a quanto vedo. Niente di tutto questo mi scandalizza, anche se non mi diverte, ma il confronto civile è un fantolino delicato e lo si ammazza facilmente e anche se posso chiudere qui e credere di potermi dimenticare la rissa di cui sono stata testimone, intanto il piacere di trovare un luogo di confronto si è perso, e poi l’aggressività è contagiosa, diventa abituale e ho la sensazione di non andarmene migliore di quando sono entrata – a parte il tuo gentile invito a restare- e a te pare bello? E poi, presi com’eravate (scusa se uso un “voi” di comodo, ma non mi sono rimasti in mente i nomi, solo il rumore) ad accusarvi, le idee, le proposte, il ragionare, dove sono finiti? No, oggi è andata così e vi ho seguiti, ma acque così inutilmente agitate fanno solo annegare.

  13. elio il 14 aprile 2005 alle 16:15

    Beh, caro Franz, di sovrapproduzione io parlavo in termini molto molto generali. Il nuovo rapporto – anche puramente “quantitativo” – tra produzione e consumo simbolico sta chiaramente mettendo sotto pressione i vecchi canali di “legittimazione” (e relativa “esclusione”). N.I. è parte significativa di questa pressione, su questo non possiamo davvero esser troppo ingenui. Rimuovere queste problematiche significa creare dei significati apparenti, delle pseudo-discussioni, delle vere e proprie mistificazioni.

    Credere che la letteratura debba stare serenamente nella zona di marginalità che le è concessa dalla stessa macchina di potere che mette al centro le Fallaci, i Dan Brown e i Faletti , vuol dire aver introiettato le forze della restaurazione. E’ chiaro? Vuoi che te la ripeta ancora una volta?

    1) a quale titolo si ritiene di poter combattere una battaglia in nome della “letteratura”? Non sarebbe stato più onesto scrivere: CREDERE CHE *NOI* (i collaboranti dell’inner-ring) SI DEBBA STARE SERENAMENTE NELLA ZONA DI MARGINALITA’ eccetera?
    2) dunque qual’è il vero “oggetto del contendere”? Alla fine, visto che i “criteri” non sono mai all’ordine del giorno (perché gerarchie, élite, inclusione ed esclusione, dominanti e dominati, sono brutte parole) non rimanebbe che la famigerata “macchina di ottundimento delle menti”: se la conquistiamo – pare implicito – per noi è fatta, e comunque quegli sciocchi si pipperanno pur sempre una “letteratura” migliore di quella che viene loro imposta attualmente, PERCHE’ NOI SIAMO MIGLIORI.
    Tutto qui? Beh, no, c’è anche la retorica di Internet … il fatto è che Internet, come molti avranno notato, sembra creare più rivali che non potenziali lettori (vedi “la guerra delle Antologie” in ambito poetico).

  14. F.K. il 14 aprile 2005 alle 17:03

    Elio, tu hai studiato a fondo la materia, te ne do atto.
    Partiamo dal fondo: Internet è una realtà; ed è ovvio che, in questa democratizzazione della cultura che in Internet si attua (bene o male, dipende)se le voci si moltiplicano, si moltiplicano anche i dissensi. Ma allora: bisogna avere paura della moltiplicazione dei dissensi? No. Infatti, se tu dissenti non lo fai in silenzio, ma lo puoi fare (non grazie a Nazione Indiana, ma proprio grazie al mezzo) pubblicamente. Se poi vengono a crearsi rivali, beh, non sono completamente ingenuo nemmeno io: è fatale che, più sono le voci a parlare – e spesso a gridare – più motivi di attrito possono esserci. Sta alla buona fede di chi grida, parla e naturalmente ascolta reagire in modo fattivo a tutte queste sollecitazioni.
    Non credo che in Nazione Indiana ci siano i migliori, sarebbe assurdo pensarlo, almeno per me. E’ però vero che i migliori di altre realtà possono venire qui a confrontarsi. E possono venire a confrontarsi anche i lettori, o artisti di altre discipline. Tu sei un pittore, no? E non solo: come hai visto in questi giorni, è in atto un’accesa discussione tra questi sedicenti “migliori” all’interno, resa pubblica.
    Gerarchie, elite ecc. sono parole che per me e anche per altri non hanno senso. Se devo mettermi sull’attenti io dico no grazie, per esempio.La mia individualità innnanzi tutto.
    A mio avviso il discorso corretto da fare è che chi pubblica su cartaceo pubblica all’interno di un sistema editoriale che a sua volta è un’industria relativamente marginale. E’ un industria pubblicizzata, questo si. Ma in termini di fatturato, a Lumezzane e zone limitrofe, per farti un esempio pratico, i fabbricanti di minutaglie di acciaio fatturano molto, molto di più. E’ la cultura che è marginale! I Dan Brown sono eccezioni ma sono però necessari perchè fatturano, e portano di conseguenza altri “prodotti” a uscire sul mercato. Oggi come oggi la situazione è questa.
    Questa è la restaurazione? Questa è la realtà.
    E poi ci sono i lettori: se questi si accontentano di Dan Brown e non hanno la curiosità di andare oltre, di chi è la colpa? Solamente dei critici? Solamente degli scrittori? Solamente degli editori? I lettori chi sono, cani pavloviani?

  15. Tiziano Scarpa il 14 aprile 2005 alle 17:42

    Caro Franz, quel che affermi neglio ultimi due paragrafi non mi trova d’accordo.

    1) non lo dico io né Carla Benedetti, ma è André Schiffrin ad aver sostenuto che questa logica del “doppio binario” (i bestseller che finanziano i libri “letterari” che vendono meno) è saltata da quando all’editoria si richiedono margini di guadagno pari alle altre imprese.

    2) il tuo discorso sul fatturato marginale è discutibile. Il fatturato della letteratura è un fatturato simbolico, non solo finanziario. Per esempio: la letteratura fornisce trame ai film e agli sceneggiati televisivi visti da milioni di persone, trame che muovono enormi fatturati pubblicitari, e fatturati simbolici non minori negli animi degli spettatori.

    Un saluto carissimo

  16. F.K. il 14 aprile 2005 alle 18:01

    Caro Tiziano, forse è l’una e l’altra cosa. Per esprimermi meglio: da un lato ci sono i bestseller che fanno i guadagni,i quali (i guadagni, non i bestseller) in alcuni casi consentono ai libri di vera letteratura di essere pubblicati e recensiti. Dall’altro c’è la “carne da cannone”, o “massa critica pura”: e quelli sono i “nati morti”,purtroppo.L’industria editoriale è una macchina che, come tutte le industrie, non si puo’ fermare; è un dato di fatto. La cosa è più che seria, perchè è drammatica: come tutti sappiamo, a fronte di libri letti da centinaia di migliaia di persone ci sono migliaia di libri letti invece da centinaia di persone. O, in certi casi, da nessuno o quasi.
    Sul punto 2, in termini di pura editoria il fatturato è comunque marginale, certo. Hai ragione a parlare di fatturato simbolico, perchè è vero che il cinema e la tivu (industrie molto più grosse) si nutrono vampirescamente della letteratura, da sempre. Ma questo, credo,è un fatto inevitabile.
    Ciao, un abbraccio.

  17. elio il 14 aprile 2005 alle 18:56

    Caro Franz, adesso però non confondere la mia critica a ciò che mi sembrava implicito (e sottaciuto) nelle parole di Carla Benedetti (la quale – devo dire – “vista in azione” mi ha alquanto deluso) con una critica generale a N.I. A questo riguardo, voglio ripeterlo un’ultima volta: considero Nazione Indiana in sé un’entità positiva, con vari pregi ed alcuni limiti “strutturali”. Se insisto su certe dimensioni è semplicemente perché N.I. rappresenta un “campione” particolarmente adatto a certi miei interessi speculativi attuali. Ammetto pure una punta di ingenerosità da parte mia (lo so, i veri “poteri” non danno udienza alcuna) ma il mio è soltanto un piccolo discorso collaterale (di cui trarrò le fila per conto mio) che non penso davvero possa procurarvi grandi fastidi.

  18. F.K. il 15 aprile 2005 alle 10:58

    A me caro Elio non dai alcun fastidio, e penso anche ad altri. E mi fa piacere se dici di essere stato un po’ ingeneroso nelle tue analisi.



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