Oggi, ieri, domani

di Stefano Sanfilippo

comms3.gif

OGGI…
Decise di telefonare a Davide solo quando il ricordo del momento in cui tutto aveva avuto inizio divenne preciso a tal punto da sentire ancora quelle quattro fottutissime parole nella testa:
Attenzione! Possibili pozze d’acqua.”
Fanculo. Con qualcuno doveva pure confidarsi e spiegare il suo gesto; ed inoltre… sì, in qualche angolo della mente dormicchiava anche la convinzione di poter ricevere, se non l’approvazione, almeno la comprensione per ciò che aveva fatto. Estrasse il telefono cellulare con chiamata vocale dalla tasca, lo portò davanti al volto, accese con un Bip! il display blu elettrico, e scandì lentamente il nome dell’amico: – DA-VI-DE.

Il piccolo apparecchio color acciaio rispose con un “Bi-Lob-Bi-Ba-Bo-Bu.”
Poi, con il telefono attaccato all’orecchio, si buttò sul letto e rimase a fissare il soffitto. Il lampadario, un ridicolo modello stile “old country” che i suoi genitori avevano scelto per la sua stanza vent’anni prima, spadroneggiava ancora in mezzo al rettangolo bianco con tutte le sue belle lucette gialle.
– Sì…? – Dall’altro capo della linea l’uomo aveva appena scostato la cuffietta dello stereo per poter appoggiare il cellulare tra l’orecchio e la spalla; le note del sax si allontanarono, restando imprigionate negli interstizi del cuscinetto in gommapiuma. Nella mano destra reggeva la sigaretta e, come incantato nell’osservare il lento movimento, lisciava con cura la brace sul bordo di un coperchio che fungeva da posacenere.
– Allora? Quanto ti ci vuole a rispondere?
– Mattia…?!
– Allora “Da”? Come ti butta?
– Non c’è male… e a te?
– Mmh… beh, ehi, che voce hai… sto chiamando in un momento poco propizio? Disturbo forse qualche manovra?
– No, perché? Che ore sono? – Alzò la testa per cercare l’orologio sulla parete di fianco. La stanza era rischiarata solo dalla luce azzurra del monitor che aveva davanti a sé. Strizzò gli occhi per mettere a fuoco.
– Ooh merda, già le undici! No, è che ogni volta che mio padre vede la bolletta del collegamento ad Internet mi scassa che butto via i soldi.
– Perché non la paghi tu, scusa? Ma, allora sei a casa? Di sabato sera?
– Ma ti pare che non la paghi io? – Rispose un po’stizzito – E’ che deve comunque dire la sua, continua a menarla sul fatto che deve essere solo uno strumento di lavoro e così via… con tutte le solite stronzate, non capisce che il futuro invece sta proprio lì… mah, d’altra parte per lui è ancora fantascienza.
– Beh, che stai guardando sulla rete?
– No, no, sto “chattando”…
– Cosa fai?…
– Dì… domani è domenica, vuoi andare a comprare i gerani con mio padre all’”EuroFlora”? Sto “chattando”, no? Saprai cosa vuol dire, spero…
– Ma sì! Come quel film…
– Sì, buonanotte!…
– Beh, insomma, mi vuoi dire che, invece di essere in qualche locale a “pasturare”, sei attaccato al video a scriver parole d’amore?
– Naah… sto dietro ad una separata, questa è una tosta, è già un po’ che le tasto il polso, questa ha fame… tu, piuttosto, dove sei? Non dovevi essere in un ristorantino romantico in riva al mare a sgusciare gamberetti con mia cugina? Siete lì, no?
– Eh… no. – Era la domanda che aveva atteso. Gli sarebbe stato difficile incominciare da solo, poiché gli avrebbe seccato dare l’impressione di chi vuole confessare i propri peccati, ma desiderava mettere a parte l’amico degli sviluppi della sua relazione con la fidanzata – Ah, è successo un po’ un casino… adesso sono qui a casa dai miei…
Ma anche così non sapeva bene da dove cominciare.
Il tutto risaliva solamente al pomeriggio del giorno prima. Era in macchina con Cristina, stavano andando verso la riviera, a casa della madre di lei. Lui guidava la propria auto, una piccola macchina sportiva nuova; i suoi genitori avevano pagato l’anticipo, lui proseguiva con le rate mensili.
E si andava che era una meraviglia! Erano le colline che seguivano le gomme, o era il contrario? Che tenuta di strada! Ci sarebbe stato un percorso migliore dell’autostrada che passava oltre l’Appennino per saggiare le potenzialità di quella sedici valvole? No, davvero. Uah! Era perfetto, tutto perfetto.
Cristina sedeva accanto a lui, accoccolata su un fianco, e lo ammirava quando cambiava le marce con infallibile tempismo. Era andato a prenderla sotto lo studio legale dove lavorava un paio d’ore prima della fine del normale orario. Anche lui era uscito prima dallo studio di commercialista presso il quale faceva praticantato. E che cazzo: era venerdì, che se li sbrigassero loro i bilanci! Per quel che lo pagavano, faceva fin troppo. Dio! Quanta eccitazione nel vederla scendere gli ultimi gradini del palazzo in centro, dov’era lo studio: ah, quelle gambe agili e sottili velatissimamente velate dalle calze di nylon, la gonna a scacchi con lo spacchetto e… sì, si era messa anche le chanel blu con il tacco alto che piacevano a lui! E… lui, sì, lui con le mani in tasca e con il culo appoggiato al cofano della sua bella macchina color argento metallizzato, che trasmetteva ancora il caldo del motore. Perfetto. Tutto perfetto.
E poi: il temporale. Un lungo, fragoroso temporale che li aveva accompagnati fin sulle colline, regalando loro una calda intimità (grazie anche al climatizzatore di serie con display luminoso e regolazione della temperatura personabilizzabile), al riparo nel confortevole abitacolo, mentre fuori l’acqua bagnava ogni cosa senza pietà, incessantemente; non solo, ma talvolta con scrosci violenti e cattivi, come se le nuvole fossero invidiose della loro felicità.
Cos’è che li cullava di più? Le note languide della canzone che uscivano dai sei altoparlanti dell’impianto stereo con otto CD programmabili, o il dondolio dell’auto dovuto alle curve dell’autostrada che si snodavano tra il verde rigoglioso della vegetazione, ancor più verde per la pioggia che rendeva tutto più lucido e smagliante?
Lei sembrava non riuscisse a star ferma, come se resistesse ad un richiamo, come se tutta quella pioggia scorresse anche dentro di lei, facendola fremere di piacere: prima aggiustava il leggero cardigan di cotone sulle spalle con movimenti lenti ed eleganti, mentre gli parlava quasi nell’orecchio con voce morbida e calda, come una gatta che fa le fusa; poi rannicchiava le gambe sul sedile, tirando contemporaneamente giù la gonna irrimediabilmente troppo corta, facendo sempre bene attenzione a non chiudere mai quel benedetto spacco che si apriva proprio sulla piega delle cosce. Altre curve, altre emozioni. Lui non poteva fare a meno di guardarci dentro, ogni volta che scalava le marce. Uah!
Poco dopo, tra il crepuscolo che avanzava e l’ormai debole luce di taglio che filtrava tra le nubi scure, arrivò il momento di dover accendere i fari; il cruscotto dell’auto si punteggiò di decine di leds colorati e un tenue chiarore arancione proveniente dietro le lancette dei vari contatori fece avvampare anche i loro volti di luce riflessa. Ancora una volta: perfetto!
Era perfetto. Era tutto perfetto.
Troppo perfetto.
Sicché, all’uscita dall’ennesima galleria, lesse su uno dei tanti display a cristalli liquidi che stanno appesi sopra le carreggiate e che solitamente riportano messaggi sulla viabilità o danno il benvenuto sull’autostrada in cui si è entrati, lesse… quelle quattro parole, quel ridicolo avvertimento, che non aveva mai visto prima…
“Attenzione! Possibili pozze d’acqua.”“Che senso ha!” Aveva esclamato immediatamente “In autostrada NON DEVONO esserci pozze d’acqua, cazzo! Che razza di autostrada sarebbe con le pozze d’acqua? Cristo Santo! Se becchi una pozza d’acqua a centoquaranta all’ora ti ammazzi! Sono fuori, fuori fuori, peggio di un’ernia strozzata.” Lei aveva sorriso al proprio eroe, aveva avvicinato le labbra alla sua guancia e l’aveva baciato lentamente, accarezzandogli il viso. A quel punto lui non ci aveva pensato due volte a infilarle una mano tra le cosce: ma lei lo respinse subito. “Dai, che è troppo pericoloso.” Gli aveva detto. E non fu per quello che lui ci rimase male, no. Fu dopo averle detto: “Non vedo l’ora, stasera, di saltarti addosso”, quando lei gli rispose: “No, amore mio, stasera siamo da mia madre, dobbiamo stare tranquilli”, che ci rimase male. Ma sarebbe stata certamente una cosa passeggera se non fosse stato per quelle quattro fottutissime parole:
“Attenzione! Possibili pozze d’acqua.”Attenzione!… Attenzione, diceva il display, non tutto è come sembra…
Ti aspetti che su un’autostrada di tutto rispetto non ci siano pozze d’acqua, delle pericolosissime pozze d’acqua? Padronissimo di crederlo, ed è anche giusto, per carità! Ma… attenzione, potrebbe essere, a dispetto di cosa è o di cosa dovrebbe essere un’autostrada, piuttosto che la tua relazione con Cristina, potrebbe essere che tutto non sia così perfetto come sembra. Figuriamoci quando è troppo perfetto. Fanculo.
Stavano andando da sua madre, dalla madre di lei… come dire: ecco, è fatta, ti faccio conoscere mia madre, saremo ospitati a casa sua, o, in altre parole, entri a far parte della mia famiglia, non era forse questo il concetto? E non era il caso di considerare, una volta per tutte, che a parte qualche sfrugugliamento nelle parti intime (dal quale, per altro, non otteneva ogni volta che un fastidiosissimo rigonfiamento dei coglioni e niente più) non avevano ancora scopato? Non stava forse a significare, tutto ciò, che lei si sarebbe concessa completamente solo dopo che lui si fosse impegnato in modo più serio? Pensare poi a quante ragazze si sarebbero sciolte, senza farsi troppo pregare, sulla sua bella macchina nuova! Cristina no. Lei invece no. E perché? Ma è chiaro perché, era all’ultimo miglio, come le nuove compagnie dei telefoni, l’ultimo sforzo, ancora un po’di moine ed era fatta. Bell’è che fatta. E poi: altro che sedici valvole, auto sportiva, poi si passa alla Station Wagon e ai passeggini. Sto cazzo!
Aveva avuto un segnale e, per fortuna, l’aveva colto. E bisognava saperlo cogliere. Certo che se uno aspetta che ti facciano Toc-Toc alla porta e ti dicano: “Buongiorno, lei è il signor Mattia, attualmente fidanzato con una certa Cristina, sì? Bene, cioè, male, volevamo per l’appunto rendere noto che lei sta per essere incastrato a dovere, tutto qui. E’ ovvio che se è ciò che ha sempre desiderato, consideri questo avviso lettera morta, altrimenti…” , sta fresco!
Chissà, forse un tempo la gente prestava attenzione se un gatto nero gli attraversava la strada, oppure interpretava l’abbaiare di un cane zoppo come un avvertimento. Ma nell’era della telecomunicazione, no.
Alle soglie del terzo millennio il destino, se mai il suo eco avesse voluto farsi vivo, avrebbe sicuramente scelto un mezzo più sofisticato:
“Attenzione! Possibili pozze d’acqua.”Per l’appunto.
– Ma che cazzo stai dicendo, Mattia? Stai scherzando, spero?! Non vorrai veramente farmi credere che hai lasciato Cristina in un AutoGrill?
Glielo aveva detto. In qualche modo era riuscito a raccontare a Davide tutto quanto con le dovute omissioni, certamente, sorvolando magari su alcune sue riflessioni personali che difficilmente avrebbero trovato credito in chiunque altro e tralasciando descrizioni ed impressioni varie, ma glielo aveva detto.
E infine, sì. Aveva lasciato Cristina in un AutoGrill. Certo che detto così suonava un po’male…
– E’ stata una cosa istintiva… mi rendo conto, ero lì da solo al distributore e, e… volevo fuggire da tutto, se non l’avessi fatto in quel momento, non avrei più avuto il coraggio, avevo raggiunto una chiarezza tale sul nostro rapporto sai che…qualsiasi spiegazione sarebbe stata incomprensibile, credimi Davide… lo so, lo so sono stato un po’vigliacco.
– Ma l’hai lasciata in un AutoGrill, Mattia, da sola, senza che sapesse cosa stava succedendo e, magari si è pure preoccupata per te…
– Ma no, non credo, le ho lasciato la valigia all’autopompa, dove avevo fatto benzina, mentre lei era in bagno… avrà capito…
– Pure! Pure la valigia le hai lasciato… lì, in terra, e un biglietto, le avrai scritto un biglietto almeno?
– Lo volevo fare, ti giuro… l’avevo pensato, ma non c’è stato tempo, è successo tutto così in fretta: non credere che sia stato facile, anche per me.
– Bé, in questo ti credo… sono cose che dall’esterno sono difficile da capire… solo il fatto che tu sia arrivato a fare una cosa simile denuncia sicuramente un disagio profondo… un’incomprensione latente, ma io credo proprio che tu non lo avresti dovuto fare, avresti dovuto parlarle…
– Sai, mi è sembrata la soluzione più immediata… sai a volte le parole, cazzo… non è facile comunicare certe cose…
– Ma almeno poi l’hai chiamata al cellulare?
– Ma se non lo porta mai! Io glielo dico sempre, e sembra che faccia apposta a lasciarlo a casa! Come si fa ad andare in giro oggi senza un portatile… ad ogni modo, Davide, guarda che eravamo all’area di servizio di “Pietrafraccia”, vicinissimi alla costa ormai, tua zia l’avrà raggiunta in meno di venti minuti…
– Bé, in questo modo non puoi certo più tornare indietro… penso anche che sia ciò che volevi, ma… almeno sei sicuro di quello che hai fatto?

Se era sicuro di ciò che aveva fatto? Che cazzo di domanda! Proprio una cazzo di domanda. Glielo avrebbe voluto dire, adesso, ma ormai aveva messo giù il telefono da almeno dieci minuti, dopo le ultime frasi di circostanza degne di una telenovela brasiliana, e quella domanda gli era rimasta nel cervello.
Era incredibile. Aveva voluto parlare con Davide, pur temendo il suo giudizio, per togliersi dalla testa quelle quattro maledette parole lette sul display di un’autostrada e ora quello stronzo del suo amico gli aveva ficcato nella testa quest’altra fesseria. Sicuro che Davide di una cosa aveva ragione: non sarebbe mai potuto tornare indietro.
Chiuse le palpebre per allontanarsi da tutti quei pensieri che continuavano a ossessionargli la mente e in quell’attimo vide ancora gli occhi di Cristina con quel suo sguardo da cerbiatta che tanto l’aveva attratto sin dal loro primo incontro. E’ strano, e quasi inconfessabile, ma immaginò anche quale effetto avrebbe potuto fare la sua auto con dei nuovi cerchi in lega.
Che cazzo di domanda! Proprio una cazzo di domanda…
Fanculo.

…IERI…
– Mami… ?!
– Cristina, dove siete? Vi manca molto?
– Sono in una cabina telefonica, mamma… meno male che tu sei a casa.
– Perché non hai chiamato con il cellulare?
– Lo sai mamma che non appena posso lo lascio a casa…
– Bé, perché non chiami con quello di Mattia?
– Perché non so più dove sia… Mattia…
– Ma come sarebbe, gioia mia, che non sai dove sia? E’ successo qualcosa?
Cristina… ?! Ma cosa fai… piangi?
– Mamma… sono qui in un AutoGrill, sull’autostrada e credo che Mattia se ne sia andato… mi ha lasciato anche la valigia… pensa! … Che carino, pensa!
– Su, stai tranquilla, capita a tutti di litigare… vedrai che adesso torna.
– Ma noi non abbiamo litigato, mamma, non abbiamo litigato! Ed io non sono sotto il portone di casa, mamma, sono in un AutoGrill: quello stronzo non torna più! …Vieni a prendermi, mamma.
– Ma vuoi che ti abbia lasciato lì da sola in autostrada?
– Io NON VOGLIO, mamma, MI HA lasciato da sola in autostrada… adesso, vieni a prendermi?
– Ma certo, Cristina, che ti vengo a prendere, però adesso calmati e dimmi il nome dell’area di servizio in cui ti trovi.
– … Non lo so, non ho guardato quando siamo entrati, e da qui non riesco a vedere… vado a vedere e ti richiamo.
– Sì, intanto io mi vesto.

Uscì dalla cabina e rimase immobile a respirare l’aria fresca che sapeva già di mare. Adesso si sentiva meglio. Più rilassata. Il pensiero di aver trovato sua madre a casa e di sapere che di lì a poco sarebbe venuta a prenderla l’aveva tranquillizzata molto.
E si sentì libera. Forse per la sensazione di trovarsi lì, da sola, su quella piazzola d’asfalto accerchiata da tanto verde, forse per la profondità del cielo che stava sgombrando frettolosamente le nubi del temporale o per l’aria della sera che soffiava dal mare pizzicandole la pelle, forse perché in fondo era sempre stata libera… e in quel momento finalmente se ne accorse. E si sentì viva. Avvicinò i lembi del cardigan sul petto che strusciarono sui capezzoli intirizziti, ebbe un brivido, raccolse la valigia e andò verso l’AutoGrill.
Sul nastro d’asfalto scorrevano le auto, scorreva la vita: solo mezz’ora prima vi stava passando anche lei; ora, senza che avesse potuto decidere niente, ne era fuori, come al cinema quando si rompe la pellicola… tutto si era fermato. Non aveva neanche fretta di sapere il nome dell’area di servizio e di tornare a casa. Era come un buco nel tempo, attraverso il quale poteva osservare la sua vita. Poteva osservarsi, immaginando che una delle tante macchine che sfrecciavano sull’autostrada fosse quella di Mattia, leggere i pensieri e sentire le emozioni di se stessa, di una vita precedente, come se lei fosse un’altra, un’altra donna, in un’altra età.
E non si sentì di biasimare quella giovane coppia di cui lei era stata parte integrante con tutte le responsabilità, né di serbare rancore per Mattia, che, tutto sommato, non aveva fatto altro che spezzare un brutto incantesimo. Comprese lo sforzo che entrambi facevano ogni giorno, insieme o da soli, per essere in quel modo: così perfetti, così aderenti all’immagine formale che era stata loro sottoposta e che avevano accettato, senza alcuna riserva. Si sentì un po’vittima ed anche un po’stupida.
Le venne da sorridere.
Se non fosse stato che alle auto, ogni tanto, bisogna metterci anche la benzina, sarebbe stata ancora lì: chiusa dentro un’immagine pubblicitaria, la copia vivente di uno spot, il bluff della sua vita, una truffa ben riuscita.
E senza rendersi conto di quanto questa nuova visione delle cose stava attecchendo con tanta forza nei suoi pensieri e men che meno della facilità con cui tale processo di autoconvincimento, simile ad un’illuminazione, fosse maggiormente agevolato a compiersi in una mente femminile, giustificò ogni cosa. Spiegò a se stessa come aveva potuto accettare tutti i comportamenti infantili di Mattia, le sue reazioni esagerate e tante noiose serate in sua compagnia. Nonostante fosse stato descritto e stigmatizzato innumerevoli volte da tanta letteratura, era il solito gioco delle parti a cui nessuno era stato mai in grado di sottrarsi.
Solo così poteva spiegare anche i propri atteggiamenti, tanto spesso sciocchi, inutilmente sciocchi che solo con uno come Mattia avrebbe potuto permettersi di tenere.
Ah! Possedeva una tale consapevolezza in quell’istante!
L’area di servizio si chiamava “Pietrafraccia”. Si avviò di nuovo verso la cabina, attraversando i corselli tra i distributori di carburante; le macchine la lasciarono passare ed un uomo alla guida le fece un gesto che voleva essere un inchino. Lei sorrise debolmente ed affrettò il passo, come per ricambiare la cortesia; il seno, libero sotto la camicetta di seta, sobbalzò per la gioia del conducente, lei se ne accorse e, con meno consapevolezza dei propri ragionamenti di quanta non ne avesse avuta prima, ne fu compiaciuta. Poco più in là, a pochi passi dalla cabina telefonica, mentre incominciava a camminare storta per il peso della valigia, le fu rivolto un chiaro fischio di apprezzamento. Si volse (va detto: istintivamente), e vide un bel camionista, giovane e neanche tanto selvaggio, che con un bel sorriso le disse: – Ti posso dare una mano con la borsa?
Riuscì a nascondere il suo imbarazzo con un sorriso e rispose, anche brillantemente, per tagliar corto: – No, grazie, sono arrivata.
Entrò nella cabina e digitò il numero. Fece solo lo sbaglio, mentre aspettava che dall’altro capo sua madre rispondesse, di girarsi a guardare il giovane, che, com’era prevedibile, non attendeva altro.
– Mami?!
– Cristina, quanto ci hai messo?
– Eh, ho dovuto comprare un’altra tessera… e al bar c’era coda.
– E dove sei, allora?
– A “Pietrafraccia”, si chiama “Pietrafraccia”, però io sono dall’altra parte, rispetto alla direzione da cui tu provieni, eh?!
– Ma sì, gioia, conosco l’autostrada, sai? Come va, ti senti un po’meglio, adesso?
– Sì, e ho deciso che Mattia è un cretino! – disse ridendo, accorgendosi per un’istante di ridere anche verso il giovane.
– Oh brava figlia mia!
– … E che non sa cosa si è perso…
– Brava, è così che si fa.
– Non riesco a credere, sai, che un ragazzo di quasi trent’anni possa comportarsi in quel modo…
– Ragazzo… alla vostra età dovreste essere già uomini e donne… ma le cose sono così cambiate…
– Cambiate… ? Ma quando papà andò via, quanti anni aveva?
– Oh Cristina, che cosa mi chiedi adesso!
– Dai, mamma, rispondi… non ne abbiamo mai parlato…
– Su, che ti vengo a prendere, è già tardi, ne parleremo un’altra volta…
– No, lo voglio sapere.
– Ma ti sembra, gioia mia, che dobbiamo parlare di questo, adesso, al telefono, quando tu sei lì da sola in un AutoGrill! Avremo tanto tempo in questi giorni…
– Una volta non c’era il telefono e la gente chissà, mami, forse parlava di più, forse non siamo più abituati… voglio dire che se ora si finisce con il parlare al telefono forse è perché si ha meno paura, meno vergogna di dire certe cose… se sono qui in un AutoGrill, in fondo è perché un cretino di trent’anni aveva paura di parlarmi, non trovi? Mio Dio se ci penso…
– E tu non pensarci, vedrai che passerà!
– Mi è GIA’passata, mamma, se lo vuoi sapere, mi è GIA’passata, solo che non voglio dimenticare… come hai fatto tu.
– Ma io non ho dimenticato, Cristina, fai un grosso sbaglio se pensi questo; come avrei potuto dimenticare, sciocchina… se da tutto quello che secondo te avrei dimenticato… sei nata tu? Era solo questione di tempo, vedrai che ne parleremo, anzi, credo proprio che questa sarà l’occasione buona, vedrai.
– Promesso, mami?
– Promesso, e adesso fammi uscire per venirti a prendere, che non sopporto di guidare al buio.
– Ti aspetto, ciao.

Uscendo per la seconda volta dall’angusto spazio della cabina del telefono, la piccola magia si ripeté. Si sentì piena di vita. Libera.
Il sole, ormai incline al tramonto, si era abbassato quel tanto che bastava a scendere al di sotto delle ultime nuvole, così da essere ben visibile tra di esse e l’orizzonte e, in quel rosso affievolirsi dei suoi raggi, ammantò tutto ciò che incontrava di una luce calda e sensuale.
Su di lei non fece eccezione. Si sentì avvolgere da quella luce. Quando la vide riflessa tra i suoi capelli, nell’attimo in cui una brezza le scompigliò la testa, ne fu inebriata. Le sembrò che ogni cosa dovesse finire di lì a poco.
E a ben vedere, sarebbe stato così: il sole, anche per quel giorno, stava per concludere il suo compito, l’orizzonte avrebbe inghiottito tra breve gli ultimi raggi, sua madre sarebbe arrivata in meno di mezz’ora ed una volta rinchiusa dentro l’auto non avrebbe più sentito l’aria che le sfiorava la pelle, né il profumo intenso che la vegetazione emanava dopo il temporale.
Invece lei si sentiva di aver appena cominciato! Percepiva la pienezza del suo essere, fiutava la sera come un animale, le sembrò di non essere mai stata così sensibile… vibrava per ogni più piccola cosa; non avrebbe voluto sciupare nulla di quei momenti, ma le stavano sfuggendo come l’acqua tra le mani, più stringeva a sé quelle sensazioni, più le scivolavano via.
E poi quel giovane, quel camionista, anche lui sospeso, per caso, tra il viaggio e il tramonto… non smetteva mai di guardarla.
Avvertì un calore profondo scendere all’inguine, in contrasto con il fresco che aveva intorno alle cosce. Temette di essere nuda. Si passò le mani sulla gonna, chiudendo lo spacco maldestramente, momentaneamente…
Si guardarono. Lui stava in piedi di fianco al camion. Poi, come se non reggesse più lo sguardo, si girò verso la cabina di guida. Lei non pensò più a nulla e si senti mancare, ma solo per un’istante: fino a quando lui non aperse la sportello, lasciandolo spalancato, si voltò di nuovo e le venne incontro piano, senza distogliere lo sguardo dai suoi occhi.
Le rimanevano pochi secondi per riflettere, i peggiori, per prendere una decisione. E in quegl’attimi le venne in mente di tutto: la ripicca per essere stata abbandonata in quel modo dal suo fidanzato, quel tramonto troppo bello per starsene da soli a prendersi un caffè, la gioia che il suo giovane corpo avrebbe potuto dare a qualcun altro oltre che a lei, l’idea che quella stessa, intensa emozione doveva averla provata anche sua madre, e prima di lei un’altra donna e un’altra ancora, da migliaia di anni, lo stesso impulso della vita per la vita, di tutte le donne , di tutti gli uomini… eeh, sì, di tutto… le venne in mente proprio di tutto… ma nessun motivo per dire di no…
– Adesso, posso portarti io la borsa? – Le chiese in modo gentile.
Quel giovane sembrava aver capito ogni cosa. Gli era così vicino da distinguere nei suoi occhi le variazioni azzurre dell’iride. Le parole uscirono da sole, e fu meravigliata dalla tranquillità con cui le pronunciò:
– Abbiamo solo venti minuti.
– E noi ce li prenderemo tutti. – Rispose lui con la stessa calma. Poi le raccolse la valigia e camminarono fianco a fianco, verso il camion. Lei cinse con il palmo della propria mano il suo braccio nudo, appena sotto l’ascella; lui si volse di poco, tanto da poter incrociare i loro sguardi, e le sorrise. Infine udì solo il suono femminile dei propri tacchi sull’asfalto, come il Tic-Tac di un orologio che scandisce il tempo rimasto del conto alla rovescia.
E senza che nessun pensiero le attraversasse più la mente, salì nella cabina e scivolò sulla sua pelle.

… DOMANI.
Era già un bel po’che si aggirava per la stanza non sapendo decidere cosa fare. Per Davide, “chattare” in rete stava diventando qualcosa di più di un hobby o un semplice interesse. Ed ogni volta che accendeva il computer ed udiva il ronzio della ventola si sentiva cogliere da una profonda voluttà.
Cos’era, in fondo, a dargli quell’ebbrezza?
Non sapere neanche lontanamente con chi stesse parlando? L’idea che lui stesso fosse in incognito e che le sue parole, con l’eccezione di comparire su di un altro monitor come il suo, fossero disperse nell’etere senza che lasciassero traccia e che nessuno, al di fuori della sua interlocutrice, avrebbe mai potuto serbarne memoria?
“Little Lord”, era lo pseudonimo che si era scelto. Per uno come Davide la cura dei particolari era essenziale. Si era da poco laureato in ingegneria ed era stato abituato a dare sempre il nome esatto ad ogni cosa. E quello gli sembrava che calzasse perfettamente con lo stile, l’etica e lo spirito d’avventura di un antico cavaliere che percorreva gli spazi siderali. Si sentiva un precursore, essendo stato tra i primi che “chattassero” sulla rete. E sapeva esattamente la somma totale delle ore in cui aveva navigato in Internet sin dall’inizio con tale precisione, che nemmeno sul curriculum di un pilota aeronautico sarebbero state riportate con tanta scrupolosità.
< Ma cosa significa, in verità, chattare sulla rete, se non consentire la libera ed immediata espressione del pensiero, scevro da qualsiasi condizionamento dovuto all’aspetto della persona che scrive, ed al luogo, al momento, alle condizioni in cui scrive? >, come egli amava digitare spesso, in qualsiasi “chat” in cui si trovasse, sentendosi come un profeta telematico nell’atto di rivelare l’”essenza” di quell’andirivieni di Kilobytes tra i computers di tutto il mondo. Non era mica stupido, il ragazzo!
< Niente male, davvero.> Gli rispondevano in tanti nelle “stanze” virtuali in cui aveva occasione di intrattenersi.
“Little Lord” sembrava riuscire ad andare un po’più in là di tutti gli altri. Sapeva essere più profondo, più sensibile. Forse è per questo che “The Princess” aveva voluto parlargli. Anche i loro pseudonimi sembravano fatti l’un per l’altra: “Little Lord and The Princess”, poteva essere il titolo di un’antica fiaba…
Avevano cominciato a parlarsi da qualche settimana e più si incontravano nella ”chat”, più scoprivano quante affinità li accomunava. In breve diventò un dialogo esclusivo, “Little Lord” partecipava sempre meno alle discussioni pubbliche nelle varie “stanze” in cui era solito entrare, per parlare solo con “The Princess”, la sua principessa.
Lei, invece, non aveva quasi mai dialogato con altri partecipanti, e dopo quell’incontro sempre meno, ma il suo pseudonimo compariva sempre in alto a destra sullo schermo, in attesa che “Little Lord” si collegasse.
Ogni volta era come lanciarsi nel vuoto, in un appuntamento sempre al buio… ci sarà oggi? Vorrà ancora parlarmi?… E tutto ciò non comportava altro che aumentare l’emozione del momento in cui entrava e dissolveva i propri pensieri nella rete, dimenticandosi tutto il resto.
Doveva essere proprio caduto in un “innamoramento telematico” per collegarsi quella domenica pomeriggio e pensare che lei fosse lì ad aspettarlo, quando solitamente era la notte, con tutti i suoi segreti, ad accogliere le loro parole.
E…“The Princess”, evidentemente, soffriva dello stesso male, poiché il suo nome era là, ancora in alto a destra, nella solitudine della sua torre, come si conviene ad ogni principessa che aspetti il proprio cavaliere. Gli si bloccò il respiro per l’eccitazione. Sgranchì le dita come un pianista sopra la tastiera, gli occhi si riempirono della luce del monitor e il mondo svanì alle sue spalle.
Ma non ebbe il tempo di riprendersi dallo stupore e scrivere per primo al suo indirizzo, che lei aveva già digitato una domanda:
< anche tu qui? < sì Rispose brevemente, sentendosi ancora spiazzato. < trovo che il pomeriggio della domenica sia terribilmente noioso < approvo in pieno < qui da me sta anche piovendo < che tristezza! < da te? < cielo lattiginoso < peggio! < eh, sì davvero, ma ora potrei guardare le previsioni del tempo per capire dove abiti < è un po’difficile… non credi? < sarebbe una prima scremata, sai… un po’alla volta < ci terresti proprio? < e tu? < la domanda l’ho fatta io < hai ragione, beh, diciamo che ci ho pensato < e poi? < e poi cosa? < verresti a cercarmi? magari in una grande città? e se fosse la città sbagliata? sai, a volte i meteorologi si sbagliano < beh, se mi dessi l’indirizzo, farei prima < e il nostro “splendido anonimato” come l’hai definito tu un po’di tempo fa? Ebbe un brivido, lo stesso che si prova quando si sta per fare un grande salto o quando si prende una decisione con lo stomaco, anziché con il cervello. Effetti collaterali, non ci badò. < al diavolo! < mi spaventi, Little Lord… < è l’ultima cosa che vorrei… < … beh, voglio essere sincera: ci ho pensato anch’io, ma ho paura di rovinare tutto < e se fosse meglio? se tu diventassi sul serio la mia principessa? < mettiamola così: e se io non ti piacessi? se fosse una terribile delusione? < allora ti propongo un incontro a metà: ci diamo un appuntamento, ma solo uno dei due svela la propria persona, l’altro rimane anonimo e decide se rivelarsi oppure no E si sentì geniale. < come sarebbe? com’è possibile fare una cosa così? < è semplice, come quando si aspetta qualcuno all’aeroporto senza conoscerne l’aspetto: sta lì con segno distintivo in modo da essere riconosciuto < mi ci vedi davvero con appeso al collo un cartello con su scritto: “The Princess”? < credo che un vestito rosso possa bastare, che ne dici? < dico che dubito che tu abbia un vestito rosso < ah, è così! vuoi che mi sveli io per primo! < perché no Sta bene, era arrivato fin lì. Se quella era la condizione, ebbene che fosse. < ci sto < e il nostro “erotismo cerebrale”, l’altro tuo cavallo di battaglia, di cui mi parlavi tanto? “Fino in fondo, Davide”, disse tra sé. < al diavolo anche quello, se funzionasse, meglio quello fisico, no? < cosa mi stai facendo fare… < tutto quello che vuoi… solo se vuoi E sentì che tutto il suo romanticismo, tutta la sua commozione virtuale e cerebrale si stavano spostando nelle parti basse. < non è meglio se ci sveliamo prima qualche cosa, non so, l’età, l’aspetto fisico, cosa facciamo nella vita… < al buio, al buio… tanto il coltello dalla parte del manico ce l’hai tu, ti pare? < ce l’hai davvero un vestito rosso? < credo che ormai faccia abbastanza caldo, indosserò dei jeans azzurri e una camicia bianca con scacchi sulle tonalità del blu… e sarò dove vuoi tu, quando vuoi tu < almeno mi devi dire dove abiti, più o meno, magari sei al piano di sotto a casa mia e io ti do appuntamento a Firenze, capisci che… < sei di Firenze? < no, mi dispiace, io per il momento rimango anonima… in tutto < ok, ok, ricevuto < allora me lo dici? Era fatta. < diciamo Torino < e allora diciamo che ti verrò incontro: autostrada A7, Milano-Genova, area di servizio “Pietrafraccia”, corsia da Milano per Genova, ti può andare? “Pietrafraccia”?! Gli si interruppero i pensieri come un corto circuito… …Ma certo… Mattia e sua cugina, due giorni prima, la stessa area di servizio… il destino! Pensò: laddove era finita una storia d’amore sarebbe avvenuto il loro primo incontro, un segno, un chiaro segno del destino… poiché non poteva sapere, non poteva immaginare che… sua zia, dall’altra faccia di un computer, con le mani tremanti sopra la tastiera, eccitata e con il cuore in gola per quanta audacia avesse osato nella scelta dello stesso luogo, pensasse… esattamente la stessa cosa.

  5 comments for “Oggi, ieri, domani

  1. L'irriverente
    3 maggio 2005 at 11:07

    “…forse un tempo LA GENTE prestava attenzione se un gatto nero GLI attraversava la strada”.

    Ma questo qui dove ha imparato a scrivere?

  2. elogiodelleccedenza M. Z.
    3 maggio 2005 at 17:32

    In effetti è una palla, caro irriverente. Ma tutto il sito comincia a debordare verso una sorta di composta putrefazione.

  3. andrea barbieri
    4 maggio 2005 at 09:17

    Zizzi, forse parli di putrefatti perché sembri uscito dalla Torre nera, sembri uno di quelli che si avventano contro l’ultimo cavaliere e l’ultimo cavaliere fa quello che deve fare: arma e spara. Così rimani eternamente a metà di un movimento, con un bel ghigno, a implementare lo scenario con la tua sagoma irreale.

  4. Fake di Angelini
    4 maggio 2005 at 09:38

    Barbieri: ***implementare*** lo scenario… suvvia, siamo seri!

  5. andrea barbieri
    4 maggio 2005 at 09:42

    Sotto sotto sei un serioso Fake. Stavo scherzando.

Comments are closed.