Scrivere sul fronte meridionale II

di Davide Racca

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[Dopo la pubblicazione della lettera a Nazione Indiana circa lo Scrivere sul fronte meridionale ho ricevuto diverse risposte da autori che hanno riflettuto sullo scrivere da sud. Pubblico qui l’intervento di Davide Racca. rs]

Caro Roberto,

ferme restando le mie convinzioni che uno scrittore è uno scrittore, un poeta è un poeta, un artista è un artista, a prescindere dal luogo geografico in cui nasce…

in cui sviluppa la sua forza combinatoria e creatrice, la sua libertà di muovere gli aculei del cervello dove lo sguardo si posa senza fermarsi alla mera apparenza, eccetera eccetera, fermo restando questo, posso solo portare una mia esperienza. Scrivere (poesia) da Caserta, con precisione da San Nicola la Strada dove vivo da venticinque anni, significa avere solo voglia di fuggire.

Intorno le cave di pietrisco sono enormi morsi bianchi dati alle montagne, che ricordavi integre qualche anno fa; cantieri si affiancano alle palazzine appena finite per accogliere i nuovi napoletani in una z.e.n. tutta espansa dentro un piano regolatore inesistente e manovrato dalla camorra. Questo è quello che mi circonda (non devo raccontarlo a te): poca letteratura, molta indecenza.
Ma sento che se non usassi l’immaginazione allora sarei mendace. Per mancanza di fantasia si diventa concreti e falsi.

Tu mi chiedi cosa vuol dire scrivere nel sud. Per me scrivere nel sud vuol dire essere del sud, non necessariamente scrivere del sud; perché tutti possono scrivere del sud, anche un autore del polo nord se esiste e ne ha i mezzi (e forse ne uscirebbe qualcosa di più originale, imprevisto di uno scrittore autoctono).

Allora ti dico cosa per me vuol dire essere del sud.
Essere del sud vuol dire abituarsi a vedersi mancare la parola data.
Essere del sud significa avere un debito inestinguibile verso questa terra: tutti ti dicono vattene; ma se te ne vai allora non ti vogliono più parlare, vedere, capire, come se essere del sud significasse partecipare di una causa (e dico questo, bada bene, in un momento storico molto particolare per il sud, per il quale quasi sarebbe il caso di innalzarla questa causa, per le ondate migratorie che per dimensioni raggiungono quelle del secondo dopoguerra e che verso il nord portano il seme sprecato di questa terra; il disgusto come vedi supera anche i sensi di colpa ).
Essere del sud significa essere della periferia e quindi pronti a muoversi (in tutti i sensi e direzioni).
Essere del sud significa contare i passi che ogni volta ti mancano per arrivare alla frontiera.
Essere del sud è sentirsi quasi in esilio, perché la tua cittadinanza è chiusa nel conato di moralità che ancora ti fa resistere.
Essere del sud significa essere nella cultura (molta e alta), ma soprattutto essere nel sospetto.
Essere del sud significa tacere perché parlare dei misfatti significa ancora tacere. Un bavaglio culturale, istituzionale, ti restringe i margini di espressione, e l’urlo caotico che ne emette è ancora, inesorabilmente, tacere.

Nell’università sei qualcosa, almeno un “impiegato di concetto”. Fuori se non ricalchi luoghi utili, impiegato, cassiere, politico, insegnante, pusher, sei poco più di un granello di rosario tra le dita di una vecchia zia, che ancora prega per te e per il tuo futuro… ma questa, credo, è una condizione più generale.

Ti abbraccio
Davide

P.S. allego una poesia scritta qualche tempo fa pensando poeticamente a tutto quello che qui più o meno ho riferito

NOTTE E GIORNO

Notte e giorno può essere ovunque,
singhiozza, latra in gola e scivola tra le pareti
sillabe che non sai.

Non è la geografia a darne il senso,
sei tu che muovi i passi nel cervello della terra…
e poi si fa corrente che ti volta le spalle
qualsiasi posizione tu abbia nei suoi confronti.

La verità è vera se ti spegne il mozzicone sulla pelle
e sa di cenere il lembo che ti unge le dita.

  21 comments for “Scrivere sul fronte meridionale II

  1. L'irriverente
    3 maggio 2005 at 10:25

    Scusate la domanda: esiste una letteratura della controparte, ovvero che parli delle ragioni della mafia dal di dentro?

  2. manuela
    3 maggio 2005 at 11:28

    grazie, davide.
    mi manca l’aria vedendo scritto quello che sento.
    mi hai dato comunque sensazioni intense.

    ema

  3. 3 maggio 2005 at 14:21

    Ho sangue meridionale nelle vene, e sono nato (quando già i miei genitori vivevano a Lucca) nel paese di San Prisco, dalle tue parti.

    C’è un sito: http://www.sanprisco.net, che, pur essendo una piccola cosa, dimostra un modo di reagire positivo alle secolari e scandalose condizioni del sud.

    Pochi giorni fa è uscito il mio “Quarantatre letture – Il sud nella letteratura italiana contemporanea”, che spero qualcuno di voi possa vedere alla Fiera del libro di Torino presso lo stand del mio piccolo e semisconosciuto editore, Marco Valerio di Torino (“nel primo padiglione, stand D38, sulla vostra destra appena entrati”).

    Ho trovato nel mio lavoro esempi di grande letteratura, mai chiusa e piegata in se stessa, ma disposta ad una spietata analisi e e ad una altrettanto spietata denuncia per migliorare.

    Questo contributo è venuto anche da uomini non del sud, e ciò dimostra un ancora oggi possibile terreno di impegno comune.

    Il toscano Renato Fucini con “Napoli a occhio nudo”, che indignò Salvatore Di Giacomo, affrontò in modo distorto e folkloristico i difetti del sud, pur valendosi di una scrittura brillante e saporosa. Molti, gravemente sbagliando, leggono il sud come lo lesse in quegli anni Fucini.

    Invece questi alcuni nomi di narratori, oltre ai noti Verga, Capuana e Pirandello, che hanno tramandato e tramando il valore del sud, della sua storia e della sua letteratura: Abate, Alianello, Brancati, Bufalino, Compagnone, Consolo, Corti, Dessì, Angelo Fiore, Incoronato, Jovine, La Capria, Marotta, Montesano, Nigro, Ortese, Ottieri, Pomilio, Prisco, Domenico Rea, Salvatore Satta, Sciascia, Silone, Tomasi di Lampedusa, Vittorini.

    Il loro esempio proprio non serve a nulla? Non credo.

    Non demordere, bisogna, non correre dietro alle esigenze del mercato e scrivere i romanzoni senza costrutto che vanno per la maggiore, bensì rimboccarsi le maaniche e essere capaci di andare anche controcorrente.

    Io, il mio contributo, di uomo che ha sangue meridionale nelle vene, l’ho dato. Scrivo nell’introduzione:

    ” A Lucca, a casa mia, la lingua che ascoltavo tutti i giorni era il napoletano. I miei genitori, entrambi originari di San Prisco, un paese – a quei tempi minuscolo e grazioso – situato a sei chilometri circa da Caserta, erano venuti a Lucca, mio padre addirittura sin dal 1930, senza mai dimenticare l’idioma della loro amata terra. Ogni estate portavano me e i miei due fratelli, Giuseppe, il più grande, e Mario, il più piccolo, a trascorrere le vacanze proprio là, nel Sud assolato, dove imparai a conoscere la gente di quei luoghi e a condividere coi miei genitori il loro amore.

    È quasi certamente per questo che ogni volta che mi trovo a leggere un autore meridionale o un autore che scriva del Sud, provo una sensazione di bellezza aggiuntiva e una emozione tanto forte da suscitare sempre nella mia mente il ritorno a quei ricordi lontani.

    Quel Sud di cui questi bravi autori scrivono, infatti, io l’ho conosciuto e scorre nel mio sangue.

    Il lettore che non conosca il Sud troverà in questa raccolta un numero sufficiente di narratori e di romanzi tale da convincerlo che non ci troviamo di fronte ad una letteratura minore, o che rifulga per qualche nome isolato, ma ad una doviziosa ricchezza feconda che, nel rispetto delle singole individualità, forma un amalgama di formidabile bellezza.

    Naturalmente, come sempre avviene quando si compongono raccolte di questo tipo, le assenze non mancano e qualche critico potrebbe dolersene. Chiedo venia, perciò, sin d’ora, precisando che ho riunito qui i narratori che sono stati oggetto delle mie più recenti letture, alcuni dei quali erano sconosciuti pure a me fino a poco tempo fa e che solo grazie ai suggerimenti dell’amico illustre e maestro Prof. Giorgio Bárberi Squarotti ho potuto scoprire con mio stupore e piacere…”

    Un caro saluto.

    Bart

  4. rosanna
    3 maggio 2005 at 14:58

    Ogni tua parola è un quadro batterico.Cristalizza.E’come chinarsi nel fango,e scorgere il sole.Tu vedi con occhi intagliati da un dio superiore Davide,continua a guardare il tuo sud,e non ti voltare, solo così, il ricordo di quella immagine sarà una promessa.

  5. 3 maggio 2005 at 16:30

    @ Bart
    Per quanto riguarda la letteratura del sud il 31 dicembre 2003 uscì un articolo di Ferroni (prof a Roma di lett. italiana) su L’unità riguardo gli scrittori italiani contemporanei, molti di questi facevano parte di una “nuova scuola siciliana”.
    Provo a cercare la lista, dovrei averla da qualche parte…

  6. 3 maggio 2005 at 16:47

    Grazie.

    La leggerò volentieri. Sicuramente c’è qualche autore che mi è sfuggito e che varrà la pena di leggere.

    Anche se il mio libro è uscito, ormai (il prossimo del 2006 affronterà, insieme a taluni contemporanei, soprattutto gli scrittori lucchesi), tutte le mie letture sono rintracciabili gratuitamente nel mio sito (www.bartolomeodimonaco.it). Vi potrò aggiungere, perciò, le mie prossime letture di autori del sud.

    Ciao.

    Bart

  7. davide racca
    3 maggio 2005 at 17:12

    egregio sig. di monaco, gli autori che lei cita li ho letti e studiati, non tutti ovviamente, e con delle predilizioni, ma mai pensando che bufalino sia una scrittore sicialiano e basta e che per questo andasse studiato. per me la letteratura è qualcosa di più vasto di un semplice invischiamento geografico. landolfi era del sud eppure questo non traspare come la prima istanza del suo lavoro. ma poi non è questo il punto. il mio non è uno sfogo di rabbia di chi è tagliato fuori e di un sud solito pavido che si lamenta perchè di noi tutti si dimenticano. la mia riflessione, e quella sopravvenuta dalla originaria di roberto saviano nel mese scorso, nasce da una volontà di registrare ciò che accade, ciò che sta accadendo: di parlare, comunicare quello che vediamo, sentiamo e tocchiamo con mano.

    questo solo per chiarire che non c’è volontà di lamentarsi, ma volontà di mostrare, dire.

    la rigrazio del suo intervento, distinti saluti

  8. elogiodelleccedenza M.Z.
    3 maggio 2005 at 17:40

    C’è troppa bontà, caro irriverente. Sono d’accordo con te: qui si naufraga lentamente nel buonismo, nel precipizio della lagnanza. Troppa piccola letteratura. E sempre a metà strada tra il manifesto di denuncia collettiva e un certo maquillage da consorzio turistico merionale.

  9. elogioancora
    3 maggio 2005 at 17:40

    meridionale

  10. 3 maggio 2005 at 18:49

    Gentile Racca,

    il titolo del mio recente libro porta scritto: Il sud nella letteratura ITALIANA contemporanea.

    Non mi sognerei mai di confinare geograficamente gli scrittori che ho citati. Essi sono un ricco patrimonio nazionale, di cui andare orgogliosi. L’averli raccolti insieme, ha significato per me mostrarne a tutti il loro indiscusso valore. Se si pensa spesso ad una emarginazione del sud, ciò non accade nella letteratura, per il semplice fatto che il valore di questi scrittori è grande, e non lo si potrebbe nascondere.

    Resta vaalido ciò che intendevo dire, ossia che ci sono bellezze del sud (non solo, ovviamente, quelle materiali) che gli scrittori (siano essi del sud che del nord – basti pensare a Cristo si è fermato a Eboli)devono far risplendere nelle loro opere. Si può parlare del brutto che c’è, della corruzione, della mafia, ma l’anima del sud è un’altra cosa: ha sopportato, resistito, ma mai si è piegata. Non è una splendida cosa? La Serao già ne diceva nel suo Il ventre di Napoli.

    Spero di essermi spiegato meglio. La mafia, la corruzione, tentano di “ferire a morte” il sud, ma ancora non ci sono riusciti, se è vero che esso ha saputo esprimere una così alta letteratura. Questa è la rotta da tenere. Ogni storia che un narratore (sia esso del sud che del nord) racconta sulle infamie che affliggono il sud, non deve fermarsi qui, ma illuminare il lato splendido che si cerca di mortificare e nascondere. Solo così – anche se ci vorranno chi sa quanti anni ancora (e spero proprio di no) – si opera contro ogni tentativo di discriminazione, sia di vecchio che di nuovo conio.

    Bart

    Mi viene in mente Malaparte, che ha scritto pagine bellissime su Napoli.

    Mi dispiace se sono stato fra

  11. L'irriverente
    3 maggio 2005 at 20:16

    Il Sud meno stereotipato in assoluto è tuttavia quello di Pappi Corsicato. Ma ve li ricordate “Libera”, “I buchi neri”, “I vesuviani” e “Chimera”?

  12. L'invertito
    3 maggio 2005 at 21:47

    si, quei filmetti ce li ricordiamo: tutti quanti una BOIATA PAZZESCA:-)

  13. giovanniverga
    3 maggio 2005 at 22:21

    Miih, ragazzi voi sì che siete cool!

  14. la pregiatina
    4 maggio 2005 at 01:20

    in tutta la mia vita solo due volte sono andata via da un cinema a film non finito, per rifiuto sopraggiunto della visione:
    – “della morte dell’amore” (non ricordo nemmeno se sia esatto il titolo. comunque si tratta del film su dylan dog)
    – “i vesuviani”, appunto

    (sarei voluta andare via anche a “crash”, non ricordo perché alla fine non l’abbia fatto)

  15. L'irriverente
    4 maggio 2005 at 09:35

    Pregiatina, sei un’ammiratrice di Bossi?

  16. 4 maggio 2005 at 11:19

    mi viene un certo fastidio et perplessità a sentire ancora parlare del Sud come di un tutto unico, un blocco degradato senza specificità e culture e differenze, come se Mazara del Vallo fosse una cosa sola con Nola, e questa con Otranto, eccetera.
    soprattutto mi sorprende che a parlare di Sud, con l’esse maiuscola e senza ulteriori specificazioni, sia proprio uno del Sud, ché una cosa così me l’aspetterei invece da un qualsiasi mediocrone giornalistico del nord, uno di quelli che l’Italia sotto la cintura è tutta uguale e puzza e c’è la mafia & camorra & ndrangheta & cetera.
    vorrei dire che di genericità sul Sud se ne sono formulate un po’ troppe, per ritornare in argomento con gli stessi termini, quando invece sarebbe forse utile distinguere e suddividere, separare, identificare, analizzare puntigliosamente, una per una, realtà differenze locali.
    in ultimo, ma forse qualcuno l’ha già scritto qui sopra, a voler essere allora proprio schematisci e imprecisi, io affermo che, per quel che ne so, il-sud-è-meglio-del-nord, in definitiva.
    affermo che, per quanto capisca chi si lamenta del sud, sono convinto che il vero marcio in questo paese sia incistato profondamente nel Nord.
    io vivo a Roma, nessuno mi domanda mai niente circa il vivere e lavorare “sul fronte romano”.
    eppure anche Roma non scherza.

  17. Fake di Angelini
    4 maggio 2005 at 11:31

    Hai ragionissima, non fosse che allora, a furia di distinguo, si dovrebbe analizzare la realtà pianerottolo per pianerottolo:-)
    (Cfr. “Pianerottolania” postata tempo fa).

  18. davide racca
    4 maggio 2005 at 11:56

    mi spiace che il mio intervento risulti travisato in questo modo: il sud non è una valle di lacrime, e non generalizzo la realtà, e non dico questa è la realtà. dico la mia esperienza di ventisei anni: provate a chiedere a un neolaureato cosa significhi essere del sud. probabilmente, nella maggior parte dei casi, vi risponderà: sono al nord. la verità è che in italia il vero sud sta al nord. milano è la città più grande del sud. guardatevi intorno, invece di cianciare di relativismi inarticolati e inessenziali. qui non si tratta di fare del sud una macroblocco negativo contro un nord nemico e felice. il nord è il sud. se non si comprende questo non c’è possibilità di sviluppare alcunchè di serio.

  19. Fake di Angelini
    4 maggio 2005 at 12:59

    Dirò di più: il Sud e il Nord sono dentro di noi, come il Male e il Bene (nell’ordine):-)

  20. la pregiatina
    4 maggio 2005 at 13:37

    per carità, no.
    era anzi il modo squallido in cui fosse restituita la realtà vesuviana a irritarmi.
    così come ho trovato mal fatta e banale la storia di uno dei miei fumetti preferiti.
    e pateticamente trash “crash”.

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