Quintetto d’archi

di Anna Setari

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MARGINALE
Non ci sei, da secoli tu hai spento
la febbre intermittente della vita
nel sonno buono dove nessun male,
niente, ti può toccare. Mai. Per sempre.
Ma qui nel tempo mio resta e s’accende
questo andamento a fitte del ricordo
per cui dal bosco d’anni folto, nero,
tu emergi come fa la luna a volte
d’oltre gli squarci limpidi del cielo.

RITRATTO
Mi piace quella foto in cui sorrido
guardando te che dietro l’obiettivo
mi guardi per fermare il mio sorriso.
Tu ti riconoscevi nel mio sguardo
che ora, se ritorna a quella foto,
nel mio ritrova il tuo perduto viso.

DIVERTIMENTO
Quel traffico che senti brulicare
sommesso nella notte dentro i muri
dietro gli armadi o sotto gli scaffali
non sono topi né altri clandestini
animaletti ch’abbiano i loro oscuri
nidi lungo i cunicoli in cui i fili
si snodano della corrente. Dice
più d’uno che siano gli insistenti
larvali andirivieni dei defunti
in cerca di lor cose nei cassetti.
Ma giudicando dalla somiglianza
col sordo scricchiolar delle mie ossa
in quei piccoli schianti riconosco
il quieto fervore con cui avanza
la volontà d’inerzia delle cose.

RICORDANDO PPP
Oltre la notte in cui spariva
il mare c’era il deserto
col suo fiato arso:
là ti vedevo, piccolo, leggero
inoltrarti – e il vento
ti stracciava la tela
sulla pelle, t’accecava –
Andavi senza voltarti,
come chi non pensa a ritornare.

LA BELLA ETA’
T’accorgi di invecchiare dalle mani
che vedi incresparsi, imitare dure
nodosità familiari, imparare
i gesti indiretti e la sapiente
lentezza degli anziani – dal modo
in cui van deformandosi le scarpe
evocando le orme di chi, invano
rallentando il passo, ci precedeva,
ed è scomparso alla vista – dal corpo
che duole a volte, e spesso smarrisce
l’equilibrio e sempre chiede nuova
attenzione, mentre alle memorie
si abbandona, col fare di un amico
che dopo tanto pensi di lasciarci
e un poco vada incespicando prima
di decidersi e prendere congedo.

  18 comments for “Quintetto d’archi

  1. gabriella
    15 maggio 2005 at 14:40

    E’ sempre un piacere leggerti, Arden!

  2. gio
    15 maggio 2005 at 14:57

    ogni tanto, caro franz, invece di farsi prendere dal livore, fa bene farsi prendere dalla poesia, no? posta più spesso bei versi, evitati/ci la bile.

  3. r.f.
    15 maggio 2005 at 15:49

    Arden, che piacere leggere qualcosa di comprensibile, musicale, vero. Forse è il caso di dirlo: per scrivere poesie non basta essere intellettuali, bisogna anche essere poeti, no ?

  4. Intolleranza
    15 maggio 2005 at 18:32

    Che belle queste poesie. Bello vederle anche qui. Un sollievo, un piacere…

  5. emma
    16 maggio 2005 at 12:04

    Le poesie nel loro complesso mi piacciono, ma non mi piacciono alcune forme, in un certo senso quelle più scontatamente “poetiche”: “tempo mio”, “bosco d’anni folto”, “perduto viso”, “ch’abbiano”, “lor cose”, “sordo scricchiolar”…
    Naturalmente non sono d’accordo con r.f.
    Ci può essere una poesia di assoluto valore anche se non “musicale”, non “vera”, non immediatamente “comprensibile”.
    Certo, non è necessario che un poeta sia un “intellettuale”, ma per come la vedo io non è bene sia una personcina tutto cuore e sentimento.

  6. r.f.
    16 maggio 2005 at 14:03

    Una “poesia”, se non è musicale, non è vera, non è comprensibile, cos’è ? Nel migliore dei casi, un aforisma. Nel peggiore, una sbrodolata.

  7. emma
    16 maggio 2005 at 15:09

    Mi sembra che il discorso del musicale+vero+comprensibile, così come è stato posto, sia di una semplificazione inaccettabile. Riesce a rendere ragione di canzonette di musica leggera e filastrocche per bambini, ma lascia fuori buona parte della poesia contemporanea.

  8. Intolleranza
    16 maggio 2005 at 15:42

    A emma: tutto giusto e condivisibile, se non che, da almeno 35 anni, nella poesia contemporanea viene lasciato poco o nessuno spazio alla triade musicale-comprensibile-vero. Con “vero” voglio intendere “poco mediato”, “poco poetichese”, poco gergo specialistico.
    Di conseguenza non c’è alcun dubbio che questi tre valori, ritmo, candore, “comprensibilità”- che le poesie di Anna Setari possiedono – non esauriscano la poesia contemporanea; anzi, forse appena la sfiorano, purtroppo.
    Per fortuna nemmeno la triade assenza di contenuti-sperimentalismo-brusio della lingua la esauriscono. Queste poesie per me ne sono la rara dimostrazione.
    Non so perché dovremmo ben considerare i deliri linguistici del “Gruppo 93” e imbarazzarci di fronte a una semplice prolessi dell’aggettivo (“perdute cose”, per esempio), pratica comune a tutta la nostra migliore tradizione poetica!
    Non so… tu che ne pensi?

  9. vera
    16 maggio 2005 at 18:53

    Queste poesie sono sicuramente musicali e piacevoli a leggersi. Forse quello che manca loro è una “voce” caratteristica, che spicchi. Faccio fatica ad immaginare la personalità del poeta dietro questa serie di endecasillabi belli ma forse un po’ anonimi.

  10. emma
    17 maggio 2005 at 10:48

    Per Intolleranza (non puoi sceglierti un nick meno respingente? :)

    Vero.
    Lo associo a “realtà” o a “verità”, non a “poco mediato”, ancor meno a “candido”. Se la verità è solo “candore” – e non si è Francesco d’Assisi o un mistico di pari livello – secondo me si rischia di sposare l’ideologia dominante e di esserne perfino soddisfatti.
    Mi sembra che r.f. per “vero” intenda quello che di solito si definisce “sentimento autentico” e “comune” a molti. Può essere un’idea di “vero”, ma certamente non è la sola, e in ogni caso non esaurisce il “vero” in poesia.

    Comprensibilità.
    Il “farsi capire” è un pregio, ma la poesia non è solo comunicazione. L’espressione oscura può essere una necessità, non semplicemente un vezzo o il frutto di una scelta aristocratica.

    Musicalità.
    Forse bisogna intendersi. Non c’è solo la musica degli endecasillabi e dei settenari. La musica è plurale, il ritmo pure.

    Poetichese.
    Il problema della lingua e della forma mi sembra centrale in poesia, così come il rapporto con il “proprio” tempo.
    Gran parte della poesia contemporanea è attratta dalla prosa e dal parlato, e rifugge la lingua poetica più tradizionale e di “maniera”.
    È per l’appunto un residuo di “maniera” poetica tradizionale quello che lamento nelle poesie di Anna Setari.
    Certo, ci può essere “maniera” anche nell’oscurità o nel verso lungo o nella lingua “bassa”.
    È allora questione di “mia” sensibilità?
    Può darsi. Ma infine sono io quella che legge.

  11. Intolleranza
    17 maggio 2005 at 11:42

    cara emma,
    sì, credo che sia una questione di “propria” sensibilità. Mi dispiace che il mio nick sia “respingente”.
    io, da parte mia, sono intollerante alle poesie scritte come compitini (come diceva Pasolini, che fa anche rima) da redivivi sperimentalisti. col loro verso lungo e la loro “maniera” finto-prosastica ma anticomunicativa. come se l’unica sede della poesia fosse lo sperimentare selvaggio sulle forme. la lingua “bassa” (ma bassa non è mai! almeno lo fosse) ostentata come un pezzo significativo di sublime kitch… tutto questo mi deprime.
    ma il bello è che ognuno cerca il suo gatto, e direi che c’è spazio per tutti. :-)

  12. temperanza
    17 maggio 2005 at 14:44

    Visto che mi sento in piccolissima parte responsabile della presenza qui di queste poesie di Arden vorrei aggiungere qualche parola al commento di Emma con il quale in linea di massima sono d’accordo. E’ vero, c’è in ***queste*** poesie qualche pecca formale, ma ci sono anche, nel blog di Arden poesie perfette. Quello che mi ha attirato nel suo blog, e che mi rende poco sensibile a queste ***pecche***, è che le pecche sono compensate da molte grandissime virtù, la prima, il fatto che Arden stessa, che certamente le vede, abbia deciso di tenersele, di non sentirsene imbarazzata, di farne parte con tranquillità ai suoi lettori e che i suoi lettori le apprezzino perché cercano in Arden proprio quella “sincerità” che non è da sola una garanzia di poesia, certo, ma che dopo anni e anni di impoverimento sperimentale e avanguardistico, di parole cinicamente rotolate in bocca, di poesie scritte per “spararsi una posa”, come direbbe qualcuno, danno quella sensazione di freschezza, di trovarsi finalmente in casa di una persona per bene, civile, in cui la sostanza corrisponde alla forma. La seconda grandissima virtù è che mentre potrei snocciolarvi dieci indistinguibili imitazioni per ogni poeta del genere che ho appena abbozzato, non sarei in grado di scrivere una falsa poesia di Arden perché l’aderenza tra parola e pensiero della poesia è in lei così perfetta, proprio per la sua autenticità, che rende impossibile ogni imitazione, dovrei pensare come pensa Arden, ma io non so come pensa Arden e quindi mi tocca aspettare che lei pensi e me lo mostri in una sua poesia. Mentre, per quanto riguarda gli altri di cui parlavo, so come pensano, e quindi posso imitarli quanto mi pare. Certo, un poeta che avesse sempre questa urgenza alta e una assoluta perfezione formale sarebbe grandissimo, Arden però è una poetessa autentica, un vero sollievo, e in alcune poesie perfette, come quella ad esempio, se non ricordo male la data, postata venerdì 13, tocca il nostro senso della bellezza e proviamo ammirazione che una cosa che condividiamo sia stata scritta con tanta compiutezza e compattezza formale. Merci, cara Arden.

  13. 17 maggio 2005 at 15:02
  14. temperanza
    17 maggio 2005 at 15:08

    Piccola aggiunta, ho controllato la data, quella di cui parlo in particolare è di sabato 7 maggio, vai a vederla Emma, spero che sarai d’accordo.

  15. riccardo ferrazzi
    17 maggio 2005 at 17:35

    emma, credo anch’io che sia una questione di sensibilità. non so quale funzione attribuisca arden a certi stilemi di sapore ottocentesco (potrebbe esserci anche un velo di ironia, perché no ?), ma non li sento come qualcosa di irritante. io credo che sia necessario un ritorno alla cura per la musicalità dell’espressione: il secolo scorso ha esplorato e investigato tutte le modalità di espressione possibili e immaginabili. dubito che valga la pena di andare a cercarne altre (ammesso e non concesso che ne sia rimasta qualcuna inesplorata). mi sembra più utile andare a cercare il senso di ciò che dovrebbe distinguere la poesia dalla prosa, dall’aforisma, dall’epigrafe, da ogni altra forma di espressione. o vogliamo confinare la musicalità nelle canzonette (e poi magari fra cent’anni qualche critico decreterà che nel deserto dello sperimentalismo musicale i Beatles sono stati i Mozart e i Donizetti del novecento ?).

  16. emma
    18 maggio 2005 at 09:34

    Ho visitato il blog di Arden e l’ho apprezzato, pur con le riserve di cui ho già detto.
    Aggiungo che mi ha colpito la tipologia dei commenti, in gran parte incentrati sul binomio “bello” e “consolazione”.
    Anche qui: senz’altro la poesia ha a che fare con la bellezza, senz’altro può “consolare”, ma non credo che con questo si esauriscano le potenzialità del discorso poetico. Anzi, la “consolazione” può perfino diventare una limitazione.
    E comunque mi sembra eccessivo quel livore che nei commenti si mostra verso la poesia contemporanea, che “non si capisce”, che “sperimenta”, ecc.
    Forse da noi manca una poesia con le caratteristiche del “popolare”, e questo non aiuta in generale la poesia. La quale è – come dice più sopra Andrea Inglese – un vero e proprio “genere fantasma”, non da adesso oggetto e vittima di “restaurazione”. Certo il “mondo” della poesia (poeti e lettori), così chiuso e tutto preso da lotte intestine, non sembra davvero interessato alla diffusione della poesia (delle poesie).

  17. Nicola
    19 maggio 2005 at 15:06

    Emma, quello delle lotte intestine è fortunatamente solo “una parte del mondo della poesia”. Io di solito preferisco decidere da solo cosa è importante per me. Sono un lettore del blog di Arden. Dalle sue parole sono misteriosamente “attratto”, non “consolato”.

  18. Intolleranza
    20 maggio 2005 at 00:08

    la poesia può consolare il lettore senza essere consolatoria. dove sta la limitazione?

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