Il matriarcato

di Roberto Saviano

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Attraverso il loro corpo si concede fondamento ad alleanze, il loro volto ed il loro comportamento raccolgono e dimostrano il potere della famiglia, in pubblico si riconoscono i loro veli neri ai funerali, le urla durante gli arresti, i baci lanciati oltre le sbarre durante le udienze ai processi. L’immagine delle donne di camorra sembra comporsi di visioni scontate, somiglianti a quelle descritte dalle pagine siciliane di Vitaliano Brancati. Donne capaci di far da eco solo al dolore ed alle volontà dei loro maschi: fratelli, mariti, figli. Non è così.

Il ruolo femminile nei clan non è subalterno né si alimenta di un potere rifratto da quello dei mariti. Le donne nei gruppi camorristici divengono sovente riferimento centrale, memoria storica delle attività criminali, responsabili di investimenti e scelte cruciali. La trasformazione del mondo camorristico negli ultimi dieci anni ha portato anche ad una metamorfosi del ruolo femminile che da identità materna è divenuta vera e propria figura manager, impegnata quasi esclusivamente nell’attività imprenditoriale e finanziaria, delegando ad altri le imprese militari ed i traffici illegali. Una figura storica di dirigente camorrista è sicuramente Anna Mazza vedova del padrino di Afragola, prima donna in Italia ad essere condannata per reati d’associazione mafiosa, come capo di un sodalizio criminale ed imprenditoriale tra i più potenti del sud. La Mazza sfruttando inizialmente l’aurea del marito Gennaro Moccia, ucciso negli anni ’70 ebbe modo immediatamente di rivestire un ruolo dirigenziale nel clan. La vedova della camorra come venne ribattezzata, fu la vera mente del clan Moccia per oltre vent’anni, capace di ramificare ovunque il suo potere al punto tale che inviata negli anni ’90 in soggiorno obbligato vicino Treviso riuscì – secondo diverse indagini – a prendere contatti con la mafia del Brenta, cercando di rinsaldare la sua rete di potere. La Mazza aveva una gestione verticistica, imprenditoriale e fortemente ostile a impennate militari, capace di determinare ogni ambito del territorio da lei egemonizzato, come dimostra lo scioglimento nel 1999 per infiltrazioni camorristiche del comune di Afragola. La Mazza istituì una sorta di matriarcato della camorra. Una sua dama di compagnia Immacolata Capone infatti nel corso degli anni fece fortuna all’interno del clan. La Capone fu secondo le indagini della DDA di Napoli l’imprenditrice capace di riportare – dopo una profonda crisi – le ditte dei Moccia ad essere leader nel campo dell’edilizia. A sua disposizione vi era la ditta «Motrer», una delle imprese più importanti nel campo del movimento terra, del mezzogiorno italiano. Donna Immacolata fu uccisa nel marzo 2004 sparata in testa in pieno centro, come un boss giustiziato dinanzi a tutti. Il ruolo delle donne nei clan quindi assume ruoli spesso predominanti rispetto a quello degli uomini, ancor più perché sono riferimenti economici e quindi vere vestali del reale potere dei sodalizi criminali. Giuseppina Nappa la moglie di Francesco Schiavone Sandokan riveste un ruolo centrale nella gestione dell’indotto economico della famiglia Schiavone. Indagata per truffa e più volte inserita in indagini che riguardano diversi filoni d’inchiesta: dall’eliminazione della concorrenza nel commercio delle carni, con l’imposizione ai dettaglianti di acquistare solo da aziende controllate dal clan, al controllo della produzione del calcestruzzo. La Nappa del resto difende con tenacia, da ogni tipo di accusa la sua famiglia e suo marito Sandokan ribadendo più volte che il loro potere economico è frutto dell’abilità imprenditoriale e non di una prassi criminale. La famiglia Schiavone ha anche avuto episodi di ostinata ostilità alla scelta di pentimento. Giuseppina Schiavone figlia del pentito Carmine Schiavone, cugino di Sandokan dirigente del cartello dei casalesi dalle cui dichiarazioni è partito il processo Spartacus, uno dei più grandi processi di mafia d’Italia, lanciò al padre una terribile condanna, forse persino più letale di una condanna a morte. Scrisse infatti subito dopo il pentimento del padre, parole di fuoco ad alcuni giornali: ”E’ un grande falso, bugiardo, cattivo ed ipocrita che ha venduto i suoi fallimenti. Una bestia. Non e’ mai stato mio padre. Io non so neanche cosa sia la camorra.” Donne in trincea per difendere i beni e le proprietà del clan, come fece Anna Vollaro, nipote del boss del clan di Portici, Luigi Vollaro, che si uccise dandosi fuoco nell’ottobre del 2003 dinanzi ad alcuni poliziotti per protestare contro il sequestro ordinato dal Tribunale della sua pizzeria. A difesa dei beni della famiglia si è sempre adoperata Erminia “Celeste” Giuliano, la bella e appariscente sorella di Carmine e Luigi i boss di Forcella che – secondo le indagini – è il riferimento assoluto nel clan circa la gestione dei beni immobili, dei nuovi investimenti, ed in prima persona curava la catena di negozi d’abbigliamento riconducibili al clan sparsi tra Napoli e Tokio. Nel casertano le donne imprenditrici all’interno dei clan sono una realtà ormai consolidata. Annamaria Giarra ex moglie del boss Augusto La Torre di Mondragone, recentemente condannata per estorsione e associazione camorristica, era la vera organizzatrice dell’estrazione di capitali da parte del clan sul litorale casertano. Annamaria Giarra non doveva essere particolarmente fedele a don Augusto, poiché appena un giovane del posto, Luigi Pellegrino diffuse la voce di tradimento, questo venne ucciso a sangue freddo per aver macchiato l’onorabilità della donna e del boss, ma soprattutto per aver detto una verità che avrebbe leso la figura di don Augusto. I La Torre avevano già esperienze di gestione femminile. Paolina Gravano madre di Augusto La Torre, pendolare tra Mondragone e Londra, curava assieme all’altro figlio Antonio, i ristoranti ed i negozi impiantati oltremanica dal gruppo camorristico. La Gravano arrestata a Capodichino mentre stava imbarcandosi per l’Inghilterra è accusata anche di aver gestito estorsioni durante il periodo in cui il figlio Augusto decise di pentirsi. La spietata gestione economica unita ad una sorta di onnipotenza militare sembra essere sintetizzata nella persona di Angela Barra amante di Francesco Bidognetti. La Barra egemone nel territorio di Teverola e vera e propria conoscitrice di tutte le alleanze economiche e politiche del clan dei casalesi, si innamorò negli anni ’90 di una ragazza di Teverola, una giovane e bella parrucchiera, che tentò di avvicinare offrendole auto, negozi, e una vita lussuosa. Questa ragazza, legata già ad un suo coetaneo, rifiutò non l’affiliazione che non gli veniva chiesta, non la complicità al clan, che non gli veniva imposta, rifiutò invece di godere del lusso e della potenza generati dalla camorra. Un gesto il suo, di una purezza e di una forza rarissimi in queste terre. Gli valse infatti l’inferno. La ragazza fu sequestrata e violentata dai fratelli della Barra per tredici giorni.. Il fidanzato della giovane, Genovese Pagliuca cercò in tutti i modi di trovare il luogo dove era stata rapita la ragazza. Proprio quando sembrava ormai aver individuato il nascondiglio fu raggiunto ed ammazzato. Una delle vicende più buie e violente della camorra casalese, quindi, ha come soggetto e mente proprio una donna. Le donne spesso rappresentano nei clan davvero la personificazione del potere, ciò che viene fatto contro di loro, o che a loro si vorrebbe fare diviene in proporzionalità diretta ciò che viene fatto o si vorrebbe fare all’intero clan. In tal senso pare essere molto sensibile il clan casalese egemonizzato da Francesco Bidognetti alias Cicciotto e’Mezzanotte, che negli anni ’90 condannò a morte il medico di Parete, Gennaro Falco colpevole di non aver curato bene sua moglie, non riuscendo a diagnosticarle in tempo un cancro. Sempre per un affronto ad una donna, Domenico Bidognetti, il boss che tartaglia, è accusato di aver dato ordine di ammazzare a bastonate Magliulo un giovane che aveva osato corteggiare, con regali e complimenti la donna di un boss. Imprudenza imperdonabile in terra di camorra. E’ vero come affermano molti sacerdoti impegnati in prima linea nella battaglia contro i sodalizi mafiosi che il rifiuto delle donne alla prassi criminale può far crollare i piloni di cemento armato che sorreggono gli equilibri del clan, ma non è una defezione che dev’essere pensata come la perdita da parte dei boss i una dama di compagnia, di una madre che assiste o di una fedele compagna di sorte e d’omertà. La scelta di ribellarsi al potere camorristico da parte delle donne significa la messa in crisi del potere economico dei clan e non la perdita di una semplice e sostituibile figura di appoggio. Il ruolo della donna nei clan è manageriale e quindi è il vero fulcro della vita e della potenza della camorra. Sino ad oggi del resto, a differenza degli uomini, nessuna donna, boss di camorra, si è pentita. Mai.

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Pubblicato su il Corriere della Sera – Corriere del Mezzogiorno il 16 aprile 2005

  5 comments for “Il matriarcato

  1. Francesco Raiola
    14 maggio 2005 at 14:37

    Io lo “adoro” sempre di più. Altro che i libri di storia studiati a scuola. Fate la somma dei suoi pezzi e il risultato è sempre più straordinario

  2. Vincenzo Garzillo
    20 maggio 2005 at 10:28

    Bel pezzo. Si sente l’attaccamento viscerale della donna, il radicamento della stirpe alla terra. Mi ha fatto pensare a Spengler (nome che non ricorre mai su queste pagine). Se non ricordo male, lui distingue maschio e femmina: la donna è più “pianta”, cioè procreazione, albero (appunto) genealogico, continuità, e quindi anche economia, prosperità; l’uomo è più “animale”, cioè predone, libero, non radicato, è il lato militare, di conquista. Queste donne di camorra mi sembrano un bel simbolo di questo tempo in cui anche l’economia diventa predatoria e militarizzata.
    Un’altra riflessione è sulla potenza del mito che si ripete. Nella storia di Angela Barra e della ragazza di Teverola, non ti sembra affiorare in trasparenza la vicenda di Salomè e Giovanni Battista?
    Infine le donne di camorra che non si pentono. Per le donne di mafia invece è diverso, mi pare. Le cronache riportano il pentimento della moglie di un boss, non ricordo il nome, è quello che si è visto ieri sera nelle immagini dei colloqui nel carcere di Palermo. In quelle immagini c’era anche lei, il volto criptato, che sussurrava tranquillamente all’orecchio del marito e del cognato. Si è pentita forse formalmente, ma alla fine come minimo continua a fare da tramite, no?

    Un abbraccio.

  3. Vincenzo Garzillo
    8 agosto 2006 at 20:34

    Chiedo scusa per le mie minchiate.

  4. 15 ottobre 2006 at 16:04

    queste persone andrebbero bruciate prima di nascere

  5. Free
    27 novembre 2006 at 15:08

    Mi permetto di intervenire sulla questione.. Ho conoscenza delle carte processuali relative all’episodio Barra e relativo omicidio Pagliuca Genovese per i quali in appello dinanzi alla Corte di Assise di Napoli, lo scorso 8 aprile 2006 sono state confermate tutte le condanne di primo grado.
    La cosa è un pò più articolata di come appare, la giovane in questione ha cercato di ribellarsi alla bestialità della Barra e dei suoi fratelli, e il suo fidanzato non è stato ucciso perché era riuscito a trovare il covo, bensì perché pare fosse andato a lamentarsi con Sandokan della situazione,la qual cosa aveva infastidito la Barra, amante di Francesco Bidognetti (Cicciotto e’ mezzanotte).
    Angela Barra, per vendetta mette in giro la voce che il Pagliuca Genovese la importunasse, e chiede che uno sgarro del genere venga lavato con il sangue…
    La stessa Barra, che al processo per l’omicidio Genovese, da imputata diventa collaboratrice di giustizia (come vedete anche le donne di camorra si pentono!!), iniziando a ” cantare”… Ma la Corte non tiene conto di questo e le commina comunque la pena di anni 24 di reclusione per aver chiesto la testa del Genovese…
    La Barra l’ho vista, (così come ho visto ed ho parlato con tanti personaggi oggetto di questi articoli) e credetimi fa paura…
    Molto più di Cicciotto e’ mezzanotte, di Peppe o’ Diavolo, e di altri… Forse peggio di lei c’è solo Luigi Diana (anche lui divenuto collaboratore di giustizia dopo la sentenza di condanna a suo carico del processo Genovese. Un collaboratore che, in merito all’omicidio in questione, smentisce tutti gli altri colaboratori, ma che in Corte di assise di Appello non viene ritenuto attendibile e pertanto condannato alla pena dell’ergastolo…).

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