La ragazza bruciata

1 marzo 2006
Pubblicato da

di Franz Krauspenhaar
Quando fu uscito credette di poter respirare meglio ma s’ingannò, l’aria era come sempre satura di fumo di scappamenti aperti. Prese il metrò  e subito si fermò a guardare la ragazza bruciata, che stava in piedi vicino a lui e parlava con due amiche che la guardavano senza battere ciglio – “hanno imparato a guardarla”, si disse, “puntano i loro occhi nei suoi in maniera così abile che magari lei non si accorge nemmeno dello sforzo che loro fanno per non guardarle il volto sfigurato, la pelle bruciata che sembra ancora colare come fosse quella di una bambola che si accartoccia su se stessa in un incendio”- e intanto la guardava come incantato, e con una parte del suo essere sentiva come un sollievo, quello di non essere anche lui così, e che soprattutto lei, la sua lei che aveva appena lasciato nel suo appartamento, non fosse così, fosse invece bella e quasi perfetta, distesa nuda nel letto come l’aveva lasciata, o con indosso quella vestaglia blu che le donava e che probabilmente ora aveva indossato; e con un’altra parte di sé sentiva uno struggente rancore per il fato che aveva colpito quella giovane donna che indovinava essere stata carina sotto a quei tratti somatici disfatti, in un prima dell’incidente che chissà quante volte – lui fantasticava – aveva ripercorso più tardi con la mente, con una nostalgia della propria integrità fisica che sicuramente la rendeva ancora più infelice.


Oppure no, pensò, oppure questa ragazza bruciata guarda il presente con forza e fiducia e ha speranze per il futuro, forse riesce a guardare alla vita addirittura con più lucidità di prima, chissà; e fu così che scese alla sua stazione d’arrivo, fece i cinquanta metri che lo separavano da casa, entrò nella portineria, salutò col suo solito sorriso cordiale il giovane Samil e prese le scale per due piani fino al suo appartamento, sentendosi drammaticamente solo.
E infatti mi sento solo ed è inutile tentare di distaccarsi da questa mia condizione scrivendo in terza persona. “Capisci?” mi chiedo, e però non rispondo, faccio come se non mi fossi sentito; in realtà sono completamente fuori dal mio stesso gioco, sto scrivendo di nuovo, come una furia; sto scrivendo di lei che ho appena lasciato chiusa nella sua vestaglia blu che le dona e della ragazza bruciata che ho incontrato subito dopo nel metrò, e poi ecco che mi sto doppiando, sto arrivando a me stesso, ora, qui, a questo computer, e faccio per superarmi nel racconto e andare oltre, e così vado oltre, pensando a te, amico mio: e così, quando avrai fatto il pieno di dolcezza,  penserai a torto che ti potrà bastare, sarà una scorta sufficiente, così penserai, e allora, per paura di dover provare qualche male, una crisi, una discussione, il grigio quotidiano, le inevitabili delusioni grandi e piccole, lascerai stare tutto e te ne andrai.
Le avrai detto che così basta, uscendo dal suo appartamento, lei nella sua vestaglia blu che le dona, tu rivestito in due minuti d’orologio; sarai uscito velocemente e sarai per strada, in attesa di prendere il metrò per tornare a casa. Durante il tragitto penserai alla tua scelta di far riposare le emozioni, di aver guadagnato un po’ di pace, una volta fatta quella scorta di dolcezza da lei.
Tempo una settimana o forse anche molto meno e ti accorgerai però che quel serbatoio che hai dentro di te è troppo grande, e la dolcezza di cui ti sei cibato nella scorpacciata che hai fatto con  lei l’ultima volta, prima del commiato che hai scelto fingendo con lei e con te stesso serenità e lucidità di pensiero, è troppo poca, ormai, per quell’enorme serbatoio che celi in te stesso, e presto (lo senti nel tuo stomaco fino al cuore, che va svuotandosi con inesorabile accelerazione) avrai bisogno di una nuova scorta per non soffrire di una profonda fame.
Allora non potrai che pentirti, e cercherai di tornare indietro. Prenderai quel metrò per andare da lei – e stavolta non incontrerai la ragazza bruciata, e così non ci sarà modo di stornare il pensiero per qualche minuto – e parlandole ammetterai di avere sbagliato per paura. Se avrai avuto fortuna potrai fare un nuovo pieno di dolcezza da lei perché forse lei potrà rispecchiare le sue paure nelle tue, e dunque finalmente potrai sfidare te stesso piegandoti all’assenza di controllo, accettando i rischi che la dolcezza porta con sé, perché nulla è sicuro, fuorché il fatto che la dolcezza è una fortuna che non si deve dissipare mai.
E dunque lo vedo tornare a non parlare a nessuno, nemmeno a quell’amico a cui s’è rivolto col tu per un certo numero di righe, qui su questo computer, e che è lui stesso; e pochi minuti dopo esce dal suo appartamento, scende di corsa le scale per due piani, incontra Samil in portineria, lo saluta con affrettata cordialità ricevendo in cambio il solito sorriso gentile, prende per la strada a passo svelto per cinquanta metri fino alla fermata; sul treno facce anonime, nessun viso di giovane donna bruciata, cosicché non posso distrarmi e allora penso a lei, a come mi accoglierà stavolta; scendo alla fermata, faccio a piedi non più di cento metri e sono di nuovo a salire la rampa di scale che portano al suo appartamento; mentre sto suonando il campanello ecco che mi ritrovo qui, a questo computer, e allora ritorno come all’inizio: quando fu uscito credette di poter respirare meglio ma s’ingannò, l’aria era come sempre satura di fumo di scappamenti aperti. Prese il metrò  e subito si fermò a guardare la ragazza bruciata, che stava in piedi vicino a lui e parlava con due amiche che la guardavano senza battere ciglio – e niente, sono sempre a ripercorrere la stessa strada, qui a questo computer, senza possibilità di uscire da questo percorso, per sempre, e che dio lo aiuti, io dico.

11 Responses to La ragazza bruciata

  1. gianni biondillo il 1 marzo 2006 alle 17:24

    Minchia, Franz, non riesco a starti dietro! Ho appena finito di leggere il tuo racconto sullo Stilos nuovo! ;-)

  2. ale il 1 marzo 2006 alle 20:54

    Perfetto: il gioco con la finta ridondanza, il cambio di pronome: io invece non riesco a starti davanti! Come non ci riuscirei, forse, con la ragazza bruciata.

  3. Raffi il 2 marzo 2006 alle 12:37

    Bellissimo. Mi ci riconosco molto. O se vogliamo… la spiccata mia parte maschile, ci si riconosce facilmente.

  4. arminio il 2 marzo 2006 alle 13:19

    caro franz
    ben tornato.
    penso di capire cosa ti muove in questo racconto. penso che gli scrittori debbono far capire cosa li agita. altrimenti diventa mestieranza.

  5. luciano freud il 2 marzo 2006 alle 17:13

    bello, mi piasce. bravo fk (te manca una j e sei n’presidente).

  6. emma locatelli il 3 marzo 2006 alle 16:57

    Wunderschön, Franz!

  7. stefano z. il 4 marzo 2006 alle 13:32

    OT
    A me è piaciuto anche il racconto uscito su Stilos; forse non avrei fatto dire a Bodo una frase idiomatica così abusata e semanticamente logora come “Non c’è più religione”, comunque trovo una forza notevole nella capacità di Krauspenhaar di muoversi in una certa provincia tedesca, che è anche proprio una provincia esistenziale, riuscendo in poche righe a dare vita e rotondità a simili personaggi. Ecco, secondo me quel mondo lì è uno dei biotopi più fertili della sua scrittura.

  8. stefano z. il 4 marzo 2006 alle 13:33

    …”idiomatica” per modo di dire, ovviamente.

  9. F.K. il 4 marzo 2006 alle 14:05

    Grazie molte a tutti coloro che hanno apprezzato questo racconto, praticamente improvvisato in dieci minuti per Nazione Indiana, e che nel futuro rimaneggerò, come sempre mi capita con le cose scritte di getto.

    Grazie anche a Stefano Z., che saluto; a proposito del racconto apparso su Stilos, che pubblicherò anche qui nel futuro, mi permetto di dire che quel “Non c’è più religione” detto dal protagonista Posche (non da Bodo Mueller) è sì, certamente, una espressione idiomatica logora; ma l’ho usata apposta, proprio per evidenziare, anche nel linguaggio quasi sempre frusto e prevedibile del personaggio, (dico quasi sempre perché forse avrei esagerato se gli avessi posto in bocca soltanto espressioni idiomatiche logore) anche il suo essere prevedibile nei pensieri, nelle azioni, di conseguenza nel linguaggio. In più, Posche è un uomo che ha passato la sessantina, non è particolarmente colto, tende alla volgarità e, soprattutto, è logorato “dentro”; mi è sembrato dunque appropriato, anche per questo, fargli pronunciare l’espressione che hai citato.

  10. stefano z. il 4 marzo 2006 alle 14:46

    Franz, il mio fraintendimento tra Posche e Bodo è IM-PER-DO-NA-BI-LE.

    Per il resto, avevo capito l’intenzione con cui hai costruito il linguaggio del personaggio: soltanto l’espressione che ti ho segnalato mi era suonata “troppo” frusta – ma va da sé che è solo una mia risonanza interna, quindi un’impressione puramente personale. In ogni caso, come avrai inteso, l’osservazione era un modo traverso per giungere a valorizzare la “provincia esistenziale” dove secondo me la tua penna si muove così a suo agio, perché sai che se posso preferisco evitare i complimenti o gli elogi puri e semplici…

    HerzlicSt

  11. F.K. il 4 marzo 2006 alle 14:59

    Alles klar. Grazie ancora.



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