Razzismi quotidiani

15 giugno 2006
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Un progetto aperto di Nazione Indiana

« Razzismi quotidiani » nasce dalla proposta di un lettore, Roberto Santoro, di condurre un’inchiesta sulla visione dell’Islam nei media italiani. Attorno a questo progetto si è creata, in seno a Nazione Indiana, una sorta di micro-redazione spontanea: Jan Reister, Mattia Paganelli (che ha anche disegnato il logo), Andrea Inglese ed Andrea Raos. Nell’arco della pubblicazione dello studio di Santoro pubblicheremo anche noi saggi e riflessioni correlati, accomunati dallo stesso banner.

La nostra speranza è che la discussione, seguendo le fertili linee tracciate da Santoro, si allarghi ad una descrizione di alcune modalità generali di descrizione dell’Altro. E che si riesca, se non a correggerle, almeno a renderle visibili.

« Razzismi quotidiani » vorrebbe essere anche un tentativo di sperimentare modalità collettive di produzione intellettuale e informativa in rete. Chi vuole partecipare è invitato a farlo sotto l’egida del logo « RQ ». Chi ha un blog potrà pubblicarvi il suo contributo, che verrà segnalato in un indice generale che costruiremo man mano. Oppure gli scritti potranno essere inviati a NI, nel qual caso verranno vagliati secondo i nostri criterî abituali. Utilissimo sarebbe anche solo l’arricchimento collettivo della Bibliografia. Non ultima, nutriamo la folle speranza di coinvolgere in questa riflessione la carta stampata.

In tutti i casi speriamo che, su un argomento di questa centralità per la nostra vita presente e per il mondo a venire, riusciremo a creare un nucleo di discussione comune al di là degli invisibili, solidissimi steccati che anche in rete sono l’eterno colera della cultura italiana.

Articoli pubblicati:

14 Responses to Razzismi quotidiani

  1. fabio il 15 giugno 2006 alle 18:20

    posso avanzare qualche considerazione, nel congratularmi per l’ospitalità data al lavoro di roberto santoro e per il senso che traspare da questo messaggio redazionale?

    suggerisco di pensare all’idea di diffondere un’iniziativa-inchiesta come questa (che parte dal singolo per arrivare, come dite, a volersi costituire come collettiva) per renderla non solo comunitaria, sebbene fatalmente di nicchia e marginale, ma proprio per farla entrare in circolo (in cortocircuito) con le ‘istituzioni’ ufficiali del sistema culturale, quanto più possibile (radio, oltre che ovviamente carta stampata, riviste e quotidiani) – lo facciamo o no questo ufficio-stampa su cui sembra essersi appiattita, oggi, la mansione del ‘critico letterario’ e della ‘redazione letteraria’?….;)

    progettare, perchè no, un forum allargato sul tema, in futuro, a medio termine, ‘aprendo’ il blog, NI, facendosi ‘convegno’ e gruppo, diventando ‘attore’ concreto del dibattito pubblico, politico-culturale, non solo virtuale, un attore che si ‘realizza’ per poi sparire di nuovo.

    ma poi insisto su un tema che può apparire marginale capzioso o (iper)specialistico, specie se collocato accanto ad un’inchiesta così ‘trasversale’ come questa.

    mi riferisco all’atteggiamento di NI di fronte alle questioni sul tavolo del ‘dibattito’ politico-culturale, e particolarmente letterario.

    credo che il metodo e l’impostazione di santoro (rassegna stampa, lavoro sugli archivi, fatti e parole…; trasversalità dei ‘codici’ analizzati e degli strumenti utilizzati; chiarezza espositiva, taglio agile ma non divagante: e soprattutto dubbio metodico, interrogazioni inedite che coinvolgono direttamente e chiamano il lettore alla continuazione del lavoro), siano un ottima indicazione, di metodo, per come affrontare i temi che mi sembra siano al centro del dibattito (geo)politico e culturale ad oggi. ed è anche o soprattutto un modo di schierarsi, di prendere posizione.

    perchè questo, ma forse mi sbaglio, non si riesce a farlo nel campo (critico) letterario? credo che un blog per essere autorevole in concreto debba riprendere, svuotandola di pathos, la natura di una ‘avanguardia’ (-‘rivista’), che scelga da che parte stare, opti chiaramente per quali movimenti ‘promuovere’, quali sommovimenti sotterranei seguire e ipotecare, o mappare; scelga di sottoporre ad una critica condivisa ma chiara, produttiva, i testi o i movimenti (del passato e del presente) che appartengono ad un’idea di letteratura diversa, come in un campo di battaglia (di idee…), ben delimitato (non parlo semplicemente di ‘stroncature’); scelga di lavorare, secondo coordinate precise e possibilmente condivise, alla formazione di questo metodo critico di cui ci si vuole dotare collettivamente, alla sua messa in discussione; scelga di praticare, secondo queste coordinate critiche e metodologiche, una costante mappatura dei ‘movimenti’ del sistema politico-culturale attuale: un’inchiesta a tutto campo che, anche a partire dal versante letterario, si mostri come lavoro di un gruppo omogeneo, non certo a scapito della pluralità, degli scambi e degli incroci, degli incontri, ma sempre con la certezza di avere una ‘posizione’. non l’eclettismo indifferenziato o il compromesso o la debole e confusionaria ambiguità. magari perdereste dei lettori, o ne guadagnereste, chissà, ma certo se ne guadagnerebbe in ‘chiarezza’.

    se poi questa invece è la stessa vostra idea, e allora questo ‘movimento’ per ‘prendere posizione’ in campo letterario è in corso o c’è già stato lì da voi, chiedo venia, mi son distratto.

    comunque grande roberto!!!!

    saluti, f.

  2. jan il 15 giugno 2006 alle 19:10

    L’idea di allargare il discorso dentro, attraverso, a fianco o sopra NI, in un forum o altro, è venuta fuori molte volte, anche in proposte di Roberto nei commenti passati. Io ho alcuni progetti di natura tecnica e organizzativa in lista di attesa, vanno in questa direzione e li sto valutando col metro delle mie scarsissime energie disponibili in questo periodo. Insomma, ci sto.

    L’uffico stampa dell’inchiesta: qualcosa già facciamo, fate! L’URL di partenza del primo capitolo è
    https://www.nazioneindiana.com/2006/06/12/il-giornalismo-italiano-e-lislam/
    e Roberto scrive offrendo molti take in ciascun capitolo, adatti alla diffusione.

  3. roberto il 17 giugno 2006 alle 11:15

    @fabio
    @jan
    @andrea inglese

    STORIA DI RAJID contro IL BUFFETTI BUSINESS
    Rajid è un immigrato di 30 anni dello Sri-Lanka. Vive a Roma dal ‘96. In Italia ha sempre lavorato sodo, prima come autista, poi facendo il gran salto e mettendosi in proprio. Ha aperto un internet-point, convinto che la terra delle opportunità, il libero mercato, l’avrebbero aiutato a emanciparsi come cittadino e come essere umano.

    Rajid mantiene la madre, i fratelli, il suo socio, insieme a una turba di amici di Colombo che gravitano intorno a questo piccolo miracolo economico.

    Un giorno, Rajid lascia incautamente il negozio nelle mani del socio. Socio che ignora la nostra lingua. E arriva puntuale la visita della Guardia di Finanza.

    Gli arguti finanzieri contestano al socio di Rajid una multa di duecentocinquanta euro. Non si capisce bene come abbiano fatto la contestazione, visto che il suddetto socio non spiccica una parola d’italiano. Come diavolo gli avranno spiegato che in negozio mancava “l’accertatore fiscale” (chiunque avrebbe difficoltà a capire cos’è), ovverosia il registro Buffetti, dove segnare a mano libera ogni cliente che usufruisce dei servizi telematici di Rajid?

    Secondo i finanzieri, infatti, potrebbe verificarsi l’eventualità che vada via la luce, e allora sarebbe necessario usare il registro degli amanuensi in sostituzione della cassa elettronica che emette regolare scontrino.

    Da qui il primo paradosso logico: com’è possibile che un internet-point abbia ancora dei clienti se va via la luce? cioè se i computer sono spenti? Con Rajid siamo andati a chiederlo alla Agenzia delle Entrate di Tor Spaccata.

    La Dottoressa X dell’Agenzia è un a persona molto educata. Mi spiega che la burocrazia è un mondo fatto di paradossi, per cui non sono i finanzieri ad essere impazziti ma è la legge italiana che dice che in ogni esercizio ci deve essere un registro del signor Buffetti (ma quanti soldi fa il signor Buffetti?). Anche se i computer sono spenti.

    Insomma: la Finanza accerta un’infrazione paradossale a un immigrato che non capisce dove ha sbagliato (sconfiniamo nell’assurdo). La cartella esattoriale presenta un mucchio di tabelle tipicamente dadaiste, devi pagare questo e quello, detrai dall’ F24 e aggiungi l’Iva, in una bailamme che, se non fossimo andati a fondo (le fonti! Le fonti!), Rajid avrebbe pagato senza fiatare una multa di 1.056 euro.

    Ricapitolando: perdiamo una giornata lavorativa nel traffico di Roma. Mezz’ora ad aspettare che la dottoressa X torni in sede, visto che si era allontanata “un minutino” a fare la spesa (durante l’orario di ricevimento, of course). Tanto per sentirsi dire che è spiacevole dover pagare, ma è inutile starnazzare.

    Epilogo.
    1) il commento acido del portiere, quando usciamo dall’agenzia: “per caso l’hanno beccato a spacciare”? (ce l’ha con Rajid);
    2) il segretario al di là dello sportello, un quadro veltroniano come ce ne sono tanti intruppati a Roma, che mi guarda con disarmante tenerezza e consiglia di rivolgersi a “un mediatore culturale” (testuale).

    Ma chi volete buggerare? Altro che jaquerie fiscale! Questo stato canagliesco senza spina dorsale, ecco cosa dobbiamo rifondare.

    Rajid mi confessa che non ce la fa più ad andare avanti così. Non si tratta solo della multa, la sera torna a casa, non riesce a dormire, sai che vuol dire vivere con la testa piena di preoccupazioni? la multa è solo un assaggio rispetto alle visite della Polizia che ti mettono sottosopra il locale perché hanno scambiato il suo socio per una Tigre Tamil (la stazza ferina ce l’ha).

    Uno si apre un’attività, dà lavoro alla sua comunità, e lo stato che fa? lo ringrazia così. Altro che CPT. Ecco il vero volto della morbida macchina sanguisuga, lo stato bravo a depredare il piccolo commerciante indiano. Ma dategli un consulente del Monte Paschi! un buon commercialista! altro che i mediatori culturali…

    Fabio, Andrea, Jan, ecco come potrebbe funzionare la nostra scrittura attiva, “l’ufficio-stampa” della Nazione: dove sono i nostri amici avvocati, le nostre azioni democratiche?

    Nella prossima puntata, Rjiad combatterà contro i call-center di Telecom Italia. Andrà a finire come con i mulini a vento? (ha pagato da un paio di giorni il conguaglio di 400 e rotti euro, ma la linea telefonica è ancora staccata, “risulta sospesa”, come dice la voce-guida).

    Sulla storia del Buffetti Business
    http://www.buffettibusiness.com/Buffetti_La_storia.htm
    http://www.buffettibusiness.com/Chi%20siamo.htm

    Sui vecchi padroni del Buffetti Business
    http://www.cavalieridellavoro.it/cavaliere.php?numero_brevetto=2224
    http://spazioinwind.libero.it/cobas/econosua/bcpartners.htm
    http://www.finanzaweb.it/forums/ubb/Forum1/HTML/018925.html
    http://it.transnationale.org/aziende/seat_pagine_gialle.php

    Il nuovo padrone
    Bc Partners che controlla Seat che controlla il Buffetti Bussiness
    http://www.bcpartners.com/english/portfolio/investmentportfolio.asp

  4. roberto il 17 giugno 2006 alle 11:28

    Ma che vor dì:
    Your comment is awaiting moderation?

  5. roberto il 17 giugno 2006 alle 16:04

    @fabio
    @jan
    @andrea inglese

    STORIA DI RAJID /1
    Rajid è un immigrato di 30 anni dello Sri-Lanka. Vive a Roma dal ‘96. In Italia ha sempre lavorato sodo, prima come autista, poi facendo il gran salto e mettendosi in proprio. Ha aperto un internet-point, convinto che la terra delle opportunità, il libero mercato, l’avrebbero aiutato a emanciparsi come cittadino e come essere umano.

    Rajid mantiene la madre, i fratelli, il suo socio, insieme a una turba di amici di Colombo che gravitano intorno a questo piccolo miracolo economico.

    Un giorno, Rajid lascia incautamente il negozio nelle mani del socio. Socio che ignora la nostra lingua. E arriva puntuale la visita della Guardia di Finanza.

    Gli arguti finanzieri contestano al socio di Rajid una multa di duecentocinquanta euro. Non si capisce bene come abbiano fatto la contestazione, visto che il suddetto socio non spiccica una parola d’italiano. Come diavolo gli avranno spiegato che in negozio mancava “l’accertatore fiscale” (chiunque avrebbe difficoltà a capire cos’è), ovverosia il registro Buffetti, dove segnare a mano libera ogni cliente che usufruisce dei servizi telematici di Rajid?

    Secondo i finanzieri, infatti, potrebbe verificarsi l’eventualità che vada via la luce, e allora sarebbe necessario usare il registro degli amanuensi in sostituzione della cassa elettronica che emette regolare scontrino.

    Da qui il primo paradosso logico: com’è possibile che un internet-point abbia ancora dei clienti se va via la luce? cioè se i computer sono spenti? Con Rajid siamo andati a chiederlo alla Agenzia delle Entrate di Tor Spaccata.

    La Dottoressa X dell’Agenzia è un a persona molto educata. Mi spiega che la burocrazia è un mondo fatto di paradossi, per cui non sono i finanzieri ad essere impazziti ma è la legge italiana che dice che in ogni esercizio ci deve essere un registro del signor Buffetti (ma quanti soldi fa il signor Buffetti?). Anche se i computer sono spenti.

    Insomma: la Finanza accerta un’infrazione paradossale a un immigrato che non capisce dove ha sbagliato (sconfiniamo nell’assurdo). La cartella esattoriale presenta un mucchio di tabelle tipicamente dadaiste, devi pagare questo e quello, detrai dall’ F24 e aggiungi l’Iva, in una bailamme che, se non fossimo andati a fondo (le fonti! Le fonti!), Rajid avrebbe pagato senza fiatare una multa di 1.056 euro.

    Ricapitolando: perdiamo una giornata lavorativa nel traffico di Roma. Mezz’ora ad aspettare che la dottoressa X torni in sede, visto che si era allontanata “un minutino” a fare la spesa (durante l’orario di ricevimento, of course). Tanto per sentirsi dire che è spiacevole dover pagare, ma è inutile starnazzare.

    Epilogo.
    1) il commento acido del portiere, quando usciamo dall’agenzia: “per caso l’hanno beccato a spacciare”? (ce l’ha con Rajid);
    2) il segretario al di là dello sportello, un quadro veltroniano come ce ne sono tanti intruppati a Roma, che mi guarda con disarmante tenerezza e consiglia di rivolgersi a “un mediatore culturale” (testuale).

    Ma chi volete buggerare? Altro che jaquerie fiscale! Questo stato canagliesco senza spina dorsale, ecco cosa dobbiamo rifondare.

    Rajid mi confessa che non ce la fa più ad andare avanti così. Non si tratta solo della multa, la sera torna a casa, non riesce a dormire, sai che vuol dire vivere con la testa piena di preoccupazioni? la multa è solo un assaggio rispetto alle visite della Polizia che ti mettono sottosopra il locale perché hanno scambiato il suo socio per una Tigre Tamil (la stazza ferina ce l’ha).

    Uno si apre un’attività, dà lavoro alla sua comunità, e lo stato che fa? lo ringrazia così. Altro che CPT. Ecco il vero volto della morbida macchina sanguisuga, lo stato bravo a depredare il piccolo commerciante indiano. Ma dategli un consulente del Monte Paschi! un buon commercialista! altro che i mediatori culturali…

    Fabio, Andrea, Jan, ecco come potrebbe funzionare la nostra scrittura attiva, “l’ufficio-stampa” della Nazione: dove sono i nostri amici avvocati, le nostre azioni democratiche?

    Nella prossima puntata, Rjiad combatterà contro i call-center di Telecom Italia. Andrà a finire come con i mulini a vento? (ha pagato da un paio di giorni il conguaglio di 400 e rotti euro, ma la linea telefonica è ancora staccata, “risulta sospesa”, come dice la voce-guida).

    Sulla storia del Buffetti Business
    http://www.buffettibusiness.com/Buffetti_La_storia.htm
    http://www.buffettibusiness.com/Chi%20siamo.htm

    Sui vecchi padroni del Buffetti Business
    http://www.cavalieridellavoro.it/cavaliere.php?numero_brevetto=2224
    http://spazioinwind.libero.it/cobas/econosua/bcpartners.htm
    http://www.finanzaweb.it/forums/ubb/Forum1/HTML/018925.html

    http://it.transnationale.org/aziende/seat_pagine_gialle.php

    Il nuovo padrone
    Bc Partners che controlla Seat che controlla il Buffetti Bussiness
    http://www.bcpartners.com/english/portfolio/investmentportfolio.asp

  6. Andrea Raos il 17 giugno 2006 alle 17:41

    Vuol dire che per sbaglio sei finito dentro a uno dei nostri filtri anti-spam. Si rimedia.

  7. roberto il 17 giugno 2006 alle 19:57

    @andrea raos

    Muy obrigado

  8. roberto il 20 giugno 2006 alle 13:37

    @Nazione
    “Per motivi che non sfuggono neanche all’opinione pubblica, l’Islam è diventato un chiodo fisso per tutti. Ogni mese escono almeno trenta libri sull’argomento, ogni giorno i quotidiani propongono nuovi approfondimenti sul tema e chiunque, nel gran tumulto delle idee generali, è arrivato al punto di aver sviluppato una interpretazione personale del fenomeno. Si è arrivati a un livello tale che, per paradosso, l’Islam, l’oggetto di questo interesse brulicante, sembra non esistere più in quanto tale perché il suo posto è stato invece occupato da una calca di considerazioni contraddittorie. In definitiva si potrebbe dire che ci sono tanti Islam quanti sono i discorsi sull’Islam. (Edoardo Camurri, il Foglio 17 giugno)

  9. roberto il 21 giugno 2006 alle 09:12

    @Nazione

    RAJID CONTRO I CALL CENTER DI TELECOM ITALIA
    Nel suo internet point romano, Rajid ha 5 linee telefoniche. Le classiche cabine dove vengono a telefonare gli immigrati. Dall’inizio di giugno, 2 delle 5 linee sono state “sospese”. Abbiamo provato a capirci qualcosa telefonando ai call-center di Telecom.

    Sui forzati dei call-center sono stati gettati fiumi d’inchiostro. Ecco l’incarnazione del precario, sotto-pagato e senza garanzie. La prima generazione al netto della pensione. Ma questa lamentazione avrebbe bisogno di approfondire un altro aspetto, determinante quanto trascurato: questi telefonisti, operatori, o come cazzo si chiamano, la paga che prendono se la meritano.

    Sono una massa di uomini e donne, ma che dico uomini, che dico donne, suscettibili e aggressivi, scortesi e incapaci, completamente all’oscuro della loro funzione, una sorta di terminale fantozziano di un Potere Invisibile che si fa scudo di loro, e della loro incompetenza, per succhiare tempo, salute psichica e soldi, ai malcapitati clienti. Ma li compiango, non è colpa loro, è l’Azienda che ci vuole così, zombie senza cervello.

    Pensate che sto esagerando? Giovedì scorso, mi preparo ad affrontare la seconda azione democratica in favore di Rajid. Per un cingalese che vive in Italia, infatti, è praticamente impossibile dialogare con i call-center di Telecom. Non è solo un fatto linguistico, ma di puro razzismo: i telefonisti hanno centinaia di trucchi per rimandare, depistare, affondare le ultime speranze dei clienti in cerca di informazioni.

    Figuratevi con un immigrato, è tutto molto più semplice: basta dire non capisco, richiami, oppure lasciarlo attaccato alla cornetta per mezz’ora, tanto non puoi sporgere reclamo, sei un cingalese di merda, ringrazia al cielo che ti stiamo a sentire.

    Ma con un italiano è diverso (almeno pensavo che fosse così). Prima di tutto chiamo il 191 per fare il quadro delle bollette non pagate (ci vuole circa mezza giornata). Un consiglio: se volete bypassare la voce-guida ricordate di premere la sequenza 1.1.0 (con una pausa di un paio di secondi tra un invio e l’altro). Parlerete con il commerciale, cioè gli unici che potrebbero effettivamente darvi una mano (il condizionale è d’obbligo, visto che cercheranno di rimpallarvi a qualche collega dell’amministrazione o degli uffici tecnici).

    Fatti i conti, paghiamo la bellezza di Quattrocento (400) euro di bollette in sospeso, e faxiamo la ricevuta al numero verde (per inciso: servono 24 ore per avere un riscontro sull’invio del fax, 24 ore, l’ammontare di una spedizione in posta prioritaria, a questo punto a che cazzo serve il fax?).

    Per la riattivazione delle 2 linee, invece, ce ne vogliono altre 48 (quarantotto), di ore, ma visto che siamo a Giovedì capisco subito che la ri-attivazione è ri-mandata al lunedì successivo (ieri).

    Ora, se prima, in effetti, Rajid aveva dei conti in sospeso con la giustizia Telecom, dopo aver versato i 400 euro la divinità avrebbe dovuto graziarlo. Ma queste sono stupide fantasie scandinave in un paese come l’Italia. Telecom non è l’Ikea, è Telecom.

    L’efficienza è solo uno slogan dei master in comunicazione pubblica banditi per blandire i quadri e i dirigenti. Credete davvero che Telecom sia un’azienda moderna? E’ semplicemente una multinazionale con centomila voci senza volto e un esercito di telefonisti dequalificati. Ma pronti a riunirsi in sindacato.

    E va bene, accettiamo pure le 48 successive di attesa. Tanto, come dice Ester, poi sarà tutto a posto, AL CENTODIECI PER CENTO. Lunedì mattina, le 2 linee sono ancora fuori servizio (lurida cagna). Ecco la gloriosa impresa teleconiana: paghi subito e non hai un cazzo in cambio (devono aver preso lezione dalle amministrazioni pubbliche, quelle universitarie, per esempio, dove fai lezione a contratto oggi, e vieni pagato magari tra qualche mese).

    L’imprenditore, Rajid, dunque, è stato paragulato, per non dire rapinato e umiliato dall’impresa di stato (chi lavora nel privato-privato, quello vero, non il privatizzato, lo sa come funzionano le cose: paghi e ricevi il tuo servizio, subito, senza numeri verdi)

    A questo punto vorrei dimostrare a Rajid che la mia azione democratica sta funzionando. Chiamo ancora una volta, intendo dire quattro/cinque volte, considerando quegli stronzi che mettono giù, o fanno finta che cade la linea, e ricomincia la trafila delle sequenze (intanto li senti parlare del tempo o dell’ultimo concerto di Ramazzotti).

    Una del commerciale, finalmente, mi dice che c’è un problema. Le linee NON sono state riattivate nelle 48 ore previste perché c’è un guasto tecnico alla centralina di Roma-Tuscolana. Allora richiamo e digito la sequenza 2.1 (va bene anche la 2.3), per parlare con i tecnici.

    Le assicuro che entro domattina sarà tutto risolto, dice Arturo, un ragazzo molto simpatico che scoprirò essere il re dei paraguli. Ho già inoltrato la segnalazione ai colleghi, aggiunge. Ma come al solito ci vogliono 24 ore prima che l’oracolo teleconiano dia un segno.

    Arriviamo a martedì mattina, ieri. Ancora niente, le 2 linee non funzionano. Facendo quattro calcoli, credo che Rajid da giovedì scorso abbia già perso qualcosa come cento euro di clienti che sono passati, hanno trovato le cabine rotte e sono andati nell’internet-point del suo concorrente indiano, dall’altra parte della strada. Cento euro persi nonostante il versamento dei 400 (quattrocento).

    Richiamo il call-center, gli uffici tecnici. Un’altra sorpresa. A Paolo, anche lui molto gentile ed educato, poverino, dice la mamma, come viene sfruttato, non risulta nessun guasto alla centralina di Roma-Tuscolana.

    E qui entriamo nell’incubo: dalla sua postazione, viene fuori che Rajid risulta (di nuovo?) moroso. Nemmeno Paolo riesce a capire l’arcano e quindi scatta la mia ritorsione: è pronta la lettera dell’avvocato. La classica frase a effetto che agli operatori di Telecom li mette di buon umore. Sapete perché?

    Adesso preparo una nota per il mio responsabile, dice Paolo, entro un quarto d’ora le assicuro che verrà richiamato di persona per chiarire il problema.

    Ma è semplicemente un’altra delle trovate che usano per interrompere la telefonata (la trovata delle trovate). Ho l’impressione che non esista nessun responsabile, anzi, lo stesso Paolo mi confessa di non averlo mai visto in faccia, e di comunicare con lui esclusivamente per posta elettronica. Mi viene da dirgli rilassati, fratello, sei su scherzi a parte.

    La telefonata privata del responsabile, com’era prevedibile, non è mai arrivata. Ma siccome sono testardo, da ieri mattina avevo già iniziato a martellare il call center, a fare prove incrociate, a digitare le stesse e nuove sequenze, a ripetere ossessivamente a operatori diversi lo stesso problema, e ogni volta è venuto fuori qualcosa di nuovo, un particolare inatteso, una data non registrata, un problema tecnico, no, un problema del commerciale, ma no, è tecnico, fino a quando Luisa (d’ora in poi “La Santa”), si accorge che in realtà c’erano ancora 2 bollette in sospeso, da ottantasei euro l’una, ecco perché le linee sono ancora fuori uso.

    Come mai non ve ne siete accorti prima? La Santa Sede risponde: perché ho fatto un controllo qui e qui, forse i miei colleghi non ci hanno pensato. Non ci hanno pensato. 150 euro di incassi persi, 400 euro versati, e loro NON CI HANNO PENSATO.

    Ma il bello dei colpi di scena è che devono spiazzare le attese: ci credereste che Rajid quelle 2 bollette le aveva già pagate nel novembre del 2005? E già, ha conservato la ricevuta con il versamento. Ma con Telecom non basta pagare. Queste teste di cazzo che si occupano della amministrazione hanno anche bisogno che gli mandi un fax. E se per caso hai pagato la bolletta dopo la sua scadenza naturale, non basta mandare il fax, devi proprio chiamarli, avvertirli per telefono, così, ancora una volta, potranno confermare il tuo riscontro (nelle prossime 24 ore).

    SE NON SEGUI QUESTA PROCEDURA E’ COME SE NON AVESSI PAGATO. Non vi sto prendendo giro, non sto giocando le parole, è andata proprio così, quest’azione democratica. Sono senza parole (ma continua…).

  10. roberto il 21 giugno 2006 alle 18:01

    @Nazione

    RAJID CONTRO I CALL CENTER DI TELECOM ITALIA
    Nel suo internet point romano, Rajid ha 5 linee telefoniche. Le classiche cabine dove vengono a telefonare gli immigrati. Dall’inizio di giugno, 2 delle 5 linee sono state “sospese”. Abbiamo provato a capirci qualcosa telefonando ai call-center di Telecom.

    Sui forzati dei call-center sono stati gettati fiumi d’inchiostro. Ecco l’incarnazione del precario, sotto-pagato e senza garanzie. La prima generazione al netto della pensione. Ma questa lamentazione avrebbe bisogno di approfondire un altro aspetto, determinante quanto trascurato: questi telefonisti, operatori, o come cazzo si chiamano, la paga che prendono se la meritano.

    Sono una massa di uomini e donne, ma che dico uomini, che dico donne, suscettibili e aggressivi, scortesi e incapaci, completamente all’oscuro della loro funzione, una sorta di terminale fantozziano di un Potere Invisibile che si fa scudo di loro, e della loro incompetenza, per succhiare tempo, salute psichica e soldi, ai malcapitati clienti. Ma li compiango, non è colpa loro, è l’Azienda che ci vuole così, zombie senza cervello.

    Pensate che sto esagerando? Giovedì scorso, mi preparo ad affrontare la seconda azione democratica in favore di Rajid. Per un cingalese che vive in Italia, infatti, è praticamente impossibile dialogare con i call-center di Telecom. Non è solo un fatto linguistico, ma di puro razzismo: i telefonisti hanno centinaia di trucchi per rimandare, depistare, affondare le ultime speranze dei clienti in cerca di informazioni.

    Figuratevi con un immigrato, è tutto molto più semplice: basta dire non capisco, richiami, oppure lasciarlo attaccato alla cornetta per mezz’ora, tanto non puoi sporgere reclamo, sei un cingalese di merda, ringrazia al cielo che ti stiamo a sentire.

    Ma con un italiano è diverso (almeno pensavo che fosse così). Prima di tutto chiamo il 191 per fare il quadro delle bollette non pagate (ci vuole circa mezza giornata). Un consiglio: se volete bypassare la voce-guida ricordate di premere la sequenza 1.1.0 (con una pausa di un paio di secondi tra un invio e l’altro). Parlerete con il commerciale, cioè gli unici che potrebbero effettivamente darvi una mano (il condizionale è d’obbligo, visto che cercheranno di rimpallarvi a qualche collega dell’amministrazione o degli uffici tecnici).

    Fatti i conti, paghiamo la bellezza di Quattrocento (400) euro di bollette in sospeso, e faxiamo la ricevuta al numero verde (per inciso: servono 24 ore per avere un riscontro sull’invio del fax, 24 ore, l’ammontare di una spedizione in posta prioritaria, a questo punto a che cazzo serve il fax?).

    Per la riattivazione delle 2 linee, invece, ce ne vogliono altre 48 (quarantotto), di ore, ma visto che siamo a Giovedì capisco subito che la ri-attivazione è ri-mandata al lunedì successivo (ieri).

    Ora, se prima, in effetti, Rajid aveva dei conti in sospeso con la giustizia Telecom, dopo aver versato i 400 euro la divinità avrebbe dovuto graziarlo. Ma queste sono stupide fantasie scandinave in un paese come l’Italia. Telecom non è l’Ikea, è Telecom. L’efficienza è solo uno slogan dei master in comunicazione pubblica banditi per blandire i quadri e i dirigenti.

    Credete davvero che Telecom sia un’azienda moderna? E’ semplicemente una multinazionale con centomila voci senza volto e un esercito di telefonisti dequalificati. Ma pronti a riunirsi in sindacato.

    E va bene, accettiamo pure le 48 successive di attesa. Tanto, come dice Ester, poi sarà tutto a posto, AL CENTODIECI PER CENTO. Lunedì mattina, le 2 linee sono ancora fuori servizio. Ecco la gloriosa impresa teleconiana: paghi subito e non hai un cazzo in cambio (devono aver preso lezione dalle amministrazioni pubbliche, quelle universitarie, per esempio, dove fai lezione a contratto oggi, e vieni pagato magari tra qualche anno, riporto una testimonianza personale).

    L’imprenditore, Rajid, dunque, è stato paragulato, per non dire rapinato e umiliato dall’impresa di stato (chi lavora nel privato-privato, quello vero, non il privatizzato, lo sa come funzionano le cose: paghi e ricevi il tuo servizio, subito, senza numeri verdi. Avete presente le spedizioni di E-Bay?).

    A questo punto vorrei dimostrare a Rajid che la mia azione democratica sta funzionando. Chiamo ancora una volta, intendo dire quattro/cinque volte, considerando quegli stronzi che mettono giù, o fanno finta che cade la linea, e ricomincia la trafila delle sequenze (intanto li senti parlare del tempo o dell’ultimo concerto di Ramazzotti).

    Una del commerciale, finalmente, mi dice che c’è un problema. Le linee NON sono state riattivate nelle 48 ore previste perché c’è un guasto tecnico alla centralina di Roma-Tuscolana. Allora richiamo e digito la sequenza 2.1 (va bene anche la 2.3), per parlare con i tecnici.

    Le assicuro che entro domattina sarà tutto risolto, dice Arturo, un ragazzo molto simpatico che scoprirò essere il re dei paraguli. Ho già inoltrato la segnalazione ai colleghi, aggiunge. Ma come al solito ci vogliono 24 ore prima che l’oracolo teleconiano dia un segno.

    Arriviamo a stamattina. Ancora niente, le 2 linee non funzionano. Facendo quattro calcoli, credo che Rajid da giovedì scorso abbia già perso qualcosa come cento euro di clienti che sono passati, hanno trovato le cabine rotte e sono andati nell’internet-point del suo concorrente indiano, dall’altra parte della strada. Cento euro persi nonostante il versamento dei 400 (quattrocento).

    Richiamo il call-center, gli uffici tecnici. Un’altra sorpresa. A Carlo, anche lui molto gentile ed educato, poverino, dice la mamma, come viene sfruttato, non risulta nessun guasto alla centralina di Roma-Tuscolana.

    E qui entriamo nell’incubo: dalla sua postazione, viene fuori che Rajid risulta (di nuovo?) moroso. Nemmeno Carlo riesce a capire l’arcano e quindi scatta la mia ritorsione: è pronta la lettera dell’avvocato. La classica frase a effetto che agli operatori di Telecom li mette di buon umore. Sapete perché?

    Adesso preparo una nota per il mio responsabile, dice Carlo, entro un quarto d’ora le assicuro che verrà richiamato di persona per chiarire il problema. Ma è semplicemente un’altra delle trovate che usano per interrompere la telefonata (la trovata delle trovate).

    Ho l’impressione che non esista nessun responsabile, anzi, lo stesso Carlo mi confessa di non averlo mai visto in faccia, e di comunicare con lui esclusivamente per posta elettronica. Mi viene da dirgli rilassati, fratello, sei su scherzi a parte.

    La telefonata privata del responsabile, com’era prevedibile, non è mai arrivata. Ma siccome sono testardo, da ieri mattina avevo già iniziato a martellare il call center, a fare prove incrociate, a digitare le stesse e nuove sequenze, a ripetere ossessivamente a operatori diversi lo stesso problema, e ogni volta è venuto fuori qualcosa di nuovo, un particolare inatteso, una data non registrata, un problema tecnico, no, un problema del commerciale, ma no, è tecnico, fino a quando Luisa (d’ora in poi “La Santa”), si accorge che in realtà c’erano ancora 2 bollette in sospeso, da ottantasei euro l’una, ecco perché le linee sono ancora fuori uso.

    Come mai non ve ne siete accorti prima? La Santa Sede risponde: perché ho fatto un controllo qui e qui, forse i miei colleghi non ci hanno pensato. Non ci hanno pensato. 150 euro di incassi persi, 400 euro versati, e loro NON CI HANNO PENSATO.

    Ma il bello dei colpi di scena è che devono spiazzare le attese: ci credereste che Rajid quelle 2 bollette le aveva già pagate nel novembre del 2005? E già, ha conservato la ricevuta con il versamento. Ma con Telecom non basta pagare.

    Queste teste di cazzo che si occupano della amministrazione hanno anche bisogno che gli mandi un fax. E se per caso hai pagato la bolletta dopo la sua scadenza naturale, non basta mandare il fax, devi proprio chiamarli, avvertirli per telefono, così, ancora una volta, potranno confermare il tuo riscontro (nelle prossime 24 ore).

    SE NON SEGUI QUESTA PROCEDURA E’ COME SE NON AVESSI PAGATO. Non vi sto prendendo giro, non sto giocando le parole, è andata proprio così.

  11. Andrea Raos il 22 giugno 2006 alle 11:03

    Pazzesco. Cos’altro dire?

  12. jan il 27 giugno 2006 alle 16:35

    Io la storia di Rajid la pubblicherei così, che ne dici Roberto?

  13. Il mondo di Tatiana | Nazione Indiana il 23 marzo 2007 alle 11:31

    […] dall’archivio di Nazione Indiana che potrebbero (non) essere vagamente attinenti all’argomento: Razzismi quotidianiTeorie estetiche 1. L’Obliquomo.Non MioUna letteraDa un Adversus […]



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