Potere osceno

27 luglio 2006
Pubblicato da

di Nicolò La Rocca

 giuliano_gr3.jpgQuando si parla di criminalità in Sicilia si pensa subito alla mafia (nella sua accezione di apparato militare), e il pensiero va ad anziani boss impegnati in attività bucoliche, come parenti feroci di bluesman americani quali John Lee Hooker e B B King. La brava presentatrice televisiva, per esempio,  ci mostra eccitatissima la ricotta ancora calda che Provenzano non è riuscito a mangiare, la stalla dove ha munto il latte. Tutti a dire: “oooh, com’è possibile che un uomo solo governasse la Sicilia?”


La percezione che si ha di un fenomeno dipende dall’elaborazione che ne hanno saputo fare le sue classi dirigenti, questo ci dice una teoria formulata dalla scuola sociologica di Chicago, citata da Roberto Scarpinato nel suo intervento al convegno potere & mafia, svoltosi a Palermo il 18 e 19 febbraio del 2005. Alla brava presentatrice e alla maggioranza dei suoi telespettatori le parole di Scarpinato non interessano. Per loro Scarpinato, gli intellettuali e i giornalisti impegnati nell’antimafia sono soltanto personaggi un po’ snob, un po’ ingenui, un po’ perditempo.

Invece le parole di Scarpinato sono fondamentali, proprio perché sono oscene, fuori dalla scena della rappresentazione convenzionale del potere. La vulgata accettata impone un’immagine funzionale alla realtà politica ed economica all’interno della quale è stata elaborata: il potere sarebbe, di volta in volta, nelle varie formulazioni che modificano la forma ma non la sostanza, vittima, ostaggio, antagonista del fenomeno mafioso.
La mafia, quindi, sarebbe un corpo estraneo alla società, una specie di banda bassotti, solo più cattiva e più organizzata, che sì si insinua nelle sue articolazioni interne – nella pubblica amministrazione, nei consigli regionali, provinciali, comunali, nella compagine industriale dell’Isola – ma per coinvolgere pochi soggetti corrotti, le mele marce.
I colletti bianchi chiamati in causa dalle indagini della magistratura per concorso esterno sarebbero come quei putrefatti poliziotti di certi film americani che per un improvviso sfogo di violenza fiancheggiavano la malavita o addirittura ne diventavano attori protagonisti. Niente di più. Il sostegno a questa tesi, del resto, viene dalle milizie mediatiche del potere che ci presentano i colletti bianchi collusi con la criminalità organizzata come  servitori che inspiegabilmente tradiscono lo stato.
Eppure Scarpinato e altri magistrati non fanno altro che ricordarci  che esiste più di un nesso tra l’operato della borghesia mafiosa e quello dell’apparato militare di Cosa nostra.
Ovviamente ce lo dicono nei convegni, perché nessuno dà loro l’opportunità di spiegare come stanno le cose a un pubblico più ampio di quello dei convegni, e quando vengono invitati in trasmissioni televisive nazionali, come è successo con l’onorevole Lumia, un altro esperto conoscitore del reale stato delle cose mafiose, la brava presentatrice li copre di considerazioni sulla ricotta e le pecore presenti nel covo di Provenzano, togliendo loro la parola ogni volta che provano a introdurre il discorso su potere & mafia. Nondimeno bisognerebbe parlare solo di questo: la borghesia in Sicilia può considerarsi un elemento primario del fenomeno criminale. E non solo quando si fa borghesia mafiosa (come delineato acutamente dallo stesso Scarpinato e da alcuni storici della mafia, in primo luogo da Umberto Santino). La borghesia mafiosa partecipa al fenomeno criminale alla pari dei “proletari” che gestiscono le forze armate del sistema, non solo con comportamenti e atti che possono configurare un reato penale, ma anche – e direi specialmente, ed è quello che mi interessa di più – con una condotta sociale che approva, spesso implicitamente, i modelli e la legge mafiosa, senza, nella stragrande maggioranza dei casi, tradurre l’adesione all’ethos mafioso in una vera e propria affiliazione. Qui sta la pericolosità di Cosa nostra, nel suo intimo sodalizio con il potere della borghesia e nella sua capacità di generare ethos. La capacità di intimidazione è una caratteristica tipica delle organizzazioni mafiose. Le modalità in cui l’intimidazione si esplica spesso distinguono le varie mafie. Cosa nostra, ai livelli più alti, quelli che mettono in gioco gli interessi economici e culturali più importanti, non compie un’intimidazione esplicita, questa è riservata ai fenomeni di strada, alla microcriminalità mafiosa.
Generalmente, la mafia fa ricorso a una minaccia implicita che lievita negli ambienti sociali a prescindere dalla presenza fisica di affiliati a Cosa nostra. E questa minaccia coincide con quella del Potere, che è sempre criminale e raramente formalmente affiliato. Spesso addirittura la borghesia mette in atto comportamenti mafiosi senza fare un riferimento diretto a boss e affiliati, semplicemente condividendo, con declinazioni da salotto buono, la cultura di questi ultimi.  Mi capita di leggere appassionate graduatorie di pericolosità delle varie organizzazioni criminali del sud. Tanto per fare degli esempi: quando fu ucciso Fortugno la ‘ndrangheta fu dichiarata la più potente organizzazione criminale; in Gomorra Saviano scrive che per ogni affiliato a Cosa nostra ce ne sarebbero cinque alla Camorra. È sbagliato formulare qualsiasi tassonomia della criminalità: non ci si può aggrappare né alla commozione che scaturisce dagli omicidi di mafia che per qualche settimana mettono sui giornali tutte le nefandezze, le connessioni internazionali, ecc. ecc. che caratterizzano l’organizzazione responsabile dell’omicidio; né a dati che devono essere interpretati, come quello del numero di affiliati di un’organizzazione; inseguendo questa corsa alla classifica potrei dire che un solo affiliato a Cosa nostra è in grado di condizionare i processi sociali ed economici di un territorio molto vasto, perché – ripeto –  la maggior parte dei protagonisti del fenomeno mafioso non sono formalmente affiliati ma partecipano all’ethos mafioso. Anzi, come scrivevo prima: alle volte la mafia intesa come apparato militare non c’entra, serve soltanto a esorcizzare il male, a identificarlo con un’entità esterna alla borghesia, cioè alla classe dirigente. Insomma, il numero di affiliati non è un dato in sé significativo. Un boss come Guttadauro che fa il medico, che è inserito in consorterie potenti, è capace di influenzare l’economia e la politica di tutta la penisola, e di, ovviamente, creare consenso presso le classi popolari. Lui basta per cinque, venti, cento altri affiliati. Un uomo d’affari frequentatore dei salotti buoni, compie reati gravissimi senza alcuna partecipazione formale di Cosa nostra, senza essere affiliato, e godendo di un prestigio che gli dona un consenso sociale illimitato.
Qui, sta infatti il nocciolo della questione. La borghesia criminale ha interesse a restare fuori dalla scena mediatica e culturale (ovviamente anche da quella giudiziaria) perché, veicolando l’immagine di un crimine legato soltanto a una mafia militare e separata dal resto della società, protegge i suoi interessi e l’articolazione del potere che gli sono propri e che l’apparato militare della mafia, nel rispetto dei ruoli, a volte difende e promuove. È la protagonista del potere osceno, che vuole restare fuori dalla scena della rappresentazione, da quella giudiziaria a quella artistica.
Che cosa fare? Bisogna dare luce all’osceno. Portarlo sulla scena, rappresentarlo e metaforizzarlo adeguatamente, ognuno con le sue armi. I giudici con i processi. La politica con un’azione legislativa che, per esempio, cancelli gli ultimi ritrovati creativi del parlamento italiano, che hanno permesso di inasprire sempre più le pene contro i reati di strada, e di depenalizzare molti reati che interessano la borghesia. Questa legislazione  crea una cultura che favorisce l’osceno, perché afferma: la criminalità sta in strada, riguarda omicidi, estorsioni, non l’identità della borghesia che anzi subisce il ricatto mafioso e non ha nella sua identità le carte del crimine. Le proposte favorevoli all’indulto, a tal proposito, dimostrano che la classe dirigente ha sbagliato di nuovo strada, anche con questo governo. O meglio, pensa soltanto alla propria strada. Ci dice che saranno esclusi dall’indulto i reati di mafia ma è favorevole all’applicazione nei reati finanziari, di corruzione, ecc. , come se questi ultimi fossero su un piano diverso rispetto a quelli mafiosi, come se non ne costituissero la cornice dentro la quale si realizzano quelli. Anche in questo caso, dunque, assistiamo al tentativo da parte della classe dirigente di uscire dalla scena della rappresentazione.
E gli scrittori? Credo che dovrebbero considerare il fenomeno nella sua interezza. Che cosa significa?
Significa saper scegliere gli oggetti narrativi. Non esistono soltanto le periferie degradate, i ragazzi disoccupati, gli spacciatori, le vittime delle mafie, i giornalisti impegnati, i poliziotti seri e quelli corrotti… C’è anche una borghesia che lavora, ricca e laureata. Questa borghesia ha avuto poco spazio nelle pagine della nostra narrativa, cinematografica e letteraria, perché essa ha preferito narrare le epopee e i turbamenti dei protagonisti e degli osservatori della mattanza. L’ethos delle classi dirigenti è il paradigma sul quale bisognerebbe rifondare le analisi sulla criminalità, l’oggetto narrativo poco sviscerato. Mi piacerebbe leggere un numero sempre maggiore di pagine di narrativa su politici sudati, impegnati a sparare le solite cazzate in politichese, spalmati su ridicole poltrone in pelle di studi televisivi locali e nazionali; su chi dedica loro puntualmente un applauso; su avvocati piacevolmente alle prese con clienti ingombranti; su ingegneri occupati nella costruzione di ecomostri con il consenso degli amici degli amici; su cene e feste a base di cernia, boss, avvocati, ingegneri, architetti, medici e politici; su impiegati comunali, barbecue e secondecaseattutiicosti; su uomini di finanza, non affiliati, con un italiano privo di sgrammaticature, ma perfetti agenti del capitale criminale; sulle abitudini, i tic, gli stili di vita dei burocrati che hanno speculato  sui finanziamenti europei per lo sviluppo del meridione; sugli attori della corruzione ad alto livello; su chi è più contento del come ha ottenuto una cosa, che in Sicilia significa grazie a chi, piuttosto che del fatto in sé di averla ottenuta; sulla loro idea di amicizia e di amore legata esclusivamente al tornaconto personale, per il quale se conosci qualcuno, sei, altrimenti non esisti. In breve: sui tic, le abitudini, i comportamenti, le aspettative di tutta quella massa nebulosa di liberi professionisti, insegnanti, impiegati, laureati e diplomati che, magari senza aver mai compiuto un reato, rientrano con i loro peccati atti e omissioni nel novero della borghesia criminale.
Qualcosa è stato fatto sul versante della narrativa. Farò solo un breve elenco, a titolo esemplificativo.
Il film di Rosi  sul bandito Giuliano che con la sua aspra semplicità privava la materia di ogni retorica e smontava il ruolo di Giuliano; i film sceneggiati da Aurelio Grimaldi, con il loro iper-realismo privo della drammaticità esteriore di altre pellicole che hanno insistito o su modelli western, o su narrazioni romantiche, non immuni dal corteggiamento di stereotipi duri a morire. La prova di Cirprì & Maresco, che con la sua carica grottesca e visionaria colpisce nel profondo del mondo meridionale più di mille puntate del Tg2 dossier e di tomi di saggistica. Le pagine di Diego De Silva, con il loro sobrio realismo. Quelle di Ferrandino, con la loro carica straniante e grottesca. Credo che il passo successivo debba essere quello di applicare gli stessi stilemi (e altri ancora) utilizzati da questi artisti alla borghesia. Qui sta la sfida: mettere sulla scena chi ha fatto di tutto per restarne fuori.
 

(Nella foto: una scena di “Salvatore Giuliano” di Francesco Rosi)                              


 

26 Responses to Potere osceno

  1. Carlo Capone il 27 luglio 2006 alle 14:11

    Un grande pezzo, che mina il problema alla sua radice. A me viene da aggiungere che il discorso andrebbe esteso al Paese intero. L’unità di Italia è nata dalla convergenza di interessi tra la borghesia affaristica settentrionale, insofferente e anarchica, e quella meridonale, osmotica alla mafia.
    Pienamente d’accordo anche sulla neghittosità della narrativa a sporcarsi le idee in quel sottobosco disgustoso da te splendidamente tratteggiato.
    A Ferrandino e De Silva aggiungerei il Montesano di Di questa vita menzognera e in certa misura il Franchini di l’Abusivo.

  2. gianni biondillo il 27 luglio 2006 alle 17:57

    Concordo. Bel pezzo, Nicolò.
    Magari potresti proprio tu scriverlo il romanzo che manca, no?

  3. ilaria il 27 luglio 2006 alle 18:31

    Mi vergogno un pò a dirlo, ma l’unica volta che sono andata in vacanza in Sicilia, regione che ho trovato straordinariamente ricca di fascino, unica e particolare, non potevo fare a meno di guardarmi intorno e chiedermi costantemente:”Dov’è la mafia?-Queste persone con le quali ho a che fare saranno parte della mafia?”
    DO’ ragione a G.Biondillo.Nicolò LaRocca mi sembra molto in gamba.Prova a scriverlo tu, il romanzo.

  4. Il Corvo Joe il 27 luglio 2006 alle 20:04

    l’ha già scritto. è appena uscito da fazi. si intitola Tu che hai fatto per me.

  5. Nicolò La Rocca il 27 luglio 2006 alle 20:10

    @Gianni. Non credo che manchi “un” romanzo. Mancano una serie di romanzi. Spero che non venga mai pubblicato “il” romanzo sul potere osceno. Sarebbe come sistemare una bella lapide sulla lotta alla borghesia criminale. Perché sarebbe catalogato come qualcosa di straordinario e per questo appartenente al mondo degli “scarsi resti” (linko questo saggio http://www.pseudolo.it/scansioni11_terrosi.htm che chiarisce cosa voglio dire). “Il” romanzo straordinario diventerebbe un romanzo sacro. E Terrosi, nell’articolo che vi ho segnalato, spiega bene il senso del sacro: quello che rimanda all’esclusione. Sacralizzare equivale a sacrificare, “il” libro che manca diventerebbe un’una tantum depotenziato.

  6. Nicolò La Rocca il 27 luglio 2006 alle 20:34

    L’indulto per reati legati al voto di scambio politico mafioso dovrebbe scatenare una rivoluzione. E invece non succede niente.

  7. gianni biondillo il 28 luglio 2006 alle 02:19

    Ok, Nicolò, basta capirsi: diciamo non “IL” ma “UN” romanzo così…

  8. Luca Pettinelli il 28 luglio 2006 alle 10:22

    Come ti ho scritto in privato, ho apprezzato molto il tuo romanzo proprio perché non situa il fenomeno mafioso (o, più generalmente, “criminale”) nell’ambito di periferie degradate o paesini Corleone-style pullulanti di coppole e lupare ma in un contesto di normalità medio-borghese dal quale scaturisce un senso di realismo secondo me superiore a quello rintracciabile nelle ambientazioni estreme o comunque troppo fortemente connotate verso il fondo (presunto) della scala sociale. Come scrivi giustamente, il potere ha tutto l’interesse a raffigurare le sue parti meno presentabili come mere escrescenze folcloristiche circondate da bibbie e cestini di ricotta: serve a distrarci dal fatto che noi “normali”, presi come organismo sociale, nella stragrande maggioranza dei casi siamo consenzienti e conniventi. Senza arrivare alle dimensioni ipertrofiche del fenomeno mafioso, ne tocco le prove con mano tutti i giorni anche in questa tranquilla provincia benestante.
    Non puoi mettere un mostro davanti allo specchio, almeno non se non sa di esserlo. Lo choc porterebbe quasi inevitabilmente a una chiarificazione e la chiarificazione, quale che ne fosse l’esito, risulterebbe letale per le acque torbide, vaghe e indefinite che sono il liquido amniotico del potere basato su un consenso che più tacito non si può. Vedersi in quello specchio costringerebbe a “scegliere”, eventualità contro la quale la nostra società ha creato degli anticorpi potentissimi. Meglio chiedersi a reti unificate come faceva un uomo che ricorreva così assiduamente alle sacre scritture ad essere il capo della mafia, meglio andare a dormire pensando che no, io non potrei mai essere lui o qualcosa che gli si avvicini soltanto. Meglio vestire il male da pagliaccio e farlo sfilare per le vie del centro come un carro carnevalesco. Meglio non insinuare nella gente il dubbio che tutte le mafie del mondo (da quella dei padrini e delle stragi a quella del tranquillo ufficio comunale che non ti rilascia una licenza se non sei “amico di…”) potrebbero essere più delle conseguenze che delle cause.

  9. Baldrus il 28 luglio 2006 alle 11:27

    Concordo coi complimenti, forte e originale la “borghesia criminale”. Però non capisco il riferimento iniziale a John Lee Hooker e B.B. King: che c’entrano? La “brava presentatrice” poi speriamo di non vederla più in autunno.

  10. missy il 28 luglio 2006 alle 16:10

    “gli ultimi ritrovati creativi del parlamento italiano, che hanno permesso di inasprire sempre più le pene contro i reati di strada, e di depenalizzare molti reati che interessano la borghesia”.
    Concordo con la spietata analisi.
    Efficace, inoltre, il tuo puntare i riflettori sulla borghesia siciliana che vuole nascondersi ai clamori della scena. La tua operazione rende fisica una entità diffusa e capillare, che serpeggia nelle nostre vite, ne facciamo parte, ci rappresenta e non si distingue, quando vuoi combatterla prchè si sente tutti i giorni e che c’è qualcosa che ti sta pressando e non sai darle un nome.
    Nella lista di professionisti da te citati, in quello che fanno, mi sono sentita elencata, provando vergogna, ma consapevole che è tutto drammaticamente vero. Anche quando credi di operare nel giusto e di non fare male a nessuno, in realtà ci sei dentro fino al collo.

  11. Nicolò La Rocca il 28 luglio 2006 alle 17:10

    Sì Luca, è giustissimo quello che dici: dalla “normalità medio-borghese (…) scaturisce un senso di realismo (…) superiore a quello ritracciabile nelle ambientazioni estreme o comunque fortemente connotate verso il fondo (presunto) della scala sociale”. E non solo perché queste ambientazioni non sono esaustive del fenomeno criminale, non solo quindi per ragioni di sostegno alle tesi dell’esistenza di una borghesia criminale male primario, ma anche per l’inflazione subita, a mio parere, da certi oggetti narrativi e da certi ambienti rappresentati dalla narrativa italiana. Anche per motivi squisitamente letterari, dunque. Certe scelte – eticamente rispettabili, per carità – come quelle legate alla rappresentazione di periferie, di ragazzi impegnati nel sociale, di vecchi reduci delle lotte ideologiche degli anni settanta, ecc. ecc. da urgenze rischiano di trasformarsi in cliché. Si avverte, a mio parere – non ho certezze, e ti giuro che non è una posa – , una certa stanchezza nel continuo rigurgito di questi temi. Mi sembrano degli oggetti narrativi pronti e belli, dove la massima libertà sta nell’interpretazione. Come succede con la musica classica. Insomma, per farla breve, chi vuole scrivere “impegnato” sa quali sono gli oggetti da manipolare, loderanno la sua tecnica, la sua capacità di reinventare, ma nessuno si chiederà se sarebbe il caso di variare anche gli oggetti rappresentati. Secondo me il problema nasce non da una presunta pigrizia degli scrittori, nè dalla scarsa propensione a esplorare strade nuove. Il problema è che la borghesia criminale (qui in Sicilia declinata in borghesia mafiosa) è un oggetto nebuloso, nonostante sia così pervasivo. Ma proprio per questo, a parte le urgenze etiche, merita la massima attenzione. È un mare (quasi) inesplorato.

  12. Nicolò La Rocca il 28 luglio 2006 alle 17:12

    Non hai mai visto le copertine di John Lee Hoker? Esibisce anelli vistosi, ha le mani piene di duroni e la passione per la campagna. Un po’ lo stereotipo del boss siciliano.

  13. Nicolò La Rocca il 28 luglio 2006 alle 17:16

    @Missy.
    Sai qual è il vero problema? Definizioni come “borghesia mafiosa” o “potere osceno” non me le sono inventate io. Intellettuali come Scarpinato e Santino le utlizzano da anni, eppure non affiorano dal magma dei convegni per pochi. Nessuno li mette in scena.
    Tu che lavoro fai?

  14. Trespolo il 28 luglio 2006 alle 17:27

    Nicolò: chapeau!

    Hai infilato il dito nella piaga che nessuno vuole vedere: il circuito ‘pulito’ dei finanziamenti. Fino a quando non si riuscirà a smantellare questo giro, parere da profano, oppure a limitarlo pesantemente, sarà impossibile parlare di sconfitta della mafia.
    I mezzi ci sarebbero, ma la mia impressione è che non esista la volontà di usarli. Per paura di cosa non mi è chiaro anche se ho un’idea ‘vaga’.

    Sull’altro fronte, invece, si riempie l’aria di ‘abitudine’: quel racconare il folkloristico che ha la capacità di ammazzare l’interesse per qualunque notizia, la rende banale, asettica; persino divertente a volte.
    Molto pericoloso, troppo: e non c’è scampo all’abitudine!

    Buona serata. Trespolo.

  15. missy il 28 luglio 2006 alle 17:29

    Lavoro nei cd. Beni Culturali e all’Uni., caro Nicolò (sono un’archeologa classica).
    Scusa per l’ignoranza di una terminologia che mi viene nuova…

  16. Baldrus il 28 luglio 2006 alle 22:41

    Niccolò, non sono d’accordo: John Lee Hooker ha anelloni, scarpe di coccodrillo, ma è un’immagine di afroamericano sgargiante, che va nei bordelli e fa vita da viveur, da bluesman viveur. Non c’entra assolutamente nulla col mafioso siciliano.

  17. Rina il 29 luglio 2006 alle 10:20

    “..su chi è più contento del come ha ottenuto una cosa, che in Sicilia significa grazie a chi, piuttosto che del fatto in sé di averla ottenuta; sulla loro idea di amicizia e di amore legata esclusivamente al tornaconto personale, per il quale se conosci qualcuno, sei, altrimenti non esisti.”

    “.. un singolo può creare consenso presso le classi popolari. Lui basta per cinque, venti, cento altri affiliati.”

    “..con una condotta sociale che approva, spesso implicitamente, i modelli e la legge mafiosa, senza, nella stragrande maggioranza dei casi, tradurre l’adesione all’ethos mafioso in una vera e propria affiliazione.”

    Purtroppo queste sono verità in Sicilia.
    Articolo forte, articolo coraggioso, articolo di denuncia, articolo che scuote.
    Bravo, Nicolò.

  18. Gemma Gaetani il 29 luglio 2006 alle 14:32

    Ciò che è evidente e reale e realistico non è sensazionalistico né folkloristico; oggi informazione e arte sembrano preferire “narrazioni” di questo tipo quando rappresentano e metaforizzano l’osceno delinquenziale, per usare, Nicolò, le tue stesse perfette parole. La vulgata secondo cui delinquenti e conniventi sarebbero soltanto proletari e boss capitalisti fa paradossalmente molto comodo al potere che non vuole si arrivi al fondo vero del pozzo. Ma il sub-Stato nello Stato che è ogni forma di delinquenza organizzata non nascerebbe né sopravviverebbe se non si nutrisse nelle zone d’ombra in cui i due livelli entrano in contatto simbiotico.
    E’ così tanto vero quanto riporti e quanto consideri di tuo da sembrare quasi lapalissiano. Un po’ come quando il dottor Semmelweiss scopre la vera ragione della diffusione della febbre puerperale: erano le mani degli stessi medici e studenti che, secondo la prassi del tempo, visitavano le puerpere dopo aver dissezionato cadaveri durante lezioni e visite di anatomia, a perpetrare la diffusione dell’infezione… Non a caso forse “Il dottor Semmelweis” non è il libro più famoso di Céline, con la sua narrazione dalla potenza anaerobica.

    Complimenti, leggerò presto il tuo libro.

    G.

  19. Nicolò La Rocca il 29 luglio 2006 alle 22:34

    “Ciò che è evidente e reale e realistico non è sensazionalistico né folkloristico”, è verissimo Gemma. Il problema nasce proprio da qui: ciò che è evidente è più complicato da rappresentare, perché è evidente alla nostra quotidiana percezione della realtà, ma ancora non ha trovato adeguate metafore letterarie. Su queste ci si dovrebbe concentrare.

  20. Gemma Gaetani il 30 luglio 2006 alle 02:09

    Nicolò, personalmente amo le narrazioni estremamente simboliche. O quelle così realistiche e magari così autobiografiche da riuscire a proporre tipologie umane attraverso la maschera del nome e cognome. Nello specifico della scrittura “impegnata”, ma forse è meglio dire civile, io credo fortemente che bisognerebbe evitare di trasformare il discorso narrativo nel testo di un comizio elettorale o di una fiction da RaiUno. La scrittura “civile” invece spesso sceglie quello stile, la poesia in particolar modo. A mio avviso però rimangono di più le metafore, le rappresentazioni elaborate, rimangono di certo attraverso il tempo, anche se pagano in termini di diffusione e comprensione immediate (non sono messaggi facilmente codificabili e “induttivi” come gli spot, alla Beppe Grillo per intenderci).
    Leggi l’incipit di questa poesia di Balestrini: “La mer daltonici li affascina”. Si intitola “La classe dirigente”, è stata scritta all’inizio degli anni Sessanta. Contiene da 40 anni e conterrà per sempre la micronizzazione dello stile balestriniano e un'”accusa” sottile, elaborata, alla classe dirigente, grazie a uno spazio tra “mer” e “da(ltonici)”. La summa di una po-etica in cinque parole.
    Pensa al “Pianeta irritabile” di Paolo Volponi, romanzo impregnato di un’angoscia per niente didascalica che diventa viaggio visionario e postumo nella distruzione post-capitalistica che non è stata evitata (non ce l’ho qui per trascrivere alcune frasi memorabili).
    Pensa al “Caimano” di Nanni Moretti: l’unica scena che avrà ancora valore artistico tra dieci anni è quella fortemente simbolica in cui a un attore che interpreta Berlusconi cade dal “cielo” una valigia piena di soldi.
    De-scrivere il reale è la cosa più difficile, oggi più che mai, oggi che la stessa realtà è diventata rappresentazione. Secondo me.

  21. pietragloria il 30 luglio 2006 alle 21:51

    Quando si parla di criminalità in Sicilia si pensa subito alla mafia…
    ma, a mio parere, quando si parla di Sicilia si deve pensare alla mafia.
    Da bambina a scuola sentivo continuamente parlare di mafia e antimafia, la sera a casa avevo paura che mio padre non tornasse perché ucciso dalla “mafia”, i tg erano pieni di morti ammazzati nelle strade, pesavo potesse accadere a chiunque, non immaginavo che ci fosse una logica… a scuola mi ripetevano che bisognava essere contro la mafia, ma nessuno spiegava a me, e a chi era bambino come me ai tempi delle stragi di Falcone e Borsellino. che cosa esattamente significasse essere contro, essere anti-.
    Temevo, ma no sapevo chi e cosa temere..
    Crescendo ho capito che la mafia era nei comportamenti di un mio qualsiasi parente, in certi atteggiamenti di mia madre e della sua collega, nelle mie stesse reazioni, cercando di risolvere un qualche problema le mie erano soluzioni mafiose,
    ero mafiosa anch’io.
    La mafia è profondamente intrecciata alla storia della mia terra, la mia cultura è anche mafiosa, la mia condotta sociale e morale corre continuamente il rischio di essere in qualche modo criminale.
    La mia emancipazione deve passare dal riconoscimento di quello che mi porto dentro, ormai consapevolmente, deve passare dalla messa a fuoco dell’inciviltà e della prepotenza in mezzo alla quale sono cresciuta.
    La mafia è prepotenza, e per questo ha privato i siciliani di ogni passione, i siciliani si ritrovano professionisti senza un perchè, senza una vocazione, battono strade già battute, asfaltate da amicizie compiacenti, senza fatica, senza desiderio.
    La mafia ci ha reso schiavi di precisi interessi e trattiene le nostre possibilità, le nostre potenze.

  22. missy il 30 luglio 2006 alle 23:40

    Forte e vera testimonianza, quella di Pietraglora, alla quale vorrei aggiungere una cosa.
    Il sistema dell’imprenditoria siciliana. Ma volo giù, non voglio parlare di grandi opere.
    Parliamo di cose piccole. Per esempio, un festival culturale, con qualche mostra, uno spettacolo, una recita, etc.
    Non esiste realtà che non sia assistenziale. L’imprenditore che vuole fare il festival non intende rischiare soldi propri in una operazione, in una idea, e chiede i soldi alla Regione (comune, provincia, etc.). La Regione (comune, provincia etc.) distrubuisce annualmente una serie di sovvenzioni, dalla piccola associazione culturale alla grande Fondazione. In pratica, nessuno rischia. Nella sostanza, le attività lavorative (e nel caso della cultura, anche quelle intellettuali) si intrecciano al potere politico e alle forme più proficue per contattarlo (anche la semplice amicizia è già mafia o massoneria). Ovviamente il riscontro elettorale viene da sé. Del resto, è anche moralmente giusto esser riconoscenti. Questo concetto non va sottovalutato perchè appartiene anche alle persone oneste e perbene.
    Poi vediamo l’imprenditore alla conferenza di Montezemolo dire quanto rischia l’imprenditore siciliano, ma io che so che quel festival è pagato con le mie tasse, non voglio pagare l’imprenditore che non ha messo una lira, ma mi ripago cercando il biglietto gratis. Che sistematicamente trovo. Questo è un bel giro di connessioni… oltre che rappresentare un fermo biologico dell’economia e della crescita di una regione!

  23. Nicolò La Rocca il 1 agosto 2006 alle 13:56

    @Gemma. Prediligo le scritture che ricorrono in modo massiccio a immagini metaforiche, alla carica grottesca, straniante, che riordinano la realtà. L’immagine dei soldi che cadono dall’alto su un raggiante Berlusconi, nel film di Moretti, non solo ha un forte valore artistico, ma certifica più di mille puntate di Ballarò, più di tutti i libri di Travaglio, più di tutti i saggi sulla mafia, su Berlusconi e su Dell’Utri. Più affidiamo la realtà al simbolo più la realtà si coagula in grumi evidentissimi di senso. Però amo anche le scritture iper-realistiche, quelle che dal dagherrotipo, incredibilmente, partoriscono allegorie. Se spingi la penna verso un realismo spinto, la scrittura realistica è come se esplodesse trasformandosi in scrittura allusiva, di nuovo metaforica: penso a Pericle il nero.

  24. Nicolò La Rocca il 1 agosto 2006 alle 13:58

    @Pietragloria. Mi piace questa definizione: “professionisti senza un perché”.

  25. filippo senatore il 1 agosto 2006 alle 18:53

    Dal 2000 Valentino Rossi fa la pubblicità alla birra Nastro Azzurro.
    In uno dei primi spot radiofonici inneggiava al bere tout-court fregandosene del resto.
    Bella figura per il Giurì di autodisciplina pubblicitaria che non ha corretto in questi anni il campione di moto che rispondeva in modo idiota al quiz sembrando proprio un ubriacone.
    Ora dopo gli stravizi della birra Valentino si trasforma in novello Amleto. Bere o guidare?
    La risposta è scontata: “Bere visto che mi ritiro dal motociclismo”oppure “Continuare a bere visto che, Berlusconi docet , posso guidare impunemente”

  26. enzo penzo il 19 agosto 2006 alle 19:09

    Le mani sulla città: i fratelli terribili .
    Una carriera costruita nell’a.
    Anno domini 1976 Vittorio, scalcagnato massone di provincia compie il colpo del secolo.
    Piazza una tela rubata alla sovrintendenza del Veneto ad una cosca siciliana che deve far un regalo allo zio G. di Roma. Come contropartita riceve una rubrica fissa su l’Europeo dal 1981 e l’invito come ospite fisso al M. C. show nel 1988
    Anno domini 1984 Elisabetta entra in B.casa editrice raccomandata da un vecchio autore. Diventa compagna di merenda del nipote del gerarca fascista G. Co.Gi., amministratore delegato
    1988. Cambio di a. con il mandrillo M.A. direttore editoriale B. Carriera veloce di Elisabetta aiutata da gusti bi-partisan di M.C.
    1995 diventa regista grazie al nuovo pigmalione E. G.
    Vittorio dopo una breve parentesi socialista, diventa nel 1992 deputato di F.I . Titolare della rubrica fissa “S. q. ” attacca i giudici e difende i mafiosi e corrotti.
    Fingendo di fare fronda occupa spazi del monopolio televisivo R. F.
    Nel 1995 la procura antimafia di C. lo incrimina per associazione mafiosa. Viene scagionato dopo una battaglia mediatica, sostenuta da piduista M. C. e da M.S. nella trasmissione T R
    Nel 2000 Elisabetta fonda con M. G. la M. finanziata dalla Provincia di Milano.
    2006 Dopo mercanteggiamenti tra destra e sinistra Vittorio approda come assessore alla Cultura di M.
    Nel 2006 trionfo bipartisan della M. con articoli marchette sul C. di D. M. e su altri giornali Elisabetta e Vittorio consacrati i fratelli terribili conquistano M.
    Dal patto della crostata al panettone di R F L’incucio continua. U.E. e M. Dell’U. finalmente sposi



indiani