Lo specifico filmico

5 settembre 2006
Pubblicato da

 

di Simone Ciaruffoli
 

natalia_aspesi.jpg

“Lei non sa chi sono io, mi faccia passare!”. Disse così Natalia Aspesi qualche anno fa sul limitare di una sala veneziana. Io ero presente.

Non la volevano fare passare, forse la sua frangetta costituiva un problema per chi pensa che un taglio fatto in quel modo sia impudico per una settantenne. O forse, più semplicemente, quelli non sapevano davvero chi era lei: Natalia Aspesi.

 Leggete questo pezzo (reperibile anche in rete) da La Repubblica, 22 maggio 2004

Molti critici si spazientiscono, le signore si inteneriscono. Nessuno sa raccontare l’amore come Honoré de Balzac, l’amore malinconico nel momento in cui non è ricambiato, l’amore che si consuma, che separa e diventa incancellabile nostalgia, “Papà Goriot”, è costato al suo scrittore cinque anni di tormenti, l’affanno di non riuscire a raggiungere la perfezione immaginata, interminabili revisioni e rifacimenti. Cristallizzato nei costumi di un’epoca, il glamour femminile oltre che esotico, è struggente e romantico: pettinature cotonate a torre, occhi disegnati dall’eye liner, lunghi orecchini pendenti, collane di perle, lussuosi abiti aderenti di lamé, scarpine chiuse a tacco alto, calze di seta, andatura ancheggiante e lenta, civetterie sentimentali, teneri silenzi e sguardi provocanti. Tanta bellezza hollywoodiana in un contesto d’epoca. Ma con quale eleganza si muovono le belle creature tra la miseria e l’abbandono degli arredi spregevoli, con quale passione si amano sui giacigli degradati, come conservano imperiosità, mistero, nobiltà, potere, lungo una strana vita vuota, dove sfugge il presente, si cancella il futuro, non c’è che il rimpianto.
 

La Aspesi rappresenta tutto quello che non dovrebbe essere un critico cinematografico: si vanta di non conoscere Kafka e di non sapere cosa o chi siano i presocratici; non sa vedere né leggere un film, quando scrive di un film lo fa senza conoscere le basi della scrittura critica e, tanto meno, non ha idea di cosa sia lo “specifico filmico”. Ha la frangetta.
 

Lo “specifico filmico” è quella cosa per cui riconosciamo che stiamo guardando un film invece che leggendo un libro o ascoltando Mozart. Lo “specifico filmico” è quella cosa sulla quale un vero critico (o teorico cinematografico, o analista cinematografico) si appoggia per costruire la sua relazione, la sua recensione, la critica.
 

Lo “specifico filmico” è l’immagine in movimento, la sua estetica. E’ il film. Ma: lo “specifico filmico” non è la sceneggiatura.
 

Pinzate le vostre orecchie e alzatele al cielo: lo “specifico filmico” non è nemmeno la grammatica e sintassi filmica. Almeno non più. Non più perché la grammatica e sintassi filmica si stanno ricostituendo. Sono in nuce. Buttate via tutti i manuali di grammatica e linguaggio cinematografici. Sono vecchi come i loro autori.
 

Un primo piano non significa più quello che voleva significare pochi anni addietro.
Per non parlare della zoomata.
E nemmeno del piano sequenza.
 

Prendete un film come Stay e capirete che nemmeno la dissolvenza va “recensita” come si faceva un tot di anni fa.
 

Diffidate quindi di chi in una recensione scrive di grammatica cinematografica come fosse ancora qualcosa di assodato e fermo. La grammatica in questo momento è un treno in transito, non puoi salirci. Puoi però fotografarlo è osservarlo con calma e distacco. Basta esserne consapevoli.
 

E diffidate di chi incensa o denigra il film solo e soprattutto per la sua scrittura, che non è il suo “specifico filmico”. Charlie Kaufman è uno dei cento uomini più influenti di Hollywood (Impero indiscusso dello “specifico filmico”), solo perché la quasi totalità del criticume cinematografico pensa che le sue sceneggiature siano il Cinema.
 

Le sceneggiature di Kaufman sono grandi sceneggiature. Ma stanno bene in un museo, non dentro un film.
 

Quando tengo i miei corsi di scrittura critica parlo spesso di “specifico filmico”. E sottolineo con forza che una critica che non sa cadere nella scaturigine del film, che non sa entrare con tutte le scarpe nel suo specifico, non è una critica. Quella di quel critico è stato solo un guardare, non una visione.
 

E tra i tanti ritagli di giornale di recensioni sbagliate (il 99% della critica quotidianista: dalla Detassis alla Bignardi, da Nepoti a Kezich a Porro a Fofi alla Martini…) che mi va di mostrare ai corsisti, c’è ne sempre una che suscita ilarità e divertimento. Una di Natalia Aspesi. Una su 2046 di Wong Kar Way. Una che mi sono permesso di ritoccare in due punti salienti: ho tolto Wong Kar Way e ho inserito Honoré de Balzac, ho tolto 2046 e ho inserito Papà Goriot.
 

Diffidate di chi non parla di “specifico filmico”. Chi non lo fa non recensisce un film ma, suo malgrado, parole. In Italia non esistono critici cinematografici, ma critici letterari loro malgrado.
 

Cosicché basta togliere titolo e autore a una recensione, e tranquillamente non capiamo di che mestiere si sta parlando.
 

In Italia non si recensisce e non si parla di “specifico filmico” semplicemente perché non lo si studia e quindi non lo si sa riconoscere.
 

La più grande fucina di sperimentazione del cinema è l’action movie. Senza questo de-genere il cinema oggi sarebbe indietro almeno di sessant’anni. Il cinema deve quasi tutto a questa ramificazione. Il motivo è semplice, l’action movie in cento e passa anni si è concentrato a testa bassa sullo “specifico filmico” facendolo crescere.
 

Detto ciò, non è un caso che l’action movie sia il genere più sottovalutato del cinema.
 

Cominciate a fare un passo verso la contemporaneità e smettete, almeno un po’, di criticare un film per come è scritto bene o male.
 

E se ve lo dice uno che con lo sceneggiare fiction ci campa.
 

Ora, tutto sta a capire che cosa sia “lo specifico filmico”. Magari la prossima volta.
 

“Lei non sa chi sono io!”
 

 

  

   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

127 Responses to Lo specifico filmico

  1. rose il 5 settembre 2006 alle 13:57

    Che esista “uno specifico filmico” lo sa chiunque abbia del buon senso, basta guardare i film tratti dai romanzi, stessa trama, stessi personaggi, stessa azione, eppure tutto è differente.
    Riguardo a Natali Aspesi che mi interessa il giusto, direi che la sua ” critica” cinematografica è una descrizione più o meno brillante delle diverse pellicole, infarcita di idee personali sui temi che trattano.
    Ma ora devi dirci qualcosa sullo “specifico filmico”. Il montaggio per esempio ha qualcosa a che fare?
    Rose

  2. cara polvere il 5 settembre 2006 alle 14:21

    lo specifico filmico è una modalità di linguaggio che consiste nell’inquadratura e nel montaggio che dovrebbe compensare il film senza diventare assoluto protagonista a discapito del contenuto.
    un po’ come la metrica etc etc per la poesia?
    scrivo prendendo tutto un po’ alla larga.

    un saluto
    paola

  3. diderot il 5 settembre 2006 alle 15:09

    non a caso stroncò un capolavoro come “eyes wide shut” – per non parlare poi della collega bignardi.

  4. dj il 5 settembre 2006 alle 15:14

    beh ma c’è un punto, la Aspesi è critica di moda, non di cinema. “Repubblica” la manda al festival per un semplice motivo: scrive meglio di molti coltissimi critici cinematografici che sanno tutto dello “specifico filmico”, ma non sanno scrivere.

  5. bruno esposito il 5 settembre 2006 alle 15:18

    Avevo sempre pensato che lo specifico filmico fosse una specie di equazione.
    soggetto + sceneggiatura + recitazione + musica + fotografia + altro = specifico filmico.
    Cioè la settima arte, che è la somma delle sei precedenti, diventa un’arte a sè stante grazie allo specifico filmico.
    Però non sono convinto che lo specifico sia tutto. Parlare dei dialoghi di un film non mi pare un crimine. Criminale è la Aspesi, ma questa è un’altra storia.

  6. dj il 5 settembre 2006 alle 15:23

    tra l’altro nell’elenco che ha fatto, Fofi se lo poteva risparmiare visto che parla più di libri che di cinema. Lo specifico filmico è quello che viene trattato nelle riviste specialistiche come “Cinefomum-Filmcritica-Segnocinema”, ovvero il critico è quello che ha una cattedra all’università (spesso di filosofia) e che si diverte a riempire riviste lette da pochi e capite solo da chi le scrive… Quindi vanno bene per gli specialisti, ma non sono sicuro che il pubblico che legge i quotidiani voglia sentir parlare di specifico filmico. Vuole solo farsi l’idea della trama e sapere se vale la pena buttare i soldi per andare al cinema.

  7. cara polvere il 5 settembre 2006 alle 15:39

    oliver stone.
    kubrik.
    alchimia tra specifico filmico, genio, sangue, talento, stregoneria e tutto un resto che chiunque uomo potrebbe pescare se solo andasse al di là delle suo dieci dita prensili, del suo cristallino autoinfibulato, e dei suoi quattro neuroni che tanto s’affatica a tenere sottovuoto.
    paola

  8. rose il 5 settembre 2006 alle 16:07

    Credo che di “specifico” si possa parlare per ogni forma artistica, non c’è anche lo specifico letterario? prendiamo, a caso , per esempio, la storia di Giulietta e Romeo , un intreccio da fotoromanzo, è lo specifico letterario che lo rende ben altro.
    Rose

  9. cf05103025 il 5 settembre 2006 alle 16:09

    So mica come prederla.
    Però la Aspesi non è da ieri che è sulla scena critica, l’Aspesi scrive di tutto di politica di persone di cazzeggio di moda, soprattutto è un ottima osservatrice del costume contemporaneo.
    Che poi ne sappia poco di specifico filmico,(che io è la prima volta che lo sento nominare), non mi meraviglia più di tanto.
    Tanto no: perché in Italia la critica mica la fanno gli addetti ai lavori, figuriamoci!
    Soltanto di letteratura scrivono parlano discettano letterati perchè d’altra parte qui sanno scrivere tutti o pressapoco.
    Ovvero, una volta mi incazzavo come un bisonte perché la critica d’Arte era ed è gestita da professorini docenti letteratini e pure amatori, per dire:
    adesso non mi arrabbio più, è un dato di fatto, il 98% dei critici delle arti non hanno mai preso un pennello uno scalpello un tela un barattolo di colla una saldatrice una taglierina una squadra un colore una cazzuola una macchina fotografica etcetera, in mano. I critici cinematografici, appunto, pure essi discettano di gusto, mai stati però dietro un oculare di una macchina da presa, mai combinato un tubo per capire per sapere per entrare davvero in quel difficilissimo mondo del costruzione di un film: vi sono opposti casi rari.
    Eppure il cinema resta l’arte più globale, quella che coinvolge più persone più tecnici esistente.
    Ma che dobbiamo fare in un paese in cui moltissimi studenti si sono stufati come pochi di fronte alle pagine di G.C.Argan che di arte ben poco capiva sentiva?
    Ritengo quindi che la Aspesi abbia i suoi pareri, sul costume mi piace, per il resto me ne fotto, è la responsabilità dei direttori di giornali dell’accogliere e scegliere critici esperti ed adeguati, è una consuetudine trita che andrebbe cambiata.
    MarioB.

  10. rose il 5 settembre 2006 alle 16:40

    @ MarioB

    Gli addetti ai lavori scolpiscono, impastano colori, disegnano, fotografano, confezionano splendidi costumi, realizzano macchine teatrali e scenografie, tutti gli altri, i critici, voglio dire, ne parlano, fatta eccezione come tu dici per la letteratura che si avvale di parole e quindi apparentemente alla portata di chiunque sappia articolarle un po’.
    rose

  11. tashtego il 5 settembre 2006 alle 17:01

    Fico!
    Qualcuno che si prende la briga di ribadire l’esistenza dello “specifico filmico” (tra virgolette rigorose e senza citare nemmeno, metti, Aristarco), affermando che comunque esiste, anche se non si sa cosa sia, e fidatevi di me che ci campo, di sceneggiature.
    Una cosa che si potrebbe definire imbarazzante se non fosse comica per l’esplicita et maldestra (forse ingenua) supponenza.
    Bello poi sparare sulla Aspesi, che è un bersaglio facile facile e oltre tutto molto fermo: “la Aspesi non capisce un cazzo di cinema! Fidatevi di me che son sceneggiatore e c’ho pure il corso”.
    Mi fermo qui, perché rischio anch’io di sparare su un coniglio di pezza.

  12. roberto il 5 settembre 2006 alle 18:24

    “E tra i tanti ritagli di giornale di recensioni sbagliate (il 99% della critica quotidianista”)…”. Fortunato percentile, quello dell’autore.

  13. maline il 5 settembre 2006 alle 18:48

    Ihhhhhh! Quanta supponenza!
    Sparare sull’Aspesi è davvero, per riprendere tashtego, come sparare sul pianista.
    E alla fine l’invito alla prossima puntata per sapere cosa sarà mai lo “specifico filmico”… Che sia il seguito di “Dorellik” (qualcuno della mia generazione lo ricorderà)?
    Infine… che qualcuno non sappia chi sono io l’ho sempre trovato rassicurante. L’invisibilità è nell’epoca dei Big Brother un bene da coltivare ;-)

  14. STEVE O il 5 settembre 2006 alle 18:55

    Sta di fatto che se la sceneggiatura fa schifo spesso fa schifo il film.
    L’Aspesi poi scrive bene, e chi se ne frega se non sa dello “specifico filmico”.

  15. STEVE O il 5 settembre 2006 alle 19:03

    Ce ne fosse mezzo di Charlie Kaufman in Italia!
    Ce ne fosse mezzo di Spike Jonze o di Paul Thomas Anderson.
    Qui in terra facciamo troppo sul serio con la cultura lassù in cielo si divertono.
    RRRROOOOCKKANDROOOOOOOOOOOOLLLLL!

  16. stefano zangrando il 5 settembre 2006 alle 19:44

    …e in tutto questo pro e contro Aspesi, pro e contro Ciaruffoli, 2046 e lo stile e la visione di Kong Kar Wai se ne vanno in malora.
    Vedi alla voce, oggi diffusissima: come usare le opere d’arte a scopi extra-artistici, possibilmente autopromozionali.

    A dieu

  17. franz krauspenhaar il 5 settembre 2006 alle 20:11

    mi rendo conto che questo pezzo di simone ciaruffoli possa risultare urticante. mi è piaciuto soprattutto per questo e l’ho pubblicato con piacere. caro stefano, da qui si puo’ partire per una discussione su cosa sia oggi, in italia, la critica cinematografica. nel momento in cui io, per esempio, affermo che una zoomata oggi non va interpretata più come prima, propongo un mio modo di vedere la “realtà filmica”; che a quanto pare dovrebbe essere nuovo. se faccio dei nomi di critici quotidianisti in contrapposizione al mio modo di fare critica, è nel mio sacrosanto diritto. così com è nel mio sacrosanto diritto, tra le righe, volente o nolente, autopromozionare il mio “sguardo”.
    sarà interessante, io credo, conoscere da parte di simone e di altri la questione di quanto lo “specifico filmico” pesi, nel giudizio complessivo di un film, rispetto alla scrittura, al “romanzo” dello stesso.

  18. temperanza il 5 settembre 2006 alle 21:30

    A me la Aspesi è simpatica, non ha mai sostenuto di essere una critica cinematografica, è una brillante e ironica critica del costume, sempre di cattivo umore, credo anche di cattivo carattere, grande dote, in un paese di tanto buon carattere. Probabilmente ha letto Kafka e sa anche chi sono i presocratici e il fatto che lo neghi le fa guadagnare un punto, ai miei occhi, e poi, come dice STEVE O, la mandano, e la mandano soprattutto perché scrive bene, non perchè ci deve illuminare sullo specifico filmico, che certamente metterebbe tra le cose che non conosce, come Kafka.

  19. temperanza il 5 settembre 2006 alle 21:46

    “forse la sua frangetta costituiva un problema per chi pensa che un taglio fatto in quel modo sia impudico per una settantenne.”

    Chi pensava che fosse impudico aveva forse letto Kafka, ma non aveva mai visto un ritratto della Achmatova.

    La scelta della frangetta dipende quasi sempre dall’attaccatura dei capelli.

    Ciaruffoli, non so … qualche argomento migliore?

  20. marco v il 5 settembre 2006 alle 22:00

    …qualunque cosa sia lo ‘specifico filmico’, ci andrei cauto con certi giudizi sulla sceneggiatura o sull’action movie. Sta di fatto, ad esempio, che la crisi del cinema italiano passa per la crisi delle sceneggiature: l’epoca d’oro del cinema italiano (in particolare della commedia, ma non solo) corrisponde ai grandi sceneggiatori. Quando penso – e faccio un piccolo esempio, il primo che mi salta in mente – a quei giorni e a quelle notti avanti e indietro in macchina per la capitale di Fellini con Pasolini al suo fianco a parlare con le prostitute durante la scrittura dei dialoghi delle ‘Notti di Cabiria’ penso (magari mi sbaglio..) all’esatta ragione per cui certi film non li sappiamo più fare… c’era tutto in quel cinema. Era scritto bene, pensato, girato con maestria, recitato alla grande (uno dei miei film preferiti, ‘Una vita difficile’, quanto deve, in maniera inscindibile, a Rodolfo Sonego e alla interpretazione di Sordi? E’ un nodo che non ha senso sciogliere). Non so se l’action sia lo specifico unico di oggi (forse sì, forse ‘Matrix’ conta oggi quanto le carrellate di Ford 60 anni fa), però una cosa la so: la grammatica del cinema prevede al suo interno più forme. E lo prevederà per sempre, perché il cinema è una tecnica: a meno che non si faccia animazione, se hai a che fare con realtà fisiche non puoi andare oltre certi limiti e non puoi schivare certi obblighi. Comunque sfido chiunque a dire che Sokurov non fa cinema, eppure il suo ‘Madre e figlio’ non ha azione, quasi non ha dialoghi. Non lo scambierei con l’intera cinematografia di Hong Kong…

  21. stefano zangrando il 5 settembre 2006 alle 22:01

    Franz, scusa, ma mica me la son presa con Ciaruffoli, di cui non conosco troppo bene lo “sguardo critico” e che ci avrà pure diritto di fare quello che tu dici; lui del resto mica voleva recensire Kong Kar Wai, ma sputtanare la Aspesi. Io invece ho solo preso al pretesto questo thread, e in particolare i commenti sulla supponenza del tuo amico e/o sull’incompetenza di Leinonsachisonoìo per un’osservazione generale, di quelle che ti permettono di tirar fuori le tue idiosincrasie più profonde. (In altre parole, ho lavorato tutto il giorno, ero stanco, soffrivo il caldo, mia moglie mi ha piantato in asso, l’editore mi ha tirato pacco, ho esagerato col vino, ho mangiato pesante, ho i nervi a pezzi ecc. ecc. finché non ho visto questo thread.)

  22. franz krauspenhaar il 5 settembre 2006 alle 22:05

    la frangetta è una cosa orrenda.
    parliamoci chiaro:-)

  23. franz krauspenhaar il 5 settembre 2006 alle 22:11

    la achmatova era una bella figa
    :-)
    però.

  24. Lucy Van Pelt il 5 settembre 2006 alle 22:11

    lo “specifico filmico” e’ una cagata pazzesca (cit.)

  25. temperanza il 5 settembre 2006 alle 22:21

    Frangetta libera!

  26. temperanza il 5 settembre 2006 alle 22:27

    Non sarebbe possibile avere una foto a figura intera di Ciaruffoli?

    Solo per poter giudicare lo specifico pilifero e vedere se è orientato nel verso giusto?

    Non sarà mica calvo?

    Se è calvo c’è conflitto di interesse-)

  27. STEVE O il 5 settembre 2006 alle 22:50

    Con gli ultimi post lo specifico filmico è andato a farsi fottere.
    SCHREEEEEEEEEAK!

  28. Jeanne Moreau il 5 settembre 2006 alle 22:58

    Anch’io avevo la frangetta.

  29. Simone Signoret il 5 settembre 2006 alle 22:59

    perché, io no?

  30. Amelia Rosselli il 5 settembre 2006 alle 22:59

    presente

  31. Natalia Ginzburg il 5 settembre 2006 alle 23:00

    c’è

  32. Elsa Morante il 5 settembre 2006 alle 23:01

    eccola!

  33. temperanza il 5 settembre 2006 alle 23:04

    :-)

  34. krizia il 6 settembre 2006 alle 01:12

    lo stile è frangia!

  35. valentina crepax il 6 settembre 2006 alle 01:21

    Parliamone, della frangia più sognata…

  36. d.o.c. il 6 settembre 2006 alle 02:58

    frangia
    -corta!

  37. temperanza il 6 settembre 2006 alle 09:10

    @Ciaruffoli, posso dare un consiglio non richiesto? la prossima volta attenzione alle vecchie impudiche, sono vendicative.

  38. Yog-Sothoth il 6 settembre 2006 alle 10:28

    “E sottolineo con forza che una critica che non sa cadere nella scaturigine del film, che non sa entrare con tutte le scarpe nel suo specifico, non è una critica.” cadere nella scaturigine? è come cadere nel cesso?
    Comunque: io butto i manuali di grammatica cinematografia, ciarù, tu però compra quelli di bella scrittura, ok?

  39. gianni biondillo il 6 settembre 2006 alle 10:33

    D’accordissimo sul fatto che la critica legge i film, non li guarda. E chi scrive le sceneggiature, in Italia, tende a scrivere libri non sceneggiature e tutto si imbolsisce. A questo aggiungeteci la “sindrome del genio assoluto” che colpisce i registi nostrani, coadiuvati dai critici, che credono che il film è opera SOLO del regista e tutto il resto è di poco conto. Abbiamo così registi che
    1) hanno fatto studi universitari letterari o filosofici (ma nessuno studio artistico-visivo-tecnico-etc. cioè specifico filmico)
    2) E che in ogni caso le sceneggiature se le scrivono da sé o se hanno da girare una sceneggiatura d’altri la modificano nel profondo (perché, appunto, sono geni assoliti, loro, e gli altri merda fritta)

    Come la vedo io: il film non è del regista, non è dello sceneggiatore, non è degli attori, non è del montatore, non è dell’autore della colonna sonora, e tc. etc. ed è di tutti loro (anzi: molto spesso il film è del produttore esecutivo, ma questo è troppo lungo da spiegare)
    Il cinema è scrittura collettiva, insomma. Spesso emergono personalità più forti che danno la sensazione che il film appartenga ad uno di essi (in certi casi l’attore, in altri il regista, altre volte ancora lo sceneggiatore, etc.) ma non è una legge universale. (la grande commedia all’italiana – tipo i soliti ignoti- era fatta di attori e storie, più che di registi, in altri casi -vedi Fellini o Antonioni- il regista soverchia, etc.)

    Vi devo lasciare, sono ospite, non ho internet e non l’avrò per giorni.

  40. Simone Ciaruffoli il 6 settembre 2006 alle 10:43

    @marco v
    La commedia all’italiana è uno dei momenti storici più sopravvalutati del cinema. Importanti sceneggiature è vero, ma regie grigie. Sopravvalutati quei registi (si prenda qualsiasi altro film di quel periodo non italiano e si vedrà quanto la regia italiana sia maledettamente arretrata e scontata), i quali, senza più quelle sceneggiature e senza più quegli attori mattatori, sono deceduti. Deceduto Monicelli, deceduto Risi e anche Scola. Il periodo storico sul quale si dibattevano quelle scritture è terminato, e subito sono terminate quelle scritture. Chi le tramanda oggi è ridicolo e stantio.
    Se quei registi fossero stati grandi, indipendentemente grandi, oggi avrebbero fatto grandi film con o senza gli stessi sceneggiatori, con o senza gli stessi attori.
    E non tirate fuori che sono anziani: Oliveira, Resnais (quest’ultimo presentato a Venezia è davvero bello), Godard, Rohmer, Rivette sono anziani. Kubrick lo era. Ma questi e cento altri continuano a fare film molto interessanti, molto avanti.
    Il motivo? Sono dei grandi registi, indipendentemente dalla scrittura e dagli attori con cui lavorano.
    Wilder era meravigliosamente interessante anche a volume azzerato, nel momento in cui i tre italiani di cui sopra, a volume azzerato, non avresti resistito due secondi. Solo scrittura, niente regia.
    Forse per chi non è addentro quotidianamente nelle discussioni sul cinema del passato e di quello contemporaneo, per chi non frequenta le rotonde sullo stato degli studi critici, quello della sopravvalutazione della commedia all’italiana può sembrare, giustamente, un’eresia, ma questi sono i rapporti degli ultimi anni. Rapporti non dei poltroni delle facoltà italiane, ma delle nuove leve, dei giovani studiosi.
    Sokurov è cinema all’ennesima potenza. Non fraintendiamoci.

    @STEVE O
    Chi non sa dello specifico filmico non sa del Cinema.

    @ (per tutti)
    Questo pezzo può sembrare presuntuoso, forse lo è, ma la frangetta e altre due tre piccole menate sono da considerare fronzoli ironici di poco conto. Al di là di questo, bisogna però tenere conto di una cosa importante: conosco personalmente tutti i giornalisti sopra citati. Li conosco e sanno bene cosa penso e scrivo di loro. Mi sono scordato tuttavia di inserire pure Alessio Guzzano, sul quale mi sono pronunciato pubblicamente, e sulla quale pronuncia Mereghetti pubblicamente ha avuto non poco da dire.
    Mi firmo col mio nome e cognome, e mi scaglio contro una categoria cui mio malgrado appartengo.
    Se questo può sembrare presuntuoso mi sta bene. Ma non uso un nickname, ok? Con questo non ci faccio il figo, usare nome e cognome è un mio dovere.

  41. temperanza il 6 settembre 2006 alle 11:26

    @Ciaruffoli

    spero, quanto a me, di non avreti offeso, non era mia intenzione, è che la tua attenzione all’aspetto fisico della Aspesi non è solo un fronzolo ironico, è una diminuzione dell’altro attraverso la sua persona, più che attraverso le sue competenze, e dunque quello che è seguito sta nella linea “chi di frangetta ferisce, di frangetta perisce”.

    Detto questo mi pare giusto tornare al cinema, e allo specifico filmico:-)

    Però la polemica sul nick name, no, quella no, abbi pietà.

  42. marco v il 6 settembre 2006 alle 11:51

    caro Ciaruffoli,

    non intendevo difendere per forza la commedia all’italiana – sono abbastanza d’accordo: se quel cinema ha avuto tanto bisogno di sceneggiature molto ben scritte e ben interpretate così che una volta venute a mancare è caduto come un castello di carte, questo non può che essere un limite oggetivo rispetto a scuole, come quella francese, che sta invecchiando meglio.
    Volevo però dire che quel cinema era grande cinema, che vinceva premi e strappava applausi in tutto il mondo (e non solo Hollywood: anche i francesi e i loro registi amavano il nostro cinema nel dopoguerra). Dunque la scrittura cinematografica, le sue componenti – che credo contribuiscano chimicamente all’emersione dello ‘specifico’, ma mi sono persuaso che lei non sia d’accordo – artigianali possono e credo potranno sempre fare grande cinema. Bello in effetti l’esempio di Wilder: abbassiamo il volume, ma siamo proprio sicuri che ‘La fiamma del peccato’, ‘Giorni perduti’, ‘L’asso nella manica’, ‘L’appartamento’ non ne risentirebbero..?.. mah… non ha mica girato soltanto ‘A qualcuno piace caldo’! ;)
    Comunque leggendola m’è proprio venuta la voglia di continuare il discorso, la riflessione… aspettando ovviamente l’agognata seconda parte su questo benedetto ‘specifico’… ;p

  43. Yog-Sothoth il 6 settembre 2006 alle 12:59

    adesso che sappiamo che tu li conosci tutti di persona e che vai alle rotonde, che campi di sceneggiature per fiction, che fai i corsi, e tutte le altre informazioni sulle tue straordinarie capacità e competenze che ci hai voluto gentilmente fornire in queste poche righe… possiamo dormire tutti più sereni: grazie!

  44. susanna il 6 settembre 2006 alle 13:08

    miiiinkia lo specifico filmico! e che sarà mai??? una mancanza di distinzione del Ciaruffoli tra critica e saggistica?
    direi piuttosto un’ottima tecnica per invogliare alla lettura

    Definzione internettiana di “Specifico filmico”:
    Nota caratteristica del linguaggio filmico, che lo distingue dagli altri linguaggi. Consiste nell’inquadratura e nel montaggio.

    accidenti, quest’epoca di internet toglie la suspance della seconda puntata, a meno di spostare la discussione sull’autorevolezza delle fonti. ahiahiahi

    (Ai tempi di Shakespeare il pubblico, che in gran parte non sapeva leggere nè scrivere, riusciva a capire Shakespeare, guardandone le opere, abituati ad ascoltare e guardare per capire. Ora il vecchio Willy è più letto e studiato che guardato a teatro, ed è per gente colta, coltissima, in fatto di letture, ma che forse non sa più capire guardando e ascoltando. Dove stiamo andando????)

  45. tashtego il 6 settembre 2006 alle 19:12

    Non mi sarei aspettato che qualcuno ritirasse fuori la storia dello specifico del cinema come mezzo espressivo.
    Questo sì che mi sa di stantìo.
    E invece, quando meno te lo aspetti, ecco che ti salta su uno e di punto in bianco ti butta lì che la Aspesi non capisce una ceppa di cinema e che non ha letto kafka e soprattutto manco sa che vuol dire “specifico filmico” occupata com’è a mettersi a posto il frangettone.
    Un fulmine a ciel sereno, molto, ma molto, “urticante” per noi che ci siamo dovuti risvegliare di colpo da un’estasi adorante per lei che durava da decenni.
    Queste sono cose che si dicono con la dovuta cautela.
    Ma forse si voleva solo épatare il borghese o poco più.
    L’iconoclasta in questione, come uno sfrenato situazionista anni sessanta si scaglia poi sui nostri tesori culturali più sacri e inviolabbili, come la COMMEDIA ALL’ITALIANA, affermando senza mezzi termini che Scola è una pippa.
    Monicelli e Risi così così.
    Però che Scola fosse una pippa e Monicelli e Risi così così era, a dirla tutta, un’altra cosa assodata e si pensava di non doverci tornare più sopra, esattamente come era accaduto per lo “specifico filmico” attorno ai primi settanta, per come io ricordo la cosa.
    Però nella vita non si può mai dire.

  46. STEVE O il 6 settembre 2006 alle 19:21

    amen

  47. C. Ragazzi il 6 settembre 2006 alle 19:26

    provate

    TOUPETTA
    la frangetta
    frangi e getta!

  48. Mayfly il 6 settembre 2006 alle 21:34

    Stasera tutti a vedere la partita
    Frangia – Italia

  49. La Lipperini il 7 settembre 2006 alle 10:17

    Franz, ci vediamo domani mattina alle cinque dietro il convento delle carmelitane. ma dico: offendere così le portatrici di frangetta!

  50. Paolo S il 7 settembre 2006 alle 15:15

    Caro Franz – grazie per averci dato ossa per i nostri denti!

    Sparare su Simone Ciaruffoli è facile perché il testo invita. Il suo pezzo è “retorico”, confuso e contraddittorio in molti punti. Ma è pure mal costruito da un punto di vista retorico! Non funziona neppure la sua “captatio benevolentiae”, viste le barricate pro-frangetta e pro-Aspesi (lo dco io, che non la sopporto) prontamente erette da indiane, indiani e passanti.

    Detto questo, Simone, attendo la pars costruens sullo specifico filmico, perché i tuoi giudizi sono sensati, e sono convinto come te che le grammatiche dei film siano tutte da riscrivere.

    Omaggi,

    P

  51. Simone Ciaruffoli il 7 settembre 2006 alle 15:25

    @Paolo S

    Contraddittorio in molti punti?
    Assolutamente no…

    Dal punto di vista retorico è perfettamente costruito.
    Rileggilo e prova a capire per quale motivo è costruito in quella maniera.

  52. Paolo S il 7 settembre 2006 alle 15:50

    Non vorrei ingaggiare un dibattito nei comment. Se Franz acconsente, ti scrivo postando a lui, visto che non ho la tua email!

    Paolo

  53. louisevargo il 7 settembre 2006 alle 15:57

    Tutte queste affermazioni e poi la rivelazione:”…tengo […] corsi di scrittura critica” (“i miei corsi” è un po’ troppo carico, no?). Bisogna diffidare più dei critici cinematografici o di chi tiene “corsi di scrittura critica”? Gara combattuta.
    Complimenti per il dissing con tanto di “explicit lyrics”, però ecco, magari basta coi “corsi di scrittura”, per giunta “critica”, che non si spinge fino all’essere “creativa”, ok, però sempre cr-
    louisevargo5

  54. G. Pontiggia il 7 settembre 2006 alle 22:19

    Ricordava con stupore retrospettivo l’entusiasmo che in anni lontani avevano provocato in lui i dibattiti sull’estetica del cinema, nelle catacombe dei convegni.
    La ricerca dello specifico filmico lo aveva appassionato, senza che vi sospettasse l’influenza di una moda. Come tutti quelli che la subiscono, credeva semmai di concorrere a promuoverla. E l’eterna illusione degli intellettuali, di camminare sul crinale dei tempi per arrivare al culmine della storia e ai crocevia dell’eternità, gli faceva sentire come definitivi i termini di un dibattito di cui nel contempo si proclamavano i limiti. Liberandosi dai contatti promiscui con le altre arti, il cinema doveva svelare la sua essenza cristallina di Decima Musa. Mineralogia, culto della purezza e della razza ispiravano il lessico di quelle discussioni, dove si sfiorava anche il tema del destino e dove le parentesi che si aprivano nel discorso volevano racchiudere, brevemente, tutto. C’erano sempre spettatori che, frementi di timidezza e di orgoglio, alzavano pallidi la mano e lanciavano, con una serie di suoni articolati, la loro sfida all’universo. Alcuni, sopraffatti dall’emozione, uscivano subito dopo dalla sala sotterranea e, incespicando nei gradini, sbucavano su una strada notturna invasa dalle automobili in sosta.
    Era successo anche a lui.
    Altre volte i dibattiti si prolungavano fino a quel limite che, insieme con l’orario della sala, è capace di interromperli: la spossatezza. Provati da vertigini logiche che ambivano alla precisione del linguaggio matematico e illusi da analisi capziose la cui perfezione durava finché un altro non interveniva a confutarla, gli spettatori abbandonavano la sala svuotati di energie, esausti e insoddisfatti. Non c’è come accanirsi in una discussione per scoprirne l’inutilità. E toccare il fondo suscita un unico desiderio, risalire alla superficie.

    (da La grande sera, ed. riveduta, Milano, Mondadori, 1995.)

  55. temperanza il 8 settembre 2006 alle 14:18

    Mah, da tutti questi commenti mi viene da trarre questa conclusione: c’è chi ha uno specifico più specifico degli altri, al cinema qualcuno lo concede, alla letteratura no.

    Ogni volta che tento di parlare qua e là, sia pure per vie traverse e senza nominarlo, dello “specifico letterario”, qualcuno sposta subito verso –> io, tu, noi, lui.

    Lo specifico è morto, il pronome se la ride.

  56. mag il 8 settembre 2006 alle 16:56

    Io aspetto solo di vedere che diavolo ha combinato David Lynch nel suo ultimo film, mentre mi rifiuto di vedere D’Amelio.

  57. Simone Ciaruffoli il 8 settembre 2006 alle 17:17

    L’ultimo di Lynch impressiona. Sconvolge. Ancora di più.
    L’ultimo di Amelio siamo sempre lì. Gira in Cina ma non la vede, avrebbe potuto girare a Trezzano sul Naviglio e non sarebbe cambiato nulla.

  58. mag il 8 settembre 2006 alle 17:40

    dubito che un italiano sappia introdursi nella Cina. rimane nel suo solito banalissimo orizzonte di senso della media virtus del compromesso.quello che dice, quello che pensa, come lo pensa, un altro sul genere di Ozbeteck.

    ecco non dovevi dirmelo di Lynch…lo so che devo andare a scoprirlo. chissà cosa mi muove….

    m’incuriosisce pure la nostra italiana enigmatica diretta dal regista francese….sento che è un bel film.

  59. franz krauspenhaar il 8 settembre 2006 alle 19:03

    sono contento di avervi dato pane per i vostri denti.
    @loredana.
    scherzavo al 100%. la frangetta innanzi tutto, in una donna. poi il resto. un bacione.
    @ciaruffoli &tashtego e mille altri: la commedia all’italiana una pippa? Disintossicatevi dall’alcol, o dalle droghe. datemi retta.

  60. bruno esposito il 8 settembre 2006 alle 19:10

    Commedia all’italiana da buttare ? Mica d’accordo. E poi tra Risi o Minicelli e Scola ci passa una cifra. Quest’ultimo sa usare la macchina da presa, scrive il film. Gli altri due erano bravi in altro.
    E poi giudicare il fenomeno della commedia parlando di registi è assurdo, anche per un bravo critico. Quel filone era un cinema di interpreti, non di registi. Sordi, Mastroianni, Tognazzi, Gassman, Manfredi, Vitti, Cardinale, questa è la commedia all’italiana. Togli l’audio al finale de “La grande guerra” o “I soliti ignoti” e restano grandi film.
    Così come molti classici di genere sono legati all’attore prima che a tutto il resto del cast. Pensate che Casablanca senza Bogart sarebbe stata la stessa cosa ?
    Così come Amelio è bravissimo.
    ‘Sta cosa di dire “Lynch è divino e Amelio fa cagare” l’ho già sentita da qualche parte.

  61. franz krauspenhaar il 8 settembre 2006 alle 19:19

    perfettamente d’accordo con esposito, avrei scritto la stessa cosa, grazie bruno per averlo fatto tu.

  62. mgd il 8 settembre 2006 alle 21:01

    io mi sono limitata a sentire una sua intervistra a rai3 in questi giorni,
    e m’innervosisce, il problema è che non m’interessa di sapere il perchè.

    Commedia all’italiana, grande certo, come per esempio il dramma della gelosia rappresentato da Giannini, Mastroianni, Vitti.

  63. ancora uno il 8 settembre 2006 alle 22:02

    Mi piace che parlate bene o male dei film prima di averli visti… Sarà questo il parlare sullo “specifico filmico”??
    Comunque visto che la tendenza è questa lo si può fare anche per un libro solo sfogliato come quello di Ciaruffoli su EWS… Ad occhio, chili e chili di stravecchia psicologia… Sarà lo “psichico filmico”???

  64. ancora uno il 8 settembre 2006 alle 22:08

    Si può anche dire che Lynch è un regista in pensione, dopo LH, ha alzato bandiera bianca, lo si può vedere in questi giorni su blob cosa sono i suoi ultimi film…. un noiosissimo blob appunto, senza un minimo di mistero, sempre più grottesco e sempre meno allusivo. Nessuno potrebbe oggi dire quelli che Rondi disse del suo “Blue Velvet” (un film pornografico da rifiutare al festival), perché ha gli artigli ben spuntati. Quindi il Leone d’oro ad una carriera (finita) è strameritato per lui. Amelio invece ha (l’ultimo non l’ho visto) in generale un rigore che lo preserva dallo “svacco filmico”

  65. Yog-Sothoth il 8 settembre 2006 alle 22:56

    @s.c.

    simone, per dio! proprio tu nn puoi farci il pippone sui nick! tu che hai fatto della moltiplicazione miracolistica dei nick (e tutti a scopo autopromozionale, come questo “coraggioso” pezzo contro la aspesi del resto) uno dei tuoi marchi di fabbrica!
    o vogliamo chiedere a susanna in questa colonna di commenti?
    ma soprattutto cosa dire di questo link a ibs per il tuo libricino su kubrick?
    http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1&c=FFF39TKK1YKFF
    “Un libro illuminante, ciaruffoli è un teorico eccelso e sta diventando anche il mio critico preferito.”… “Veramente una rivelazione lo scritto dell’ottimo autore di questo interessante libro.” o il geniale “E’ più bello del film!”.
    Quando poi arriva una persona vera a dire che sì è un libro carino sebbene uno o due gradini sotto ad altri, ecco che arriva il Vero Genio, nelle vesti di “Francesca”, a dire addirittura: “L’ho letto anche io. Bellissimo! Solo una cosa al commento qui sotto. Direi invece un gradino o due gradini sopra le analisi di Creminini. Anche perché Ciaruffoli mette in piedi un’analisi semiologica e una psicanalitica. Molto più profondo delle analisi di Cremonini. E poi Ciaruffoli ha il merito di essere stato il primo in Italia a chiarire i dubbi su Doppio sogno, sulla festa in maschera, sulla donna misteriosa e altre cose. In sintesi un libro scritto da un vero genio.”
    Veramente geniale la pervicacia con cui cerchi l’autopromozione per essere cooptato in quel mondo di resti, ahime, ai margini.

  66. magda mantecca il 9 settembre 2006 alle 10:53

    Cosa puo’ accomunare la tensione di autori come Haneke, Kubrick, Lynch,Greenaway? Credo sia la predisposizione alla speleologia e alla iperlunarità delle pieghe d’anima, una intima inquietante movenza impregnata dalla inevitabile matrice psicanalitica della contemporaneità, declinata in forme d’immagine talora pittoriche altre mostruose, ma sempre rispecchianti istanze taciute, negate, tabù ancestrali di pulsioni mai indagate che spesso nessuno osa neppure confessare.
    Questo credo sia il motivo per cui questi autori suscitano tanto sgomento, inquietudine, disgusto, sconvolgimento.
    E’ la nostra natura mostruosa che ci sconvolge, perchè loro, gli autori, benchè geniali, non possono che essere solo translitteratori, interpreti di sotterranei movimenti gelidi e lavici, residuali psichici di esistenze irrisolte.
    A mio avviso, sono tra gli autori che piu’ peculiarmente riflettono l’estetica della contemporaneità, il sentire confuso e inquietante di chi, dopo avere abbatturo altari, dissacrato liturgie, minato sicurezze, si trova desolato esiliato ed estraneo in casa propria, la propria mente ormai senza guida, senza dio, senza controllo dogmatico, finalmente libera di distruggersi o di guardarsi, semplicemente.
    Le loro immagini, lungi dall’essere banali trascrizioni pulsionali, celano, e svelano a chi vuole sintonizzarsi su questo terreno paludoso, l’anima che vomita contro il cielo, contro il mondo, contro se stessa cio’ che mai ha accettato, cioè l’essere, anche, luogo di violenza originaria, motivo ancestrale e autentico di allontanamento, sacrificio, ritualità, mito.
    Cosi Lynch nell’ultimo fotogramma di Mulloholland drive, dove ripropone i genitori della protagonista come figure lillipuziane, sottolinea la via verso l’antiedipo di Deleuze, e Kubrick erige controaltari orgiastici quasi a dirci che la sacralità è inevitabile, il rito è necessario per esorcizzare il maligno,chiamandolo e allontanandolo; mentre Greeaway, piu’ sentimentalmente, dipinge desideri e ambizioni, lontane ormai dalla vita reale, e Haneke si ricollega invece violentamente al desiderio dell’omicidio, della distruzione, al piacere dell’annullamento violento e rapido.
    Paragonare questo alla cinematografia italiana da stili diversi e contenuti lontani, sarebbe come obbligare un alcolizzato a bere acqua fresca.

    Mag

  67. mgd il 9 settembre 2006 alle 11:09

    questo senza nulla togliere ai nostri registi, ma accettando semplicemente che esistono anche altri modi di rappresentare l’inconscio, e una volta incontrati, difficilmente si rimane indifferenti e non si torna sul “luogo del delitto”.
    Pericolosi, dolorosi e irreversibili processi di autoconsapevolezza, scomodi come sostare in una discarica emotiva, un sotteraneo sanguinante, una natura morta vivente, una soffitta esplosiva.

  68. bruno esposito il 9 settembre 2006 alle 12:21

    @mgd
    dotta e corretta analisi ma vorrei farti notare che gli autori che citi non possono essere accostati ai nostrani padri e padrini della commedia in quanto il cinema d’autore sta alla commedia come ( e qui ti rubo il parallelo ) l’acqua all’alcool. Se proprio vuoi fare paragoni devi farli con Fellini, Pasolini, Antonioni e altri. E se proprio li vuoi fare ti accorgi che in fondo questo nostro povero cinema non ha così tanto da imparare da Lynch o Greenaway. Che a mio avviso restano i due atuori più sopravvalutati della storia mondiale del cinema di tutti i tempi. Ma io non ne capisco molto.

  69. Simone Ciaruffoli il 9 settembre 2006 alle 14:03

    @ancora uno
    Yog-Sothoth
    susanna
    e non so quanti altri… che tanto siete la stessa persona (ma magari mi sbaglio…), e addirittura penso anche di aver capito chi sei. Non vorrei farti prendere un collasso, ma sia Amelio che Lynch io li ho visti. Anzi, non so come tu possa pensare il contrario.

    Per quanto riguarda i commenti al libro che tu bravo riporti, caro nemico di vecchia data e mio acerrimo lettore, non è roba del mio sacco. Ma mi fa piacere che tu possa pensare che io sia tutte quelle persone.
    Perché io, al contrario tuo, non mi vergogno di farmi promozione quando posso. L’importante è averne di roba per cui farsi promozione.
    Pensa invece tu, che nemmeno al tuo nome riesci a fare promozione, così costretto e ingabbiato in quei nick.
    Ma mi chiedo, Yog-Sothoth (questo tuo nick non mente!), ma non hai voglia di dirmi tutte quelle belle cose col tuo nome e cognome? Con la tua faccia, insomma.
    Cavolo, io al posto tuo morirei dalla voglia di farlo. Un conto e farsi promozione sotto mentite spoglie, un conte è sbugiardare una persona, lì ci vuole il proprio nome, lì è d’obbligo.

    Mentre per il mio libricino svogliatamente letto, che non ti piaccia, mi spiace. Ma occhio a non nominarlo più e a likarlo su ibs, così mi fai promozione.

  70. mag il 9 settembre 2006 alle 14:12

    Non è tanto importante quello che sono loro, le loro capacità, quanto cio’ che suscitano, il potere evocativo e catartico. Spero almeno che tu ponga Kubrick tra i massimi registi del 900, gli altri sono autori troppo introspettivi, surreali per raccogliere consensi unanimi, e spesso sono decantati anche per il loro grande impatto massmediale.
    Non ho paragonato i registi in termini ne tecnici ne ermeneutico, ma dal punto di vista emotivo.
    Invece se volessimo tratteggiare un profilo autorevole dei registi italiani, quindi coloro che hanno saputo cogliere il telos dell’italianità rappresentandola internazionalmente e nazionalmente in modo simmetrico rispetto sia alla realtà, lo stile autentico, i contenuti e i sentimenti genuini, certamente gli autori che citi sono esemplari, come tutti quelli del realismo e neorealismo, ma vorrei sottolineare dei grandi come Francesco Rosi, Renzo Martinelli, che in qualche modo possono essere accumunati ai registi sopracitati per la capacità di narrare il nascosto, il segreto, il tabu’ sociale, e farlo percepire, sentire.
    Ecco realismo, denuncia e commedia potrebbero essere le nostre cifre stilistiche cinematografiche identificative d’italianità.
    Mi aspetterei dalle giovani avanguardie maggiori capacità introspettive, maggiori spessori.

  71. mag il 9 settembre 2006 alle 14:18

    Io invece i film non li ho visti, ma vorrei chiedere cosa accomuna per esempio d’Amelio a Wong car way o ad altri registi cinesi e in che cosa si possa evincere una sua qualche forma di “oreintaleggiamento” nell’ultimo film.
    Mostra contaminazioni a mandorla?

  72. mag il 9 settembre 2006 alle 14:39

    Veramente non avevo letto neanche questo post di Simone, e adesso mi chiedo che autore inserirebbe nella mia recensione estemporanea su 2046 .-) l’importante è che non mi paragoni alla Aspesi, preferirei come bruttezza la Menapace.

  73. Simone Ciaruffoli il 9 settembre 2006 alle 15:00

    @krauspenhaar e Bruno Esposito

    D’accordo con voi ma fino a un certo punto. Che ci sia un cinema d’interpretazione nessuno lo nega. Che ci sia un cinema dove l’attore invece è usato come “materia grezza”, ossia solamente per portare la narrazione da A a B (vedi nouvelle vague o/e Bresson, o/e parte del neorealismo, ecc…), nessuno lo nega. Ma si parlava di specifico filmico, e di cinema che si mostra e non solo si parla. Lo ripeto, e lo ripeto con sicurezza come tu Bruno vai sicuro su Amelio (spero che il mio parere sia legittimo quanto il tuo), grande parte della commedia all’italiana è sopravvalutata. Per me comunque, la Grande guerra si salva, ma lì i motivi sono molteplici, poi se volete se ne può parlare.

    Quando tu Bruno tiri fuori Bogart mi permetto di dire che sbagli. Una cosa è parlare di interpreti, una cosa è parlare di star. Bogart come Grant come James Dean, come J. Stewart, come Brad Pitt o Tom Cruise, è una star. Per dirla con Aprà, l’interprete (poniamo un James Cagney o un Robert De Niro) annulla se stesso per interpretare un personaggio; la star porta sul set se stessa, il suo carisma, e quello che noi vediamo è la star che precede il personaggio.
    Quando Hitchcock per la finestra sul cortile usa sempre la stessa espressione di Stewart per poi montarla in diversi frangenti, non fa altro che dimostrare l’imperio del cinema sopra quello dell’interpretazione. Questo, a seguito del ragionamento sopra, per dire che Hitchcock la stessa cosa non avrebbe potuto né voluto farla con un vero interprete come per esempio Cagney o Al Pacino, per fare due esempi.
    Dunque è vero che la commedia all’italiana è per gran parte interpretazione e sceneggiatura, ma non è assolutamente vero che questo soddisfi o annulli il discorso che si andava facendo sopra.
    Poi, il discorso che la commedia abbisogni di piani americani, primi piani e grandi piani d’ascolto, è una scemenza. Va bene ora per la sit-com, ma soprattutto per necessità economiche, ma non andava bene né per il cinema di allora, né soprattutto per quelli di adesso. E lo dimostravano Wilder e Lubitsch, per esempio, e lo dimostrano oggi Allen, Chris Weitz e gran parte della commedia contemporanea (non so perché ma quasi tutti ebrei).
    Bruno, la sconfitta della regia nella commedia all’italiana non è decoubertiana, nel senso di ricercata e subita quasi con soddisfazione, ma derivata dal fatto che a quel cinema facile e a quel pubblico bastava quell’urlare e declamare, quel citare e parlare e basta. Ci bastava riconoscerci ed eravamo felici. Il limite della nostra commedia all’italiana contemporanea è sempre quello (vedasi gli adepti Virzì ecc…).
    La sconfitta della regia non era voluta, è stata una conseguenza. Siamo stati bravi a usare quello che di buono avevamo. Ma quei registi sono sovrastimatissimi. E fortunati.
    Dovevi sentire Ferreri come ne parlava, oppure lo stesso rossellini.

  74. bruno esposito il 9 settembre 2006 alle 19:07

    Bella quella cosa sulla differenza tra star e interprete. Non ci avevo mai pensato e mi ha fatto piacere leggerla. Penso che hai proprio ragione e mi fa anche piacere che ammorbidisci il tuo giudizio negativo sulla commedia, che mi era parso troppo perentorio e un po’ ( scusami ) snob.
    E sono d’accordo anche sulla sovrestima di molti cineasti di quel genere ma qui si aprirebbe un altro discorso. Penso che loro stessi si ritengano artigiani e non artisti. In fondo, quando si parla di commedia, è difficile parlare di vera arte cinematografica, eccezion fatta per le sceneggiature e le interpretazione, come giustamente sottolinei.
    Però ti leggo citare nomi di registi che sembrano venuti a miracol mostrare. Ne sai più di me, certo, anche molto, ma io da spettatore che paga il biglietto e cerca di capirci qualcosa, non me la sento di osannare Greenaway. Altrimenti, nei casi di Chaplin, Fellini, Kurosawa, Kubrik, che dovrei fare ?

  75. mgd il 9 settembre 2006 alle 20:44

    Leone d’oro al cinese
    leone d’argento all’italiano.

    Pecoraro commenta: ” a quando il leone d’oro di Venezia ad un film italiano?”

    @esposito: hai visto “the baby of Macon?”

  76. bruno esposito il 9 settembre 2006 alle 20:54

    Chi risponde a Pecoraro ?
    No, mai visto e mai sentito nominare questo titolo.

  77. mgd il 9 settembre 2006 alle 21:08

    è un film di greenaway, teatrale, storico, abbastanza sconosciuto, ricorda molto come stile Kenneth Branagh, suppongo che abbiamo in comune uno sviscerato amore per la drammaturgia inglese shakespeariana.

    Pecoraro risponde al tg di stasera.

    ci sarebbe da riflettere sulla Cina, sul suo sviluppo culturale e sul fatto che Amedeo Bordiga, piu’ di cento anni fa, profetizzava l’egemonia dell’oriente e la caduta dei nostri sistemi.

  78. mgd il 9 settembre 2006 alle 21:13

    fonte radiopopolare:
    Michele Placido e Bigas Luna , membri della giuria di Venezia, durante la proiezione del film di Lynch, si sono guardati e hanno preferito abbandonare la sale per farsi due spaghi.

  79. Diego Vitali il 9 settembre 2006 alle 23:44

    Non so perchè – o forse lo so – ma in Italia tutte le volte che si toccano i miti, poi scoppiano le guerre (basta pensare al calcio..)
    ma perché parliamo di cinema se in fondo ne sappiamo solo per sentito dire?
    perché uno che si è letto tutta la critica da epstein a bellour (e probabilmente visto buona parte dei film che ci sono passati in mezzo) dovrebbe stare a prendersi le frecciatine di uno che si è fermato a spielberg? (parlo in generale, perchè di battibecchi come questo ne ho già sentiti tanti)
    Non mi sembra che Ciaruffoli abbia detto niente di straordinario. Eppure basta il fatto che certe cose siano state dette, a scatenare il cicaleccio…
    Davvero Natalia Aspesi è una critica cinematografica? Sono vent’anni che ha la rubrica dei finti cuori infranti sul Venerdì della Repubblica!!!
    La commedia all’italiana?!! Ancora!!!!!!!!!!? Gli unici che ne parlano ancora sono Mollica (!!!!!!!!!!!!!!!!) e Fofi (!?!?!?!!?!?) che pensa di essere figo.
    Le star come i grandi attori?????????? Ma possibile che siamo ancora in pieno ‘800??? Il grande attore in teoria doveva essere finito….. boh… (e Al Pacino sarà pure bravo ma non mi pare che sia mai uscito dal suo istrionismo nevrotico…. perchè non fa MAI personaggi diversi?)
    LO SPECIFICO FILMICO????????
    scaricatevi La coquille et le clergyman di Dulac/Artaud o un film qualsiasi di Gianikian/Ricci Lucchi (se lo trovate), tanto per fare altri nomi…
    Veramente siamo convinti che il nostro sia il migliore dei mondi possibili?

  80. mgd il 10 settembre 2006 alle 09:14

    Beh ma se conosci questo gap, perchè arrabbiarsi?un conto l’aspirante critico di professione, altro il sensibile, il filosofo, il letterato o il tecnico.
    Ognuno parla per le proprie esperienze, conoscenze, modi di sentire.
    Sulla possibilità attuale della cultura italiana di produrre arte, qualsiasi forme di espressività artisitica, io avrei dei dubbi, proprio per la mancanza di terreno sociale fertile, e di specifico prurito artistico.
    Non so, vi pare che Placido sia uno da mettere in giuria?( “ovunque sei” rimanici!)

  81. db il 10 settembre 2006 alle 09:35

    il post è partito col piede sbagliato, ossia col post stesso: a me della Aspesi non può fregà dde meno, e dell’etichetta “specifico filmico” in sé pure. Ma se sotto l’etichetta ci sta qualcosa, allora il discorso cambia (come nel thread un po’ è cambiato). Forse si scoprirebbe che entro quello specifico ci stanno poi parecchie sottospecie, che coincidono con le poetiche degli autori. Butto lì qualcosa per vedere l’effetto che fa (su Ciarrufoli innanzitutto).
    Mettere Greeneway vicino a Lynch non ha senso, perché solo il secondo rientra nello specifico: Elephant man, questo sì è specifico filmico, l’altro è prestato all’arte!
    Star e attori: ok, ma c’è chi come Von Trier prende la star Kidman e la rende attrice (vincendo su Kubrick, che aveva fatto lo stesso, ma molto meno bene).
    Amelio non è un genio, ma è dignitoso, a differenza delle fate ignoranti, della Comencini, di Salvatores, Giordana ecc.
    Giusto sulla commedia all’italiana: non se ne può più. Ma Il sorpasso resta. E sul western all’italiana il discorso può essere almeno leggermente diverso.
    Ridateci Fassbinder!
    (e il critico di City almeno non tira troppi pacchi)

  82. bruno esposito il 10 settembre 2006 alle 11:21

    Perchè il sig. Vitali si arrabbia ? Non condivido nulla di quello che ha scritto e degli eventuali suoi titoli accademici nonchè delle sue letture e visioni ( nel senso di vedere i film ) penso non interessi granchè a nessuno. E’ chic andare controcorrente ma se lo possono permettere solo i grandi, quelli che in alternativa alla corrente ordinaria ne creano una nuova. Molti intellettuali amano citare sconosciuti pseudo artisti stranieri e farsi la risatina beffarda quando sentono nominare Spilberg Monicelli. Esistono da che mondo e mondo e Woody Allen ci ha fatto ridere spesso mettendo su dei personaggi di questo tipo. Stiano pure dove stanno, frequentino pure i loro cinemini d’essai, le vinerie dove possono esternare il loro campionario di meraviglie a un pubblico di pochi intimi ( speriamo non avvinazzati ) e si vedano pure in segreto i film di Totò o Indiana Jones. Li perdoniamo con un sorriso. Beffardo.

  83. Ugolino Conte il 10 settembre 2006 alle 11:31

    @ Bruno Esposito

    Sono sinceramente preoccupato (per la mia (in)stabilità psichica): cominci a piacermi di brutto.

    p.s.

    Leggerti, intendo, non equi – vochiamo.

  84. bruno esposito il 10 settembre 2006 alle 11:52

    E’ normale che ti accada. Sono bellissimo, intelligentissimo e profondamente ignorante. Pare con questi mezzi si possa arrivare in alto.

  85. Ugolino Conte il 10 settembre 2006 alle 12:08

    Ah sì? E allora perché io, pur potendo vantare i tuoi stessi attributi, mi trovo da sempre a vivere nelle cantine più profonde del palazzo? Cos’è, una congiura nei miei confronti?

    Meglio che vada: c’è l’opera omnia di Alvaro Vitali e Lino Banfi che mi aspetta.

  86. mgd il 10 settembre 2006 alle 12:41

    Ma come siete celoduristi, tutti, indistintamente!!!
    Oggi vado a Pontida e lo dico a Bossi, sarà felice di annoverare degli intellettualivergatincazzati tra le sue fila.
    Dai stendetevi un attimo sulla chaise longue che proiettiamo una cosa divertente tipo”la tormenta” di Akira Kurosawa. vi faccio pure le frittelle di mele con sake e vin santo.(parcondicio cinematrografica)

    la gesha padana.

  87. Lorenzaccio il 10 settembre 2006 alle 13:13

    Assolutamente d’accordo con Vitali (dissento su Fofi però). Propongo l’abolizione totale delle pagine dedicate al cinema sui quotidiani italiani. Dei critici cinematografici quotidianisti (???) si potrebbe dire quello che C.B. diceva a un critico teatrale al Maurizio Costanzo Show del 1994: “Scusa, ma tu sei artista? No, e che cazzo t’interessa a te dell’arte? Ma vaffanculo, vai! Ma li mortacci tua, ma via, basta. Diglielo, Franco (Citti): li mortacci sua, alla romana, che gliene frega dell’arte a ‘sto stronzo, oh, vaffanculo. Sono venuto qui per disgustarmi, voglio vomitare. Siete cessi! Cessi – diceva Totò – la banda”. (Bene crudele. Cattivario di Carmelo Bene, a cura di Antonio Attisani e Marco Dotti, Stampa Alternativa, 2004, p. 54)

  88. Mayfly il 10 settembre 2006 alle 15:56

    Quando la Cina si sveglierà, il mondo tremerà
    nello specifico (filmico?) non è stato un critico cinematografico a profetizzarlo ma Napoleone;
    chissà perché ci sono sempre i francesi di mezzo oggi come allora.
    La signora Aspesi mi è simpatica e non saprei immaginarla senza frangetta.
    I critici in genere se toccano argomenti di cui non hanno padronanza sufficiente e né esperienza più che approfondita rischiano di mostrarsi accidiosi e basta.
    Memorabile il testo di Guccini de L’avvelenata in gran parte dedicato ad un certo critico musicale …”Che cosa posso dirvi? Andate e fate, tanto ci sarà sempre, lo sapete,
    un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete a sparare cazzate!”
    Il bello è opinabile, è vero, ma quanto fa star bene vedersi un bel film – fatto bene – specifico film compreso, ed anche se leggo le recensioni queste lasciano il tempo che trovano perché l’unico parere che conta alla fine e il mio quando scorrono sullo schermo i titoli di coda. Comunque sia,
    c’è un solo piacere
    quello di essere vivi;
    tutto il resto è miseria – Cesare Pavese docet.

  89. hiroshema il 10 settembre 2006 alle 16:02

    Albertone:io non voio che mi fiio faccai er critico.
    pensa, mi fiio quando la mestra ie chiede: che fa tu padre’? quello ie responnerebbe: er taxxista! invece quando c’è va er fiio tuo, ie responnerebbe:er critico. e tutti i suoi compagni lo piierebbero in giro: che mestiere è er critico?

  90. mgd il 10 settembre 2006 alle 16:18

    bello il film che fa star bene?…..mah…..quando ho visto eyes wide shut, da sola, uscendo dalla sala, con un senso di angoscia quasi paralizzante, faticavo ad arrivare alla macchina senza guardare con sospetto chiunque mi avvicinasse. Per un tempo indecifrabile ho avuto in testa il suono sordo della nota ossessivamente ripetuta, e per mesi ho pensato e riflettuto su temi mai considerati come appunto i controaltari, la ritualità, l’esoterismo,l’identico, il doppio, la quotidianità del mostruoso, e tutte le implicazioni ad essi collegati.
    Quasi tutti i film che mi sono piaciuti, hanno in comune qualche forma di risveglio, di rivelazione che muove verso sentimenti dimenticati.

  91. Mayfly il 10 settembre 2006 alle 16:42

    Sono daccordo, forme di epifania, di rivelazione, risveglio, certo e quindi ben venga anche un’apocalisse,
    l’importante è che serva a scuotermi
    perché lo star bene è in senso metaforico
    e non significa vedermi uscire dalla sala cinematografica scodinzolando. A proposito di apocalisse mi viene in mente –
    Apocalypse Now – noi addestriamo dei giovani a scricare napalm sulla gente, ma i loro comandanti non gli permettono di scrivere cazzo sui loro aerei perché è osceno – starebbe bene anche nel post della sacramentazione a ricordare che il peccato più grande è l’ipocrisia.

  92. mgd il 10 settembre 2006 alle 22:14

    Un po’ come entrare in un negozio di abbigliamento e uscire con abiti diversi.
    L’immedesimarsi completamente nella situazione e nei personaggi narrati.
    il Cinema crea un transfert potente e genera sensibilità camaleontiche.

    ps:vorrei fare la badande di Enrico Ghezzi, suppongo sia uno dei pochi in grado di capire discorsi stralunati e surreali anche quando sono taciti e sottintesi.

  93. gabriella il 11 settembre 2006 alle 02:10

    Sommessamente dico che l’ultimo Amelio è una gran delusione… una cartolina cinese costruita sopra una trama inesistente tradendo un bel libro da cui il film è liberamente ispirato. Non si capisce perché ispirato visto che del libro c’è solo l’altoforno, pretesto per portare il protagonista in Cina a cui viene cambiato pure il nome(da Buonocuore a Buonavolontà: grande sforzo di fantasia). Bella fotografia e qualche scena carina… ‘sto cinema italiano non va mai più in là dell’aggettivo “carino”, che palle. Peccato, La dismissione di Rea è un bel libro.

  94. mgd il 11 settembre 2006 alle 09:21

    grazie per la testimonianaza, Gabri, ci terrei a vedere l’ultimo di De Olivera, e approfitto per chiedere agli indiani se hanno visto e discusso sul suo film del 2003 “film parlato” dove appunto s’incrociano persone parlanti lingue diverse, neolatine, attraverso la metafora del viaggio, della nave, e che significato danno alla modalità della fine del viaggio.

    ps: posso vedere il film di Lynch da sola o mi viene un collasso?

  95. susanna il 11 settembre 2006 alle 09:50

    Simone Ciaruffoli Says:
    September 9th, 2006 at 14:03
    @ancora uno
    Yog-Sothoth
    susanna
    e non so quanti altri… che tanto siete la stessa persona (ma magari mi sbaglio…), e addirittura penso anche di aver capito chi sei.
    CUT
    Ma mi chiedo, Yog-Sothoth (questo tuo nick non mente!), ma non hai voglia di dirmi tutte quelle belle cose col tuo nome e cognome?

    Ciaruffoli, ti sbagli, non ci conosciamo e molto raramente scrivo qui, il mio nome è esattamente quello con cui ho firmato, il mio cognome non ho voglia di metterlo, sui blog uso solo il mio nome e non altri (liberi tutti di cambiare nick ogni volta, come libera io di usare sempre il mio nome), la mia mail fattela dare da Franz, che comunque ti può dire che esisto, avendo lui espresso gli stessi tuoi dubbi un paio di mesi fa ma risolvendo il dubbio.
    Sarà la paranoia o la mia superficiale conoscenza dei blog?
    Ti lascio nell’amletico dilemma (tanto per non smentirmi).
    Susanna.

  96. tashtego il 11 settembre 2006 alle 11:47

    Franz, non assumo droghe da molto tempo.
    Dunque ero lucido quando ho scritto della sopravalutazione di Risi e Monicelli (non amo Scola: trovo falsi i suoi film).
    Ma non ho detto che la commedia all’italiana sia da buttare.
    Anzi.
    Tuttavia, e naturalmente er discorzo è complesso, sono convinto che la commedia all’italiana abbia giocato un ruolo tragicamente rilevante per la formazione dell’odierna ideologia del GR nazionale, dove per GR sta per Grande Ripieno.
    Considero la commedia all’italiana come una sorta di camera di decompressione consolatoria e sotto sotto, totalmente assolutoria (ma non tutti i film hanno le stesse caratteristiche), delle tensioni, contraddizioni, sopraffazioni, eccetera, che hanno origine dal boom economico dei primi sessanta (magistralmente e poeticamente raccontato nel Il sorpasso, di Risi), quando cominciò a verificarsi quel transito culturale di cui tra gli altri parla Pasolini.
    Le funzioni nicciane della tragedia le assunse all’epoca la commedia all’italiana nei confronti del fenomeno del parvenu di massa, quando qualche milione di italiani si trovò nel giro di poco tempo a vestire il ruolo del nouveau riche.
    Che poi al suo interno si annidi qualche capolavoro non lo nego.

  97. susanna il 11 settembre 2006 alle 12:00

    Yog-Sothoth Says:

    September 8th, 2006 at 22:56
    @s.c.

    simone, per dio! proprio tu nn puoi farci il pippone sui nick! tu che hai fatto della moltiplicazione miracolistica dei nick (e tutti a scopo autopromozionale, come questo “coraggioso” pezzo contro la aspesi del resto) uno dei tuoi marchi di fabbrica!
    o vogliamo chiedere a susanna in questa colonna di commenti?

    Scusate mi ero persa questo, che i commenti troppo lunghi a volte mi rompono..
    Yog-Sothoth ti rispondo: non capisco un accidente di cinematografia, a “Eyes wide shut” ho preferito “Doppio sogno”, in fondo l’originale, ma forse più che altro perchè lo specifico letterario mi è più consono, chiaro, abituale, di quello filmico. Sono intervenuta perchè mi ha divertita l’articolo di S.C.. Ho commentato dicendo che i paroloni vuoti sono giochetti, e che il senso principale usato per la comprensione può variare nei secoli.
    Mai saputo chi fosse Simone Ciaruffoli.

    Voi però siete paranoici forte nel vostro pensare che io non possa essere altro che il nick di qualcuno. La qual cosa trovo noiosa e degna di abbandono.

  98. Michele il 11 settembre 2006 alle 22:37

    Lo spirito filmico, è quello che mi bevevo al vecchio pastificio (pantanaccio)
    alle sei del mattino, mentre si giravano gli unici esterni della E’ la nave va. Faceva un freddo del cavolo, e c’era pure lui Andreino (così era chiamato) De Carlo. (ma anche al teatro 11,e al 5 e all’8 faceva un freddo terribile) Mi mettevo vicino ai trasformatori che davano un pò di caldo. E c’erano tutte le comparse, quelle solite, da Chiodo in su. I fegatelli erano stati già girati ed ora si faceva sul serio. Lo spirito filmico non esiste, solo quelli che credono alla cicogna credono allo spirito filmico. I soldi anticipati, quelli si, sono spirito filmico, gli acconti che davano i giapponesi, erano spirito filmico, quando si credeva ancora nella genialità, nei visionari italiani. Io al cinema ci sono andato poco, a parte da bambino. Non so nulla dei titoli di coda, non mi ricordo per nome neppure un attore, figuriamoci tutti i registi finti e veri. Quando sai come funziona tutti sono buoni a fare il regista. Poi ci sono un sacco di menate, ma quelle servono per fare cornice. Se devi scrivere una scena, con i dialoghi allora, due sono le cose primo farsi pagare anticipatamente, secondo quanto deve costare la scena? Ecco lo spirito filmico, riscrivere tutto per due milioni (di lire) compreso gli straordinari. Poi se non usi l’azzurro, non vai in america. Ma se usi il verde ed il marrone è meglio abbassare il rosso, altrimenti puoi levare tutto il verde, senza verde è sempre più facile. Mentre stavo al cesso oggi mi è venuta una idea, una idea per fare un film. L’idea è questa, una idea balorda, difficile, che sta, tra due soluzioni. La soluzione che ho visto io è quella della negazione. Insomma l’idea del miracolo: ad un tizio gli ricresce la mano che ha perso, così d’improvviso. Ad un altro gli ricresce un piede che aveva perso. Ma stavolta i due, (o i tre, i quattro o i trenta, dipende dallo spirito filmico) nascondono sto miracolo, lo negano, fanno di tutto per non accettare sto miracolo. Insomma devono o non devono, e poi che diavolo sarà mai un miracolo. Com’è sta idea? Un po troppo da intellettuali, per me non va giocata con i sensi di colpa(almeno una volta giochiamo pulito) neppure con le leggerezze, va giocata insomma, se vi piace giocatevela voi. E se poi questa non è buona potete tentare voi a fare un miracolo, per quel che rimane dello “spirito filmico”.

  99. mgd il 11 settembre 2006 alle 23:01

    98 commenti come 98 anni di De Olivera.
    torno ora dal suo ultimo film: non ho capito qual’era il film e quali i trailer.
    Puzzo di naftalina, muffa e sono in precoma. pero’ se volete vi racconto il bellissimo sogno che ho fatto durante la proiezione :-)

  100. gabriella il 11 settembre 2006 alle 23:16

    Grazie Mgd, così mi ricambi il favore. Sincronizziamoci per vedere lo stesso giorno Lynch, così collassiamo in due e ammorbiamo la Nazione coi nostri resoconti… :-))

  101. tashtego il 12 settembre 2006 alle 08:05

    @michele
    “I fegatelli erano stati già girati ed ora si faceva sul serio.”

    cosa sono i fegatelli?
    come si gira un fegatello?
    e perché girando un fegatello non si farebbe sul serio?

    perché disci “spirito filmico” (che forse è più esatto) invece di “specifico”?

  102. temperanza il 12 settembre 2006 alle 11:08

    Scusate se mi infilo qui dove non ho niente da dire. Però da chiedere.
    L’altra notte a Fuori orario ho visto un documentario di Gill Rossellini sul suo corpo e la sua malattia. Purtroppo l’inizio l’ho perso, e anche la fine, per crollo fisico, ma vorrei saperne di più, nessuno di voi cinefili sa dirmi qualcosa?

  103. tashtego il 12 settembre 2006 alle 11:49

    Terrificante, Temp.
    Il docum si intitola “Kill Gill”, l’ha fatto lui stesso.
    Si è ammalato, improvvisamente e gravissimamente, di setticemia, per via di certi taglietti che aveva sul collo, così si afferma nel film.
    Lo stafilococco aureo gli ha letteralmente mangiato, tra l’altro, interi pezzi di colonna vertebrale, riducendolo su una sedia a rotelle.
    L’hanno curato prima a stoccolma, dove si trovava, poi in svizzera.
    Non ho visto la fine, ma il film mi ha perseguitato in sogno per tutta la notte.
    C’è anche un seguito: “Kill Gill due”.
    Colpiva la strana naturalezza e l’humor col quale lui racconta questa vicenda.
    Il film mi è sembrato a tratti molto brutto (le sequenze “oniriche” del coma), ma qui e là si impenna e produce una specie di poesia apparentemente non-volontaria.

  104. temperanza il 12 settembre 2006 alle 11:56

    Sì, terribile. Quello che mi ha impressionata è la presenza impudica del corpo malato, la documentazione di ogni piaga e ferita, mi ha ricordato quello su Nicholas Ray di W. solo che lì anche se la decadenza del corpo è visibile, non c’è piaga.
    Continuo a pensare al grand’angolo che ci dava il punto vi sta narrativo nell’800, e al vetrino di microscopio sul quale siamo chini ora. Andando avanti così imploderemo.

  105. temperanza il 12 settembre 2006 alle 11:58

    grandangolo

  106. temperanza il 12 settembre 2006 alle 11:59

    il punto vi sta = il punto di vista

  107. Muto il 12 settembre 2006 alle 12:20

    Specifico filmico = guardare i film togliendo l’audio.
    Che ideona!

  108. tashtego il 12 settembre 2006 alle 12:45

    @ temp
    Non si tratta di decadenza del corpo, ma di una cosa più feroce: la devastazione da parte di una specie parassita (miliardi di esemplari di stafilococco) che ciecamente si nutrono di te.
    Sulla questione della visione ristretta e micro-scopica, a fronte della visione narrativa ottocentesca, panottica e onni-potente, direi che in questo, come in molti altri casi, la condivido.
    Apparterfatto che si possono dipingere solo panorami (concorderai) credo che qualsiasi narrazione avente per oggetto non tanto l’individuo malato quanto la malattia in sé, deve mostrarne i segni corporali: perché di questo si tratta.
    Quando si capita su quelle fiction televisive “con l’ospedale” quello che mi irrita de più è l’edulcorazione della malattia (cancro di solito), la sua esorcizzazione, perché possa, a fine programma, eliminarsi agevolmente dalla coscienza del tele-spettatore.
    L’idea della morte deprime i consumi.
    Il lavoro di Gill Rossellini mi ha fatto l’effetto opposto, mi ha procurato un disagio che ancora persiste, nonché solidarietà e tenerezza verso l’autore.

  109. tashtego il 12 settembre 2006 alle 12:46

    errata porridge: dopo “apparterfatto che” inserire un “non”, please.

  110. Michele il 12 settembre 2006 alle 14:23

    A Tash,
    I fegatelli sono le scene che non entreranno mai nel film. Sono scene sacrificali, sacrificate. Generalmente un regista gira la prima scena che gli ha ispirato il film, o altre cose che gli danno ansia, paura, che inquietano e continuano a girare in testa. Ognuno fa un pò come gli pare. A volte si fa più sul serio con i fegatelli, che con il film quello vero. Specifico filmico è quello che sento dire, ma non esiste. Specifico filmico va bene, ma è morto prima ancora che inizzi a pensarlo. Spirito filmico è un distillato, ma non esiste nemmeno quello.

    A Mgd, De Olivera, è un gran play, un travolgente e fermo autore. (questa è un amorevole risposta.)

  111. temperanza il 12 settembre 2006 alle 14:31

    @tash

    (a prop grz delle inform)

    La decandenza del corpo. la attribuivo al copo di Ray. La malattia lì ha un valore anche metaforico, (ogni epoca ha la sua malattia metaforica d’elezione, vedi Sontag e Mann) il cancro opera sul corpo “chiuso” di Ray. E noi possiamo guardarlo come assistiamo all’invecchiamento e alla decandenza dei nostri genitori, guardiamo da fuori a fuori, non das fuori a dentro.

    In Gill invece è come dici, è feroce. Credo che lui (e condivido anche il sentimento di solidarietà e tenerezza che hai provato) abbia filmato per farsi forza. Posso immaginare che di fronte a un batterio che si sta mangiando pezzi di te, le tue ossa, i tuoi tessuti, la tua pelle, la disperazione sia intollerabile e solo un atto di volontà, un atto creativo e comunicativo che dalla solitudine della tua sofferenza ti porta di nuovo al centro della comunità non solo dei tuoi amici, ma più grande, possa aiutarti a trovare qualche sollievo.

    Quanto a quello che dici “qualsiasi narrazione avente per oggetto non tanto l’individuo malato quanto la malattia in sé, deve mostrarne i segni corporali: perché di questo si tratta”

    è vero, ma qui l’oggetto della narrazione non è la malattia, è Gill, che si mostra non attraverso la sua storia, ma attraverso il suo corpo.

    I segni corporali sono stati mostrati anche in passato, penso soprattutto al decadentismo, oggi è diverso, c’è stato un cambiamento molto singolare della nostra percezione del centro, e il film (non so se è corretto chiamarlo così) lo testimonia. Cone lo testimonia tanta scrittura corpo e sangue, o sperma e sangue, o lacrime e sangue. Scrittura del corpo e dei fluidi, la chiamerei. E sensa alcun disprezzo. Mi interessa invece capire cosa questo cambiamento rivela di noi.

  112. temperanza il 12 settembre 2006 alle 14:33

    La attribuivo al corpo di Ray.

    E altri refusi sparsi, oggi scrivo da cani, scusate.

  113. tashtego il 12 settembre 2006 alle 14:39

    Specifico filmico sarebbe tutto ciò che attiene esclusivamente al linguaggio filmico e che non può essere espresso in altri modi se non attraverso il film?
    Oppure è una categoria critica secondo la quale si può/si deve valutare esclusivamente l’opera cinematografica per le sue peculiarità linguistiche e artistiche e disciplinari?
    Esiste allora uno specifico pittorico?
    E scultoreo?
    E qual’è lo specifico teatrale?
    E quello musicale?
    In architettura si è parlato per decenni di specifico disciplinare, senza che nessuno ne desse una esemplificazione convincente, ma forse, fino a Gehry e ai de-costuttivisti, esisteva.
    Dopo di loro si è capito che poteva esistere architettura che si ponesse coscientemente al di fuori della disciplina, che cioè usasse linguaggi propri di altre discipline, fregandosene di ogni specifico.
    Per reazione qualcuno afferma che non si tratti più di architettura, il che in un certo senso è vero.

    Mi piasce quello che scrivi dei fegatelli, Michele, e come in generale scrivi di scinema.

  114. mgd il 12 settembre 2006 alle 14:45

    Si ho capito Michele, infatti l’ho visto perchè mi è piaciuto moltissimo “film falado”, su cui vorrei che qualcuno dicesse qualcosa, pero’ ieri sera non ero dell’umore per le cartoline pre-mortem. posso dire che vorrei sintetizzare la pellicola sull’ultimo quadro-dialogo, in cui la cosidetta pervesione si eternizza attraverso l’osservatore-attore privilegiato, mantenendo la signora nel dubbio perenne sino a farne la sua tomba.
    Non saprà mai per certo l’effetto del suo vizio, ne se effetto ci fu.
    Colpo di teatro esemplare che relega lei, apparente protagonista al ruolo di spettatrice, il marito ad osservatore, ed eleva l’amico a protagonista e regista dell’ultimo atto di sadismo vendicatorio che diviene icona : il dubbio.
    Circolarità e reciprocità rispecchiate, ribaltamento finale, risoluzione.

    va bene cosi?

  115. tashtego il 12 settembre 2006 alle 15:01

    Va bene, mgd.
    Relegare et elevare.

  116. Michele il 12 settembre 2006 alle 15:51

    Mgd, io non vado al cinema mi annoiano i film, ho fatto delle dormite sonore, mica è perchè sono snob, è perchè i film quelli veri si godono a sette, otto anni ed ora sono grandicello per giocare a guardia e ladri. Poi quello che ha scritto qui il suo pezzo, Simone Ciaruffi, deve essere uno tosto, uno che sa le cose come vanno, e quindi mi fido di lui, sicuramente deve sapere il fatto suo, uno scappa e un’altro dietro che lo rincorre, uno corre e l’altro dietro che l’insegue. Correndo si hanno più possibilità di trovare la strada giusta. Allora amorevole Mgd, cosa è sta storia della fertilità? Non ci sarebbero, in questo tempo buio e tempestoso, “artisti”? (ammesso che esistino,) Bene, cosa aspettiamo, all’opera il duo mgd-Mic. Ti sfido a duello, scriviamo qui o dove vuoi tu in cinque giorni massimo sette (non lavorativi) per gioco una sceneggiatura, così a grandi linee, e se qualcuno la vorrà comprare tutto in beneficenza. Scegli tu l’idea, o,(quella del miracolo per me va benone) Se “si”, ti dico quali sono i miei patti, se no, peccato si è perso un bel gioco.

  117. Diego Vitali il 12 settembre 2006 alle 19:25

    @bruno esposito

    se pensi che faccio il figo radical-chic ti sbagli di grosso, mi fanno solo incazzare le persone che sputano sul lavoro degli altri senza saperne niente
    poi mi fanno incazzare le persone che vengono pagate per fare cose che in fondo non sanno veramente fare
    mi fa anche incazzare il fatto che si fa di tutto per soffocare ogni punto di vista diverso – come un film, p.es. – che potrebbe disturbare i sonni dei buoni borghesi
    secondo me ognuno è libero di vedere i film che vuole, e ci mancherebbe – e tante volte si impara di più da un film di hollywood che da uno di qualche figo radical-chic.
    e poi sei tu che hai i pregidizi, se metti totò vicino a spielberg…

    SIAMO UOMINI..

    O CAPORALI?!?

  118. mgd il 12 settembre 2006 alle 19:35

    Il presupposto fondamentale sarebbe l’ascesi totale per un tempo indefinito, ma sufficente per disintossicarsi da giornali, televisione, rete, amici, famiglia, libri, insomma da tutto cio’ che è massmedia sopratutto italiano. Poi se ne riparlerà.
    Non ho ambizioni, ne’ pruriti diversamente spendibili e accreditabili;
    di tanto in tanto, tra un soffritto, una tabellina e qualche ormai rigido pensatore, mi diletto in tutto cio’ che è cosi inutilmente superfluo da rendermelo necessario;c’è chi la chiama cultura.
    Se pensi di segnalarmi artisti italiani, degni di osservazione ravvicinata, sarò ben lieta di assaporarne l’essenza.
    (qui su NI ce ne sono diversi, ma gli amici non contano, si amano non si
    segnalano)

    La mia lingua madre a questo punto ti direbbe:

    Michele! : fa’l brao.

    (associazioe autori ufficiosi) A. A. U.

  119. mgd il 12 settembre 2006 alle 19:57

    cmq Mic grazie per l’approvazione, devo altresi confessarti che temo mi sia difficile operare la trasposizione tra la scenaggiatura vissuta, e quella narrata.
    la soluzione sarebbe una biografia.

  120. tashtego il 12 settembre 2006 alle 20:00

    …e agli usi del corpo attraverso una serie di gesti contigui all’arte concettuale ma attestanti già una qualità di presenza (lo si è visto bene alla Galerie du Jeu de Paume (1) quando Gianikian e Ricci Lucchi hanno ritrovato all’occasione i gesti di un tempo, collegando in una proiezione-performance due serie autonome fatte per attirarsi, secondo la logica delle sensazioni: da una parte, sullo schermo, s’allineavano i motivi della loro prima grande collezione, i giochi della casa austriaca di Müllbach; dall’altra, sotto lo schermo, campeggiavano diversi profumi allineati su di un tavolo, messi in azione, via via che cambiavano le immagini, dai due complici posti di fronte agli spettatori). Lo spirito dei primi film appartenenti all’epoca dei “film profumati” è definito al meglio da poche frasi che descrivono Catalogo comparativo (8mm, colore, muto, 10 min., 1975): «Comparare materiali che sono duri e molli, vuoti e pieni, colorati e incolori, corti e lunghi, alti e bassi, superficiali e profondi, verticali e orizzontali, piatti e curvi, molli e duri, immensi e minuscoli, profumati e non profumati» (2).
    Ma tutto ri-inizia quando il cinema cessa di essere lo strumento di sequestro e di visibilità di cataloghi diversi per diventare esso stesso catalogo, a partire dagli…

  121. Volpone il 12 settembre 2006 alle 21:31

    il film sull’ospedale-palude di von trier…
    un film di oliveira dove fingevano di mangiare..
    (aragosta in manicomio)…

    siamo uomini
    o corporali?

  122. Michele il 12 settembre 2006 alle 21:41

    Mgd, peccato si è perso un bel gioco anonimo e nudo. ma pensa alla possibilità di esistere nonostante le vecchie e care proiezione, le moltiplicazioni, le tabelline e qualche divisione. Se si vuole fare sul serio, non ci sono motivi veramente seri, una presunta seriosità è un gattaccio, senza territorio. Basta un pò di zucchero e la pillola va giù.

  123. S. Ciaruffoli il 12 settembre 2006 alle 23:51

    Lui non sa chi sono loro!

  124. Lorenzaccio il 13 settembre 2006 alle 15:49

    gianikian e ricci lucchi su nazioneindiana… wow!

  125. sparajurij il 13 settembre 2006 alle 16:35

    ghezzi rules

  126. mgd il 13 settembre 2006 alle 19:45

    si michele, lasciami rientrare gradualmente alla normalità, perchè il rischio è che se rientro di botto, mi viene voglia di fare molto male, anche a me.
    le eversioni vanno calibrate e anche le ritorsioni.
    mi accontento per il moneto di ispirare alcune tracce, alcune espressività, partecipando ad un elevante circolo ermeneutico.
    a proposito, tra gli ultimi film, ce n’è qualcuno ispirato a ellis Island, migrazione, nomadismo, melting-pot, zone di confine?

  127. Michele il 14 settembre 2006 alle 23:09

    Ogni tempo ha le sue cose.
    Notte e sogni.



indiani