Vita da prete. 2# – la forma perfetta

1 dicembre 2006
Pubblicato da

 home_small.jpgdi Fabrizio Centofanti

Celebrare. L’idea sarebbe quella del silenzio. Ossia: tu parli – l’omelia – e gli altri ascoltano, seduti. Ma la messa è un mondo capovolto. Famiglie intere, bambini. Lasciate che i bambini. Una volta uno di loro salì su quello che si chiama presbiterio. Va bene, succede tante volte. No: questo cominciò a danzare, una danza lenta, tendeva le mani verso l’alto, con movimenti calcolati. Un ballerino d’altri tempi. L’omelia prosegue, in questi casi. Ma tu stai guardando quel bambino. Ormai siamo in un’altra dimensione. Un flash back. O, forse, un flash forward.

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Gli squilli notturni sono tutta un’altra storia. O magari la stessa. Non fai in tempo a decifrare il numero. Tanto è occultato. All’una. Le due. Ora, pensi, finiranno. Quando dormi, sogni ancora di chiamate. Come se la vita fosse solo un chiamarsi, senza  mai riuscire a vedere il numero che appare.

 

Che c’entra un prete con metrica, retorica e stilistica? La forma perfetta è la faccia dei poveri. Ossimoro vivente: la mancanza di tutto e la pienezza. Sineddoche: una parte di Dio. Una vecchietta sorride. Quelle mani tese verso l’ostia consacrata sono l’unica risposta alla mia vocazione. Se vuoi sapere chi sei, lascia che il povero tenda la sua mano. Verso te. Con la forma perfetta dell’attesa.

 

Vogliono un prete senza errori. Una macchina infallibile. Quando poggi la testa sul cuscino, ti chiedi quali sogni arriveranno. Sogni di sbagliare, di non avere più risposte. Di essere indifeso come un vecchio, o il bambino che danza sull’altare. La notte prosegue. Ma tu stai guardando quel bambino, che tende le mani verso l’alto. Verso un’ostia consacrata.

 

Una signora viene in sacrestia. Don Fabrizio, devo dirle una cosa, anche se so. Che cosa? Se so che è comunista. Dico sempre che sui pani hanno sbagliato operazione: condividere, non moltiplicare. Anche se so. Che cosa?  So che è comunista. Signora, la matematica non sbaglia. Di notte sogno sempre di sbagliare. Mai l’operazione, però. La sacrestia, di notte, è vuota.

 

Matrimoni. La sposa ritarda, per principio. In principio era la sposa. Tu la vedi arrivare, con mezz’ora di ritardo. Sorride, non c’è ombra di malizia. In quel sorriso c’è il senso della vita: siamo tutti in ritardo. Dal principio.

 

Finalmente hanno aggiustato le campane. Una macchina perfetta, come il prete. A quell’ora, cadesse il mondo, suoneranno. Le guardi bene: montate a rovescio. Lo vedi, era destino. Solo un bambino o un povero possono tendere le mani verso il cielo. E continuare a sorridere, dell’immancabile ritardo.

 

 

 (Ecco la prima puntata, del 24 novembre)

26 Responses to Vita da prete. 2# – la forma perfetta

  1. Marco Saya il 2 dicembre 2006 alle 12:21

    ciao Fabrizio,

    tanti begli affreschi, “puzzle” di dubbi e certezze. So what! Così è…! Siamo sempre in un altra dimensione, sogno spesso il “flash forward”, sogno tante forme perfette, giusta la tensione alle eterne domande, il “reality show” ci riconduce, poi, a responsabilizzarci su ciò che ci si “aspetta da noi”, e “siamo tutti in ritardo. Dal principio.”

    Marco

  2. fabrizio centofanti il 2 dicembre 2006 alle 13:26

    grazie, Marco. hai compreso il brano all’incrocio delle arti: pittura, cinema (e musica) ci aiutano a farci un’idea più precisa della vita. ieri mi hanno regalato “In direzione ostinata e contraria 2”: il nostro è sempre un grande.
    fabrizio

  3. g.r. manzoni il 2 dicembre 2006 alle 15:38

    E avanti così! Prima o poi, Fabry, dovrai editare tutti questi frammenti in un’opera unica. Valgono come testimonianza non solo letteraria, ma anche umana. La memoria è importante… bisogna sempre tramandarla. Poi la memoria di un prete… !!! Molto più interessante di tante altre. Ti abbraccio.

  4. antonella il 2 dicembre 2006 alle 16:29

    mi piacciono le mani del bambino tese verso l’alto e quelle della vecchia che tende le sue per ricevere l’ostia, mi piace lo sguardo alle campane e il sorriso della sposa, mi piacciono molte altre cose anche se trovo che il pezzo sia troppo sintetico e che avresti potuto e dovuto svilupparlo, il materiale c’è, la storia pure. insomma il pezzo merita. ciao a.

  5. carla bariffi il 2 dicembre 2006 alle 16:59

    Trovo che il fatto di frammentare il racconto in brevi flash, lasci molto spazio alla fantasia e all’immaginazione, ci si trova di fronte a un susseguirsi di immagini (di una bellezza intensa) e situazioni che alimentano la curiosità del lettore….che si vorrebbero approfondire,(come dice Antonella)…
    La trovo una lettura stimolante.
    ciao
    carla

  6. fabrizio centofanti il 2 dicembre 2006 alle 17:58

    grazie a Gian Ruggero, Antonella e Carla. Gian, il libro (un journal d’un curé de banlieue) se Dio vorrà: se fosse anche editore sarebbe il massimo. la memoria genera il futuro.
    Antonella, la sintesi mi viene dal 17 febbraio e dagli anatemi sui preti logorroici.
    Carla, è quello che penso anch’io: lasciare spazio. sono due scuole che si contendono la pagina. anzi no, la condividono.
    un caro saluto
    fabrizio

  7. elena f. il 2 dicembre 2006 alle 19:46

    il bambino che danza con le mani tese, il vecchio indifeso, la sposa in ritardo… archetipi… che attendono d’essere vissuti perchè, direbbe Jung, con loro è… la perfezione…

    sempre bello leggerti!!!
    Grazie.
    elena f.

  8. rita r.florit il 2 dicembre 2006 alle 20:20

    Caro Fabrizio leggerti in prosa è come sentire intera l’ossatura sotto carne e pelle che sono la tua poesia! rita che ti abbraccia

  9. fabrizio centofanti il 3 dicembre 2006 alle 00:27

    grazie, Elena. sì, Jung e gli archetipi: un viaggio inesauribile.
    e grazie a te, Rita: le sento molto vicine, la prosa e la poesia. spartiti che interagiscono e spesso convergono.
    un caro saluto
    fabrizio

  10. Giovanni Nuscis il 3 dicembre 2006 alle 01:44

    Bene, Fabrizio. Un diario che si sta modulando – mi sembra, nello stile e nei contenuti – all’interno di un confronto vivo coi lettori, con le loro aspettative. Questa è l’impressione.
    Un abbraccio.
    Gianni

  11. fabrizio centofanti il 3 dicembre 2006 alle 08:21

    grazie, Gianni. in effetti è così, anche se lo stile è ben definito. ma il confronto modella, non c’è dubbio.
    un caro saluto
    fabrizio

  12. lucia il 3 dicembre 2006 alle 11:34

    non si trovano facilmente in giro pagine belle e intense come queste, grazie. Lucia

  13. Giovanni Bianchi il 3 dicembre 2006 alle 13:44

    Pur non essendo un credente, seguo con un certo interesse queste puntate di “Vita da prete”. Questa seconda la definirei “prose poetiche” (e questa mia definizione non mi pare importante, naturalmente), ma ho trovato molta “poesia” anche nella prima puntata.

    Cordialmente

  14. fabrizio centofanti il 3 dicembre 2006 alle 16:01

    grazie a Lucia (l’intensità per me è tutto) e Giovanni. proprio ieri rispondevo con la tua definizione a chi mi chiedeva di che genere si trattasse, Giovanni.
    un caro saluto
    fabrizio

  15. Roberto Rossi Testa il 4 dicembre 2006 alle 08:36

    “Un flash back. O, forse, un flash forward.” dice Padre Fabrizio. Una volta si diceva “iam et nondum”, ma è più meno la stessa cosa. Ed a seconda che si ponga l’accento sull’uno o sull’altro termine le cose cambiano in modo radicale, “cruciale”, pur rimanendo, com’è ovvio, le stesse.

  16. fabrizio centofanti il 4 dicembre 2006 alle 08:44

    grazie, Roberto: hai colto acutamente. lì si gioca tutto.
    un caro saluto
    fabrizio

  17. anfiosso il 5 dicembre 2006 alle 13:28

    oh mamma mia

  18. fabrizio centofanti il 5 dicembre 2006 alle 14:00

    non son mica la Giuditta.

  19. Giò il 5 dicembre 2006 alle 16:27

    Ciao Fabrizio,
    commenti sparsi anche su questa seconda puntata.

    Bello il cosa c’entra un prete con metrica, stilistica e retorica.

    Bella l’immagine del bambino che inaspettatamente danza “su quello che si chiama presbiterio”.

    Molto bella quella frase interrotta:
    “Lasciate che i bambini.” (mi ricorda alcune frasi interrotte di Buzzati)

    Meno mi piace che il bambino abbia le mani levate:
    avrei preferito che l’originalità di quella danza (che evidentemente rompe gli schemi) si fosse portata dietro altri dettagli, non mani levate, guarda caso, verso l’alto: è uno stereotipo visivo, specie da parte di un prete. Né mi convince il fatto che tu lo riprenda proprio in chiusura. Sei ben capace di altro.

    Molto mi è piaciuto, di nuovo, il ritardo “di principio” della sposa.
    Sono d’accordo con te: per quanto corriamo, siamo tutti – inevitabilmente- in ritardo.

    Alla prossima puntata.
    Un abbraccio
    Giò

  20. fabrizio centofanti il 5 dicembre 2006 alle 16:35

    grazie, Giò. il fatto è che l’immagine era quella, vera: e mi è rimasta dentro come un simbolo non meglio definibile. per questo l’ho ripresa in chiusura, tentandone un’interpretazione provvisoria.
    alla prossima
    fabrizio

  21. fabio il 8 dicembre 2006 alle 10:32

    questa mattina alle 7 mi hai dato notizia di questo sito; non ho saputo resistere e mi sono messo a leggere tutto della tua”vita da prete” Sono stati momenti particolari e di grande emozione, perchè conosco te e do tutta la storia; mi sono ritrovato in molte delle tue idee e pensieri. Grazie di tutto quello che fai per la nostra comunità ed anche per quello che dai a me personalmente
    fabio

  22. fabrizio centofanti il 8 dicembre 2006 alle 14:09

    caro Fabio, sono contento che le nostre vie si siano incrociate anche qui. storie che s’intrecciano, doni che si scambiano: e i tuoi sono sempre generosi.
    un abbraccio
    fabrizio

  23. fabio il 9 dicembre 2006 alle 12:46

    Bisogna rileggere la tua “vita da prete” per entrare bene nelle idee e nei pensieri perchè altrimenti ti sfuggono ed è difficile riprenderli!
    Quanti ritardi nelle celebrazioni dei matrimoni ho condiviso con te? altro tipo di “condivisone”? Quanti ritardi ho avuto nella mia vita? A quanti incontri non ho magari dato seguito perchè in ritardo? Poi, ecco, ad un appuntamento, quello più importante della mia vita, sono arrivato puntuale e che gioia ne ho ricavato e ne ricavo ancora! Non si può essere in ritardo sempre, ad uno almeno devi giungere puntuale, anzi, devi giungere in anticipo per non perdere l’opportunità. Spero con tutto il cuore di esserci riuscito e di non mancarne più di appuntamenti; sarebbe brutto farsi trovare ora, che ho scoperto la “puntualità”, in “ritardo”
    A presto, a domani, Domenica, giorno del Signore!
    fabio

  24. fabrizio centofanti il 9 dicembre 2006 alle 18:11

    hai scritto una cosa bella, Fabio: grazie.
    sì, a domani!
    fabrizio

  25. raimondo il 9 dicembre 2006 alle 21:48

    Un fratello acquisito mi ha fatto conoscere in questo momento il tuo blog.
    Devo pensare prima di dirti ciò che sento in quanto i pensieri si accalcano come in un collo di bottiglia:Cerco di mettere ordine in queste sensazione cercando di razionalizzarle. Nel frattempo un grazie di cuore ad entrambi.

  26. fabrizio centofanti il 10 dicembre 2006 alle 01:06

    grazie a te, Raimondo.
    aspetto notizie!
    fabrizio



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