“Dove credi di andare”… sul viale del tramonto

13 aprile 2007
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Franz Krauspenhaar intervista Francesco Pecoraro

Un debutto tardivo ma molto convincente di uno scrittore di 60 anni, Francesco Pecoraro, architetto romano. Uno scrittore che ha cominciato ad approcciarsi seriamente alla letteratura soltanto quattro anni fa, facendo evidentemente passi da gigante. Il suo libro di racconti “Dove credi di andare”, Mondadori, pagg. 197, euro 16,00, rivela un autore che pare aver sempre scritto, e che non ha alcun timore di dipingere il mondo e i suoi personaggi, professionisti cinquantenni sul viale del tramonto, con squarci crudi e disperati, a volte feroci. I suoi personaggi sono uomini abbienti e in certo qual modo arrivati che però hanno perso la bussola della propria vita, l’ultimo treno, l’ultima possibilità per sentirsi, se non felici, perlomeno vivi. Un importante libro d’esordio che consegna alla nostra letteratura spesso ingorgata da libri inutili se non addirittura dannosi un nuovo autore di forte spessore e di sicuro avvenire.

Quanto tempo ci hai messo per comporre il libro? Avevi incluso altri racconti che poi hai sostituito o soltanto tolto?

Quando nel febbraio dell’anno scorso mi è stata data la possibilità di pubblicare, i racconti del libro, tranne Farsi un rolex, erano già stati scritti a partire dal marzo del 2003. Tuttavia il manoscritto originale era composto in modo abbastanza diverso. C’erano pezzi più eterogenei, alcuni dei quali assai brevi. Pensando al libro si è venuta precisando l’idea che dovesse esserci una certa continuità tematica. Avevo letto di recente alcune raccolte di autori americani, di cui avevo ammirato la bravura, dove però mi aveva infastidito l’eccessiva varietà dei soggetti e degli ambienti, che dava la misura della capacità dello scrittore di padroneggiare ogni tipo di materiale, ma ti sballottava un po’ troppo. Quindi ho pensato di levare qualche pezzo e di sostituirlo con qualcosa di più omogeneo. Parlo sempre di materiali pre-esistenti.

Ho notato che “Dove credi di andare” non è una semplice raccolta di racconti ma un vero libro di racconti tutti uniti da un filo tematico ben preciso. La stesura di tutti è avvenuta nello stesso periodo o questi “pezzi” sono frutto di una elaborazione lontana nel tempo e spalmata in un periodo magari molto lungo?

È quello che ti dicevo. Però non direi che il filo tematico sia poi così preciso. Probabilmente si tratta di una sorta di mood complessivo che mi ha pervaso per un certo tempo e che si è trasferito sulla pagina scritta. Prima non avevo mai scritto un racconto in vita mia. Quindi tempi corti e scritture molto ravvicinate tra loro: i racconti buttati giù in quel periodo sono stati una ventina. Una scrittura quasi compulsiva, basata su una specie di urgenza di mettere giù parole, spesso senza sapere dove le vicende sarebbero andate a parare. Alcuni racconti avevo semplicemente bisogno di cominciarli, ma io stesso non ne sapevo nulla. Vivi nascosto è tutto costruito a partire dall’immagine iniziale del disagio dei tramezzini nello stomaco e dell’ascensore rotto. Per me occorreva innanzi tutto scrivere quella scena, il resto si è precisato in seguito. L’unica cosa che avevo chiara, scrivendo tutti i racconti, era di evitare per quanto possibile le metafore, ogni forma di enfasi, di estetismo.

Qual’è il racconto per te più riuscito? e ce ne è uno al quale ti senti più legato (senza che sia anche il più riuscito?)

Il racconto per me più riuscito è Farsi un Rolex. Secondo me è quello scritto meglio, perché si è giovato delle difficoltà incontrate nella stesura di quelli precedenti: dopo un certo tempo ho cominciato ad essere più consapevole (mai molto consapevole, solo un po’ di più) dei processi di composizione di questi pezzi e Farsi un rolex credo se ne sia giovato, anche se sul piano drammaturgico forse non è quello più intenso. Non so. Più che ad un racconto sono magari legato di più a qualche figura, metti l’artista de Il match, coi suoi problemi di pittura, di mestiere, di soldi, di successo professionale, eccetera. Qualcuno mi ha detto che il racconto è troppo tecnico. Ma io volevo fosse tecnico, la vicenda si fonda su un problema tecnico. Sono convinto che i veri problemi siano sempre tecnici, legati al fare più che all’esistere, al mestiere che si esercita. Hai notato che quasi tutte le mie figure hanno un mestiere? Io credo che il mestiere sia la vita. Il resto è solo un rimestare nel mortaio delle solite “cose della vita”: amore, sesso, malattia, morte, dolore, tradimento, eccetera, senza dimenticare il “dilemma” bene/male. Tutta roba che sa di covaticcio, che trovi facilmente ovunque, sulla quale c’è poco da aggiungere e molto da ripetere. Nei mestieri, nei saperi, quando reagiscono con le istanze vitali di ciascuno di noi, trovi le cose che vale la pena di raccontare. Ricordi il Faussone di Primo Levi, quello de La chiave a stella? Per me è una figura epica. Anche mio fratello, cui dedico il libro, era uno straordinario homo faber e acutissimo osservatore, che morì si può dire sul campo, cioè facendo il tecnico in un gigantesco cantiere in Cina.

Eccome se lo ricordo. Senti, la tua visione del mondo, a giudicare dal libro, è molto pessimistica. Nello stesso tempo vi si respira, a mio avviso, una vitalità impressionante. Sei d’accordo? E come svilupperesti questo pensiero?

Faccio fatica a capire cosa intendi per vitalità. Sono vitali i personaggi? È vitale la scrittura? Ho sempre banalmente pensato che le persone vitali siano quelle che fanno e dicono un sacco di cose, che vanno di qua e di là, che praticano molto sesso e sport e soldi. Io non sono così e nemmeno le mie figure lo sono. Certo, vivono e reagiscono alla vita, sono costrette farlo. La loro è la vitalità che può mostrare qualcuno cui è stata spenta una sigaretta sul braccio: scattano di lato, urlano, si torcono, saltellano, bestemmiano. Sono immerse nella sofferenza, cercano di districarsi dalle conseguenze delle sopraffazioni subite, conseguenze soprattutto “interne”, cioè che riguardano l”auto-stima”, una cosa che dipende in tutto e per tutto dagli altri e dal modo in cui gestiamo il rapporto con gli altri. Per un certo tempo sono stato convinto che le uniche cose che valesse la pena di raccontare, oggi, per uno scrittore, fossero essenzialmente due: il processo sempre più accelerato di mutamento del mondo e la silenziosa catena di sopraffazioni che oggi è altrimenti chiamata “Società Occidentale”. Nel libro cerco di parlare di queste cose. Non nascondo che la costanza tematica che deriva anche da un periodo di sofferenza personale che si è trasferita inevitabilmente sulla pagina, ma i racconti non sono autobiografici. Ho scritto di ciò che conosco e di ciò che mi sembra accada in questi anni: forse è “pessimismo”, ma io vedo attorno a me un processo di disgregazione accelerata di ciò che un tempo consideravo come un sistema più o meno organico di interi. Di questi interi restano i frammenti, mentre forse altri interi si formano, senza che riusciamo a capire quali siano e cosa siano. Finite le appartenenze, finite le classi, finite le varie declinazioni dei “voler essere” borghesi, compreso il voler essere comunista, eccetera. Discorso lungo, difficile a farsi. Volevo trasmettere il disagio di questa disgregazione e lo sperdimento che ne deriva. Ma questo è stato più di un anno fa: oggi penso che lo spettro delle cose da narrare forse può essere leggermente ampliato.

Quali sono i tuoi scrittori di riferimento? Cosa ti hanno regalato? E cosa ti ha regalato la tua esperienza di professionista, che indubbiamente hai travasato nella scrittura?

L’imprinting che ho ricevuto come architetto è molto forte. Ma per quanto riguarda la scrittura, la sua influenza direi che si limita a due cose. La prima, l’ho già detta, è la percezione del mestiere come esistenza. La seconda è un’istanza continua di precisione e dunque il fastidio per ogni tipo di l’approssimazione, per il linguaggio, analogico, metaforico, cumulativo, che rifugge da ogni tentativo di definizione, il linguaggio che non punta al dire, ma all’intimi-dire. Non essendo un letterato di formazione, le mie letture hanno quasi sempre seguito il principio del piacere. Dico “quasi” perché le lontane letture marxiste, dalle quali oggi non posso certo prescindere, non furono uno svago, così come non lo furono alcuni classici della modernità come Musil o Proust, o il Joyce dell’Ulisse e dei Finnegan’s, eccetera, al contrario, metti, di Conrad, Kipling, London, Stevenson, Melville, Poe. Il principio del piacere mi ha tenuto lontano anche da Dostoevskij, per una sorta di eccesso di verità che mi faceva vergognare di me stesso (effetto devastante che mi facevano anche Proust e Musil e Gogol e Tolstoi), sbugiardandomi ai miei stessi occhi. Sono scrittori che ti rovesciano come un guanto, con i quali non c’è verso di venire a patti. Il discorso dei libri importanti è complicato, ci vuole spazio e tempo. Ho letto molta saggistica: negli ultimi vent’anni sono stati fondamentali i libri di Dawkins, Gould, Ridley, Diamond, eccetera. Le mie letture viste da lontano mi appaiono un grande pastone confuso su cui spiccano Fenoglio (tutto Fenoglio), il Pasolini di Una vita violenta e de Le ceneri di Gramsci, Flaiano con Tempo di uccidere, La Capria con Ferito a morte. Ce ne sono molti altri che adesso non mi vengono in mente. Certo, per la mia generazione, gli americani sono stati importanti e lo sono ancora oggi. È una specie di doppia residenza culturale. Odio la loro politica di dominanza, ma per odiarli come si deve, gli americani li devi amare. Chi può prescindere dal canone americano? Chi, oltre ai classici statunitensi, oggi può ignorare gente metti come Carver o Foster Wallace? Una delle mie letture più strabilianti è stato un romanzetto di George Higgins, Gli amici di Eddy Coyle, che sembra un giallaccio ed è una straordinaria lezione di scrittura. Sto andando molto alla grossa. In sintesi, ciò che mi ha influenzato di più è stato il modernismo americano, dove l’estetica della scrittura comincia a risiedere soprattutto nell’efficacia, l’equivalente dell’utilitas vitruviana. Allora Fenoglio è stupefacente anche per la spietatezza poetica della sua utilitas. Anche qui occorrerebbe argomentare di più.

Hai esordito a 60 anni. Come mai così tardivamente? Ho avuto la sensazione, leggendoti, che tu abbia sempre scritto. Insomma, questo più che un libro d’esordio pare il libro di racconti di un romanziere di grande esperienza. Cosa ti ha tenuto lontano, come autore, dagli scaffali delle librerie? O hai iniziato a scrivere da relativamente pochi anni?

Ho cominciato a scrivere tardi, cioè nel 2003. Per tutti gli anni ottanta ho scritto solo poesie. Poi attorno al 1990 un libro auto-referenziale, mai pubblicato, una specie di studio su un’isola greca. Prima avevo pubblicato qualche saggio afferente il mio mestiere, ma solo su riviste. Altri lettori mi hanno riferito di questa sensazione di esperienza che darebbe il libro. Non so cosa dire in proposito, se non che di esperienza ne ho poca e che il primo racconto del libro è anche il primo vero racconto che abbia mai scritto, voglio dire con intenzione e progetto di struttura. E poi devo aggiungere che Marilena Rossi, l’editor di Mondadori, ha fatto un buon lavoro.

(Pubblicato in una versione abbreviata su “Queer”- supplemento domenicale di Liberazione – 08.04.2007)

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33 Responses to “Dove credi di andare”… sul viale del tramonto

  1. www.nonrassegnatastampa.it il 13 aprile 2007 alle 12:34

    Ieri uno studio dipingeva gli over 60 come sportivi,navigatori di internet e oggi vediamo che debuttano anche come scrittori.
    bravi!

  2. arvicola delle nevi il 13 aprile 2007 alle 12:48

    Si sentiva proprio la necessità, anzi, l’urgenza di un libro sui problemi esistenziali dei professionisti abbienti, argomento inspiegabilmente ignorato da tutti gli scrittori italiani che, come è noto, amano solo l’odore di pasta al sugo dei poveri tinelli.

  3. Barbara il 13 aprile 2007 alle 13:28

    Arvicola
    il tuo commento lascia il tempo che trova, mi sembra..
    Chè si dovessero criticare i libri partendo dall’argomento, le librerie
    sarebbero mezze vuote.
    Immagino tu sia un fan sfegatato di Moccia, allora….:o)

  4. arvicola delle nevi il 13 aprile 2007 alle 14:25

    Sul fatto che i libri (come qualsiasi altro prodotto dell’industria culturale) NON si possano criticare partendo dal loro oggetto è un argomento forte o debole esattamente quanto il suo contrario. E comunque, diversamente dal suo contrario, dipende almeno in parte dalla ridondanza di quella particolare “offerta tematica” in un determinato periodo. Non capisco invece perchè le librerie sarebbero mezze vuote, nè mezze vuote di cosa (libri? lettori?). Non conosco Moccia, ma se mi dici chi è, di cosa si occupa e come potrei farmene un’opinione.

  5. arvicola delle nevi il 13 aprile 2007 alle 16:00

    Un’ultima annotazione, poi mi levo. Ho letto il libro di Pecoraro: è scritto bene? Direi che i racconti potrebbero ben figurare sul New Yorker; che il clima è un po’ alla Updike. E’ un complimento? Io non lo intendo come tale. Come lettore, e, ovviamente, a parità di qualità letteraria, preferirei una maggiore voglia dello scrittore (o, forse, dovrei dire dell’editore?) italiano, soprattutto se talentuoso (lo scrittore, non l’editore…) di rappresentare altri da sè stesso (ovvero dalla propria classe di appartenenza); anche – ma non solo – perchè mancano totalmente i rappresentanti di classi significativamente diverse seppur maggioritarie.

  6. véronique v il 13 aprile 2007 alle 16:04

    Per Franz K,

    Un consiglio di lettura interessante. Sono sempre meravigliata quando un autore si fa conoscere sul tardi.
    Ne approfitto per dire ” au revoir” agli indiani ( Franz K, Effeffe, Andrea’s, Carla , Cosi&come, G Biodillo…) .Spero non scrivere troppo boiate quando mando un commento.
    Ni mi arrichisce la mente. Il post è sempre di qualità. Ad esempio, il post di Andrea Inglese oggi.
    A Presto.

    Sono in vacanza!

  7. valter binaghi il 13 aprile 2007 alle 16:25

    La rappresentanza sociologica dell’autore è sempre un equivoco. Manzoni parlò di popolani e lo fece nell’unico modo paternalistico in cui poteva farlo. Verga è pure peggio: guarda i pescatori di Aci trezza con lo spietato naturalismo di un entomologo. Se l’autore è in grado di darci un lampo di conoscenza sul mondo, può farlo solo se accetta la spietata sincerità di parlare di sè. Esordiente o no, Tashtego è già un maestro di stile: ha una scrittura crudele e intimidatoria: non finge di voler bene agli altri, ma neanche a se stesso. Funziona, se non diventa una posa.

  8. Giancarlo Tramutoli il 13 aprile 2007 alle 17:13

    Lo sto leggendo e (forse perchè dipingo da trentanni) ho apprezzato assai Rosso Mafai e Il Match (ancora di più), perchè si parla in modo molto concreto dell’esperienza (con tutte le suggestioni relative) della pittura. Ciao.

  9. K (alias fk) il 13 aprile 2007 alle 17:45

    Binaghi dice molto bene: Tash ha una scrittura crudele e intimidatoria. E non ha paura di ferire e ferirsi. Cosa c’entra con il New Yorker? Parla di Italia, di italiani, il gioco viene giocato qui, da noi, è tutto lampante. La cosa ancora più interessante è che Tash prende a due mani la sua esperienza di vita e le rende letteraria. La esalta, direi. Fa bene? Fa male? Fa molto. Parliamoci chiaro: di solito si parla di un proprio non interessante ombelico; ma senza esporsi troppo, senza soffrire e far soffrire. Qui si sente che si è elaborato più di un piccolo lutto, che non si ha paura di chiamare le cose col loro nome, che si ha coraggio, insomma. Ecco. Io penso che molti dovrebbero esordire tardi proprio per consegnarci una vita vera dentro le loro pagine. Senza arrivare al ritardo di Tash, magari. (A sua scusante c’è il fatto che ha pure cominciato molto tardi).
    Un caro saluto a Veronique, che immagino bionda, in vestaglia (è in vacanza) e con una bellissima erre moscia:-)

  10. Matteo Dondrini il 13 aprile 2007 alle 18:20

    Sono belli, i racconti di Pecoraro. Altroché balle. Detto da uno che fa l’operaio (c’entra?)

  11. Giulia il 13 aprile 2007 alle 18:20

    Grazie per la segnalazione, Giulia

  12. carla bariffi il 13 aprile 2007 alle 18:23

    Vi leggo stasera.
    con calma…
    ciao

  13. bruno il 13 aprile 2007 alle 19:06

    Sono arrivato a “Farsi un Rolex” e sono moderatamente soddisfatto dell’investimento librario. Insomma soldi spesi bene. Posso far notare un paio di cose ? Sì ? Grazie.
    Alessandro non potrà ai incassare quell’assegno di ventimila euro perchè l’ha fatto intestare all’ordine “mio medesimo” e quindi, oltre i 12.500 euro, l’assegno diventa non trasferibile. Sono un bancario, come Avoledo, e sono pignolo.
    La camica dello “smemorato” viene prima descritta di colore grigio e poi, quando il personaggio si toglie l’orribile giacca arancione, si scrive di una camicia bianca.
    Lo so, sono un maniaco della precisione.
    Ma quello è, finora, il migliore dei racconti. Davvero. L’inspiegabile pozzanghera d’acqua che arriva alle caviglie, la sera da aperitivo, l’abbigliamento dello smemorato, l’assenza di una ragione della perdita della memoria, la città indefinita, l’identità incerta, l’improbabile amico che poi diventa nemico, un locale che si chiama Mocambo. Una galleria di situazioni, personaggi e spunti ricchissima, concentrata in uno spazio limitato di un semplice racconto breve. Uno più furbo avrebbe dilatato quel racconto all’infinito, essendocene le condizioni. Ma Pecoraro dimostra di non essere furbo ma onesto, specialmente nei confronti del lettore.
    Vado avanti con piacere, mi sono riservato la lettura del prossimo racconto per stasera tardi. Merita maggiore attenzione, si svolge a Napoli. A proposito, perchè città prevedibile ? E’ un paradosso o che ?

  14. MarioB. il 13 aprile 2007 alle 19:37

    E già l’ho letto, l’ho già detto,
    mi é pure piaciuto molto,
    anche l’ha letto mia moglie, pure lei ha gradito i racconti.
    Io dico che quello che mi resta dentro non è ‘sta benedetta storia dei cinquantenni, una sorta di ex o presunta classe dirigente in crisi, no;
    mi permane in vista, negli occhi e in testa un’atmosfera creata con uno stile forte, duro, a volte quasi ostile al lettore, ma preciso, intenso, con una gran cura di particolari per me utilissimi per sentire, vedere, viverci, ragionarci.
    Prescindo davvero dalle vicende per cogliere un senso di delusione generale, su certi piani, e al contempo di fuga verso un immaginario possibile in altri.
    Un immaginario che si paga duro come nella storia del tipo tatuato.

    MarioB.

    ( E sarò anche un amico di Tashtego, ma non scrivo questo per piaggeria, no, ma perchè è un bel libro, questo; anzi io con Tashtego ci litigo spesso)

  15. Lucio Angelini il 13 aprile 2007 alle 20:39

    Presto innalzerò Tashtego agli onori di “Cazzeggi letterari”, il blog che suggella il vero successo di un autore. (So drio ‘ezer).

  16. francesco pecoraro il 13 aprile 2007 alle 21:20

    @bruno
    non sapevo della non trasferibilità degli assegni intestati a me medesimo dopo i 12.500 euro, mi spiace, correggerò quanto prima il testo, per improbabili future edizioni: è essenziale a questo punto sapere in quale altro modo intestare l’assegno senza che si possa risalire all’intestatario.
    forse 2 assegni da diecimila?
    quello della camicia che cambia colore è davvero una svista di cui ci siamo accorti subito dopo la pubblicazione: inspiegabile.
    può succedere.

  17. bruno il 13 aprile 2007 alle 22:14

    Tutti gli assegni superiori ai 12.500 vanno emessi con la clausola di intrasferibilità, a prescindere dall’intestazione. Occhio che ci sono multe salatissime.
    Due da diecimila, come hai detto, oppure uno solo intestato al portatore e il problema è risolto. Ma non penso che se ne accorga nessuno dei non addetti ai lavori, in fondo è solo un dettaglio, come il colore della camicia dello smemorato.
    Concordo con chi ha scritto della mancanza di un filo conduttore, come ammesso dallo stesso autore. E mi sembrano anche racconti scritti tra intervalli di tempo abbastanza lunghi. Quello del Rolex, nonostante l’attualità, mi è sembrato finora il più datato. Strano che fra gli autori preferiti tu non abbia citato il Calvino dei racconti brevi ( la nuvola di smog, la formica argentina, ecc. ).

  18. CalMa il 13 aprile 2007 alle 23:21

    già dissi nell’altro post sempre costì

  19. la funambola il 13 aprile 2007 alle 23:28

    “Il principio del piacere mi ha tenuto lontano anche da Dostoevskij, per una sorta di eccesso di verità che mi faceva vergognare di me stesso (effetto devastante che mi facevano anche Proust e Musil e Gogol e Tolstoi), sbugiardandomi ai miei stessi occhi. Sono scrittori che ti rovesciano come un guanto, con i quali non c’è verso di venire a patti”
    …che belle parole, signor tash…
    baci
    la funambola

  20. carla bariffi il 14 aprile 2007 alle 07:32

    Bene,
    dopo l’assaggio di Bruno posso dire che la mia curiosità
    è stimolata al punto giusto….
    proseguiremo la lettura!
    e complimenti per l’intervista, dalle interviste ci si può fare un’idea dell’autore un’attimino più completa, credo….

  21. Lucio Angelini il 15 aprile 2007 alle 06:37

    Un attimino [già terribile di per sé] almeno senza apostrofo, esimia poetessa:- )

  22. carla bariffi il 15 aprile 2007 alle 17:08

    Pardòn, Lucio Angelini….

  23. valter binaghi il 15 aprile 2007 alle 18:11

    Angelini, lei meriterebbe di essere vestito a forza da vescovo e chiuso in una stanza solo con tashtego.

  24. Don Ugo Gnazzi il 15 aprile 2007 alle 21:23

    Angelini, lei meriterebbe, una volta uscito (se ci riesce) dalla stanza dove è stato rinchiuso da solo con Tashtego, di essere vestito a forza da cardinale e rinchiuso in un’altra stanza da solo con Iannozzi.

    Pacs vobiscum, fratres.

    p.s.

    Anche se non, lo merita, le faccio i miei complimenti per aver “sponsorizzato” la grandissima opera prima di Eugenio De Medio.

    Per questo, e solo per questo, perorerò la sua causa lassù, affinché qualcuno dei suoi tanti peccati le sia cancellato.

  25. Lucio Angelini il 15 aprile 2007 alle 21:47

    Valter Binaghi, non afferro bene: Tashtego ha il vizietto di picchiare i vescovi in stanze chiuse o semplicemente quello di farsi da essi benedire ?

  26. Lucio Angelini il 15 aprile 2007 alle 22:06

    @ Don Ugo Gnazzi: se ha la pazienza di infliggersi i commenti al post “Sessualità riproduttiva/sessualità ricreativa” nel mio blog, scoprirà che ho già respinto la pur interessante proposta di un Dico da parte di Iannozzi .

  27. Don Ugo Gnazzi il 15 aprile 2007 alle 22:44

    Caro Dott. Angelini, le confesso che oggi ho fatto a meno di indossare il cilicio d’ordinanza (me lo avevano lasciato in eredità il Rev.mo padre Ermen&Gildo), proprio perché ieri mi ero inflitti i commenti al post di cui Ella.

    Sono sempre convinto, però (Dio mi perdoni!), che sareste proprio una bella coppia. Sapervi insieme mi farebbe finalmente deporre l’indumento penitenziale, che sopporto con sempre maggior fastidio.

    Riverisco.

  28. Lucio Angelini il 16 aprile 2007 alle 04:54

    Don Gnazzi. Forse l’unica è che con Iannozzi faccia coppia Tashtego. Proprio qui in Nazione Indiana, infatti, a tale Sitting Targets che nei commenti a Krauspenhaar scriveva: “”Posso picchiare a sangue angelini e iannozzi?” rispose:

    “Uno, sono alto 1.83
    Due: peso 105 chili.
    Tre: non fumo e sono un salutista.
    Quattro: non ho un filo di grasso addosso.
    Accomodati.
    Ma la vedo dura per te.”

    Amando dunque entrambi il confronto fisico, potrebbero trasformare l’arte dello scontro in arte dell’incontro…

  29. The O.C. il 16 aprile 2007 alle 15:38

    Oggi ho letto due dei racconti in libreria. Confermo l’impressione lollistica. Con qualche scopata in meno. Buon lavoro all’autore.

  30. Don Ugo Gnazzi il 16 aprile 2007 alle 16:45

    Oh, Dio sia lodato! Che bello vedere in circolazione, in questa landa di anime perdute, il reverendo O.C.! Quale gaudio. Già a suo tempo quella grande anima di padre Ermen&Gildo mi parlarono benissimo di lui e della sua nobile o-pera di proselitismo. Bello sapere di non non essere soli.

    Pacs, semper pacs vobiscum.

  31. Lorenzo Galbiati il 16 aprile 2007 alle 18:35

    vedo solo ora…
    insomma, prima vi tirate i coltelli nei commenti ai blog e poi…
    siete i soliti teatranti!! ;-))
    cmq sei un bel tipo e li porti bene i tuoi anni, ti avrei immaginato più sciupato…
    lorenz

  32. francesco pecoraro il 16 aprile 2007 alle 20:55

    @galbiati
    ti riferisci a me?

  33. fk il 16 aprile 2007 alle 21:50

    Magari sì. Vuoi vedere che il nostro Galbiatik pensa che il “maori” in copertina sei tu? :-)



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