Raul, sovrano delle tenebre

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di Franz Krauspenhaar

Raul Montanari è, senza se e senza ma, una certezza delle nostre lettere. Un ultra quarantenne dal ragionamento acuto e dai muscoli sempre in esercizio, un insegnante di scuola di scrittura tra i più prestigiosi in Italia, un narratore passato anche attraverso l’esperienza della poesia (Cover, con Tiziano Scarpa e Aldo Nove). Un narratore che nei primi anni del decennio 90, insieme a pochi “facinorosi”, inventò il noir italiano. Lui da Milano, insieme a Pinketts ed altri, mentre da Bologna guidava un’altra importante cordata Carlo Lucarelli.

Montanari però del noir s’è fregiato, diciamo così, più che altro dell’etichetta. In questo nostro paese tanto criticato soprattutto dall’interno anche per la sua esterofilia, il nostro noir ha saputo sì inventarsi da una lontana immagine nordamericana, ma subitaneamente cambiando pelle, diventando anche altro a seconda di chi ne afferrava i topos per stravolgere tutto, per essere così davvero italiano, fin nel profondo. Montanari non è esattamente un sovvertitore, anche perché la sua letteratura non ha bisogno di strepiti avanguardistici quattro stagioni. Le sue storie sono nere perché sono fatte di vittime e carnefici, vi compare un’arma – una pistola, un coltello, le mani nude – e spesso  un lago (uno dei suoi luoghi d’elezione) dove affogare col corpo ma soprattutto con l’anima.

Ecco, lo scrittore milanese  è un impietoso indagatore dell’anima, e precisamente della sua parte nera, oscura, fatale. È un esistenzialista del delitto, un detective coraggioso della psiche criminale, dei recessi cattivi degli uomini spesso divenuti così loro malgrado. Uno scrittore che sa cos’è la sofferenza, la crudeltà, e la pietas. Ormai sono quindici anni che è uno dei protagonisti della scena noir e non solo. Dopo l’esordio con Il buio divora la strada, seguito dall’eccellente La perfezione, da poco ristampato per Feltrinelli, la sua carriera è proseguita con libri anche piuttosto diversi tra loro, fino al capolavoro Che cosa hai fatto (Baldini & Castoldi, 2001) a mio avviso uno dei migliori noir pubblicati in Italia, e dico noir soltanto per semplificare in quattro lettere; poiché quel libro – un pugno nello stomaco integrale, che raccomando a tutte la “anime belle” – è qualcosa che va decisamente oltre, è un informale (perché in definitiva informe) contenitore narrativo di nefandezze ed angosce, una specie di summa romanzesca di ciò che il desiderio e la colpa, il delitto, la rabbia  e il dolore possono creare, come micidiali ingredienti, all’interno di un cocktail molotov ad altra concentrazione di disperazione esistenziale.
I libri seguenti non ripeteranno l’exploit, con un ripiegamento nel genere (sempre giocando la partita ad alto livello e con grande creatività) ma sostanzialmente senza fare un ulteriore e ancora possibile  salto in avanti rispetto a quel magnifico romanzo di inizio millennio.

E ora, finalmente, un secondo libro di racconti: E’ di moda la morte, Giulio Perrone Editore, pagg. 127, euro 5.00, che esce nella collana “Racconti d’autore”diretta da Paolo di Paolo.  La prima raccolta, l’inquietante Un bacio al mondo (Rizzoli, 1998)  raccontò ai lettori che Montanari sapeva gareggiare nella forma breve come un centometrista dell’angoscia. Il frutto di venti lunghi anni di scrittura “breve” lavorata con la maniacale precisione di un miniaturista. Ci si è domandato a lungo, anni dopo, come mai non uscisse un suo secondo libro di  short stories. Ecco colmato il gap, dunque. Un libro particolare, l’ultimo, che è stato “montato” – creando così non una raccolta ma un vero libro di racconti concettualmente integrabili tra loro – a partire da alcune collaborazioni dello scrittore con varie riviste e giornali nazionali. Racconti che hanno come scenario il mondo della moda, tutti ambientati a Milano, che della moda è la Grande Mela ancora fragrante.

La scrittura è sempre quella nitida,  cristallina che è uno dei suoi marchi di fabbrica. Qualcosa che si muove, nella lettura, con la scorrevolezza di un tapis roulant, con sapiente dosaggio dei mezzi espressivi e del montaggio. È ovvio che Montanari deve molto non solo a una lunga tradizione letteraria – e leggendolo mi è sempre venuta in mente, nella categoria noiristi, Patricia Highsmith- ma anche a certo cinema dell’intrigo e del mistero: non si può non pensare ad Hitchcock e al Kubrick più nero. I racconti  sono 10, cifra tonda.

Si parte con No way out , in cui si narra la giornata  lavoro di un killer all’interno di un ambiente fashion; dentro, un certo sapore alla Bret Easton Ellis (di cui si trova in epigrafe un significativo dialogo tratto da Glamourama) . Segue uno dei più bei pezzi della collezione, La maschera e la pelle, un racconto epistolare – protagonista una donna-  sul feroce tradimento del sentimento forse più nobile, l’amicizia. La verità è una specie di cortometraggio hitchcockiano sullo scambio delle identità, nel quale l’amore tradito diventa ancora il facile bersaglio di un’osservazione netta e implacabile. I lupi  – l’unico racconto già uscito in un’antologia, la tedesca Europa mordet del 2004, nel quale figurava un autore per ogni nazione europea – narra  di un concorso di bellezza per scrittori, e perlustra la follia di certe cose letterarie.
Blackstage racconta di un serial killer di modelle, e ha un finale agghiacciante. L’altro capo del filo parla dell’improvviso risveglio alla vita (o forse al suo contrario) di una donna a seguito della scoperta di un tradimento. Roulette russa –  direi il racconto meno convincente –  ha un sapore da western in un interno modaiolo. Tu  mi conosci ma non sai chi sono è un altro piccolo gioiello, nel quale si racconta l’ossessione di un uomo insano di mente per una bella donna. Il Creatore svela il maledetto imbroglio di uno stilista e ha un epilogo violentissimo. La musa è una sorta di favola sulla moda – trovata credo inedita- ambientata in un lontano futuro.

I racconti, scritti dal 2001 al 2006, sono stati massicciamente riveduti per quest’uscita, a cercare i rimandi interni per farne un organismo narrativo compatto, e sempre con la cura e il rigore  “teutonico” di questo autore. Era dagli anni 80, epoca d’oro della moda italiana, che non usciva un significativo libro di fiction con queste ambientazioni; dai tempi di Marco Parma e del suo Sotto il vestito niente,  che i fratelli Vanzina trasformarono radicalmente, facendone un horror, comprandone in sostanza soltanto l’efficacissimo titolo.

E’ di moda la morte racconta così, in diversi modi, ma sempre con il passo breve e felino del predatore di immagini ed emozioni, delle storie di varia umanità in un preciso contesto; alcune spiccatamente noir, altre per nulla. Ma in tutte resiste, ultimissima a morire, non certo la speranza, ma la capitale domanda che per moltissimi non ha risposta e che perciò non formulo, nemmeno qui, restando  fedele al mistero.

(Pubblicato su Il Domenicale – 4-05.07.)

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74 Commenti

  1. Per Franz,

    Sto leggendo Camilleri, molto apprezzato in Francia. E’ vero che la scrittura è divertente, la traduzione da Serge Quadrappani da un’idea del dialetto molto godente.
    Amo anche Laura Grimaldi perché evoca un argomento che mi ossessiona: la violenza nella famiglia. Penso a : La Paura.
    Sto leggendo anche La muorte nel cuore, libri che descrive bene la società con sensibilità.
    Si, il nero, il giallo vivono in Italia.
    Credo che sia una differenza tra il nero e il giallo, vero?

  2. ‘Azzo che sviolinata.
    Magari anche giusta.
    Ma non ho mai letto niente di Montanari.
    Però ho letto la Highsmith, che mi fa annoiare a morte. Gli preferisco di gran lunga Pelecanos e Crais.

  3. concordo in pieno con ciò che hai scritto, fk.
    aggiungo solo che i suoi ultimi lavori, pur di alta qualità di scrittura, sembrano troppo uguali l’uno all’altro, troppo simili. parlo per gusto personale, punto.
    trovo invece sempre interessanti e mai uguali i commenti di iannozzi: riesce a postare anche quando non ha niente da dire.
    indubbiamente questa è una dote.

  4. Beh Veronique, tra giallo e noir – detta così, all’incirca – c’è la differenza che c’è da voi tra polar e noir, appunto. Ma le contaminazioni sono innumerevoli, ogni libro fa storia a sè.
    Indubbiamente, Con la morte nel cuore di Biondillo è un polar. Ma naturalmente ogni autore che si rispetti tende a uscire dal genere esplorando i suoi propri intimi territori fatti di origini, ossessioni, ricordi di vita, esperienze, passioni.
    Biondillo e Montanari in questo (ciascuno alla sua personalissima maniera) sono esemplificativi.

  5. il noir serve ad intrattenere il Grande Ripieno sociale che farcisce il mondo occidentale con un supposto altro da sé, che probabilmente esiste ma che è più squallido del Grande Ripieno stesso.
    lo sterminato ceto medio si sollazza del noir e del giallo perché non sopporta di vedersi (seriamente) rappresentato in nessuna forma di narrazione, non sopporta più di riconoscersi per nessun verso, nella broda in cui vive e di cui si nutre.
    così il giallista-noirista gli fornisce il conquibus.
    e tutti sono più contenti.
    questo non c’entra con l’essere o no bravi scrittori (o anche eccelsi), naturalmente.

  6. Visto! Non ho niente da dire e riesco personio a parlare.
    Che devo dire? Non l’ho letto Montanari.

    Mi cita un po’ di autori e di quelli dico, in fondo così finisco col parlare trasversalmente anche di Montanari, pur non avendo letto mai una sua pagina, facendo ricorso alla recensione di Franz e agli autori da lui citati: allora aggiungo che Pinkets mi fa sorridere, per l’ingenuità, e che invece Ellis è uno scrittorucolo super sopravvalutato e che gli editor farebbero bene a dargli una bella ripassata prima di propinarcelo.

    “…non si può non pensare ad Hitchcock e al Kubrick più nero”: poi magari mi si spiegherà che c’entrerebbe Kubrick. Al limite posso capire che ci sia qualche nesso con Hitchcock – che comunque rimane geniale in molte pellicole -, mentre Kubrick, così, ad istinto mi sembra ci azzecchi come i cavolfiori a merenda.

    Poi, ultima nota, giusto per evidenziare: come mai il Domenicale? Nazione Indiana ha cambiato rotta?

    Se dovete ricorrere a un turpiloquio da camalli abissini per rispondermi, come per altre volte, per favore… anzi, per vostro “favore”, meglio non rispondere.

    Grazie.

  7. Raul Montanari non è uno scrittore noir; è uno scrittore di tragedie greche ambientate a Milano.
    E ha una scrittura perfetta.
    Poi parla anche di cose molto ripugnanti, a volte assurde, a volte terribili, a volte violente che sembrano volerti sfidare al gioco “vediamo se resisti anche a questo incubo”; e siccome quegli incubi sono perversamente affascinanti resisti, leggi fino in fondo e sei fregato…

  8. “verso le cose stesse”
    non vi è venuta a noia l’anima?
    la realtà è estromessa ovunque. non solo dai media generalisti a quanto pare. prima o poi bisognerà riflettere.
    anche se non c’entra con l’essere scrittori eccelsi, vero. è solo più difficile.

  9. Non vedo come possa c’entrare in qualche modo Kubrick con Raul, con le sue storie, con Milano ecco. Mi sembra una forzatura. Ma poi possibilissimo che Raul sia un geniaccio come Kubrick e che io sia un emerito cretino che non si è accorto ancora d’un Montanari che sarebbe il Kubrick “più nero” e italiano per giunta. In effetti non vedo neanche cosa ci azzecchi Hitchcock… mah. Mi sembrano due nomi messi lì, ma senza nessuna ragione critica. Non mi vien detto perché Hitchcock e Kubrick dovrebbero avere una qualche attinenza con la scrittura di Raul. Ma poi sì, sarà che son cretino e che non ho capito, così si taglia la testa al toro ed evitiamo discussioni inutili.

  10. A chi interessa, in Vibrisse, nel link Bottegadilettura, c’è una mia intervista a RM, in data 19 marzo.
    Magari vi fate un’idea del tipo….

  11. è da poco che mi sono avvicinata a questo genere di scrittura, (gialli e noir) e devo dire che ne sto subendo tutto il fascino misterioso e accattivante che solo una trama noir riesce a sprigionare,
    appassionandoci nei suoi intrecci, coinvolgendoci nei risvolti psicologici.

    Di Raul Montanari ho letto “Chiudi gli occhi”, dove l’acqua di lago, mio elemento, fa da sfondo a una trama che ho trovato molto avvincente.
    grazie Franz

  12. domani ampi scrosci sul versante nordorientale della Milanosuinavigli.
    consigliato il pieghevole!
    saluti
    colonnello B.

  13. Giuseppe, ho scritto che Montanari “deve molto” a Hitchcock e al Kubrick più nero, non che Montanari è l’Hitchcock o il Kubrick “de noantri”. Si tratta di suggestioni molto forti, che poi uno scrittore usa nelle sue storie a suo modo, secondo la sua sensibilità. E’ chiaro che in certi racconti di Raul queste suggestioni cinematografiche si sentono fortemente. Come ti ha consigliato qualcuno: leggi, prima di parlare /scrivere.

  14. Franz, non ho mai scritto che tu avessi scritto che Raul uguale a Kubrick, semmai evidenziavo io in maniera inequivocabile citando una frase del tuo pezzo:

    “…non si può non pensare ad Hitchcock e al Kubrick più nero”: poi magari mi si spiegherà che c’entrerebbe Kubrick. E ancora: Ma poi possibilissimo che Raul sia un geniaccio come Kubrick e che io sia un emerito cretino che non si è accorto ancora d’un Montanari che sarebbe il Kubrick “più nero” e italiano per giunta. Il TUTTO molto coniugato in sarebbe. Dovrà pur significare qualche cosa, o no?

    E basta con la noia trita e ritrita: legge solamente la quarta di copertina, pilucca dagli articoli, non li legge… Gli occhiali ce li ho sul naso ben ancorati, il cervello forse è poco ma c’è.

    Comunque, no, non leggerò Montanari. Non ora. Ho altri autori per la testa, che con il mio senno molto modesto ritengo più importanti ai fini dell’evoluzione del mio pensiero e del mio modo di guardare alla società. Rimando a un tempo da destinarsi l’eventuale lettura delle opere di Montanari.

    Però grazie della parziale spiegazione: adesso, se non altro, capisco anch’io che trattasi di suggestioni che Raul ha in parte fatte sue per tradurle nelle sue storie.

    Come mai Il Domenicale? No, chiedo perché… Io, ad esempio, mai avuto niente da dire in merito a “Il Domenicale”…

    Mi si consenta: si legga prima quello che sparo, invece di fare subito il tiro al bersaglio e farmi passare per idiota, tanto più che se voglio proprio passare per idiota, non ho bisogno d’alcuna spinta: son capacissimo da me. E non nego che è un gioco che mi diverte spacciarmi ora per scemo del villaggio ora per cenerentola e ancora per dracula. Difatti “un poeta può sopravvivere a tutto tranne che ad un errore di stampa.” Ora, perdonatemi, ma ho da partecipare all’inaugurazione d’una toilette e non mi sono ancora tinto le sopracciglia.

  15. l’ultimo noir italiano che è riuscito a conquistarmi è stato il senso della frase di Pinketts anche se non gli perdono questo continuo virare al grottesco che solo i grandi come Pennac ,Ambler e Thompson possono permettersi.In genere c’è poco cuore e molto mestiere nei lavori neri pubblicati in italia,spero non sia il caso dell’opera presentata in questa sede come stupefacente.Del resto da queste parti scerbanenco gode di una reputazione che non merita ed è considerato il padre nostro del genere.Manca sempre un po di Caos

    Diamonds

  16. Per Franz,
    Rileggendo l’articolo, associavo Milano a Barcelona. Sono città che infondono misteri e tenebre.
    Città della modernità, terribile per il contrasto buio tra la bellezza e la povertà, la fauna degli arrichiti e degli emarginati.
    Tentacoli ebani che trasformano la città in migale.
    Cio non toglie uno sguardo tenero, quello che Gianni Biondillo posa sulla periferia milanese, il suo caro Quarto Oggiaro.

  17. In passato trovavo molto divertenti Raul e Franz, perché si incazzavano come iene anche per dei nonnulla. Adesso, invece, hanno raggiunto un encomiabile aplomb:- )

  18. E’ vero quello che dice Ilse
    “Raul Montanari non è uno scrittore noir; è uno scrittore di tragedie greche ambientate a Milano.
    E ha una scrittura perfetta.”

    Mi viene da pensare a una cosa: Lucarelli è andato verso l’impegno civile raccontando la storia italiana recente. Ecco, penso che anche Montanari sarebbe un narratore formidabile della realtà, sia per la sua scrittura solida e perfetta come un muro inca, sia per la capacità di rappresentare il male vincendolo con la bellezza (quello che faceva Kubrik: scene violente costruite con cura formale assoluta).
    Insomma come sarebbe un libro di Montanari in cui non inventa ma utilizza tutti i suoi strumenti per raccontare fatti?
    Ma forse è una dimensione che non sente sua. Chi sa…

  19. Non so se è una leggenda, ma sono massi di pietra tagliati e incastrati tra loro tanto bene che dalle fessure non passa la lama di un coltello.

  20. Grazie fk per questo post

    A chi critica il “noir”, cosa dire?
    Certo, bisogna distinguere, ma come in tutte le cose.

    Il noir che merita è il genere che meglio si addice a decostruire la società nella quale viviamo, dove l’ordine è ormai un lusso che ci siamo lasciati alle spalle, dove la divisione elementare tra “buoni e cattivi” è definitivamente superata.
    Dove le città sono la proiezione delle nostre menti alienate, delle nostre anime malate…

    Ricordiamo anche il Montanari traduttore: di Cormac McCarthy, ad esempio

  21. @tashtego
    Sto finendo il primo racconto del tuo libro. E’ STRAORDINARIO!!! Se tutto il libro è a questi livelli… Era da secoli che non mi entusiasmavo così per un libro.

  22. @scerbanennko

    il noir è morto, scerbanenko, da parecchio tempo. ora è solo intrattenimento di genere. non dovrei scrivere questo – io che ne ho scritti quattro di romanzi noir, che se mi dicevano gialli io correggevo e dicevo no, sono noir – ma a tutt’oggi è la realtà: il noir è moda e ha perso ogni valenza e impegno sociale.
    qualcuno, pochissimi, e mi viene in mente solo luigi bernardi, fa scrittura di denuncia e trascende dal genere, e questo è quanto.
    ma è anche vero quello che dice il mio amico ugo mazzotta, scrittore di gialli:il “sociale” nel noir entra quando all’autore va, se gli va, e come gli va… non è un ingrediente indispensabile, anche se quando è utilizzato è, come si dice, la morte sua!
    credo che i tempi siano maturi per qualcosa di nuovo.
    il noir è morto, viva il noir.

  23. Mah. Se uno non ha più voglia di scrivere noir scrive qualcos’altro. Il noir è vivo ( o morto) come qualunque altro genere, secondo me.
    Oh, leggi Cattivo sangue, Merisi:-)

  24. @ Merisi

    Difficile darti torto.
    In parte hai ragione…

    In proposito, ti confesserò, ho le idee molto confuse io stesso.
    Io che sono cresciuto a latte e chandler, hammett e compagnia bella. Dall’hard boiled americano fino a al miglior Ellroy,
    Fino a Scerbanenko, fino a Derek Raymond, fino al Boris Vian di “Sputerò sulle vostre tombe”, fino a “Giovane Adamo” di Trocchi.

    Una piccola chicca: un romanzo italiano davvero teso e “cattivo”: “Caino Lanferti” di Clemente Tafuri.

    @ fk

    consigliami qualche noir italiano degli ultimi anni che bisogna aver letto a tutti i costi. non è una critica. provvederò quanto prima a rimediare, qualora i titoli che mi darai, non li avessi letti.

  25. (..)”Per molti la chiave del tutto sta nel rispecchiamento:il noir sarebbe il genere che meglio rispecchia la violenze e le paure del mondo contemporaneo.In parte ciò è anche vero.Ma solo se e in quanto il rispecchiamento spiega un aspetto del noir:Il suo ritorno di centralità.Ritorno,perchè il cuore di quell’ampia,e forse scontornata definizione di noir che ci siamo dati(un racconto sulla presenza del male)è antico quanto l’uomo.Tanto da aver rappresentato il motivo centrale del teatro greco classico.Di Shakespeare,Balzac,Dostojevskji,Dickens.La presenza del male.La sua immanenza.Il suo mistero e i suoi stretti legami con le viscere dell’uomo.Edipo parla di incesto e di parricidio.LIliade è il poema allucinato di uno sterminio di massa.I Demoni sono il canto allucinato del terrorismo nichilista.E militano nella folta schiera il Riccardi III e fli stessi promessi sposi:un racconto di ratto,stupro,violenza,pestilenza e rivolta,segnato dalla disperata ricerca di un approdo nella divina Provvidenza…(..)
    Il pubblico del teatro greco e delle tragedie elisabettiane non si poneva il problema dei generi.Nell’assistere,poniamo,allEdipo a Colono,quel pubblico era perfettamente in grado di comprendere la rete simbolica sottostante alla rappresentazione.Entrava immediatamente in sinstonia.Quel pubblico ricoonosceva l’oracolo di Apollo o il furore delle Mènadi con la stessa immediatezza con la quale un ragazzo di oggi si immerge in un sofisticato gioco di ruolo elettronico.(..)Quando cerchiamo di spiegarci il favore che incontra il noir,quello italiano in particolare,dobbiamo convenire che ciò che definiamo noir,in definitiva,ripristina questa sintonia fra autori e pubblico,restaurando antiche,mai sopite,incancellabili assonanza.Gli stilemi del noirmin quanto genere da tempo esaurito,rivivono al serviziod i questa New Thing che affonda radici in una tradizione antica,rinnovandola grazie all’immediata fruibilità di caratteri,tipi,situazioni,moduli narrativi che sono quelli dell’oggi.Riconosciamo il noir perchè parla la lingua di un genere ampiamente metabolizzato dal nostro livello primario di comunicazione.Ma il core sta altrove.Va svelato caso per caso.Ci guida per mano,attraverso la rappresentazione del male,verso un’agognata,disperata catarsi.(..)

    Giancarlo De Cataldo su Noir Magazine n°1

    p.s. non avevo altro da fare

  26. Va bè, allora secondo questo assunto anche mia madre mia zia e mia nonna sono noir. Ma no, dai.

    @Scerbanenko.
    Boh? Ce ne sono diversi. A me sembra che sei più ferrato tu, in materia.

  27. I commenti di questo posto sono appassionanti. E’ vero que la città rispecchia nostre menti alienati. Penso a Mendoza, Montalban per Barcelona.
    In Francia, il nero o il giallo puo combinarsi con la Storia: ( Thierry Jonquet.) Consiglio Fred Vargas. Ho letto anche Cesare Battisti che evoca la sua vità di rifugiato:” le cargo sentimental”, “les habits de l’ombre.”
    La chair de l’orchidée” di Chase è anche un libro culto per me.
    So che sabato si svolge una fiera a Torino. Ahimè, devo accompagnare gli alunni a un “jury de lecture” la giornata intera di venerdi.
    Ma se qualcuno puo consigliarmi una lettura: vado a Parigi presto …

  28. Montari sarà anche uno scrittore talentuoso come dite voi, però se davvero avesse il coraggio di esserlo fino in fondo non comparirebbe alle trasmissione tipo pomeriggio sul due, a parlare di amenità con Monguzzi, michiuzzi, come si chiama, o dalle invasioni barbariche. Praticamente come Taricone&C.

  29. e che palle. Ma sempre a giudicare a mettere i puntini a criticare a rompere le balle? Tutto qua? Nient’altro? Ma che è un vizio? Ma che è questa la Nostra Signora Dialettica?
    Si lo so, sto facendo lo stesso.
    Dov’è lo straccio(che pulisco)?

  30. magda, sui soldi non si sputa mai,
    e montanari fa bene ad andare in televisione – inutile che ti spieghi i motivi, giusto? – e la sua immagine di scritore di talento non credo affatto che ne risenta. hai un’idea di quanti scrittori farebbero come lui ma non vengono chiamati? e, credimi, non starebbero a farsi tante pippe – ci vado non ci vado – su cosa la gente penserebbe di loro.
    di contro, esistono scrittori che si sono rifiutati di fare quello che fa raul, ligi alla loro morale e al loro pensiero, anche se poi vivono male, ai margini di tutto, schiavi delle loro idee e delle loro preclusioni.
    pillola rossa o pillola blu, ognuno sceglie in libertà.
    nessun codice deontologico viene infranto in nessuno dei casi.
    e il talento rimane tale, anarchico o di partito che sia. e se una volta il talento portava (il più delle volte) fame, ora, vivaddio, porta soldi, e a volte proprio tanti.

  31. Merisi, mi sembrano osservazioni sensate, all’insegna per altro della tolleranza sulle scelte altrui.” Le invasioni barbariche” sono il programma della bignardi. Però voglio dire che in questi contesti Raul anzichè risultare come dire, un autore di qualità, risulta un elemento astruso, come dire, dopo aver sentito parlare emeriti mediocri su temi assolutamente banali come che so, il tradimento, le corna, etc etcv e poi sentire raul che parla in tono aulico o intellettuale o solo intelligente, l’effetto è che è lui a sembrare un elemento estraneo o assurdo. Paradosso della stupidità televisiva.
    Cmq io farei un effetto ancora peggiore :-)

  32. No io se vado, o faccio la scema come la Susy di turisti per caso, o faccio il maestro di vita come ….come? mi sa che non c’è…ecco invento il personaggio che non c’è

  33. Non sono una grande esperta di televisione, soprattutto del pomeriggio di Rai2, visto anche che a quell’ora sono in ufficio; però mi sembra che fra l’Italia sul 2 e il bel programma della Bignardi ci sia una grande differenza. Se fossi uno scrittore al programma della Bignardi ci andrei strisciando, anche solo perché è molto visto da un certo giro di persone che leggono e comprano libri. In quel programma ho visto tra l’altro passare persone pregevoli, accanto naturalmente a microbi televisivi insignificanti e a politici antipatici e campioni del vuoto. Raul Montanari l’ho visto una sola volta e parlava di pesca, e hai ragione tu, parlava di pesca in un modo… come stesse parlando del senso della vita… appunto!

  34. io se fossi montanari dalla bignardi ci andrei. però per schiacciarle un piede, alla fine dell’intervista, sussurrandole una frase del tipo: “ehy baby, fly down please”. certe volte penso che siano meglio gli italioti del programma del pomeriggio sul due che le trasposizioni televisive dei salottini radical chic di una certa milano.

  35. Eva di Chase,visto che è stato nominato.Tornando a prima delle barbariche invasioni credo che il noir abbia una ragion d’essere fino a che uno riesce a intravedere “l’ombra in cui terminano le cose” e a capire che “la realtà è l’eterno sottinteso”(ringraziando vincenzino Cardarelli).Quando uno perde queste sensibilità forse vuol dire che è diventato anziano,senza offesa per nessuno(certo,era molto più interessante la tesi per cui uno comincia ad invecchiare quando,inginocchiandosi per legarsi i lacci delle scarpe,pensa a quante altre cose buone potrebbe fare in quella postura)

  36. La verità ha natura umbratile, diceva il nolano.
    La Bignardi non si prenda meriti che non ha, perchè oltre ad essere carina, piacevole, educata, diciamo che gode di un’ottima redazione sempre molto informata e preparata. del resto a Tronchetti mica mancano i mezzi d’informazione, se ci ricordiamo bene. Adesso c’è la Ilaria d’Amico. All’A7 piacciono queste donne rassicuranti, belle preparate, liceate, più intelligenti delle veline ma meno incisive della Palombelli. Le donne diafano, le donne trasparenti che tutti vorrebbero sposare. diciamo che le segretarie hanno fatto carriera.

  37. Veramente anche l’infedele è così…domende preparate, repertorio scontato, contenitore pressochè tautologico. Cioè sono format più o meno tutti simili, su modello del talk show, che potrebbe condurre chiunque, visto l’impersonalità e la non rilevanza degli argomenti.
    Ma benchè non mi dispiaccia per esempio la Armeni, Giuliano Ferrara ieri sera ha toccato il livello più basso di dignità giornalistica attaccando il maniera bieca e deviata il neuropsichiatra riguardo il caso- tormentone di pedofilia.
    per me il programma più bello della rai è la prova del cuoco :-) ma Minoli dov’è finito?

  38. “La verità ha natura umbratile, diceva il nolano.”
    immagino ti riferisca allo storico boss camorrista chiamato Pascalone ‘e Nola.
    ieri sera Ferrara, è vero, toccò, è vero, il livello che tu indichi con Cancrini aiutato da la stupida e a lui sottomessa Armeni Rosanna se-dicente rifondarola che avrebbe ogni buona ragione per vergognarsi di esistere e invece no, non si vergogna e continua a ridere e a mostrare, soggiogata, il dente fesso, gli occhi da sogliola limanda, mentre regge lo strascico del ciccione che si lavora la preda attirata nella rete della sua trasmissione: spettacolo terribile di abiezione umana, politica, sessuale.

  39. possiamo sempre chiedere ll’interdizione di Ferrara e affini, tipo l’Emilio di cui il cognome è tutto un programma, dall’ordine dei giornalisti.

  40. @Angelini
    Oddio, che emozione !
    Mi hai dato di sciocchina..mò me lo segno (come diceva il mitico Troisi)..:o)
    Lucio, però da un signore come te, passare subito a questi epitetucci…mah…
    Chiudo qui la super sterile polemicuccia.
    Bye.

  41. Ciccione, sogliola, patentini di vera rifondarola. Tashtego è sempre una sicurezza. Ma nonostante la sua “scrittura straordinaria” il libro non si schioda, non entra in classifica. Quindi perché rodersi tanto il fegato?

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Nota di lettura su “Unità stratigrafiche” di Laura Liberale, Arcipelago Itaca, 2020.

di Carlo Giacobbi
La morte, dunque. E la si pronunci questa parola, se ne indaghi anzitutto il significato letterale-biologico, se ne prenda atto: questo pare essere l’invito del dettato poetico dell’autrice, il motivo della sua ars scribendi.

Su «Quando tornerò» di Marco Balzano

di Antonella Falco
Un romanzo di grande impatto emotivo. Mediante una scrittura asciutta, ma nello stesso tempo calvinianamente “leggera”, racconta la fatica di vivere
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