Sicuro? Sì, sì, sicuro, sicuro…

22 luglio 2007
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di Paola Castagna

… Non è nulla il ritardo rispetto al mancato appuntamento. Mariangela Fantin

Ero al mare da alcuni giorni.
Un mare di riviera, tempestato d’ombrelloni colorati, disturbato da schiamazzi di bimbi troppo viziati e da urla di madri isteriche.
Popolato da carni stese al sole a stingersi il rosa di dosso.
Le giornate trascorrevano cercando la maniera migliore per oziare. Nulla in quel luogo destava emozioni e l’impormi leggerezza mi portò a non fare, non pensare.
La sola cosa cui non sapevo rinunciare era il nuotare. Mi immergevo in un mare lurido che però, lontanissimo dalla riva e dai suoi rumori, regalava attimi d’infinito abbandono.
In occasione di queste nuotate provai emozioni così forti da trasformarmi completamente.

Era una giornata uggiosa, la prima dal mio arrivo. Sin dal mattino si poteva facilmente capire che dal cielo non sarebbe venuto nulla di buono.
Dopo pranzo uno spiraglio di sole flaccido si affacciò dalle nuvole. Questo bastò a spingermi verso la spiaggia, verso la mia consueta nuotata. Sulla sabbia molte persone decise a non rinunciare neppure un minuto alla loro idea di vacanza. Il loro rumore mi era insopportabile. Attraversai il fitto di lettini e ombrelloni, rivolsi saluti distratti a villeggianti di cui non conoscevo il nome e un sorriso distratto alla bionda ossigenata in prima fila. Vicino all’acqua sussurrai un ciao al bagnino. Lui, rigido e attento vigilava affinché nessuno entrasse in acqua. Il mare ruggiva come un leone affamato e sull’asta due bandiere rosse erano tese dal vento.
Il bagnino mi guardò e intuì le mie intenzioni.
“Sicuro?” mi chiese.
“Sì, sì, sicuro” risposi.
Quando nuotavo volevo soltanto arrivare agli scogli e riposarmi. Solo e in silenzio. Quel giorno arrivare fu impresa molto difficile, ma la mia vanità m’impedì di ammetterlo. Il mio scoglio era lì, indifferente al mal tempo e alle intemperie. Le onde lo avevano corroso fino a renderlo cavo, come l’ingresso di una grotta. La roccia levigata lo faceva apparire morbido. Mi sedetti come su una poltrona, come un re sul trono. Arrivato nel mio angolo di paradiso esclusi il mondo.
Udivo il richiamo dei gabbiani e osservavo l’orizzonte impalpabile e misterioso. I miei pensieri, fluttuanti come le onde del mare, non mi appartenevano più. Quel giorno faticai molto a trovare ristoro. L’ impegno della nuotata non mi permise di rilassarmi immediatamente.
Mentre i muscoli iniziavano ad allentare la tensione, fui scosso dalle urla provenienti dalla spiaggia. Il vento di libeccio le aiutava ad arrivare. Vidi il bagnino trattenere una donna per un braccio. Da quella distanza l’unica cosa che notai di lei fu l’amaranto del suo bikini. Capii che il bagnino le voleva impedire di entrare in acqua, ma il bikini amaranto ebbe la meglio. Mentre i bagnanti incuriositi dalle urla iniziavano ad accalcarsi, lei prese il largo.

Non ho tempo né voglia di spiegare ad un bagnino in calzoncini rossi e canottiera bianca che devo andare! Bello o brutto che sia … il mare mi chiama, e con lui il vento.
Devo urlare al mare che sono viva, presente. Sola ma viva. E che il vento possa portare il mio grido.

Ero sorpreso e incuriosito, quasi preoccupato per quella donna imprudente. Nel nuotare non aveva alcuna tecnica, lo faceva soltanto perché aveva deciso di farlo. Si capiva dalle sue bracciate imprecise e scoordinate. Sembrava non arrivare mai. Nel momento in cui un onda più grande delle altre mi fece sobbalzare, la vidi aggrapparsi allo scoglio.
La mia posizione non le permise di notarmi.
Sembrava esausta.
Tentando di salire scivolò più volte. Non feci nulla, il pensiero di intervenire non mi sfiorò neppure. La vedevo soffrire ma avevo la sensazione che la sua sofferenza non fosse affar mio. Dopo molti tentativi falliti riuscì a salire. Tenacia e carattere non le mancavano di certo. Con movenze goffe raggiunse lo scoglio piatto, così levigato dal mare da essere spesso usato come trampolino. Andava quasi carponi, il suo respiro era affannato ed ebbi la sensazione di avere sul collo quell’alito caldo. Si sdraiò adagiandosi sulla schiena, braccia e gambe divaricate.
Il tempo si arrestò. I rumori delle onde e del vento divennero lontani e nella mente il sangue prese a pulsare, picchiando come un tamburo, senza note e senza ritmo. La guardai rimanere abbandonata e iniziai a temere per lei. Stavo per alzarmi quando la vidi muovere una mano. Sedetti di nuovo e mi rilassai. Il senso di colpa per non essere intervenuto svanì di colpo. Era viva, solo questo contava.
Per un istante dimenticai la sua presenza. Respirai profondamente guardando il mare e caddi in un profondo smarrimento.
Guardavo il mare cercando di mettere a fuoco i miei pensieri, ma la mente era annebbiata. Fissavo il mare come paralizzato. Nel cielo nuvole e sole creavano strani giochi di luce. Su una spalla un raggio tenue e leggero, un altro sulla cresta spumosa di un’onda prossima a schiantarsi e un ultimo raggio, un occhio di luce, sullo scoglio dove lei continuava a restare sdraiata.
Il mio smarrimento cessò di colpo.
Un riflesso sulla sua pelle bagnata mi portò ad osservarla di nuovo, a percepirne la presenza e a non sentirmi più solo. Non sapevo attribuirle un’età, ma capii dalla generosità delle forme che era una donna. Una donna matura, formosa e assente.
Quel raggio sembrò destarla e la vidi con occhi diversi. La luce l’aveva creata di nuovo. Il suo corpo mi apparve voluttuoso. Le gambe che prima mi erano sembrate flaccide e amorfe assunsero una posizione fortemente sensuale. Le ginocchia erano puntate verso il cielo. Con un gesto rapido e preciso sciolse i lacci che tenevano legato lo slip.
Il pube mandava riflessi perlati, ed era rasato quanto bastava per lasciar intravedere labbra rosee e carnose. Provai rispetto e approvazione per una natura generosa, florida, ridondante. In un cristallo di tempo rimanemmo per un lasso interminabile in quella posizione.
Lei con il sesso nudo ed io seduto immobile a guardarla.
Iniziò a piovere. Gocce fresche e leggere ci scossero dal nostro riposante torpore.
Mi sollevai lentamente, allungando i muscoli della schiena e attento a non produrre alcun rumore. Contemporaneamente lei iniziò a muovere le gambe, contraendo la carne tra le cosce con movimenti ritmici e così lenti da essere difficili da cogliere.
“Devo essere pazzo” pensai “ Sono qui seduto ad osservare una donna che è convinta di essere sola, senza dire o fare nulla, come fossi al cinema o in un teatro”.

Non volevo rompere quell’incantesimo. Era lei la sola protagonista in scena, niente e nessuno doveva turbare quel momento. Mosse una mano, la poggiò sul ventre e iniziò lentamente ad accarezzarsi. Sentii il suo respiro. Era rilassato ma pronto a esplodere in ben altro ritmo e intensità. I miei occhi erano catturati dalla sua mano, una mano piccola e graziosa che sapeva bene come e quando muoversi. La mano scivolò sul pube accarezzando la peluria ancora bagnata dall’acqua del mare. Era la prima volta che vedevo pettinarsi il pube con tanta grazia. Lo fece per poco, era facile intuire che il suo sesso desiderava ben altro.
Una donna nuda su uno scoglio in mezzo al mare, le gambe divaricate e la schiena inarcata, la mano tra le cosce che segue un ritmo prima veloce, poi frenetico, infine parossistico.
Una masturbazione totale, cerebrale.
Un orgasmo liberatorio e solitario, senza alcun bisogno di un fallo. La sentii gridare un urlo di infinita liberazione misto a dolore, come di animale prossimo alla macellazione.
Non avevo mai visto un piacere così intenso.
Il suo orgasmo stava scemando, lo capii dal respiro che gradatamente tornava normale. Strinse la vagina con la mano aperta, quasi la volesse strizzare del suo liquido. Le grandi labbra, roride, brillavano nell’incipiente oscurità come lucciole nella notte.
Rimase immobile respirando appena, la mano ancora tra le cosce.
Un gabbiano planò facendo sentire la sua voce.
Pochi minuti dopo aprì gli occhi. Riannodò i lacci dello slip con la stessa destrezza con cui li aveva sciolti, sollevò la schiena e sedette. Diresse lo sguardo verso di me puntandomelo negli occhi, sospirò e sorrise. Un attimo dopo era in aria, volando sull’acqua prima di scomparirvi dentro. Il mare ora era calmo, la vidi dirigersi verso la spiaggia.

Rimasi immobile, frastornato. Sentivo la vita urlare come mai prima. Ebbi la consapevolezza di avere partecipato ad un momento di vita altrui che mi avrebbe cambiato per sempre. Se fossi stato spettatore passivo o qualcos’altro non potei mai saperlo. Tornai verso riva nuotando velocemente, colmo di energia nuova. Appena sulla spiaggia corsi verso il bagnino e chiesi chi fosse quella donna con il bikini amaranto.
Non ne sapeva nulla.
“Com’è arrivata è ripartita. Mai vista prima. Di sicuro doveva essere un po’ svitata”.
Non lo lasciai finire. Iniziai a colpirlo con violenza. Se non mi avessero trattenuto forse lo avrei colpito fino a ucciderlo. Ero fuori di me, infuriato come mai ero stato prima di quel momento, con addosso una vita di cui non sapevo neppure il nome.

*     *     *     *     *

Da quel giorno sono passati tanti anni, ma io ogni estate torno su quella spiaggia. Ogni volta il suo degrado è più grande, ma ogni anno torno lì e aspetto. Attendo inutilmente il suo ritorno, desidero le giornate di pioggia per sperare con più intensità in un suo arrivo. Voglio vedere un bikini amaranto inoltrarsi nel mare in tempesta e aspetto la vita che dopo quel giorno non è stata più la stessa. In quell’angolo di mondo un angelo in bikini amaranto posò le ali in cerca di ristoro rendendomi schiavo di una vita che non mi apparteneva.
Lei libera e io prigioniero. Incatenato per sempre, per ogni giorno a venire. Le donne che conobbi dopo mi resero protagonista senza rendersi conto che io ero uno spettatore, solo uno spettatore, e per nulla al mondo avrei ceduto la mia parte. Cercai di camuffare il mio stato ma ero un niente, lei ne era la dimostrazione. Lei era l’esistenza disposta a tutto pur di urlare al vento il suo essere viva mentre io ero un minuscolo e insignificante essere che nella vita non avrebbe potuto o saputo fare di più.

*     *     *     *     *

Ascolto quest’uomo. Quest’uomo vecchio che è di fronte a me, con gli occhi lucidi di pianto.
Lo ascolto e non posso fare a meno di pensare che anch’io devo essere un po’ pazza.
Lui dice che da quel giorno sono passati molti anni, e la magia in cui mi ha trasportato con il suo racconto mi spinge a pensare che non sia vero fino in fondo. Sono disposta a credergli, ma il suo racconto mi sembra troppo perfetto, troppo lucido il suo pensiero.
Gli parlo dei miei dubbi. Lui, sdraiato nel suo letto d’ospedale, non batte ciglio. Mi sento sciocca e, al tempo stesso, invidio quel bikini amaranto che ha saputo creare una tale emozione, lasciare un segno così forte, indelebile.
Mi lascia finire e mentre termino le mie frasi, improvvisamente, capisco il motivo che lo ha spinto a parlarmi. E’ estate e lui non può andare al suo appuntamento, le condizioni di salute non glielo permettono. Poco dopo le sue parole confermano la mia intuizione.
“Sarebbe il primo anno che manco all’appuntamento… Se proprio stavolta dovesse tornare?
Ho bisogno di qualcuno che vada al mio posto… andresti per me?”
Era la prima volta che si rivolgeva a me usando il tu. Ero il suo medico, lo visitavo due volte al giorno per valutare il suo stato e le terapie. Lo conoscevo da molto, ma quella era la prima volta. Non aveva particolari patologie, era solo vecchio, e questo lo portava a faticare in ogni cosa. Camminare, respirare, continuare a vivere.
Sorrisi cercando di prendere tempo e promisi che ne avremmo riparlato l’indomani. Mi guardò negli occhi senza dire una parola. Gli augurai la buonanotte e poi, come fosse un gesto abituale, lo baciai sulla fronte. Subito dopo mi sorpresi di ciò che avevo fatto. Io, la dottoressa di ghiaccio che bacia un suo paziente. Sperai che nessuno mi avesse visto.
Rincasare non fu sufficiente a togliermi dai pensieri quel racconto. Pensai di parlarne con mio marito, ma appena iniziai a farlo non fui capace di continuare. Presa da un senso di soffocamento mi spostai velocemente verso una finestra in cerca d’aria. Danilo non badò troppo al mio comportamento.
“Dicevi?” chiese distrattamente.
Glissai.
Trascorsi la notte vagando per la casa, fumando come non facevo da tempo e cercando inutilmente di non pensare. Il racconto di quell’uomo e la sua assurda richiesta non mi davano la possibilità di rilassarmi.

Il mattino dopo, senza rendersene conto, mio marito cambiò il corso delle cose.
“Hai un pessimo colorito,” disse baciandomi sul collo “penso che tu abbia bisogno di qualche giorno di vacanza. Vogliamo andare al mare?”
Lo abbracciai così forte da fargli male. Mi preparai in fretta e mi diressi al lavoro.
Prima di iniziare il solito giro di visite andai nella stanza otto per dire al mio vecchio paziente che potevo e volevo fare qualcosa per lui.
Lo salutai e non ebbi neppure il tempo di dirgli che avevo deciso di andare. Mi porse un biglietto sul quale era scritto il nome del luogo e della spiaggia. Per lui il mio accettare era scontato.
“Mi raccomando dottoressa” disse “prima di partire guarda le previsioni del tempo. Vai solo se bisogna aspettarsi brutto tempo e mare mosso”.
Poche ore dopo ero in viaggio. Pur non essendocene bisogno mi trovai a spiegare.
“Unisco due cose. Non è un viaggio di lavoro ma quasi. Comunque non temere, ci fermeremo solo il tempo necessario per risolvere una faccenda …”
Arrivammo in una bellissima giornata di sole. Ero confortata dalle previsioni che prevedevano l’arrivo del cattivo tempo di lì a poco.
Le ore non passavano mai e il sole sembrava non dar segni di cedere il passo alle nuvole. Mi sentivo stravolta. Provavo a entrare nel ruolo della villeggiante divertita, ma i miei pensieri erano altrove. Conoscevo nei dettagli le condizioni di salute di quell’uomo e sapevo che aveva i giorni contati. La sera finsi un malessere per porre termine a quelle ore interminabili. Volevo dormire al più presto, sperando che al mio risveglio il cielo fosse cupo.
Danilo non obiettò, anche lui era stanco, quasi sfinito dal tentare di capire i miei atti e miei pensieri.

La sua discrezione stimolò la mia ammirazione. In quell’ interminabile notte dormiva placido e cercai di resistere alla tentazione di accarezzarlo. Tolsi il lenzuolo che gli copriva le gambe. Lo feci scivolare fino ai suoi piedi. La luce soffusa mi permise di ammirare la sua bellezza. Lo volevo toccare ma avevo paura di svegliarlo. Allungai una mano, gli sfiorai il petto e sentii la sua pelle ancora calda di sole, ero certa che tra poco si sarebbe svegliato. Toccai il mio uomo come non avevo mai fatto prima. Avvicinai la bocca al suo collo. Lo annusai: aveva un buon odore. Lo baciai delicatamente dal collo fino al petto e il mio respiro si fece pesante ma lui non si svegliò, o almeno finse di dormire.
Il gioco mi prese la mano in maniera quasi violenta e la sua mancata reazione, rovesciando improvvisamente il mio stato d’animo, mi innervosì.
Avevo bisogno di essere presa, avevo bisogno del suo corpo sopra al mio, volevo essere presa con l’istinto di un animale perché in quel momento mi sentivo così.
Finalmente si mosse. La sua eccitazione era evidente, quasi incontrollabile, sembrava aver sentito nel sonno che la sua femmina era pronta all’accoppiamento. Mi si sdraiò addosso con veemenza e mi penetrò violentemente. I nostri orgasmi arrivarono insieme, dopo pochi secondi.
Restammo sfiniti, distanti, in attesa di un nuovo giorno.
Il mio mattino arrivò con la semplicità di un gesto, di parole consuete.
“Buongiorno cara, dormivi profondamente e ho preferito non svegliarti, sono le dieci. Faccio una doccia, sono fradicio di sudore. Bevi il caffè, è ancora caldo. Ho preso i giornali e le sigarette. Mi sbrigo subito, tra poco il bagno sarà tutto tuo”.
Un bacio leggero mi sfiorò le labbra. Sulla porta del bagno si voltò, mi guardò mentre poggiavo le labbra sulla tazzina e mi sorrise.
Il profumo del caffè colmò l’aria della stanza. Lui era nella sua tenuta da corsa.
Lo vedevo così ogni giorno.

Scomparve dietro la porta, subito dopo lo sentii canticchiare sotto le doccia, poi mi chiamò.
Per coprire lo scroscio dell’acqua gridò: “Fuori è brutto tempo, sta piovendo forte.”
Saltai dal letto, corsi alla finestra e la spalancai. Pioveva a dirotto. Cercai di mantenere la calma, di organizzare i pensieri. Cercai il costume e non lo trovai. Smarrendo la logica, confusi la realtà con la storia di un vecchio. Con qualcosa  fermo ai limiti estremi della sopravvivenza, dimenticato sotto troppi strati di pelle. Capii che era il momento di parlare con mio marito, era il momento di giustificare le mie azioni.

Lui ascoltò in silenzio. Nel suo sguardo né accettazione né comprensione, solo dolcezza.
“Ti aspetto in albergo,“ mi disse “questa è una cosa tua, io mi sento di troppo. Però sii prudente. Qualsiasi cosa deciderai di fare ricorda che potrebbe essere soltanto un favola, una storia partorita da una mente sul punto di spegnersi per sempre. Ti aspetto al bar. Prendo un caffè e leggo il giornale. Tu fà due passi sulla spiaggia e prova ad essere realista”.
Non lo lasciai finire, lo baciai sulla bocca e corsi via.
Appena fuori il vento freddo mi urtò il viso, i miei capelli volavano come foglie e un fremito mi scosse.
Quasi subito la pioggia cessò. Sulla spiaggia tutti gli ombrelloni erano chiusi.
Vicini al mare solo alcuni turisti ben protetti dalle loro giacche a vento, rari bimbi ben stretti alle mani delle madri e io che guardo l’orizzonte.
Due bandiere rosse sancivano il divieto assoluto di entrare in acqua. Il bagnino era intento a parlare con un gruppo di uomini, era tutto esattamente come lui avrebbe desiderato per ritrovare il suo amato bikini amaranto. Quando il mio pensiero corse a quel vecchio nel letto d’ospedale mi resi conto di quanto fosse assurda la mia impresa.
Come potevo ritrovare dopo tanti anni una donna già donna allora?
Mi ero lasciata convincere senza pensare, come avevo potuto essere cosi stupida?
Volevo credere a questa storia, è questa l’unica spiegazione.
Guardai negli occhi il bagnino. Lui ricambiò il mio sguardo senza capire che i miei occhi volevano soltanto distoglierlo da ciò che avevo in mente. Mentre lui era attento ai miei occhi mi spogliai velocemente e, prima che lui potesse rendersi conto dello scopo dei miei movimenti, ero già entrata in acqua. Non mi poté più fermare, mi tuffai e cominciai a nuotare.

Nuotai, nuotai. In preda a qualcosa che non sapevo decifrare, nuotai e sentii soltanto l’acqua scivolarmi sulla pelle.
Mi trovai in mare aperto, non sapevo quanta distanza avessi percorso.
Terrorizzata.
Pur essendo una nuotatrice capace, mi trovai in difficoltà. Tra una cresta d’onda e l’altra intravidi gli scogli ma erano ancora lontanissimi. La spiaggia era ancora più lontana, non potevo tornare indietro.
Troppo tardi.
Un’onda più violenta delle altre mi colse di sorpresa e mi portò sotto. Annaspai. Il respiro già tagliato dall’affanno fu costretto a reprimere la sua fame d’aria. L’onda mi fece perdere il senso dell’orientamento, non sapevo più quale fosse l’alto e quale il basso. Decisi di lasciar fare alla natura, se c’era ancora una superficie la mia leggerezza mi avrebbe portato da lei. Mi lasciai andare. In pochi istanti mille pensieri e milioni di ricordi si accavallarono furiosamente come le onde sopra di me. Il viso di mia madre, quello di mio marito e il sorriso di mio padre mentre mi insegnava a nuotare passarono davanti ai miei occhi chiusi. Risalii all’aria, finalmente potevo respirare. La paura  provata mi donò una determinazione più forte. Combattevo contro vento e mare con una nuova forza, combattevo come avevo sempre fatto nella vita: convinta di avere la meglio.
Arrivai vicino agli scogli e li osservai senza trovare un appiglio su cui potermi sollevare. Ero  esausta, e per questo, cercai velocemente qualcosa a cui potermi aggrappare. Capivo che ogni minuto mi allontanava dal raggiungere quella meta a cui ero così vicina. Il mare non perdona mai. Riuscii ad arrampicarmi, ma metà del mio corpo rimase in acqua. Le gambe penzolavano in preda alle onde e sembravano non avere la forza per seguire il resto del corpo. Trovando una stilla di forza residua riuscii a fare arrivare un piede sullo scoglio, poco dopo anche l’altro lo seguì.
Una volta al sicuro tossii l’acqua  bevuta. Ero felice, ce l’avevo  fatta.
Sospirai e tremai. Era bellissimo. Il rumore del mare e del vento risuonavano come musica. Sentii suoni d’altri tempi e questo turbine di sensazioni mi stordì.
Mi lasciai andare le palpebre pesanti si chiusero sugli occhi. Mi abbandonai.

Mi ripresi senza sapere quanto tempo fosse trascorso. Mi sorpresi sdraiata su uno scoglio e nella mente un unico pensiero: una donna con un bikini amaranto, la sua voglia di vivere, la sua vita addosso e la mia. Tutto divenne semplice, spontaneo. Mi slacciai lo slip e restai immobile, inerte su uno scoglio in mezzo al mare in tempesta.
Non sapevo se il mio pube era rasato quanto bastava o se le mie grandi labbra fossero generose,  se brillano di una luce solo mia. Sapevo soltanto che ero stesa su uno scoglio con una mano che scivolava sul sesso accarezzandone la peluria morbida e bagnata. Un’immensa sensazione di libertà m’invase il corpo e la mente. La mia mano toccò, esplorò le pareti più nascoste del mio corpo, le labbra diventarono turgide.
Esplosi in un orgasmo mai provato, urlai il mio piacere al vento sperando lo portasse a destinazione, al compimento del mai vissuto.
Un  orgasmo, due, troppi per non finire stanca e ansimante.
Senza alcuna difesa, rimasi immobile, sazia dei miei orgasmi profondamente liberatori.
Mi sedetti e mi guardai attorno. Alle mie spalle il rombo di un motoscafo. A bordo alcuni uomini..
Tra loro  mio marito.

*     *     *     *     *

Rientrammo a casa dopo alcuni giorni in cui la vita si fece sentire come mai.
Ero tranquilla, serena, pienamente viva. Appena fu possibile andai in ospedale.
Nel corridoio un’infermiera mi corse incontro con aria preoccupata.
“Dottoressa, per fortuna è tornata: per il paziente della otto non c’è più nulla da fare. Ci sono già i parenti ma lui continua a chiedere di lei”.
Mi precipitai nella stanza. Il suo letto era circondato da persone in lacrime. Chiesi di poter passare e lui mi vide. Mi sorrise. Chiesi ai parenti la cortesia di uscire e restammo soli.
Seduta sul letto gli presi la mano, sotto il mio camice si intravedeva appena un bikini amaranto.
“Ciao dottore, allora?  Raccontami tutto”.
“Sicuro?”
“Sì, sì, sicuro, sicuro”.

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9 Responses to Sicuro? Sì, sì, sicuro, sicuro…

  1. michele il 22 luglio 2007 alle 09:26

    brava paola è una favola stupenda,la scrittura è leggera,trascinante,colorata,pittorica,la vita nella libertà vince la morte.

  2. paola castagna il 22 luglio 2007 alle 10:42

    Grazie Michele, vedere questa storia pubblicata mi emoziona, Franz sa che mi è molto cara.
    L’unico scritto in prosa, e se penso che domani a quest’ora sono al mare rende il tutto ancora più eccitante.
    Grazie Franz, ok? va bene? in maniera esageta…a gò dit!

  3. Blackjack il 22 luglio 2007 alle 12:11

    Bello. Solo che il finale era prevedibile; un piccolo peccato veniale.
    In alcuni passaggi mi ha ricordato Caos Calmo di Veronesi; quando lui incontra la Signora ‘misteriosa’.

    Blackjack.

  4. valter binaghi il 22 luglio 2007 alle 12:19

    Sesso e mistero, piace anche a me.
    Hai mica un bikini amaranto, Paola?

  5. paola castagna il 22 luglio 2007 alle 12:46

    Magari Valter, è anni che lo cerco, rosso, rosso scuro, ma amaranto sembra non esistere.
    Grazie a entrambi, sottolineo il mio non essere uno scrittore, ma questa è una di quelle storie che andavano scritte.

  6. antonio sparzani il 22 luglio 2007 alle 17:00

    si legge senza riuscire a smettere, non tanto per conoscere l’esito, ma perché è la scrittura che si addensa, corre, ti trascina. Grazie assai, a.

  7. paola castagna il 22 luglio 2007 alle 18:53

    Grazie a te a.
    nella troppa semplicità delle cose, nel mio scrivere istintivo la donna che soggiorna è gratificata dal scoprire come una storia, chiamatasi anche Favola stupenda, riesca a portare l’attenzione.
    E’ un manoscritto rimasto per anni nel cassetto ma che bramava sull’uscire…esce e emoziona, sia nei ricordi di scrittori altri, sia nel coinvolgere la lettura, la parola scritta che riesce ancora a destare gli animi…si tratta in fondo di una storia, una qualsiasi, vissuta e scritta, nulla più che un denudare lo scrivere per riviverlo.
    Una storia qualsiasi, e chi non ne ha da raccontare?
    Portiamo tutti storie più o meno discutibili, riusciamo di rado a scriverle nel Vero che possiedono… qui forse l’impresa è ben riuscita.
    Colgo l’occasione per ringraziare l’editing di questa storia ( Daniele Borghi ) scrittore di Roma molto capace nell’uso di una parola pulita.
    Aggiungo che non so se questo post avrà un seguito, io da domani mi assento per qualche giorno, viaggio di piacere col figlio Andrea e nipote Anna , verso quel quasi mare.
    Ringrazio sin da ora chi passando pensa di posarsi un attimo e respirare tra le righe di questa storia, al quale chiedo Sicuro?
    Un abbraccio

  8. Chapuce il 22 luglio 2007 alle 19:52

    è una prosa che fluisce leggera lungo tutto il racconto, pervasa da un’erotismo sottile, accattivante.
    Quel bikini amaranto lascia un’impronta.
    Ciao :-)

  9. Flavia il 26 luglio 2007 alle 10:59

    Nitidissima l’immagine di questa donna in bikini amaranto. Molto erotica. E’ un animale, e una dea. Si staglia, emerge dal ricordo potentissima. Avrei lasciato il finale più sospeso, ma è questione di gusto assoltuamente personale e opinabilissimo. Complimenti all’autrice.



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