L’altra vita

uomo-che-scende-le-scale-francis-bacon-1972.jpg 

di Valter Binaghi

Avevo nel carrello un pacchetto con filetti di sogliola, una busta di patatine novelle surgelate e un bianco friulano DOC, più un cestino di fragole e una vaschetta di gelato alla panna, spingevo quieto la mia cena sulle ruote, dietro al deretano simpatico e debordante di una massaia sulla sessantina. Quando fu il mio turno porsi il bancomat alla cassiera e lei mi affidò la tastiera. Digitai meccanicamente 46792.
Poi mi distrassi un attimo, perchè vidi nel carrello del ragazzo che mi seguiva una confezione di rasoi usa e getta. Ecco cos’ho dimenticato, pensai: e anche il dopobarba.
Quando mi rivolsi nuovamente a lei, la cassiera mi guardava con imbarazzo appena accennato. Aveva il trucco un po’ sfatto, le occhiaie di un turno di lavoro e magari anche figli piccoli, di quelli che non dormono di notte. Labbra ben disegnate.
– Non corrisponde – disse: – Il numero che ha digitato non corrisponde al suo bancomat.
Sono sicuro che accadde in quel momento: la memoria che si protendeva a braccia tese, per afferrare gli antecedenti di quell’atto (che numero ho digitato? se non è il bancomat cos’è? e qual è il giusto codice del bancomat?) la memoria brancicò nel vuoto, e cadde come un passeggiatore incauto in una piscina vuota.
– Signore, si sente bene? –
Aprii il portafoglio. Credette che fosse solo per pagare in contanti (cosa che feci prontamente: avevo due banconote da cinquanta euro) ma in realtà fu soprattutto per rivedermi sui documenti. Improvvisamente non sapevo più chi ero.
Un padre di famiglia, un criminale incallito, un commercialista.
Nè patente nè carta d’identità in tasca. Nemmeno un cellulare.
Si può essere così cretini? dissi tra me e me, un attimo prima di sprofondare nel panico.
Presi il mio carrello e mi trascinai fino al Bar Ristoro del centro commerciale.
Pur essendo interamente al coperto, aveva una tettoia di canne di bambù e tavolini e seggiole di rattan, oltre a vistosi cesti di frutta al banco, che gli davano un’aria vagamente coloniale. Sedetti e ordinai una birra.
La birra mi piace, pensai, questo è sicuro.

– E tu non vieni? –
Tollin, allegro e riccioluto, era l’ultimo della fila a scendere le scale per la pausa pranzo.
Dalla scrivania lui lo guardò con una faccia da pistola scarica, facendo cenno alle scartoffie sul tavolo.
Quello scivolò via, gridandogli dalla tromba delle scale: – Scollati, schiavo –
Lui attese l’assoluto silenzio del deserto bancario, e lasciò morire lo scooter strombazzante in lontananza prima di cliccare sull’icona del programma di posta elettronica. Socchiuse gli occhi e trattenne il respiro, come sempre.
Posta in arrivo (1)
Dio, si, c’era.
Come ogni giorno, un minuto dopo l’inizio della pausa pranzo.
Il messaggio di lei.
Breve, identico. Due secondi per leggerlo, due secondi appena nell’inutile merdaio delle immagini di un’intera mattinata impilate l’una sull’altra come ricevute di un bonifico, due secondi di luce, ma capaci d’illuminare tutto il resto.
E’ per questo che ogni giorno usciva alle sette dal suo bilocale di scapolo, notando una volta su tre che lo zerbino puzzava di piscio di gatto, caffè e giornale per strada e poi navigava nella democratica indifferenza della metropolitana milanese fino alla filiale del Credito, la Sette, in città. Per questo tra poco si sarebbe unito alla rumorosa colazione dei colleghi, giovanotti inutilmente agitati che si scambiavano morsi e stringevano alleanze d’ufficio fingendo di parlare di calcio e di stupide troie in tivu. Per questo avrebbe continuato il suo lavoro, al pomeriggio, e dopo cena finalmente finito di leggere “I Guermantes”, (si era imposto trenta pagine al giorno da molto tempo, resistendo al sonno come un mulo alle intemperie, per migliorare la propria cultura dopo Tolstoj e Tiziano Scarpa in attesa di dichiararsi, e adesso era proprio agli sgoccioli, trenta pagine giuste).
Non sapeva quasi nulla di lei, essendosi concesso finora solo quel contatto rapido ma essenziale, e preferendo figurarsi il resto: l’immaginava fragile e colta, ferita da un amore impossibile a quindici anni, poetessa in segreto.
E segretamente disposta all’amore.
Lui ne era certo.
Da due mesi esatti, gli giungeva ogni giorno alla medesima ora la risposta di lei, alla sua Mail spedita alle 8 e trentuno del mattino esatte: “Buon giorno, signorina Paola”
E alle tredici e trentuno, puntuale: “Buon giorno, caro Pionati”
Cancellò il messaggio e terminò il programma.
Ignorò l’ascensore e scese fischiettando tre piani di scale.

Una massaia peruviana, rotonda e ciondolante come una chioccia, mi passò davanti seguita dai suoi pulcini mori e sorridenti, tre maschi coi capelli corvini a caschetto, uno succhiava un chupa. La vista di quel codazzo mi intenerì, e provai a seguire quel tremito del cuore, se per caso mi portasse a un’immagine remota o recente per riagganciare la mia vita perduta, ma niente di che. Avevo figli? Non mi pareva affatto.
Forse la tenerezza era solo un mio vizio congenito, e quali altri?
Sorvolai planando la folla del centro commerciale, teste pelate di mariti svogliati, mogli assorte nel computo degli sconti, adolescenti che avanzavano trasognati con l’auricolare, gente che appena si sfiora, ognuno protetto dai suoi deodoranti, gente che non si parla.
E’ così che sono io? mi chiesi.
L’onda lunga del bisbiglio mi parve sospesa per un attimo in un silenzio abissale, o forse ero io invisibile a tutti, sottratto all’entropia dell’universo da una bolla di cristallo infrangibile: in quella pausa della vita corrente mi trovai a guardare i miei simili come un entomologo spietatamente classifica coleotteri, e osai domandare a me stesso in quale di tutti quei modi avessi finora sprecato la mia propria esistenza.

– Ma l’avete visto Pionati, stamattina? –
– No, perchè? –
– C’era in ufficio, però! –
– Si che c’era, ma quello è un pezzo d’arredamento, chi se ne accorge. Scusa mi passi il Ketchup? Grazie. Ma perchè t’interessa quello sfigato di Pionati? –
– Ho saputo una cosa che è troppo da ridere. Hai presente la Bolognini, la Paola? –
– Quella delle valute estere? Bella gnocca –
– Appunto. Pionati le manda messaggi –
– Ma no! Ma dai! Quella minchia morta di Pionati? Non ci credo. In tre anni che è qui avrà detto tre parole in tutto, e Saporiti che era con lui alla Cariplo dice che là era la stessa cosa. E adesso si mette a filare la meglio dell’ufficio? L’hai visto tu? –
– Me l’ha detto lei, la Paola. Ieri sera, alla festa di Tarasco. Era un po’ sbronza, ci siamo fatti quattro risate in compagnia e lei ha raccontato la storia. Sono due mesi che le scrive, ogni giorno. “Buongiorno signorina Paola”. –
– E lei? –
– Sta al gioco. “Buon giorno, caro Pionati”. Dice che si diverte un mondo –
– Che troia. –
– Esagerato. Si sa che alle donne piace farsi corteggiare –
– Si ma quel povero scemo non ha speranze. Ma l’avete visto? Si veste come un sagrestano e ha una faccia da beccamorto. Uno così può giusto iscriversi a un club dei cuori solitari e sperare in una vedova sui cinquanta con prole a carico. E poi è proprio scemo se non sa della Bolognini –
– Cos’è che deve sapere? –
– Dai, lo sanno tutti che scopa con Di Palma, il suo caposezione. Fra un po’ si sposano –
Se ne andarono sghignazzando: nè prima nè dopo qualcuno di loro aveva notato il collega seduto al tavolino accanto, parzialmente nascosto dal separé.
Del resto non era lui il pezzo d’arredamento, l’uomo invisibile?
Pionati era rimasto tutto il tempo immobile, coi gomiti poggiati al tavolino, le mani unite, il mento adagiato sulle nocche. Davanti a lui l’insalata niçoise, intatta.

Finalmente riuscii a scuotermi da quel torpore pericoloso (veniva sera, bisognava far qualcosa, subito, ritrovare il mio indirizzo di casa prima di essere costretto a dormire su una panchina) e mi alzai in piedi.
L’affollamento del centro commerciale sembrava diradato, forse perchè si avvicinava l’ora di chiusura. Tra me e l’uscita c’era uno Spizzico con una cameriera in grembiulino rosso a presidiare due file di focacce sgonfie e pizzette scolorite. Poi una Tabaccheria (in quel momento preciso seppi che non fumavo: l’immagine olfattiva del tabacco mi provocò istantanea ripugnanza). Di seguito, incassati nel muro, due box per telefoni pubblici. Ecco, un’idea. Com’era il numero, quello che avevo digitato al Bancomat, risultando un codice errato? Di nuovo, almeno questo, affiorò immediatamente: 46792.
Non era il mio codice bancomat. Forse un numero di telefono?
Frugai nella tasca dei pantaloni, e trovai una moneta da due euro.
Mi diressi verso le cabine.

Sbrigò il lavoro restante senza una parola in più del necessario, come al solito, con quelle movenze tenere e lugubri da uccello trampoliere, e alla chiusura della banca camminò lentamente per tre giri intorno all’isolato prima di prendere la via di casa.
Incontrò un accattone dal braccio morto che gli tese l’altro sano a mano aperta: vi depositò una manciata di spiccioli, augurandogli mentalmente di morire senza più oltre infastidire il prossimo. Il medesimo augurio fece a una coppia di pensionati e a un paio di studentesse sculettanti che uscivano dal Bar Carioca, e a tutti quei volti stanchi e indifferenti che gli passarono davanti in metropolitana.
Perchè non morite, bastardi? Perchè non moriamo tutti quanti, adesso, senza strepito e senza discendenza? Perchè non si chiude una volta per tutte il sipario su questa favola oscena, partorita dalla feroce vena creativa di un annoiato satrapo semita? Perchè non restituiamo a costui il biglietto d’ingresso al baraccone, e al sacrosanto Nulla il suo diritto sempiterno al silenzio? E così via, tra Leopardi e Cioran, rimestando fra le letture inutilmente profonde cui si era prodigato ultimamente, per amore di quella puttana.
Entrò stremato nel suo appartamento per accorgersi che aveva il frigorifero vuoto, tranne una confezione familiare di yogurt scaduto e una ancora chiusa di carote.
Decise che avrebbe solennemente celebrato la propria disperazione con una cenetta fuori dall’ordinario, e poi si sarebbe suicidato, o forse no.
Uscì diretto al supermercato all’angolo, poi cambiò idea e optò per il più fornito centro commerciale, due fermate appena del tram, e questa è veramente l’ultima cosa che ricordo di lui.

46792.
Cinque squilli, prima di udire la voce registrata.
Questa è la segreteria telefonica di Riccardo Pionati. Sono momentaneamente assente. Dopo il segnale lasciate un messaggio o un numero di telefono.
Vi richiamerò appena possibile.

La mia voce.

Che devo dirvi, non mi sono suicidato. Anzi.
La mattina dopo, mentre andavo in ufficio, ho rivisto le stesse facce in strada, al caffè e sul metro, biglie che scivolavano ognuna nel suo solco, vite in discesa, compromesse da un primo tocco fatale e da allora inesorabilmente votate al naturale corso degli eventi, che gli antichi giuravano determinato dagli astri e i moderni dai panni cacati di Edipo.
A meno che qualcosa come un gatto sfuggito alle ruote di un’auto o il pallone di un monello ti capiti tra i piedi, facendoti cascare e interrompendo la tua corsa, e costringendoti a guardare di sotto in su quella caricatura d’esistenza cui sei avvinghiato come un verme alla carogna.
Quella mattina Tarasco, il mio capufficio, mi accolse con la solita maschera di benevolenza sul suo sorriso da iena, porgendomi la solita pila di pratiche da sbrigare, le più ostiche e tediose, quelle che nessuno vuole e si rifilano di norma al solito Pionati, il buon Pionati che esegue presto e bene, e nella commedia umana dell’Agenzia7 recita la parte dell’eroe modesto e generoso, che ama e lavora in silenzio.
“Non credo proprio” gli ho detto.
Ha strabuzzato gli occhi ed è rimasto lì, col fascio di cartelle in braccio, incredulo.
Nell’ufficio si è fatto un gran silenzio, e tutti quanti hanno alzato gli occhi e teso le orecchie per non perdere sillaba nè moto dell’inaudita bufera che sarebbe seguita.
Ma Tarasco mi ha guardato negli occhi e deve averci visto qualcosa che l’ha trattenuto dall’alzare i toni: “Come crede” ha detto freddamente, ed è tornato alla sua scrivania.
Mentre raccoglievo dai cassetti le mie poche cose, l’ho sentito che borbottava qualcosa al direttore del personale, ma tutto questo ormai non mi riguarda più.
Se la tua parte in questo mondo non ti piace, è inutile sbattere i piedi e bestemmiare l’Arconte. Se la tua parte è diventata una condanna, smetti di fare l’attore.
Ho intrapreso la carriera del regista. Un B movie, magari, ma tutto mio.
Forse a voi interessano maggiori garanzie sul futuro, come dire la pensione integrativa e il culo parato: è roba che ha il suo fascino, non dico di no, come il riscaldamento centralizzato e la tv satellitare: però dovete sorridere alle supposte dei Tarasco, e mendicare amore da gente come la Bolognini.
Puoi sopportarlo, finchè non sai che c’è un’altra vita.

Quel giorno ho anche disdetto il contratto di affitto.
Con gli ultimi soldi mi sono comprato un giubbotto di pelle nera, uguale a Marlon Brando in Fronte del porto. Ho lasciato in negozio la vecchia giacca e me lo sono messo subito. Mi son visto camminare nelle vetrine, e non sembravo nemmeno più io.
Anche adesso che quel giubbotto ne ha viste di belle e ha la cerniera rotta, ci faccio un figurone con gli altri barboni della Stazione Centrale, tranne il Carugo: lui ha un cappello che ha fregato vent’anni fa a Pavarotti in sala d’aspetto, e se la tira come se avesse in testa l’elmo di Mambrino.

(Racconto incluso nell’antologia “Attenzione! Uscita operai” edita da No Reply  Immagine: Francis Bacon – Uomo che scende le scale, 1972)

  73 comments for “L’altra vita

  1. 2 dicembre 2007 at 09:09

    Trash. Solo questo.

  2. 2 dicembre 2007 at 09:22

    Iannozzi ma per una volta articolare un commento?
    Così proprio come esercizio di stile.

  3. 2 dicembre 2007 at 11:53

    Ecco la regola d’oro: se il giudizio non verrà motivato entro le otto di stasera con almeno cinque righe di commento, la pistolettata qui sopra verrà cancellata dal palinsesto, come se in sala di montaggio il regista facesse sparire un pezzo di pellicola inutile.

  4. Giuseppe Iannozzi
    2 dicembre 2007 at 12:06

    Cancella, cancellate pure.
    Tanto non mi aspetto altro.

    Il giudizio è quello, sintetico e inesorabile.
    E ringraziate semmai che l’ho dato e mi son letto il racconto.

    Ma guarda un po’ tu se uno deve pure essere minacciato che ti cancellano il commento.

    Ma andate, andate a fare passeggiate per giardini comunali.

    Però dovreste cancellare un po’ tanta di monnezza vera altrui, insieme a quella che Franz definisce pistolettata.

    Buon pro vi faccia.

  5. bruno
    2 dicembre 2007 at 12:59

    Ma è il racconto completo o solo un estratto? C’è materiale per un romanzo breve. Pionati lo conosco, sono in tanti a essere così. Nulla di più tragico di una banca. Però non può essere un’agenzia, microcosmo a volte ilare, deve essere una direzione centrale, pieno di gente disperata che s’ammazza di lavoro per dimenticare.
    Bello, una scrittura grigia piena di sfumature, come una tela monocromatica.

  6. 2 dicembre 2007 at 13:16

    Anche a me è piaciuto molto.

  7. 2 dicembre 2007 at 13:29

    la vita oltre la vita.Una doccia scozzese

  8. massey
    2 dicembre 2007 at 13:33

    questo bacon è veramente indovinato, mabruk!

  9. 2 dicembre 2007 at 14:11

    Grazie Massey. Col Bacon si vince (come col cuore della Grappa Julia:-)

    Iannozzi, adesso fai anche l’offeso? E ti devo ringraziare? Guarda, per punirti davvero severamente, il tuo articolato e profondo giudizio lo lascio. Poi però non ti lamentare se di giudizio sommario, ferendo, perisci; sì, perchè l’altro giorno uno mi parlava di te, giudicandoti, con una sola inequivocabile parola. Che qui non riferisco, essendo io un animale essenzialmente analitico.

  10. massey
    2 dicembre 2007 at 14:59

    guarda che non piace a tutti, ceronetti l’ha definita una pitturaccia

  11. 2 dicembre 2007 at 15:02

    anch’io amo bacon e l’immagine è come sempre inquietante.

    comunque concordo con bruno e non capisco davvero Iannozzi.
    Il racconto è molto bello.

    Io conosco gli ambienti di lavoro (forse Iannozzi no, forse lui campa d’aria e di rendita) e le ridicolaggini che vi si trovano sfiorano l’epopea drammatica.

    Così questo racconto mi è vicino e mi stupisce al tempo stesso. Tutti gli luoghi descritti, come ho detto, mi sono vicini; dal numero del bancomat al supermercato, dalla collega che se la intende con il capo, da quel tipo strano. Il racconto di binaghi ne parla come la tragedia di oggi, che non tratta più di guerre o di grandi amori maledetti, ma di identità titaniche sottoposte al ridicolo della giornata di lavoro.

    Il finale poi fa male, ed è per questo che fa bene.

  12. antonella
    2 dicembre 2007 at 17:36

    ho letto con piacere e grande interesse questo racconto. La banca, ambiente maledetto, ci lavoro. Come ha detto qualcuno, più che un’agenzia di città, questo sembra il luogo di una direzione centrale, con i suoi uffici su più piani dipinti di “tragiche facce”.

  13. véronique vergé
    2 dicembre 2007 at 18:07

    Mi sembra che un racconto non deve troppo riflettere la realtà abbastanza noiosa. Perché riprodurre un mondo senza anima?
    Per esempio, l’oblio del numero bancomat avrei potuto creare un rovesciare nel un mundo assurdo al confine della follia.
    E’ solo un punto di vista.
    Per Giuseppe, il suo commento è laconico e allora?
    Quando leggo il suo blog, trovo articoli scritti con passione, intelligenza acuta, senso della formula e generosità.
    Franz, sono una Calamity Jane, quando si parla di Giuseppe,
    la mia piccola pistola spara veloce. PAN! PAN! PAN
    Ora vado ascoltare Bonnie and Clyde…

  14. Giuseppe Iannozzi
    2 dicembre 2007 at 18:10

    @ FRANZ

    > sì, perchè l’altro giorno uno mi parlava di te, giudicandoti, con una sola
    > inequivocabile parola.

    O riferisci per intero con tanto di nome e cognome. O fai la vecchia abusata parte della portinaia che calunnia… sai quel tipico parlottare a mezza voce che usano fare certe virago nella tromba delle scale… poi tu passi perché devi pur scendere le scale per andare a lavoro o a scopare… e loro sgranano gli occhi però tacciono. Dio, se tacciono! Però il tanfo si sparge comunque e non è mai soave. Quindi: o parli riferendo con nome e cognome il complimento chi l’ha portato. O sei… la solita portinaia che per creanza tace ma dabbasso sfiata.

    In quanto al racconto: non leggo più di trenta pagine al giorno. Amami, ma prima fammi 7 do di petto. Raccontino ino ino ino. Chiaro?

  15. franz krauspenhaar
    2 dicembre 2007 at 18:50

    Giuseppe, scherzavo. Nessuno mi ha detto nulla. Anzi. Volevo provocarti. Lo sai che io le cose le dico in faccia. Però, davvero, questo tuo non argomentare non ti fa bene. Fa di te un personaggio della rete, è vero; ma non sarebbe ora di crescere? Lo dico come potrebbe fare un fratello maggiore, credimi, senza arroganza. Lo scopo sarebbe quello di farti ragionare. Siccome ne sei capace, mi sembra uno spreco – anche di tempo – venire qui è sparare “è trash”, o “fa schifo”, o “raccontino ino ino”. Queste cose lasciale fare agli scherani di quel sant’uomo di Antonio D’Orrico e alla pletora di imbecilli che seguono i suoi consigli.

  16. massey
    2 dicembre 2007 at 18:53

    in francese si dice pan?
    on s’anuse ici?

  17. Giuseppe Iannozzi
    2 dicembre 2007 at 19:38

    Non credo scherzassi.
    Comunque so bene quel che si dice di me. E’ un segreto di pulcinella, peraltro confermato più volte proprio in questa sede da decine di esecrabili commenti anonimi.

    Un giudizio sintentico vale quanto uno elaborato se portato con coscienza. E io credo d’averlo portato con piena coscienza, leggendo e giudicando. Se c’è difetto nel giudizio è perché il metro adottato è pur sempre umano. Aggiungo: Binaghi, a mio avviso, riesce meglio nella fiction fine a sé stessa. Ma non è capace di accennare alla realtà tramite le figure della finzione.
    Non è un Joseph Roth.

    Cordialmente, buona serata

  18. Giuseppe Iannozzi
    2 dicembre 2007 at 19:40

    Un giudizio sintentico —> Un giudizio sintetico

  19. 2 dicembre 2007 at 19:49

    @ iannozzi
    anche véronique vergé è “utente anonimo” (come lo intendi tu), anche questa è la rete.
    Nel bene e nel male.
    Poi ovvio che nel migliore dei mondi possibili sarebbe bello sempre mettere la faccia davanti a quello che si dice.

    Ora quello che trovo triste Iannozzi che quando entri con i tuoi commenti di colpo si perda di vista l’argomento del post. Sia chiaro le critiche esistono ed è un bene, ma se vogliono essere tali non devono avere il vestito dell’arroganza o della frustrazione (qui voglio sgombrare dai dubbi parlo SOLO di ciò che scrivi, assolutamente non di te, non mi permetterei davvero).
    Sputi veleno e veleno raccogli. E qualunque sia la questione va in pappa.

    Alla fine (secondo me in NI spesso a causa tua) diventa una gara a chi urla più forte e lo trovo davvero triste.
    Una finta democrazia, una finta libertà (finta perché dagli argomenti sull’opera si passa a urlare sulle persone), alla fine rileggendo i commenti sembra solo una inutile gazzarra.
    Tu puoi essere divertito o contento (se no mi chiedo perché rinunceresti a motivare), ma per me francamente lo spettacolo è deprimente.

    cordialmente
    leonardo

  20. franz krauspenhaar
    2 dicembre 2007 at 19:59

    Giuseppe, mi stanno cadendo cose ben più sferiche delle braccia. Vado subito a raccoglierle.

    Cordialmente – ma non troppo.

  21. jolanda catalano
    2 dicembre 2007 at 20:12

    Pur non essendo in confidenza con alcuni ambienti di lavoro, ritengo che Binaghi abbia ben rappresentato i rapporti-non rapporti che intercorrono tra colleghi. Invidia, maldicenza si celano ovunque. Il protagonista a un certo punto dice basta ed è come guardarsi allo specchio per la prima volta. Bellissimo il riferimento al cappello di Pavarotti. Mi chiedo, però, quanti, nell’attuale società economicamente alla deriva, possano permettersi una scelta così radicale.

    Cordiali saluti
    jolanda

  22. Giuseppe Iannozzi
    2 dicembre 2007 at 20:46

    @ FRANZ

    Bel commento, Franz. Indicativo soprattutto.

    @ PELO

    Io ho portato un giudizio, morta lì. A volte mi limito a un bellissimo. Se il giudizio è positivo nessuno reclama. Si reclama con teorie lunghe una quaresima solo quando il giudizio che esprimo è negativo, si tirano fuori fantascientifici veleni che coverei e altre panzane del genere… poi fioccano i commenti anonimi, etc. etc.
    Il sottoscritto parla senza peli sulla lingua.
    Vi pestate la coda da soli. A gridare siete solo voi che ve la pestate la coda inciampando e rovinandovi da soli i connotati.

    Indicativo, molto indicativo.

    Buona serata

    N.B.: Veronique non è affatto un’anonima. So bene chi è e che grande persona onesta retta e profondamente leale è. Queste persone apprezzo e amo, perché dicono senza paura e senza peli sulla lingua, perché difendono solo la cultura e non altro.

    E se commento di tanto in tanto su NI dovreste esserne onorati.

  23. 2 dicembre 2007 at 20:56

    Scusa Giuseppe Iannozzi, ma perché invece di perderti in una polemica a due o a tre, per noi profani, non articoli un po’ di più il tuo giudizio e ce lo spieghi, sia stilisticamente che contenutisticamente. Credo che sarebbe la miglior cosa. D’altra parte in un Blog ti leggono in tanti e abbiamo il diritto di capirci un po’ di più.

  24. massey
    2 dicembre 2007 at 21:05

    I ceti medi occidentali sono in crisi e dimenticano le password’? pazienza.
    In Africa la povertà arretra, il mondo viaggia al 5%. Piuttosto, a quando un bel post sui problemi di sostenibilità che tal tasso comporta?

  25. rossana
    2 dicembre 2007 at 21:20

    comunque è vero: a causa della digitalizzazione di tutto lo scibile (che dovrebbe snellire servizi e prestazioni) ormai viviamo in un mondo di password. io me ne devo ricordare almeno venti.

    ho nascosto nella mia agenda password alfanumeriche di conti bancari, posta elettronica, amazon, carte di credito, esselunga, skype. Le ho nascoste in numeri di telefono di gente inventata, tipo Alfio Locascio, Natale Grudeland, Marco Salmonosi. Peccato ormai non sappia più distinguere tra tutte le persone listate nella mia agenda le persone vere e le persone false, quelle che sono solo dei prestanomi di codici segreti.

    l’altro giorno volevo prelevare cento euro e invece ho chiamato mio cugino.

  26. 2 dicembre 2007 at 22:56

    Iannozzi, no, un giudizio di due parole non vale un giudizio più elaborato. Un giudizio di due parole, ci dice semplicemente se il pezzo a te è piaciuto oppure no. Ammetterai che questa informazione è di limitato interesse.

    Con una pur minima motivazione del tuo giudizio, ti può riuscire magari di mettere in evidenza aspetti o dettagli che possono essere sfuggiti ad altri, a prescindere dal fatto che si possa essere d’accordo o no.

  27. franz krauspenhaar
    2 dicembre 2007 at 23:46

    Ma sarà indicativo il tuo commento, IANNOZZI. Ma davvero, tanto indicativo. Del tuo stato mentale.

  28. la funambola
    2 dicembre 2007 at 23:58

    CI SONO DEI PASSAGGI OSCURI, MA NEL COPLESSO MI PARE SIA UN BUON PEZZO :) d’uomo anche , nè :)
    con rispetto
    la fu

    iannozzi non me lo toccate, che lui sì, che se ne intende, di Poesia

  29. véronique vergé
    3 dicembre 2007 at 08:18

    Grazie Giuseppe!
    Un bacio di dolcezza per te. Lo sai, che anch’io ti amo e apprezzo molto la tua personalità, il tuo talento.

    Per Pelo, non ho un cognome e un nome falsi. Non mi nascondo. Sono francese e mi chiamo véronique vergé. No ho cercato un soprannome, perché assumo i miei commenti. Di più voglio che le persone che mi conoscono, sappiano che ho lasciato un commento: è un cenno d’amicizia.
    Aggiungo che approvo il pensiero di Giuseppe: è giusto. NON E FRUSTAZIONE! Giuseppe non ha bisogno di invidiare: è un artista che possiede una penna intelligente, diversa, originale. E’ un vero artista che provoca, fa reagire. Con lui, non c’è scrittura noiosa. Ha una vista ideale dell’arte, non sottomessa al mercato, alla lusinga.

  30. Giuseppe Iannozzi
    3 dicembre 2007 at 09:48

    @ FRANZ

    Bellissimo commento: hai vinto…
    Te lo concedo, hai vinto, hai proprio stravinto: sei proprio quel che si dice un gran Signore. Di classe proprio. Maremma maiala, che Signore. Proprio ‘na cosa… guarda, non ci sono parole adatte. Una cosa, ma una cosa… Sai che ti dico? No, niente. E’ che a volte m’impappino. Però maremma maiala che gran Signore, che acuto, cioè bravo… ecco, bravo bravissimo… Una classe così… Bravo!!! Tu sì cne hai una gran testa, proprio bella, bella bianca, vergine… Bravo!!!

    Ti posso dare un bacetto, maremma maiala, no, perché di persone così se ne incontrano sì ma mica tante!

    @ VERONIQUE

    Tanto non capiscono. Sono di coccio, come dicono al mio Paese. :-)
    Veronique, lasciamoli perdere…
    Vieni da me che ti posso ringraziare meglio, senza star sotto gli occhi di questi Piccoli Indiani invidiosi.

  31. 3 dicembre 2007 at 13:24

    veronique mi meraviglio di te. fate come i bambini piccini: vieni a casa mia e lasciali stare quelli che sono cattivi!!

    Iannozzi la polemica è nata perché qualcuno ti ha chiesto di articolare il tuo pensiero. Sottoscrivo in pieno quanto ha detto Pensieri Oziosi: se ti è piaciuto o meno ha scarso significato. Vuoi dirci perché? e farla finita di polemizzare con franz?

    Non sto scherzando.
    Aspetto.

  32. 3 dicembre 2007 at 13:44

    l’altro giorno volevo fare l’estratto conto,invece ho investito un basset-hound(ma forse era mia cugina).Un letterato d’altri tempi profetizzava su come la fine del mondo sarebbe stata un esaurimento nervoso generale

  33. Giuseppe Iannozzi
    3 dicembre 2007 at 14:10

    Ho già *** spiegato *** perché non mi è piaciuto: Binaghi, a mio avviso, riesce meglio nella fiction fine a sé stessa. Ma non è capace di accennare alla realtà tramite le figure della finzione.
    Non è un Joseph Roth.

    L’avevo già scritto.

    STOP

  34. véronique vergé
    3 dicembre 2007 at 15:48

    Che dire a Beppe? Preferisco essere una bambina, perché i bambini hanno cuore dolce e tenero. In un mondo stronzo, l’amicizia è la più bella cosa che sia. Quando scrivo un commento, Giuseppe mi ha sempre riposto con generosità e dolcezza, mai non ha cancellato un commento da me. Non ha mai lasciato un messaggio senza risposta. Dietro un commento, c’è una persona con un cuore.
    Di più, tu chiedi una spiegazione che Giuseppe ha gia data. Ti farei notare che a volte ci sono commenti senza spiegazione su NI e nessuno chiede al commentatore una spiegazione come alla scuola.

  35. franz krauspenhaar
    3 dicembre 2007 at 16:48

    Ma sì, certo. Iannozzi è un perseguitato. Lo sappiamo. E questi piccoli indiani invidiosi, insieme a migliaia di lettori, lo mettono in croce da anni. L’invidia è una brutta bestia. Le poesie di Iannozzi sono quanto di più ispirato ci è stato dato di leggere. Un flusso ininterrotto di idee, sentimenti, esplosioni, accensioni. L’invidia ci ha proibito di dire veramente del suo valore. Ma ora basta. Dalla Francia le donne si ribellano; accusano giustamente noi di vilipendio. E’ora di dirlo; è ora di scontare le nostre malefatte. Iannozzi, il grande incompreso, sarà riabilitato. Uno “Iannozzi Day” è previsto per il 32 dicembre.

  36. Giuseppe Iannozzi
    3 dicembre 2007 at 17:11

    Grazie, Franz.
    Saprò ricordare.

  37. franz krauspenhaar
    3 dicembre 2007 at 19:27

    Sì, mi raccomando, il 32 Dicembre.

  38. 3 dicembre 2007 at 21:31

    @ Iannozzi

    “Binaghi, a mio avviso, riesce meglio nella fiction fine a sé stessa. Ma non è capace di accennare alla realtà tramite le figure della finzione.”

    Si è vero, ma ammetterai che questa frase richiederebbe di essere sviluppata, anche perché, sinceramente, io (e sicuramente sarò limitato) ma il suo racconto l’ho trovato molto attinente alla realtà.

    E’ su questo punto che devi argomentare di più.

    @ veronique
    il fatto che tu faccia la ‘difensora’ d’ufficio di Iannozzi perché è gentile, mi sembra riduttivo, in considerazione che si sta parlando, bene o male di letteratura. Se è gentile, scrivigli una letterina.

    veronique ti faccio notare che nel suo commento (che te hai voluto ribadire che l’aveva già detto), lui ha sostenuto che binaghi ‘non è capace di accennare alla realtà…’ mentre te hai detto nel tuo commento: ‘Mi sembra che un racconto non deve troppo riflettere la realtà abbastanza noiosa…’, mettetevi d’accordo.

  39. 3 dicembre 2007 at 21:33

    correggo:

    non : in considerazione che si sta parlando,
    ma: in considerazione del fatto che si sta parlando,

  40. massey
    3 dicembre 2007 at 22:45

    di sicuro abbiamo offeso un dio

  41. 4 dicembre 2007 at 00:19

    Iannozzi, la tua non è una spiegazione. Ripeti semplicemente con altre parole il fatto che il racconto non ti è piaciuto. Anzi che non ti è piaciuto perché non ti piace come Binaghi scrive un certo tipo di racconti. Insomma, che non ti piace perché non ti piace.

    Opinione rispettabilissima, certo, ma il cui interesse per chi legge N.I. continua ad essere piuttosto circoscritto.

  42. véronique vergé
    4 dicembre 2007 at 08:21

    Franz,

    Non capisco questo accanimento. Giuseppe non ha fatto niente di male e mi sembra che più lo difendo, più l’accanimento è grande. Cio che tu dici di Giuseppe non è giusto. Invece di te, penso che ha talento e che non cerca a fare compiacenza con letteratura: è il suo solo torto forse.
    Sapevo l’ambiente letterario crudele, ma non cosi cattivo. sono contenta di essere lontana di quest’ambiente di gara, di pettegolezzi.
    Per le donne francese, non voglio litigare con te. Le francese hanno gusto delicato, no?
    Ma non voglio continuare la discorda, perché questo mi fa pena. A volte, tu scrivi, Franz, senza riflettere che puoi ferire qualcuno. Mi piacerebbe che tu abbadoni la disputa con Giuseppe e che su Ni si ferma giudizio veloce su una persona che tu rifiuti di conoscere nella sua qualità.
    Credo che non ho mai offeso qualcuno su NI e che ci sono persone che apprezzo. Allora non ferire un amico che estimo (Giuseppe che lo ripeto è una persona originale e di talento).
    Mi fermo qui, sperando che tu capisci il mio punto di vista.

  43. così&come
    4 dicembre 2007 at 10:28

    [ciao verò! ;)]

    Io, I, Je, Moi, infido e assai singolare pronome di prima persona, quando un pezzo non mi piace dopo l’incipit che sta in homepage non riesco a finire di leggerlo. L’incipit è una tagliola. Non clicco Read More. Ahimè. E non posto commenti. Se poi ci sono molti commenti però, mi dico mi sarò sbagliata, faccio i conti con quel fondo snob che m’inquina l’equanimità e mi sforzo di leggere fino in fondo e mi accorgo che, di solito, i commenti sono contro chi ha fatto un commento negativo non proprio motivato da apparato critico. Diciamo spontaneamente invettivo. Mi spiace molto, dopo la lettura integrale, perche quasi sempre il mio commento collima ancora con la mia prima impressione e ahimè con quello di quello che viene molto sgridato. Ma sono anche felice perchè la prima impressione non mi tradisce mai e perchè me ne sono stata zitta. Anzi ho tenuto ferme le dita. Se dici “bello” con coda di punti esclamtivi, qui ci sono veri specialsiti del ramo, ti lasciano in pace, se dici “Brutto” senza motivare no. Ergo la bellezza si può non motivare, la bruttezza esige parole. E se uno non ama parlare di bruttezze? O in quel momento non ne ha voglia?
    Faccia presine all’uncinetto da regalare a Natale.
    Ecco.
    Inoltre se di una cosa che ho scritto uno mi dicesse: “Trash. Solo questo.” non avrei intenzione di spillargli altre parole di cui non sarebbe difficile supporre il contenuto. Apprezzo la sintesi.

  44. 4 dicembre 2007 at 13:17

    Dice Iannozzi:
    “Binaghi, a mio avviso, riesce meglio nella fiction fine a sé stessa. Ma non è capace di accennare alla realtà tramite le figure della finzione.”

    Non ho alcuna intenzione di difendere la qualità del mio lavoro. Mi limito ad osservare che, non avendo mai scritto di fantascienza o fantasy, i miei romanzi e racconti sono interamente dedicati ad accennare alla realtà (ambienti padani, per lo più) tramite personaggi e vicende inventati. Quindi o a Iannozzi fa schifo tutto quello che scrivo o Iannozzi mette commenti a capocchia, per essere poi costretto a giustificarli e ottenendo l’unico obiettivo veramente cercato che è quello di esibire se stesso.

  45. Giuseppe Iannozzi
    4 dicembre 2007 at 17:07

    Avete visto, Berlusconi è diventato Papa!

    Binaghi invece scrittore di fantascienza e fantasy: solo che lo dice lui, non io. Binaghi, signor Binaghi, veda di stamparselo sulla fronte – che è bella larga: Binaghi, a mio avviso, riesce meglio nella fiction fine a sé stessa. Ma non è capace di accennare alla realtà tramite le figure della finzione.
    Non è un Joseph Roth.

    Ora, avanti, dove diavolo ci sarebbe scritto che lei scriverebbe di fantascienza o fantasy?

    Adesso voglio sapere dove c’è scritto una cosa del genere?
    Sa leggere, sì o no?
    Se non sa osservare, impari. Sarebbe ben ora. Non trova?
    E soprattutto non mi metta in bocca parole pensieri e idee che non ho mai pensato. L’è chiaro?

    Stia bene.

  46. massey
    4 dicembre 2007 at 19:27

    ll problema di Iannozzi è la credibilità, qualsiasi cosa egli dica è sempre in deficit di credito. Il fatto è che vuole passare per lucifero quando invece è un biondo serafino

  47. massey
    4 dicembre 2007 at 19:46

    non è questione di motivare i giudizi, dipende da chi li emette, più o meno

  48. franz krauspenhaar
    4 dicembre 2007 at 20:01

    Mah. Nessuno è Joseph Roth. Nemmeno lui.

  49. franz krauspenhaar
    4 dicembre 2007 at 20:01

    Per “lui” intendo Roth.

  50. Carla
    4 dicembre 2007 at 20:36

    ti leggo stasera, Valter.

  51. lucio
    4 dicembre 2007 at 20:43

    Per un momento anch’io ero tentato di esprimere a Binaghi la mia preferenza per la sua squisita pizza ai 4 formaggi, ma vedo che tra questi indiani biforcuti e intolleranti si è pronti anche a negare l’evidenza pur di rifiutare un complimento. E non ho nessuna intenzione, nè energia, per motivare per filo e per segno una cosa tra l’altro fin troppo evidente. Quindi me ne astengo. Scriva pure quel che vuole. Peggio per lui.
    lucio

  52. Giuseppe Iannozzi
    4 dicembre 2007 at 21:02

    Valter Binaghi diceva nell’intervista che rilasciò al sottoscritto:

    15. (Domanda a cui puoi tranquillamente non rispondere. Anzi: prego che tu non risponda.) Che diavolo ne pensi di Giuseppe Iannozzi? :-D

    Sei irruento, ostinato ed esibizionista più di quanto serva a sopravvivere in Rete.
    Ma anche generoso, spregiudicato e amante sincero dell’arte. A me istintivamente simpatico: questo traspariva anche dallo scherzetto che ti ho combinato su NI.
    Mica difficile che io e te si diventi amici.

    Qui c’è tutta l’intervista:

    http://biogiannozzi.splinder.com/post/11605728/Valter+Binaghi%3A+intervista+all#11605728

    Binaghi parla molto e dimentica molto. Questo è il problema, l’unico e il solo. A perdere credibilità è solo Binaghi.

    Oggi che l’ho conosciuto meglio mi rifiuterei di recensire Binaghi o Krauspenhaar, ma anche qualunque autore in Nazione Indiana. Né spenderei una sola parola in loro favore.

    In quanto a scherzetti, Nazione Indiana ne ha fatti sin troppi, i più nell’anonimato più feroce. Non c’è altro da dire.

    Bene, questo è il mio ultimo commento qui su questo blog.

    Anche con voi ci si sentirà in un’altra vita. Ma non ci contate: l’altro mondo e la reincarnazione sono fiction.

    Continuate pure così, sicuramente accoglierete in seno tanti consensi. Di critica e di pubblico.

    La Rete è immensa e NI è un bruscolino. Null’altro.
    Ma anch’io sono un bruscolino. Ricordatevelo bene.

    Abbiate fortuna, ma solo se la meritate.

    Giuseppe Iannozzi

  53. massey
    4 dicembre 2007 at 21:02

    a proposito di credibilità tout court: c’è un palazzo a Mosca che ha una facciata costituita per metà da tante finestre piccole e per l’altra metà da pochi grandi finestroni. Andò che Stalin aveva dato l’ok alle due varianti insieme senza perdersi in cavilli

  54. 4 dicembre 2007 at 21:07

    @ così&come

    il giudizio positivo gratifica e va bene.
    Il giudizio negativo sintetico invece (trash, solo questo) credo dia il diritto all’autore di chiederne il motivo, per capire…
    rifiutare una spiegazione non è una critica, ma un atto di ostilità.

  55. franz krauspenhaar
    4 dicembre 2007 at 22:10

    Iannozzi, a nome della redazione ti faccio i migliori auguri, a patto che tu mantenga questa squisita promessa di sparizione, promessa che dubito fortemente tu manterrai – i tuoi “adieu” sono più numerosi dei cinesi morti.

  56. 4 dicembre 2007 at 22:20

    @ Iannozzi.
    Ma infatti -secondo me- non si dovrebbe parlare degli autori. Ma delle opere.
    Sarebbe meglio.
    Un libro è bello o brutto a prescindere se lo scrittore ti è simpatico o antipatico. Sarebbe tutto meno personale e si finirebbe di parlare di contenuti, invece di queste “bizzarrie” che sempre si portano giudizi sulle persone invece che sulle opere.
    L

  57. massey
    4 dicembre 2007 at 22:46

    vedi a perdere credibilità, e anche linkare quella civetteria, ma dai

  58. véronique vergé
    5 dicembre 2007 at 08:28

    Franz,

    Tu mi rendi ammalata. Giuseppe non scriverà più su Ni, mi fa male. NI si priva di qualcuno di generoso che possiede intelligenza, senso critico.
    Già, in luglio, tu hai cancellato un commento di Giuseppe.
    Di più non hai ascoltato cio che ho detto nel mio commento.
    Questo fa perdere credibilità a un post.
    L’amicizia ha un valore raro in nostro mondo: tu l’ha dimenticato questa volte.

    Véronique

  59. Capuche
    5 dicembre 2007 at 09:05

    non ammalarti Vèronique,
    (altrimenti vengo lì con lo sciroppo!)

    fate i bravi, sù
    è quasi Natale!

    :-)

  60. véronique vergé
    5 dicembre 2007 at 10:34

    Capuche,

    Sei gentile, lo so.
    Ma quando dico che sono triste, è vero: perché prendo le cose con il cuore. Ho male allo stomaco da ieri, perché questa storia mi ha fatto male. Giuseppe è una personna cara e di qualità.

  61. così&come
    5 dicembre 2007 at 12:33

    Essù per così poco. Veronique.
    Sconsiglio inoltre assolutamente lo sciroppo di Capuche, lei di sicuro mette grappa Sliwowitz nelle bottigliette…

    Binaghi c’è un’assoluta incongruenza che rivela il trucco narrativo, già barcollante di per se per costruzione aprioristica. Dove esiste una città fornita di metropolitana in cui un numero di telefono ha cinque cifre come quello di un bancomat?
    Persino nel mio minuscolo borgo i numeri hanno sei cifre.

  62. 5 dicembre 2007 at 16:08

    @così&come
    Lusingato da tanta attenzione (pensavo che il thread fosse unicamente votato all’opzione pro o contro Iannozzi), su un elemento certamente essenziale. D’altro canto non le sarà sfuggita l’alta improbabilità che il cittadino di Montecarlo Pavarotti perda il cappello in una comune stazione F.S.

  63. véronique vergé
    5 dicembre 2007 at 17:41

    Cosi&Come,

    Se ho ben capito, tu mi dai conforto. Sai, non so lavorare l’uncinetto. Non sono abile.
    Questa storia mi ha contrariata, perché quando un amico è vittima di “una cabala”, non lo sopporto. Quando si attaca una persona cara, è il mio cuore che è ferito.
    Giuseppe dice “Trash” e diventa la pecora nera!
    Grazie per la tua dolcezza.
    Ringrazio anche Chapuce, un bicchiere di vino rosso mi farebbe piacere.
    Ma per ora non ho cuore alla festa.

  64. Capuche
    5 dicembre 2007 at 17:50

    O stellina bella, nun fà cussì….
    anche io non so lavorare l’uncinetto!;-)))
    ma mi diletto in altre cose!

    per quanto riguarda il grappino ho scoperto un segreto!
    se vi si aggiunge una bella radice di genziana…
    non vi dico il gusto amaro come prende!

    :-)

  65. Capuche
    5 dicembre 2007 at 17:56

    p.s.:
    Binaghi non ha svelato il mistero delle cinque cifre….
    resterà un mistero?
    Mah!

  66. 5 dicembre 2007 at 19:20

    Il mistero è che me ne frego di quel tipo di verosimiglianza: mi servono le cinque e me le prendo.

  67. 5 dicembre 2007 at 19:36

    il 5 dicembre il numero 5 cinquetta su NI che è un piacere…

    mi scuso per l’OT, sono rimasta indietro nelle letture dei post, questo compreso, riparerò…

  68. Capuche
    5 dicembre 2007 at 21:23

    Bravo!
    fregarsene è bene!
    prendine anche sei:-)))

  69. Capuche
    5 dicembre 2007 at 21:24

    di quelle che dico io, però!

  70. 5 dicembre 2007 at 21:49

    @ valter binaghi e così&come

    allora intervengo anch’io per amor di precisione:

    il vero problema del numero non sono le cinque cifre, ma che manca il prefisso.

    poi, altra cosa: il contratto di affitto (si dice locazione), di solito non si disdice da un giorno all’altro, ma si dà un certo preavviso (di solito qualche mese);

    altra cosa ancora valter e qui non sei cascato nel racconto (ripeto, bello), ma nel tuo commento di poc’anzi: nel racconto infatti non si parla assolutamente di stazione delle FFSS, ma semplicemente di ‘sala d’aspetto’, che potrebbe essere di un aeroporto, o di uno studio medico…

    una curiosità, il nome Pionati, l’hai preso da quel ex giornalista del TG1 ora in politica con l’UDC? (il nome evoca lui).

  71. 5 dicembre 2007 at 23:06

    Lo so che i dettagli sono importanti in certe cose, per esempio in un giallo. Qui mi servivano delle coincidenze, ma sono tutte osservazioni fondate. Pionati è un nome comune, direi.

  72. 5 dicembre 2007 at 23:35

    valter, è vero ho scritto un giallo, ma in realtà è un anti-giallo. Il puntiglioso l’ho voluto fare un po’ per gioco, un po’ per inserirmi nel dibattito, un po’ per attirare la tua attenzione. Me lo leggi il mio libro?

  73. 6 dicembre 2007 at 00:36

    Beppe, sul mio blog c’è un indirizzo Mail per contatti, scrivimi a quello.

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