Italian Wogs

18 dicembre 2007
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di Giuseppe Catozzella

Sono nato a Sydney, nella casa di Myrtle Street al 19, e ci ho vissuto tutta la vita, e questa è una cosa che tengo sempre a sottolineare. Mi sento australiano, ma essendo i miei genitori figli di emigranti italiani e continuando a litigare in un dialetto che io non ho mai capito se non a schiaffi, il mio habitat naturale non poteva che essere Leichhardt, il quartiere italiano. Gli italiani, in Australia, insieme ai greci, ai turchi e ai libanesi sono chiamati wog, un termine spregiativo con cui i discendenti inglesi si divertono a sfotterci. Io ho dunque, per natura, l’anima del wog.
Avere l’anima del wog vuol dire molte cose, alcune delle quali più complesse di quanto si possa immaginare. Per prima cosa essere un wog vuol dire essere destinato a tenersi sempre sotto controllo. Io devo essere all’altezza della mia reputazione. Non posso andare in giro mal vestito o trasandato. Subito tutti si chiederebbero che razza di wog sarei, e io rischierei di incorrere in profonde crisi di identità. Perché, che sia un wog, me lo si legge in faccia. Sono riccioluto come un angioletto, ma corvino come l’ebano. Se non mi rado per due giorni il viso mi si copre di una fitta vegetazione nerastra, ho sopracciglia folte e un naso cosiddetto importante. E sono bello. Sono molto bello, soprattutto agli occhi slavati di quello che resta degli inglesi che popolano questo vasto e poco popolato continente.
Non passava giorno che qualche ragazzina non mi facesse un complimento. Per esempio, una volta, mentre ero in giro con Sam una mi ha detto: «Ehi, ma non ti sembrano un po’ troppo stretti quei pantaloni?» e subito si è rigirata a ridere con l’amica che la tirava per la manica. Naturalmente voleva sottolineare che aveva notato e apprezzato le dimensioni. Ecco, questo vuol dire essere un wog a Sydney, essere sotto gli occhi di tutti.
In un’altra occasione ero al garage di Mikao, il mio meccanico di fiducia, a far dare qualche ritocchino alla mia Alfa, e lui mi fa: «Non mi ricordavo che fossi così muscoloso, Luis. Che, ti sei pompato?». Mikao non ha mai dato segno di poter essere gay, così gli ho dato retta: «Tu non ci crederai ma non ho mai messo piede in una palestra, Mikao, tutto quello che faccio è qualche esercizio in giardino».
Un giorno, in seguito a uno di questi complimenti inaspettati, mi sentivo bene e sono andato a farmi un tatoo. Il mio quinto, per la precisione. Dato che a farmelo era stata una ragazzina giapponese di sì e no sedici anni, in suo onore ho deciso di farmi marchiare con un bel dragone da trecento dollari sull’avambraccio sinistro. Iko, la tatuatrice, voleva farmelo standard, ma io le ho detto di aggiungere una lingua appena fuori dalle labbra spesse, in modo che apparisse anche spiritoso.
L’identità di wog è una cosa che ti porti dietro fin da bambino. Come è nell’ordine delle cose, fin dall’asilo i simili si accoppiano con i simili. Alla Skeggs, la scuola elementare che ho frequentato, facevo parte di una piccola gang che raggruppava sei o sette bambini tra turchi, greci e italiani. Credo che sia anche questione di affinità tra i genitori, e roba del genere. Fatto sta che ogni giorno bisognava dimostrare di essere all’altezza della propria nomea, a tutto discapito della maestra, che era un’inglese puro sangue, di prima generazione. Era una ragazza allampanata e piena di lentiggini, con i capelli smunti e a volte ingrassati da notti insonni a torturarseli. Era secca come una betulla e non portava mai i pantaloni. Aveva il naso pronunciato e un bellissimo accento inglese. Io credo che fosse cronicamente depressa per aver lasciato l’Inghilterra, per aver dovuto seguire il padre in qualche business di vendita di motociclette stile Harley Davidson.
Avevamo avuto modo di leggere la stessa depressione anche in faccia alla madre della signorina Linsdale, una volta che l’avevamo fatta grossa e lei era scoppiata a piangere in classe ed era poi fuggita dalla direttrice, che non aveva saputo fare di meglio che chiamare sua madre.
Io e Kos nutrivamo una segreta passione per la signorina maestra. Era uno di quei sentimenti meticci che con gli anni ho imparato a chiamare perversione. Una di quelle cose miste tra disgusto e attrazione.
Alla signorina Linsdale piaceva un altro giovane insegnante, Robert, che faceva ginnastica al quarto e al quinto anno. Robert era irlandese, e come Lili, come tutti chiamavamo la nostra maestra, credo soffrisse di una qualche forma di nostalgia congenita per l’Europa, perché aveva gli occhi con un taglio decisamente triste. Che Robert piacesse alla nostra insegnante non c’erano dubbi. Ogni volta che passava, lei abbassava lo sguardo e si faceva severa, un po’ più rigida e, soprattutto, diventava rossa come un pomodoro. Così io e quel ciccione di Kos una volta avevamo deciso di vendicarci.
Non c’era voluto molto. Tutto quello che avevamo escogitato era stato rubare dalle palestre la pompa elettrica per gonfiare i palloni, e agganciarle un lungo tubo di gomma verde che veniva utilizzato per innaffiare il grande giardino dietro gli edifici della Skeggs. Durante una delle ricreazioni, nel cortile adiacente al giardino, abbiamo aspettato che come spesso accadeva Rob intavolasse una qualche lunga conversazione con Lili. Capitava che se ne stessero impalati uno di fronte all’altra, o di taglio, per tutti i venti minuti della ricreazione, a parlare.
Come un fulmine, Kos era sgattaiolato e aveva lasciato l’estremità del tubo di gomma vicino alle scarpe della signorina Linsdale, un paio di noiosi mocassini neri da cui spuntavano sì e no cinque centimetri di calzette bianche che le coprivano mezza caviglia. Come ogni santo giorno da quando era cominciata la scuola, la signorina Linsdale portava una lunga gonna a fantasia scozzese che le arrivava a metà polpaccio. All’improvviso, dietro un sicuro muro dove stavamo riparati e nello stesso tempo potevamo gustarci la scena, abbiamo azionato la pompa elettrica. Dopo forse due secondi il tubo ha cominciato a ondulare all’impazzata, sbuffando come un vecchio treno in corsa. Poi la forte aria compressa ha incontrato un lembo della lunga gonna e in un solo momento l’ha completamente aperta, l’ha spalancata come se fosse stata sul tavolo della sarta, lasciando tutti esterrefatti, e in primo luogo proprio Rob, che le stava a mezzo metro di distanza.
Quel giorno abbiamo perso un’altra delle nostre certezze. Lili doveva essere quello che i grandi chiamavano una finta bionda. I lembi della gonna completamente sollevati avevano mostrato non solo che la nostra casta maestra non era solita indossare le mutandine, ma anche che era dotata di una folta quanto insospettabile peluria nerissima. In più, era come se non si fosse accorta subito di quanto era accaduto. Aveva dovuto osservare lo sguardo fisso verso il basso del collega per decidersi a fare un passo di lato e sgonfiare quella mongolfiera delle meraviglie.
«Hai visto che peluria?» mi aveva detto Kos.
Io ero rimasto in silenzio. Era la prima volta che vedevo qualcosa di simile. Perché mai la signorina Linsdale si doveva divertire a prendere tutti in giro? Quella disarmonia tra il biondo dei capelli e il nero dei peli pubici mi aveva sconcertato.
Da quel giorno, un po’ per tutti, anche tra le ragazzine e i non wog, eravamo diventati gli eroi della scuola. Addirittura i cinesini o coreani più timidi della prima o della seconda classe ci sorridevano con rispetto quando ci incontravano.
Povera signorina Linsdale.
Alle volte il destino è davvero beffardo.

«Ma che cazzo hai fatto?» era la voce di Sam, quella.
«Eh?» io.
«Che cazzo hai combinato?» Sam.
«Ma che cazzo vuoi?» io.
«Ma che cazzo ti è venuto in mente, Luis?» Sam.
«Chiudi quella fogna di bocca» io.
«Porca puttana, non la prendiamo più la roba da quei messicani di merda di Surry Hills» Sam.
«Io questa la conosco. Porca puttana, questa era la mia maestra alle elementari» io.
Capitava che facessimo quelle cose schifose. Lontano dalla City, lontano da Leichhardt, dove nessuno ci poteva conoscere. Nelle zone intorno a Parramatta o a Wollongong, dove nessuno sapeva chi eravamo, a cinquanta chilometri dalle nostre case. Avevo sempre pensato che non potesse essere del tutto colpa nostra. Noi wog, i turchi, i greci, i libanesi e gli italiani, abbiamo un sangue diverso che ci gira dentro. A noi non può stare bene sempre e comunque questa società sterilizzata degli anglosassoni. Loro ingoiano tutto. Noi abbiamo anche bisogno di sputare, ogni tanto.
Così ogni tanto io e Sam sputavamo. Giochetti, niente di più che giochetti.
Io a volte spacciavo, ma niente di serio, più che altro rifornivo gli amici più intimi. Per Sam, invece, quello era un vero e proprio lavoro. Aveva contatti con gli spacciatori di mezza Sydney, e odiava i messicani, che una volta ogni tre gli rifilavano merda.
Usavamo parecchia droga anche noi, comunque, oltre che venderla. E ogni tanto poi facevamo dei lavoretti divertenti. Prendevamo una slavata anglosassone e ce la spassavamo un po’. In quelle zone lontane. Ne prendevamo di mira una. Parcheggiavamo la nostra macchina truccata e rombante, l’afferravamo e ci abbassavamo i pantaloni.
Quella volta però le cose ci erano scappate di mano. Troppa pressione, troppa pressione, cazzo. L’avevo soffocata. La signorina Linsdale, Lili.
«Questa è bella, porca puttana. Hai ucciso la tua maestra delle elementari?» Sam era strafatto anche lui. Oltre ai due grammi e mezzo a testa, quella sera avevamo preso anche un mucchio di anfetamine tagliate da schifo.
«Vaffanculo. Tappati la bocca e vediamo di andarcene alla svelta» io.
La signorina Linsdale era riversa a terra con gli occhi sbarrati e lo stesso taglio di capelli di quando andavo a scuola io. Che cazzo ci faceva a Parramatta? Quelle come lei dovevano restare chiuse in casa a guardare le soap opera.

Ci hanno beccato nel giro di otto giorni. Io mi sono preso venticinque anni, Sam quindici.
La vita, nella prigione nel deserto, qui, vicino a Alice Springs, nel bel mezzo dell’Australia, non è poi tanto male. La reazione dei nostri connazionali australiani è stata di basso profilo, questo io e Sam lo abbiamo sempre riconosciuto. Nessuno, davvero nessuno, che ci abbia mai chiamati wog, mai uno ha detto è colpa di quei due wog, quegli italiani di merda. Sembra quasi che prima fossimo stati wog, poi non più. Anche sui giornali, nelle cronache nere, mai che sia venuta fuori la nostra origine. Tutto molto generico. Credo che di questo mio padre sia stato contento.
Più di tutto, però, mi manca mia madre, e la sua cucina. Qui, da quel punto di vista, ci trattano davvero male. Mia madre si rifornisce invece in un negozietto di Leichhardt che vende tutti prodotti italiani. Ci puoi trovare di tutto, la mozzarella di bufala, il prosciutto crudo, il prosciutto cotto, il salame, i formaggi italiani, le olive verdi e quelle nere, tutto. Qui invece ci fanno mangiare solo schifezze. Ma, a parte questo, la vita non è poi male. Io e Samuele siamo considerati i wog più cool della prigione.
In prigione siamo tornati a essere wog. Ci sono altri wog, in prigione, ma sono greci, turchi e libanesi. Noi italiani siamo diversi. Siamo di certo i più curati. Le nostre mamme ci hanno ricamato i nomi sulle divise che siamo costretti a indossare, e ci hanno fatto tutti gli orli, così quando ci sono i lavaggi le nostre non si confondono con quelle degli altri. Poi ci portano la gelatina per i capelli e ogni sei mesi un paio di scarpe nuove. Tutto sommato non ci possiamo lamentare. In più, ci fanno anche tenere tutte le collane e i bracciali d’oro, su quelli le guardie di qui non si fanno problemi.
Adesso che c’è internet, poi, ho anche il mio blog personale e posso far sapere a tutti quello che combino qua dentro. Ho deciso di copiare un noto criminale che invece sta di là in Italia. Ogni giorno ho un’ora di tempo. Io scrivo, e poi loro controllano quello che ho scritto prima di autorizzarne la messa in rete.
Se mi comporto bene, dice l’avvocato, gli anni diventeranno venti.
A quarantacinque esco, e insieme a Sam mettiamo su una bella officina meccanica. “Luigi & Samuele, the Italian Wogs. We fix your car.
Secondo me suona bene.

(Immagine: David Hockney – Mount Fuji and flowers, 1972)

8 Responses to Italian Wogs

  1. antuàn il 18 dicembre 2007 alle 09:46

    …saporito ‘sto Mordecai Richler de noantri. a.

  2. Nina il 18 dicembre 2007 alle 13:00

    molto molto bello il dipinto….

  3. dander il 18 dicembre 2007 alle 13:32

    Questa è una di quelle letture che segui in religioso silenzio, anche con un pò d’ansia. Non so perchè ma mi appare luminoso, come immagino sia l’aria australiana.

  4. adele s. il 18 dicembre 2007 alle 14:30

    molto molto bella questa prosa. questo autore è disponibile anche in qualche volume?

  5. franz krauspenhaar il 18 dicembre 2007 alle 14:54

    Sta lavorando al suo primo romanzo. In rete c’è una sua raccolta di prose poetiche presso la Biagio Cepollaro E-dizioni. Qui su Nazione Indiana è stata pubblicata recentemente una scelta (basta scrivere il nome dell’autore nella casella “search”.)

  6. adele s. il 18 dicembre 2007 alle 17:07

    grazie dell’informazione, lo leggerò di certo…
    bravi!
    adele

  7. giuseppe catozzella il 19 dicembre 2007 alle 16:07

    Ringrazio Franz per la bellissima immagine e antuàn, Nina, dander e adele per i bei commenti.
    Grazie davvero,
    Giuseppe

  8. pat il 3 gennaio 2008 alle 12:19

    Bravo Giuseppe Catozzella!!!!
    Anch’io leggerò sicuramente il tuo primo romanzo anche se dovrò rileggerne alcune parti:i tuoi scritti (soprattutto “La scimmia scrive”) suscitano svariate immagini e sensazioni che meritano di essere gustate.
    pat



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