“L’eternauta” e altre poesie

18 dicembre 2007
Pubblicato da

eternautasolano41.jpg di Luigi Socci

Hector German Oesterheld (Buenos Aires, 1919- 1977 ?) è considerato uno dei padri del fumetto (historietas) sudamericano. Editore, sceneggiatore e narratore in proprio, della sua sterminata produzione vanno ricordate almeno le collaborazioni con disegnatori quali Hugo Pratt (Ernie Pike e Sergente Kirk ), Alberto Breccia (Mort Cinder) e quella con Francisco Solano Lopez per la creazione, nel 1957, del loro fumetto fantascientifico di maggior successo mondiale : L’Eternauta. Desaparecido dal 1977, svanì portando con sé ben quattro giovani figlie (di cui due incinte) e due generi.

L’ eternauta della porta accanto

Nessuno all’orizzonte d’altro canto
nessun orizzonte
nemmeno dipinto
qui nella solitudine del continuum 5
sotto un sole spento
sotto un vuoto spinto.

Dicono che quando si sta per sparire
(stavo sparendo allora già da tempo)
ci riscorra davanti tutto quanto
ma a scorrimento lento anzi normale
con i vuoti gli intoppi i tempi morti
a passo uno o d’uomo,
in tempo iperreale.

Un brulicare di pollici e indici
una
ragnatela di rughe che sorride,
un Kol che intona la ninna-nanna
con cui prende congedo dalla vita:
Eioi, mimnio athesa,
mimnio athesa, eioi…
mimnio attesa, eioi…

salutando con trenta dita.

Idraulici postini
agli ordini di placche cervicali
lustrascarpe strilloni
alieni paraumani,
tecnici addetti alla lettura
di contatori
prezzolati telèpati :
differenti genìe di delatori.
Giacca e cravatta capelli corti
magari una ventiquattrore
tanto per sembrare
un umano medio
che muove il dito con il suo consenso
senza rendersi conto
che sta ubbidendo.

Frustate torcimenti
gogna pece lamine torce
raggi paralizzanti vari,
dimensioni che più che parallele
si direbbero perpendicolari.
Un grido che si accampa
verboiconico su un disegno,
pungoli elettrici da bestiame,
orecchie piegate per tenere il segno.
Dove siete finiti tutti quanti?
ho visto cose che voi replicanti…

“Per primi i sovversivi
poi i collaboratori
dopo i simpatizzanti
gli indifferenti successivamente
infine gli indecisi” (i miei vicini
di casa i conoscenti
i lontani parenti
).

Bussa alla porta l’installatore
della ghiandola del terrore
da applicarsi nel punto più vitale
impossibile da estirpare.
La scrivania si sbriciola
divorata dalle termiti,
implode una matita.

sgneeeekcriiiieeeeck

suono di chiavistelli cigolio
di pagine strappate alla radice
di costolette rigide di porte
graffiate di grafite.
Cupe onomatopee
in elenco assortito.
Voci che danno ordini ritmare
di stivali sul piancito.

– tud – clang – sviiisssss – stchot
– brrrzzzzzzzzzz – argh – gasp
– flop –

Ho visto fuoriuscire dalla bocca
nella puntuta e oblunga nuvoletta
la mia lingua che si infumetta.
A caratteri cubitali,
rimarcati,
incontenibili dai riquadri
come se un peso di molte tonnellate
battesse sul mio pensiero
corrispondendo alla realtà.
Un cucchiaio tra i denti nei testicoli
prime avvisaglie di elettricità.

– Beatriz Marta,
Marina, Diana Irene –
un fischio che irrompe da un’altra dimensione
lacera l’aria in questa – Estèla Inès –
alla lavagna disegni di seni,
precise anatomie di donne incinte
di otto mesi e di sei,
mentre in aula si dotano
di un’anima di piombo i cancellini
stendono ceci secchi
e affilano righelli
il gessetto non può non scricchiolare.
Figlie, giovani donne,
sviluppate ma ancora in età scolare,
figlie mie trattenete
le vostre impellenti maternità
in ritenzione di gravidanza
come con un bisogno che si ha.

Forse stavo svanendo già da giorni
sarà stato per questo
che mi si tratteggiavano i contorni.
Nell’emisfero australe
agosto è pieno inverno. A Buenos Aires
ero in profetica e lecita attesa
che cadesse la neve radioattiva,
neve mortale che deve cadere
giù dalle stelle stanche
curiosamente luminescente

(lieve e letale al tocco
bruciante di candore
fino all’ultimo fiocco).

* *

Berniniane

Santa Teresa d’Avila trafitta da una freccia
un po’ ne vuole ancora
non vuole sopportare che si smetta.
È vestita di scogli
sfaccettature angoli
è becchime per angeli.
La veste monacale
difesa pretestuosa
a pieghe in pietra dura
oppone per proforma resistenza
all’oro incandescente
di quella punta.

Esce dalla metafora il barocco
per un perpetuo istante
(si illumina a gettone)
mette in mostra la faccia in questo luogo
abbaiante.

Risuonano gli applausi
di colpi nelle mani
dentro Santa Maria della Vittoria
fondata per gloria di guerra terrena
di papi armati come soldati.

Mistici marmi policromi
motivi militari
scudi spastici psichedelici
sul pavimento memento mori.

I committenti sono spettatori
di un altorilievo dell’ultima cena
con un Giuda
pericolante fuori dal riquadro.

*

Il tritone accasciato in Piazza Barberini
mollemente su gambe
di pesce ha torso umano.
Le proporzioni sono iperreali,
l’età della pietra portata bene.
Le tre api papali
nella posa perenne e non per sete.

Così questo sarebbe
il “tritone canoro” perché suona
(una sinestesia zampilla dalla buccina)
e l’acqua è simbolo di fertilità.

Ma quando manca l’acqua
rimane come rimangono le fontane senz’acqua:
anfibio alla ricerca di un bicchiere
dal suo strumento a fiato impara a bere.

*

Davanti al quirinale un sant’Andrea
propulso da una nuvola a reazione
ascende a un paradiso a cassettoni.

Riuniti in comitato d’accoglienza
di presenza discreta
ma di aspetto sbagliato
angeli e santi di serie zeta.

Storti, contorti, in bilico sui bordi,
col peso dello stomaco sui corpi,
slogati comprimari, marmi ignari
delle più elementari
regole della carne.

* *

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Ultima prima al “Na Dubrovka”*

Il teatro russo degli anni ottanta
mi stanca.
Il teatro russo degli anni novanta
invece incanta.
Ma il teatro russo degli anni zero
è vero.

La realtà si realizza il passo è corto
tra la vita e il teatro prende corpo.

La scena dilagava in sala e a casa
veniva a chiamarci per la catarsi
per renderci partécipi (spettatori carnefici)
dell’irripetibile evento.
Imparavo a memoria la mia vita
come una vittima di talento.

Quella sera era meglio se non ero
in abito nero per l’occasione
come a una prima i capelli in un velo
la vita ristretta da un cinturone.

Io quella sera
proprio io non c’ero
e se c’ero dormivo e morivo
già cascavo dal sonno e mi gasavano
(posto 12 fila C)
la testa mi andava giù.

Epidemie di tosse
rumore di giunture che disturba
la già pessima acustica, asfissiando
è difficile farsi sentire.
L’emissione vocale del morire
non arriva alle ultime file.

Nel personaggio a cui davo la vita
mi identificavo alla perfezione :
il mio cadavere in carne e ossa
in attesa di identificazione.

Centinaia di comparse disperse
rivolevano i soldi del biglietto
perché il passo che separa la vita
ora era fatto.

Una cappa di fumo scendeva dal soffitto
come un effetto speciale reale
la mano si poteva allungare
per vedere se tutto accade.

Mi confondo nei ruoli.
Mi confondono i ruoli.
Mi credo e mi capisco.
Dico l’ultima poi mi finiscono.

*Sul finire del 2002 un gruppo di terroristi ceceni prese in ostaggio un’intera platea di spettatori all’interno del teatro moscovita “Na Dubrovka” con i tragici esiti che tutti conosciamo. Nelle mie intenzioni questo testo dovrebbe svolgere la funzione di lunga didascalia in versi all’immagine della giovane terrorista addormentata-morta in poltronissima.

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9 Responses to “L’eternauta” e altre poesie

  1. Al De Santis il 18 dicembre 2007 alle 13:44

    Luigi Socci è oggi una delle voci più “oneste” della poesia italiana.
    Berniniane in particolare è davvero molto bella.
    Ultima prima al “Na Dubrovka” l’avevo già letta ed apprezzata qualche tempo fa nell’Ottavo quaderno italiano- di poesia contemporanea a cura di Franco Buffoni.

    Chino nel mio cunicolo / Munito di binocolo / Non cerco l’ironia, trovo il ridicolo.

    Fulminante.

  2. vero il 18 dicembre 2007 alle 14:35

    non so cosa sia l’eternità

    io mi infilo sotto un dito d’acqua e credo di essere la prima
    invece a parlare è sempre qualcuno senza voce, o in asincrono,
    il fantoccio bruno sul sedile del bus che guarda un poco la signora, il signore, il bambino, il migliore.

    c’è già la neve dentro il tetto bianco
    guardare il soffitto non è mai stato arduo
    ma solo il cielo ricorda davvero
    è paglia viola e html dentro la fila di macchine belle
    quando cammino e inciampo su terra
    odore di mele, cacao, fili di guerra.

    Aleppo è la città più dolce
    mandorle liquide occhi di donna
    tu siedi al banco del fuoco, hai tanti anni e
    vivi di pacchi di carta, spago e sonagli.

    fra pochi istanti si chiude la trasmissione
    cerco uno schermo bianco
    pura visione

  3. nadia agustoni il 18 dicembre 2007 alle 15:58

    bello il ricordo di Oesterheld.
    belle poesie

  4. silvietta2712 il 19 dicembre 2007 alle 02:21

    La poesia di Luigi Socci ha un ritmo, un respiro tutto suo che ritorna ad ogni lettura. Credo che oggigiorno sia difficile fare poesia in modo autonomo, senza riferimenti, citazioni- i maestri, cattivi o buoni, sono una folla, ormai- ma Luigi ci riesce con una chiarezza che non edulcora, non banalizza, ma mette in rilievo questioni centrali dell’esistenza, quelle questioni che amano “travestirsi” da banalità quotidiane, perse nell’assurda anestesia del pensiero cui siamo sottoposti quotidianamente.
    Se viviamo in una realtà assurda che ha perso molti (tutti?) suoi riferimenti, Socci ce ne restituisce qualcuno, ma non certo per tranqullizzarci; svelati da quel suo ritmo inconfondibile i colpi arrivano, ma sono tutti sotto la cintura…

  5. luigisocci il 19 dicembre 2007 alle 20:32

    vi bacio sulla bocca
    l.

  6. franz krauspenhaar il 20 dicembre 2007 alle 05:41

    Per evitare il bacio intevengo ora. Mi trovo d’accordissimo con Silvietta. Socci scioglie in poesia nodi gordiani; come essere addirittura godibile facendo una poesia “difficile”? Lui lo fa.

  7. silvietta2712 il 27 dicembre 2007 alle 09:26

    @ Luigi
    Non per evitare effusioni, ma per chiarire di più: quando lessi per la prima volta (o la prima volta in cui “entrai” nella) poesia di Scataglini mi posi, a proposito della lingua straordinaria che usa, la domanda “come fa?”. Lo stesso con Socci, ma, appunto, sulla sua capacità di vedere “dentro” le cose quotidiane con tale abbacinante chiarezza…
    C’è una risposta?

  8. luigisocci il 27 dicembre 2007 alle 15:36

    ma come fate tutti gli schifiltosi a proposito dei miei casti baci e poi mi invitate a nozze ? cara silvietta conosci scataglini ? non è che sia proprio patrimonio nazionale specie tra i giovani .sei per caso delle nostre parti (ancona) ? sei non giovane ? sulla novità e possibilità del verso scatagliniano io ho una mia teoria. credo che la particolare tendenza del dialetto anconetano alle sincopi e alle abbreviazioni (aferesi apocopi e scempiature varie) permetta al settenario scatagliniano (altrimenti inadatto a contenere composizioni di ampio respiro) di essere più capiente rispetto al suo corrispettivo italiano. naturalmente le ragioni della grandezza di scataglini sono molto altre (ne hanno parlato critici del livello di mengaldo brevini raffaeli un giovanissimo cortellessa) ma a me piace parlare di questa fortuita caratteristica tecnica come radice di quell’inspiegabile magia.

  9. silvietta2712 il 28 dicembre 2007 alle 21:29

    @ luigi
    certo che sono di Ancona e non più giovane, e su scataglini ho letto parecchio, soprattutto le sue poesie ( e che mi dici della versione in musica della macina?). ma la mia domanda era per te, che al leopardiano mirare hai sostituito assai efficacemente un più moderno guardare…quanto ai baci, beh!…se ne può riparlare…!:)



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