Il silenzio della poesia

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di Francesco Accattoli

Dai quattro angoli di quattro piazze di questa terra
un silenzio quadrato
un solido platonico che ora si smussa
nel torpore. E corre ingombrato
dai neon, dalle porporine, dalle teste di plastilina,
dalla vigilia di quest’altro secolo.

Che verrà, e noi saremo ancora barricati
e misteriosi. Poeti sciancati, sgangherati, sgominati
dal più ruvido pentimento: aver lasciato nel silenzio
la più grande delle occasioni.

Balenavano i rossi delle bandiere; le schiere, in fotografia,
battevano le dita in pugno e fiere; ma dai nostri miasmi
intellettuali si leverà solo un ricordare. Noi non eravamo sessantotto,
sbeccati di sampietrini, furbi e innamorati, veloci più dei sentieri;
non eravamo nemmeno settantotto, con le lingue impastate
dal continuo denunciare.
Così fu, per quei binari, il silenzio. E tutto ora ci conduce ad un crampo
alle ginocchia, ad una sedia, a muro, le nostre spalle.

Così vogliono farci sapere che non vendiamo, vogliono farci dire
bravo a chi meglio si nasconde, a chi scrive di ore assolte
e di valigie e di violette.

Dai quattro angoli di quattro piazze di questa terra
una strofa, secca verità,
assomiglia a un ghirigoro senza padre,
al silenzio più crudele dentro al cuore.

8 Commenti

  1. ora silenzio, ma la voce ha passato il turno e altre se ne leveranno, dinanzi ciò che è restato uguale
    e anche dinanzi ciò che è mutato poco
    o molto e male.
    La quiete prima della tempesta.
    Speranza.

    8avio

  2. Testo interessante Francesco. Credo che la poesia non debba o possa vendere in Italia. Se avvenisse sarebbe anch’essa merce: migliorerebbero forse le condizioni di vita dei poeti ma sarebbe poesia?
    Enrico

  3. Hai perfettamente ragione Enrico, la poesia non è mercificabile. Il problema sta a mio avviso nel piacere dello status quo, nel profilo basso accettato, nel crogiolarsi all’idea romantica del poeta anima squattrinata perchè così fa figo. In questo periodo, sicuramente non perchè le elezioni sono alle porte, sto leggendo poeti come Fortini, Eluard, lo stesso Pasolini. Io non voglio essere con le pezze ai pantaloni perchè così fa “più poeta”, anche perchè un lavoro di sostentamento ce lo abbiamo tutti e non campiamo di versi. Però diamine, anche tra intellettuali, o per lo meno tra quelli che ho incontrato io, spesso non si parla di politica, si tiene un profilo politicamente corretto. No, io non ci sto, non voglio parlare di violette e di luoghi esotici tanto per parlarne, in maniera fine a se stessa. Altro discorso sarebbe se quelle “violette” aprono il discorso per qualcosa di più ampio, ma credo che già si fosse capito. Viviamo tempi che non possono non invitare al rigurgito, all’azione, all’impegno. E non è che tutti da ora dovremmo vestirci da rivoluzionari e scrivere da rivoluzionari, però almeno uno, dico uno, potrà uscire fuori, allo scoperto e parlare e comunicare con i lettori, alla comunità, al noi collettivo? Ho riascoltato pochi giorni fa l’Internazionale nella versione di Fortini e quasi svengo dall’emozione. Della neve a Natale ne abbiamo già sentito parlare tante volte…
    Un caro saluto
    Francesco

  4. Caro Francesco,
    condivido appieno la tua analisi e contro gli evirati cantori mi batto, nel mio piccolo, da anni. Ma il panorama poetico italiano è desolante quanto lo stato del paese. La piaggeria, il basso profilo, come eufemisticamente dici tu, la ricerca spasmodica di una sistemazione universitaria o nei recessi degli pseudo-quotidiani o al limite in qualche funzionariato di stato sono le ambizioni della maggior parte dei facitori di versi. Che questi versi non siano spesso dissimili da quelli di molti animali ammaestrati lo sappiamo tutti, ma facciamo finta che tutto va bene. Abbiamo autori che si distinguono non per l’impegno umano, prima e più ancora che civile, ma per l’abilità con cui scalano le pagine delle gazzette, le graduatori della maggior parte dei premi. E’ un panorama desolante, altro che romantico! Essere poeti, e ne parlavo proprio in questi giorni con un caro amico, equivale ad essere condiderati mendicanti di visibilità, di spazio pubblici per fare qualcosa che abbia una risonanza leggermente più vasta dello scoppio di una miccetta. Resta, da parte nostra, non l’isolamento, ma la rabbia e il desiderio di non essere compresi tra costoro. Come in politica, anche nella poesia e nella letteratura, bisognerebbe fare pulizia, bisognerebbe richiamare prima di tutto alla dignità, all’onestà intellettuale. Ma sono vane speranze. Caste e castine proliferano e anche i versi ormai sono, al pari del paese, parodie di parodie, finzioni sovrapposte a finzioni.
    Enrico Cerquiglini

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