Le ore d’aria

21 gennaio 2010
Pubblicato da

di Alessandro Busi e Piero Bocchiaro

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L’azione crudele viene comunemente ricondotta a una personalità cattiva, una scorciatoia mentale, questa, che in alcuni casi si rivela del tutto infondata. Esistono infatti contesti estremi in cui persone comuni possono agire in maniera malvagia perché prese da un vortice di forze esterne al quale non riescono a ribellarsi. Il carcere è uno di questi contesti, un microcosmo rigido, basato su rapporti di potere impari e indiscutibili, in grado di ridefinire l’identità di chi vi agisce fino a farla aderire a quella del gruppo di appartenenza.

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Michele era alla sua prima ora d’aria. Sembrava triste, anche più dei detenuti che aveva accompagnato ai passeggi. E in effetti lo era, un po’ per la lontananza da Catanzaro e da Rita, un po’ per gli amici e per il volontariato alla Croce Rossa. Rinunce dure per un lavoro nuovo.

Seduto nell’ufficio della quarta sezione mandò un messaggio alla madre, alzando gli occhi di tanto in tanto per vedere cosa stesse facendo il collega. Continuò a scrivere, stavolta a Rita. Gli mancava e avrebbe voluto abbracciarla forte; aggiunse però che non stava male: il mio compagno di stanza è un bravo ragazzo, digitò. Ti racconto tutto stasera… ti amo, chiuse.

La prima notte in carcere era appena terminata per Andrea. Gli altri sette della cella non l’avevano neanche salutato quando era stato portato dentro, alle tre e tre quarti. La mattina, nonostante il loro fracasso, aveva finto di dormire aprendo gli occhi alle undici — sicuro di averli sentiti uscire. Era rimasto solo un ragazzo marocchino a guardare la tv. Andrea si alzò e andò in bagno, poi preparò il caffè.

Grazie, disse il compagno.
Andrea gli rivolse uno sguardo, ma l’altro sembrava ipnotizzato dallo schermo; riempì a metà un bicchiere e glielo porse, poi si mise alla finestrina a fumare. Con la mano destra si teneva le tempie per alleviare il mal di testa. Una doccia l’avrebbe aiutato, si disse, così chiese come funzionasse per lavarsi.
Devi gridare forte assistente, doccia, disse il ragazzo marocchino. Poi sorrise e con un cenno chiese una sigaretta.
Andrea gli passò il pacchetto e si affacciò al blindo. Allungò le braccia fuori dalla cella iniziando a gridare.

Michele fu bloccato.

Lasciali stare, falli prima stancare un po’, disse il collega mettendogli una mano sulla spalla.Lasciali stare. Falli prima stancare. Erano frasi incomprensibili per lui, come il mezzo sorriso sulla faccia dell’altro. Lasciarli stare, ma perché?, si chiedeva senza trovare una

Per un attimo pensò anche che delle semplici guardie carcerarie non possono cambiare così le regole, eppure. Eppure si sorprese del suo silenzio, ma pensò che non era il caso di stare a chiedere troppe spiegazioni, o di rompere le palle fin dal primo giorno. Era meglio evitare di farsi prendere per il culo, o peggio di essere rifiutato dai colleghi. E poi io devo ancora capire come funziona qui, si disse. Rimase seduto e continuò ad ascoltare la richiesta urlata, che ogni volta diventava un po’ più energica della precedente. Finalmente andò ad aprire il blindo.

Andrea entrò in doccia ringraziando a testa bassa. Danvi e stari assai mali stu figghiolu, pensò veloce Michele. Vide la stanchezza della notte insonne in quegli occhi, e abbassò i suoi.

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Gli psicologi sociali hanno studiato a fondo il potere delle situazioni e oggi sono in grado di decodificare le forze psicosociali maggiormente responsabili delle condotte deviate. Qui ne analizzeremo brevemente tre: conformismo, deumanizzazione e deindividuazione.

Conformarsi vuol dire allineare il proprio comportamento, in maniera più o meno consapevole, ai criteri stabiliti da altri. L’influenza esterna è particolarmente forte nelle situazioni nuove e ambigue (poiché non si sa come muoversi) e/o quando si teme l’esclusione da un gruppo considerato importante. Se torniamo a Michele, il suo contesto iniziale è decisamente critico: è il nuovo arrivato, non conosce bene regole e codici, e (per ovvie ragioni di convenienza) non vuole inimicarsi i colleghi. Questi rappresentano per lui gli esperti ma anche coloro i quali ne decreteranno l’ammissione nel nuovo gruppo.

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Durante le ore d’aria aveva preso l’abitudine di ritagliarsi cinque minuti per un sms a Rita, alla quale, l’ultima volta che era tornato in Calabria, aveva chiesto di sposarlo. Stamattina le scriveva che l’aveva sognata. L’aveva sognata mamma, a guardare la tv di domenica pomeriggio insieme al loro futuro figlio.

Quel giorno — erano passati due mesi da quando aveva iniziato a lavorare in carcere — Michele era in turno con Antonio, un napoletano sui cinquanta che ogni tanto faceva delle imitazioni che, oh, meglio del Bagaglino!, aveva detto una volta a suo padre. Alle dieci e tre quarti erano entrambi in ufficio, a discutere dell’imminente Juventus-Napoli. Qualcuno urlava di voler andare in doccia.

Michele non lo sapeva, ma quel detenuto, Adil, era entrato la sera prima in seguito a una rissa per questioni di droga. Lo lasciò urlare una decina di minuti almeno, poi prese le chiavi controvoglia e si diresse verso le celle.

Bravo, vai tu che sei giovane, disse il collega. Che cazzo guardi?, gli disse, Spogliati o ti riporto dentro così non rompi più i coglioni. Si sentiva bene, Michele, perfettamente a suo agio nel ruolo di guardia carceraria e specialmente fiero del potere e dell’impunità che gli regalavano quella divisa. Forte ma anche certo di poter dividere, in qualsiasi momento, con colleghi e superiori, la responsabilità di ogni sua azione.

Durante il tragitto, il suo pensiero era per Rita e per il sogno della notte prima. Pensava che non la vedeva da tanto e che voleva stringerla e strizzarle le chiappe grosse mentre immergeva la faccia nella sua quarta di reggiseno. Dal corridoio vide le braccia brune, piene di lividi e cicatrici, del detenuto che urlava. Ne sentì la voce, fastidiosa, sempre più vicina.

Davanti al blindo, lo guardò pensando che erano veramente tutti uguali, tutti scarti umani. Non colse lo sconforto di chi mai avrebbe pensato che in Italia sarebbe finito in carcere; disse solo, si dice doccia, non duccia, cazzo! L’altro gli rispose, si va bene, mentre Michele continuava a pensare al corpo nudo di Rita. Dillo bene, gli ripeteva. Odiava la remissività e lo sguardo triste dei maghrebini, molto meglio i cinesi. Fammi vedere come ridi, dai. Ridi ti ho detto! Daaaii!

Deumanizzare vuol dire categorizzare un altro individuo o gruppo sociale al di fuori della sfera umana, fino ad assimilarlo a un essere inferiore o a un oggetto. Gruppi o singoli individui diventano così selvaggi, bestie, insetti o topi. Cedono dunque gli standard morali e l’azione crudele sul bersaglio non provoca più sensi di colpa. La deumanizzazione tende a emergere particolarmente in contesti come quelli carcerari, favorita dai numeri identificativi assegnati ai detenuti. Non più esseri umani allora, non più meritevoli di rispetto e cure.

L’altro avrebbe voluto con tutto il cuore sputargli addosso. Magari lo ribeccassi fuori, pensò nella sua lingua. Strinse invece i pugni nelle sbarre, sorrise umiliandosi e disse piano, doccia. Michele gli aprì e lo seguì due metri dietro. Si poggiò al muro e rimase a fissarlo mentre l’altro iniziava a spogliarsi, incapace di comprendere le ragioni di tanta cattiveria.

È questa la deindividuazione. Alcune situazioni spogliano dell’identità personale fino a far sentire anonimi. Succede a Michele, in un contesto in cui gli agenti non possiedono un nome e agiscono come parte di un gruppo. Questo stato produce una trasformazione del funzionamento cognitivo in seguito alla quale si assiste a una riduzione del senso di responsabilità personale, a uno spostamento dell’attenzione sul qui e ora, a un prevalere degli aspetti emotivi su quelli razionali. Laddove il contesto dovesse giustificare un comportamento antisociale, come accade in carcere, un tale assetto mentale pone le premesse per la sua messa in atto.

Adil sentì i brividi. Si sentì impotente e fragile, e doveva pure spogliarsi nudo davanti a un uomo. Andò sotto la doccia e si insaponò. Le lacrime che scendevano fuori dal suo controllo lo facevano stare sempre peggio perché da adulto non aveva mai pianto.

Intanto Michele pensava all’amore che provava per Rita. Pensava che le avrebbe scritto qualcosa, forse una poesia come quelle che le regalava ai tempi della scuola. Poi, quando il detenuto uscì dalla doccia, lo riaccompagnò in cella e se ne tornò in ufficio.

Il vociare delle tv accese rimbombava nel corridoio vuoto, ma lui non se ne accorse nemmeno, intento com’era a pensare al suo amore.

Le forze situazionali sono difficili da contenere e relativizzare. Come suggerito dal costruzionismo, il contesto dà significato alle azioni dei singoli attraverso le regole e la cultura che lo caratterizzano. Queste, man mano, non appaiono più come produzione umana, ma come qualcosa di ontologicamente dato, quindi indiscutibile. Se ciò può essere valido nella quotidianità, lo è ancora di più in una struttura come quella carceraria, fondata su una serie di assunti imprescindibili (ad esempio la presenza stessa di agenti e detenuti).

Michele è dunque vittima di queste forze situazionali che, unite, lo orientano verso condotte estreme e sempre più crudeli, delle quali non si sente in colpa. È come se convivessero, a questo punto, due identità: con divisa e senza. Quest’ultima non smette un momento di pensare al proprio amore e tutti i giorni scrive alla famiglia, ne sente la mancanza, e sogna di poterne fare una propria. La prima, invece, è completamente plasmata dal sistema carcere, ragiona in maniera categoriale e vede davanti a sé detenuti e non più persone.

Attenzione però a non ricorrere a un giustificazionismo affrettato. È certo vero che le dinamiche psicosociali possono predisporre al male, ma rimane il fatto che una condotta riprovevole è stata messa in atto e che condannarla è doveroso. Sono, perciò, le dinamiche e la persona che necessitano di essere studiate se si vogliono comprendere tanto queste situazioni estreme quanto i nostri comportamenti quotidiani.

***

Alessandro Busi, laureato in psicologia, collabora con la rivista carceraria Ristretti Orizzonti e scrive narrativa in parte raccolta nel suo blog: http://lagentestamale.wordpress.com/

Piero Bocchiaro, research fellow presso la Vrije Universiteit di Amsterdam, è autore di articoli scientifici e del recente Psicologia del male (Laterza, 2009).

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5 Responses to Le ore d’aria

  1. […] Le ore d’aria […]

  2. callettino il 21 gennaio 2010 alle 12:33

    Un racconto intenso, drammatico, che ha il sapore di denuncia, che contiene in sé elementi di verità, contesti eterni.
    Assuefarsi al male è la strada più naturale, se tali forze situazionali citate nel racconto prevalgono, se riescono a spogliare gli individui della loro identità personale.

    ma mentre dalla parte degli agenti sembra imperare uno sdoppiamento della personalità, che da soggettiva assume i canoni di una personalità collettività carceraria di comodo (che sa di vigliaccheria), dalla parte dei carcerati sembra accadere esattamente il contrario: laddove una soggettività è costretta a prendere sempre più coscienza, indi incombere nella psiche con determinazione.

    mentre il carcerato è incapace di comprendere le ragioni di tanta cattiveria, la guardia non ha dubbi: alla prova fatale, capisce subito che delle semplici guardie carcerarie non possono cambiare così le regole.
    la classica scusa del vigliaccone, di chi preferisce conformarsi nel branco invece che coltivarsi un carattere degno di tal nome.

  3. Alessandro Busi il 21 gennaio 2010 alle 20:19

    Grazie Callettino per il tuo commento e grazie per i complimenti, ma non sono molto d’accordo con la tua analisi su due punti:
    – non vedo vigliaccheria nell’uniformarsi, ma immensa forza nel non farlo, se mai. è normale che ci si adegui alle regole, soprattutto quando si è in un ambiente nuovo e estremamente rigido e che ti richiede per forza una certa adesione, altrimenti, non riusciresti nemmeno a chiudere i blindi, se dovessi stare a pensare che stai ingabbiando delle persone;

    – le stesse forme di ragionamento categoriale prenono anche i detenuti, solo che loro sono all’altro polo. Loro sono quelli senza potere, ma vedo la stessa possibilità di disumanizzare gli agenti.

    Ribadisco quanto abbiamo detto nel testo: è soprattutto una questione di situazione, dove non credo che una categoria sia fatta di persone megliori dell’altra, ma solo che si trova a vivere quello specifico contesto in posizioni differenti.

    Ciao
    Ale

  4. callettino il 21 gennaio 2010 alle 20:41

    …Alessandro io però ho inteso commentare il racconto, la mia analisi andrebbe contestualizzata a ciò che si dice nel testo, non necessariamente q

  5. callettino il 21 gennaio 2010 alle 20:46

    …dicevo, non necessariamente la mia visione deve essere estesa a una visione generale.

    ho notato che il testo offre spunti di analisi, cioé sembra strutturato appunto per poter dissertare concetti psicologici.

    in ogni caso (per il racconto e per l’analisi psicologica) non siamo assolutamente d’accordo: io parlavo infatti di carattere. con un carattere degno, secono me, apri tutti i blindi che vuoi.



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