Libri speciali per gente comune

di Andrea Cortellessa

Perché si dovrebbe leggere con lentezza, in un mondo che da tempo ha scelto di andare al massimo della velocità, precipitandosi verso la fine col piede a tavoletta sull’acceleratore?
Se si legge con lentezza lo si fa nella speranza – o nell’illusione – che la lettura che oggi abbiamo scelto per noi non equivalga al “consumo” del libro, al facile trangugiare del testo che quel libro ci trasmette. Ci illudiamo che quelle parole non si lascino “consumare” tanto facilmente; che oppongano resistenza, che si manifestino alla nostra coscienza per durare. Si spera insomma che la sostanza misteriosa, che sospettiamo e speriamo sia contenuta in quelle pagine, nell’attraversarci non ci lasci indenni, non scorra via sulla nostra pelle senza fare attrito. Vorremmo al contrario che quelle parole agiscano, sul nostro metabolismo intellettuale e sentimentale, come uno di quei farmaci che si definiscono “a lento rilascio”; che una volta depositati nella coscienza si illuminino a distanza, come – dice Gadda nel Pasticciaccio – certe «teoretiche idee […] sui casi degli uomini: e delle donne» che il dottor Ingravallo ogni tanto enunciava: «quei rapidi enunciati, che facevano sulla sua bocca il crepitio improvviso d’uno zolfanello illuminatore, rivivevano poi nei timpani della gente a distanza di ore, o di mesi, dalla enunciazione: come dopo un misterioso tempo incubatorio. “Già!” riconosceva l’interessato: “il dottor Ingravallo me l’aveva pur detto”». Ecco: i libri da leggere con lentezza sono quelli che, in un modo o nell’altro, ci impongono questo «misterioso tempo incubatorio». Sono libri scritti nel tempo: per questo a loro volta ci richiedono tempo. Promettendoci in cambio, però, di donarci in futuro altro tempo. Sappiamo che daremo loro ragione, prima o poi: magari a distanza di anni.
I libri da leggere con lentezza sono libri speciali. Che risolutamente si sottraggono alle mode, ai format industriali, alle «tendenze» da rotocalco, alle urgenze attualizzanti della «cultura» da dopotiggì. Sono insomma libri di qualità.  [Continua qui]

9 Commenti

  1. …la mia esperienza di lettore è che gli autori mi impongono il ritmo di lettura: con il risultato che quelli che leggo con lentezza sono, secondo me, i migliori, perché magari mi costringono a un ritorno di riflessione; di converso, quando la lettura scorre, scorre spesso anche l’interesse (il mio). Della serie: un libro di 200 pagine letto in una giornata assoltata, sarà mai un capolavoro? boh.

  2. Un libro di 200 pagine letto in una giornata assolata può essere un capolavoro se l’ha scritto Georges Simenon – quanti bei pomeriggi estivi sull’amaca o in spiaggia vuoti di tutto tranne che di un suo romanzo, magro ma con tutti i muscoli ben definiti…

  3. On the other hand, quanti inverni passati nel mio angolo lettura, con la poltrona, la lampada e la musica, con un libro lungo o lunghissimo – la storia della rivoluzione francese di Michelet, la biografia di Lyndon Johnson di Robert Caro, le Perizie di Gaddis, i diari di Viktor Klemperer, i due volumi dei saggi di Robert Fiedler, i Cent’anni di Rovani o quella volta che lessi sette romanzi di Balzac uno dietro l’altro… libri lunghi e anche complicati, da gestire con calma, che tanto non ci corre dietro nessuno e fuori piove e il latte col miele che fa tanto bene alla mia vecchia gola…

  4. sì vabbè, ma io Simenon non lo mollo nella giornata assoltata: me lo rileggo e cerco di capire cosa mi ha colpito, le atmosfere (che con Simenon sono al bacio)

  5. Forse Cortellessa non si augurava questo salottino intimo, in cui mi pare che tutti si dispongono a loro agio, insomma in mutande, e ne approfittano per pubblicare una pagina o una riga della loro autobiografia. Forse la provocazione era troppo allettante anche perchè la metafora troppo tranchante.
    Libri come Alice nel paese delle meraviglie e Peter Pan si fanno leggere con calma, lievi, sfumati, deliziosi e profondi.
    Che dire di un romanzone di 1000 pagine, quasi, che ti prende come un delirio e una mania, leggi in due notti, e ti scaraventa nell’orrore, nella follia e nella tecno-razionalità della macchiana di distruzione di massa degli ebrei come nessun diario?
    Forse il problema non sta nella velocità ma nella profondità?

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marco rovelli
Marco Rovelli nasce nel 1969 a Massa. Scrive e canta. Come scrittore, dopo il libro di poesie Corpo esposto, pubblicato nel 2004, ha pubblicato Lager italiani, un "reportage narrativo" interamente dedicato ai centri di permanenza temporanea (CPT), raccontati attraverso le storie di coloro che vi sono stati reclusi e analizzati dal punto di vista politico e filosofico. Nel 2008 ha pubblicato Lavorare uccide, un nuovo reportage narrativo dedicato ad un'analisi critica del fenomeno delle morti sul lavoro in Italia. Nel 2009 ha pubblicato Servi, il racconto di un viaggio nei luoghi e nelle storie dei clandestini al lavoro. Sempre nel 2009 ha pubblicato il secondo libro di poesie, L'inappartenenza. Suoi racconti e reportage sono apparsi su diverse riviste, tra cui Nuovi Argomenti. Collabora con il manifesto e l'Unità, sulla quale tiene una rubrica settimanale. Fa parte della redazione della rivista online Nazione Indiana. Collabora con Transeuropa Edizioni, per cui cura la collana "Margini a fuoco" insieme a Marco Revelli. Come musicista, dopo l'esperienza col gruppo degli Swan Crash, dal 2001 al 2006 fa parte (come cantante e autore di canzoni) dei Les Anarchistes, gruppo vincitore, fra le altre cose, del premio Ciampi 2002 per il miglior album d'esordio, gruppo che spesso ha rivisitato antichi canti della tradizione anarchica e popolare italiana. Nel 2007 ha lasciato il vecchio gruppo e ha iniziato un percorso come solista. Nel 2009 ha pubblicato il primo cd, libertAria, nel quale ci sono canzoni scritte insieme a Erri De Luca, Maurizio Maggiani e Wu Ming 2, e al quale hanno collaborato Yo Yo Mundi e Daniele Sepe. A Rovelli è stato assegnato il Premio Fuori dal controllo 2009 nell'ambito del Meeting Etichette Indipendenti. In campo teatrale, dal libro Servi Marco Rovelli ha tratto, nel 2009, un omonimo "racconto teatrale e musicale" che lo ha visto in scena insieme a Mohamed Ba, per la regia di Renato Sarti del Teatro della Cooperativa. Nel 2011 ha scritto un nuovo racconto teatrale e musicale, Homo Migrans, diretto ancora da Renato Sarti: in scena, insieme a Rovelli, Moni Ovadia, Mohamed Ba, il maestro di fisarmonica cromatica rom serbo Jovica Jovic e Camilla Barone.