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Per Wada Tadahiko

di Massimo Rizzante

Il 7 novembre scorso è stato assegnato dal Ministero dei Beni Culturali il Premio Nazionale per la Traduzione a Tadahiko Wada (premio condiviso con Anna Maria Carpi e che sarà consegnato il 26 marzo a Roma) per la sua attività complessiva di traduttore delle nostre lettere, soprattutto di quelle contemporanee. E’ un riconoscimento giusto a uno dei maggiori conoscitori giapponesi della nostra poesia e del nostro romanzo del XX secolo. Fin da ragazzo, Wada, nato a Nagano e laureatosi all’università di Kyoto, ha coltivato la sua passione per il nostro paese con talento e determinazione. Il suo destino fu probabilmente segnato quando nel 1976 fu chiamato a far da guida e interprete a Italo Calvino che si trovava in Giappone per un giro di conferenze. All’epoca gli studi nipponici di italianistica erano agli albori e il giovane Wada era già uno dei più brillanti allievi della “scuola di Kyoto”, con alle spalle diverse traduzioni. Calvino fu evidentemente colpito dal giovane Wada, tanto che alcuni anni dopo, nel 1984, quando pubblicò Collezioni di sabbia, gli dedicò un cammeo in una delle sue prose. Wada, diventato nel frattempo professore a Tokyo, ricambiò il suo illustre ospite, traducendone nel corso degli anni molte opere importanti, da La speculazione edilizia a Palomar, da La strada di San Giovanni a Lezioni americane. Negli anni ottanta Wada, durante i suoi continui viaggi in Italia, ha frequentato e conosciuto i più importanti poeti e scrittori italiani. Ed è credo questo dialogo personale con gli autori, nutrito di sottigliezze e suggerimenti, che rende la sua opera di traduzione così sicura e profonda. Sia che traduca Sereni, Giudici, Roversi o Zanzotto, Wada riesce nell’impresa più ardua per un traduttore di poesia: dare un volto al poeta, disegnare una fisionomia del suo stile. In questo senso la sua traduzione di Variazioni belliche di Amelia Rosselli è esemplare, viste anche le implicazioni culturali e le difficoltà linguistiche che i versi della poetessa impongono non soltanto a un lettore straniero. Wada ha tradotto anche Montale, a cui è particolarmente legato e di cui sta preparando una vasta antologia, la prima in giapponese. Infatti, per quanto il suo lavoro pionieristico sia stato intenso, il lettore colto giapponese non dispone ancora di un’ampia traduzione della poesia italiana del Novecento. Gli unici poeti di cui può farsi un’idea non frammentaria sono Ungaretti e Saba. Per gli altri deve affidarsi alle riviste letterarie che, nella terra del Sol Levante, non sono così obsolete come in Occidente. Negli anni novanta e nell’ultimo decennio Wada si è dedicato soprattutto alla traduzione delle opere di Umberto Eco, di cui già nel 1985 pubblicò Opera aperta, libro che anche in Giappone suscitò un vasto dibattito critico, e in particolare di Antonio Tabucchi, di cui è appena uscita la versione giapponese di Autobiografie altrui ed è in corso di stampa Il tempo invecchia in fretta. Infine mi piace ricordare che si deve a Wada anche la traduzione di uno dei capisaldi della nostra infanzia (parlo di quando l’infanzia era un’età dell’uomo e non un target librario), Cuore di Edmondo de Amicis che, con Pinocchio di Collodi, è senz’altro il libro più amato dai giovani giapponesi che vogliono apprendere la lingua italiana.

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