Sud. Bocca. Grovigli

12 febbraio 2018
Pubblicato da

di Valentina Formisano

Odio toccare il cibo con le mani.

Sporcarmi oltre il necessario.

Mostrare come mangio.

Ma oggi papà ha fatto le linguine coi polipi.

C’è qualcosa di atavico in questo celenterato a pezzi nel pentolone.

Il sugo è scuro, quasi violaceo, una consistenza acquosa che sa più di brodo che di salsa. È eccitante, quasi volgare.

C’è una pentola apposta a casa mia per preparare il polpo. Una terracotta smaltata. Il coperchio affonda sulle teste degli animali che si arrendono ai bollori.

Carta forno che sbuca dai bordi. È così da quando ho memoria, non può essere altrimenti.

Polipi: animali da congelare affinché le loro carni si sfibrino e siano tenere in bocca. Cotture prolungate in cocci a fuoco lento. Bestie che non si concedono facilmente, pescate di fiocina, battute a violenza, si arricciano a fatica, più ardue degli scogli ai quali s’aggrappano.

Il piatto è enorme e nonostante la ridotta capienza del mio stomaco non lascio che poche ventose morte e qualche pelle di pomodoro.

Ritorno a essere un animale del sud: forchetta che arrotola più del dovuto e dalla bocca un ricciolo capriccioso sbuca, non lo riesco a infilare subito dentro, mi vince, non lo governo, come se fosse ancora vivo, mi sporca un po’ la guancia. Oh…!

Pepe: spezia vietata. Ce la mettiamo quella polvere nera io e papà, come due ladri, di nascosto, come un segreto per essere complici io e lui, portatori di Verità intenti a beffare l’autorità. Ma mamma ci vede lo stesso, fa una brutta faccia. Non dice niente.

Si torna alle origini, nei modi, nelle sensazioni viscerali, nella voracità con cui a questa tavola oggi si consuma il pranzo.

Mi sento nella scena degli spaghetti al nero di seppia del film Via Castellana Bandiera. Una scodella immonda al centro della tavola da cui attingono in tanti: padroni di casa e ospiti si trascinano scie nere in piatti di plastica e mangiano come se stessero partecipando a una guerra. Sporchi in volto, con arie feroci; bambini completamente imbrattati. Il boss di quartiere adesso appare come un lattante dimenticato dalla maestra, con la vergogna spalmata in faccia e i denti neri; un sorriso marcio (invero è marcio da molto tempo prima del pasto). Non c’è dialogo in questa lunga scena ma solo uno sferragliare di posate e rumori di saliva, risucchi e lingue che leccano quella tinta plumbea che fa spavento. Così come in Fuocoammare dove un adulto mangia come fosse un bambino e un bambino impugna la forchetta come un vecchio di tremila anni: succhiano gli spaghetti e sembrano mostri marini, cannibali, divoratori della propria stessa specie. Non vedo l’ora che questa scena termini. Disgustosa. Infinita. Eppure è la prima che mi torna in mente. Lampedusa: c’è qualcosa di intoccabile. Allora comprendo e li lascio mangiare, disgustata e allo stesso tempo benevola. Ho capito.

Un sud magico e ne ho memoria anch’io.

Cento anni fa c’erano i miei zii che mangiavano frutti di mare crudi. Li prendevano dalla grande ciotola piena d’acqua. Li vedevo consumare quell’atto osceno in mezzo a tutti noi, a capo della tavola a cui mangiavano vecchi, donne, bambini. Nonna era l’unica femmina ammessa a quel rito: come una sacerdotessa, per privilegio d’anagrafe, assieme ai più valenti tra gli uomini adulti beveva molluschi dai loro gusci. Succhiavano bestie rosse, molli, purificate dal rito del limone che disinfetta, organismi ancora viventi e mi sono sempre chiesta dove avessero gli occhi quelle masse informi: erano pur sempre animali eppure non mi sembrava affatto.

La natura demoniaca delle creature del mare.

Giallo di Napoli, grigio, bianco lattiginoso, bave, filamenti, schizzi, rumori e ingoi. Erano in pochi a poterlo fare. Serve lo stomaco forte. Una volta mio zio ha preso il tifo.

Certe cose hanno una valenza sessuale. Lo capisci dal modo in cui si mangiano. A quel tavolo, ogni domenica si compiva un baccanale.

Come vorrei essere grande anche io. Sacerdotessa anche io. Vorrei essere ammessa a quella mensa. Ma è evidente: sarò ancora una bambina fino a che non saprò ingoiare molluschi crudi senza vomitare e senza essere tradita da viscere delicate.

Un giorno provai le ostriche. Sembrava di leccare uno scoglio sul quale avesse appena pisciato qualcuno. Decisi di poterne fare a meno e tornai a sedere dal lato del tavolo di quelli che non contano niente.

Adesso il sud è lontano. È lontano anni e chilometri. Nel frattempo ho imparato a prendere il numero giusto di maccheroni, a bere dal cucchiaio senza rumore, masticare a bocca chiusa, a non mettere pane dove non ci vuole. Ho imparato l’eleganza.

Ma oggi è domenica, papà ha fatto le linguine con i polipi.

Ho ingurgitato zampe, sono tornata acqua del Golfo di Napoli, urla nei mercati ittici alle cinque del mattino. Sono tornata chi non sono stata mai, ma il cibo mi chiama, chiama a scendere a patti con la dignità.

E il tovagliolo ripiegato a triangolo su questa tavola è la sola, unica traccia di un’umanità ancora non del tutto dimenticata. Nonostante i polipi, nonostante i miei avi. Nonostante.

***

Nota critica di Antonella Falco
Il cibo come elemento ancestrale. Come rito tribale. Come ritorno alle origini – richiamo di un Sud che si perde nel mito – regressione ai primordi della civiltà. Cultura che antecede la cultura. Il cibo come trionfo dei sensi, carnalità sfrenata, pulsione erotica. Lessico famigliare del pasto, fenomenologia della voracità, antico baccanale del gusto. C’è tutto questo in Sud. Bocca. Grovigli di Valentina Formisano, giovane e poliedrica autrice di origine campana che coniuga la passione per la scrittura con un’intensa attività artistica. Trasferitasi nelle Marche all’età di undici anni, si laurea nel 2013 all’Accademia di Belle Arti di Macerata, per poi trasferirsi a Firenze nel 2016 in seguito al conseguimento di una borsa di studio presso la Fondazione Il Bisonte. Centro internazionale per lo studio dell’arte grafica, dove si specializza nelle tecniche di incisione. I disegni e le xilografie di Valentina Formisano rivelano un talento fuori dal comune ed una personalità anticonformista: la sapiente perizia tecnica, sorprendente in un’artista ancora molto giovane, trova espressione in soggetti non convenzionali, lontani dalle fredde esercitazioni accademiche. C’è vita pulsante nelle opere di Formisano e questo vale tanto per la produzione grafica quanto per quella letteraria. Lo si evince chiaramente nel racconto citato, in cui spicca il contrasto tra l’incipit asettico: ‹‹Odio toccare il cibo con le mani. Sporcarmi oltre il necessario. Mostrare come mangio›› e l’explicit che a partire dal verbo ‹‹ingurgitare›› denota una compromissione con la materia, uno “sporcarsi le mani” e con essi l’accettazione di una storia, di un passato, di una tradizione di cui, infine, ci si riconosce come ultimo anello: ‹‹Ho ingurgitato zampe, sono tornata acqua del Golfo di Napoli, urla nei mercati ittici alle cinque del mattino. Sono tornata chi non sono stata mai ma il cibo mi chiama, mi chiama a scendere a patti con la dignità. E il tovagliolo ripiegato a triangolo su questa tavola è la sola, unica traccia di un’umanità ancora non del tutto dimenticata››. In mezzo vi è la descrizione di quello che un antropologo culturale definirebbe in termini di ritualità e trasmissione di memorie e modelli culturali: ‹‹c’è qualcosa di atavico in questo celenterato a pezzi nel pentolone››. Ma vi è anche il corpo, in tutta la sua consistenza materica, nella sua visceralità, nella sua ferina e a tratti oscena ingordigia. Il corpo di chi mangia e il corpo di chi è mangiato: il loro fondersi nelle bocche avide da cui spuntano piccoli tentacoli ribelli, ‹‹riccioli capricciosi›› che non si riesce a ‹‹infilare subito dentro›› e sporcano di sugo le guance. È quasi una scena pornografica, un amplesso fagocitante, in cui ripugnanza e deliquio orgiastico si fondono assieme, a ribadire ancora una volta il legame antico tra cibo e sesso. Non è un caso che nelle orge dionisiache dell’antica Grecia le baccanti giungessero al culmine dell’eccitazione parossistica addentando vivo o mangiando crudo un cerbiatto, assimilato alla figura di Dioniso. Ogni rito orgiastico è anche una celebrazione misterica: la carnalità trascende se stessa, il corpo immolato e divorato si transustanzia in qualcosa di ulteriore. D’altra parte consumare insieme il medesimo cibo è un atto che affratella, un rituale di comunione, che sancisce la permanenza nel tempo della famiglia intesa come entità metastorica. Il vitalismo insito nella convivialità a tratti truce del racconto partecipa del binomio indissolubile di eros e thanatos e lo conduce ad una sintesi che è pura esaltazione dell’esistere, accettazione della tragicità della vita ma non della sua finitezza, sullo sfondo di un Sud ‹‹magico›› che continua a chiamarci dal gorgo del tempo.

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