Scrivere sul fronte occidentale

(Nazione Indiana ha compiuto quindici anni a marzo, da allora molte persone e molte cose sono cambiate; testimonianza molto importante, e talvolta emozionante, di questa lunga storia è il suo archivio, del quale abbiamo deciso di ripubblicare alcuni post, che riteniamo significativi. Oggi cominciamo con l’articolo iniziale di uno dei principali fondatori, Antonio Moresco, che da tempo non fa più parte del blog, avendone fondato un altro, Il Primo Amore. La redazione)

Dopo l’attentato dell’11 settembre che ha colpito le “Torri Gemelle” a New York e il Pentagono a Washington, scrittori e uomini di cultura italiani si sono confrontati in un convegno a Milano, il 24 novembre 2001, discutendo su che cosa significa scrivere e operare “in tempo di guerra”.Da quel convegno deriva questo libro, curato da Antonio Moresco e Dario Voltolini, che raccoglie riflessioni, interrogativi, testimonianze presentate a Milano, ma anche scritte dopo quell’incontro (nei sette mesi successivi all’11 settembre).

sommario

Antonio Moresco: Lettera – Dario Voltolini: Inizio dei lavori – Carla Benedetti: Il pieno – Tiziano Scarpa: Circolare segretissima da diffondere di nascosto fra gli autori italiani di finzione – Antonio Moresco: L’occhio del ciclone – Piersandro Pallavicini: Romanzi polimaterici, anzi: eterocellulari – Marco Drago: Disturbare l’universo – Christian Raimo: Poco acuto, così poco acuto – Mauro Covacic: L’orecchio immerso – Raul Montanari: Due cose per dire che non cambierà niente (anzi è già tutto di nuovo come prima) – Marosia Castaldi: L’insaziabilità – Ivano Ferrari: I dieci giorni che non sconvolsero un cazzo – Antonio Piotti: Nostalgia del simbolico – Marco Senaldi: Il Ground Zero del godimento – Giuliano Mesa: “Dire il vero”. Appunti – Paolo Nori: Il quadro – Andrea Bajani: Il grande spot – Giuseppe Genna: Scrivere sul fronte occidentale: scrivere sulla fronte occidentale – Giorgio Mascitelli: Ma le nostre parole saranno scritte invano? – Marina Mander: Undici pensieri dopo l’11 settembre – Andrea Inglese: L’estraneità e la festa – Mostrare le sbarre (Teatro Aperto: Federica Fracassi e Renzo Martinelli) – Giulio Mozzi: Parlare della verità – Donata Feroldi: Per interposte persone. I tessitori – Gian Mario Villalta: Dalla mia postazione alla periferia dell’impero – Federico Nobili: Esplodersi. Lettera ad Antonio Moresco – Helena Janeczek: Una gonna per l’11 settembre.

Stiamo organizzando un incontro che si terrà nel mese di novembre a Milano, in data e luogo da destinarsi, perché sentiamo la necessità e l’urgenza di confrontarci dopo quanto è successo nelle ultime settimane.

Non ci interessa un incontro rituale, una sfilata di anime belle, lanciare proclami. Non ci interessa darci conferma l’un l’altro delle nostre buone intenzioni e della bontà e necessità della nostra attività di scrittori. Non ci interessa ragionare per simboli e schemi, né una vuota unanimità di posizioni. Ci interessa un incontro, reale e senza cerimonie, di posizioni e di riflessioni, in cui ciascuno porti la sua umanità , diversità , sensibilità e libertà , perché mi sembra che molte consuetudini mentali che hanno dominato la vita culturale degli ultimi decenni si rivelino sempre più insostenibili se non grottesche:

che viviamo nell’epoca della virtualità e dell’irrealtà
che l’unica dimensione possibile è ormai quella della ripetizione del déjà vu
che la storia è finita
che l’attività umana in generale e quella culturale, artistica e spirituale in particolare possono svolgersi ormai solo all’interno di giochi chiusi, terminali, dentro universi culturali chiusi che non contemplano più la possibilità dell’imprevisto
che si può solo riciclare, combinare e rivisitare materiali culturali ormai inerti e codificati in un malinconico gioco di specchi senza fine
che tutto è interscambiabile e depotenziato nell’universo orizzontale della “comunicazione” totale e della rete
che la vita non si richiude e si riapre continuamente attraverso lacerazioni
che non possono esistere più – nel bene come nel male – il conflitto, l’alterità
che abbiamo dominato completamente la natura, il caso, l’ignoto
che non esiste più la tragedia, ma solo la parodia
ecc…
E’ terribilmente triste dover riflettere su queste cose dopo un simile orrore. Ma non si può far finta che non sia successo niente e mi sembra che tutto questo non possa che avere ripercussioni profonde nell’attività umana e in quella culturale di decifrazione, interpretazione, invenzione e riapertura di spazi.
In questo terribile inizio di secolo e di millennio è forse venuto il momento di confrontarci su queste cose, con sincerità , profondità e radicalità .

Milano, settembre 2001

Antonio Moresco