Sentimi

di Francesco Staffa

Sentimi, un appello, un’esortazione, un imperativo.

Sentimi è l’invocazione liturgica di un rituale celebrato nel tempo extra-ordinario della notte, in cui le “manifestazioni oniriche” si fanno “vita” perché sono esse stesse vita. È un tempo “che era diverso da quello dell’orologio. Un tempo senza minuti e senza ore, con l’andare e il venire delle epoche una dentro l’altra. Il tempo senza tempo delle storie […] in cui tutto può coincidere e sovrapporsi”. Il tempo del mito e quindi del rito che lo ripropone. Ed è un vero e proprio rito quello che si realizza nel romanzo, dove le anime si raccontano per ricostruire la propria identità, per ottenere il proprio riscatto e rappacificarsi con la collettività di appartenenza. 

Sono donne, queste anime che a tratti si dischiudono dalla nebbia di cui sono il corpo. Sono donne che portano una pena, che tutti hanno deriso e su cui sono nate dicerie insulse e malevole, su cui, per dirla con Primo Levi, “tutti scaricano i loro mali umori e il loro desiderio di nuocere”. Sono donne uccise nel proprio rimorso e che, come se punte da un’immaginaria lycosa o da un latrodectus, sentono il pungolo di quel morso manifestato nella s-mania di “parlare finalmente”. “[…] Pure a me m’abbrusca sulla bocca quello che ti voglio dire” dice impaziente una delle voci che vuole essere ascoltata e narrata e, “sbracciata, scapigliata”, si fa “largo tra la folla” come una tarantolata pronta per la sua terapia coreutico musicale. Ma a differenza delle donne di De Martino, non ci sono violini o tamburelli a scandire il ritmo; qui, la catarsi passa attraverso le parole. Parole pronunciate, ascoltate e trascritte. Quel verbo da cui tutto principia e che è alla base dell’agire. Quel verbo de li cunti, i racconti che insegnano, che educano, che distinguono i valori dai dis-valori e che trovano origine nella cultura vernacolare di cui la nostra tradizione è ricchissima, mantenendo saldo quel filo che ci lega alle nostre radici.

La signora con il taccuino sembra essere al centro di una ragnatela intenta a tessere le narrazioni di queste Menadi cucendole insieme in una trama perfetta. Ed è così che la frenesia di queste anime trova il giusto ritmo, che le loro storie apparentemente parziali, esclusive e degne di nota, trovano una dimensione corale componendo un’unica storia: quella della redenzione, quella della salvezza. Tutte (o quasi) queste donne concorreranno con le loro gesta a decretare il destino di Adele, figlia della colpa e perciò emblema di quel femminile già sancito a livello patriarcale e biblico dalla figura di Eva.

Sentimi è l’orazione di un coro di voci orchestrata magistralmente dalla penna eccezionale di Tea Ranno, è un inno alla vita scandito dal latrare di una muta di cani (la caccia selvaggia di Ginsburghiana memoria?). Muta di cani che, forse, rappresenta l’originale rimorso del romanzo. Sono proprio loro a sbranare e deturpare quella che, a mio avviso, risulta essere l’emblema della donna ripudiata, sottomessa, annullata in quanto diversa da quel maschile che non può far altro che desiderarla, possederla e addomesticarla perché mai potrà raggiungerla né comprenderla. Allora la sminuisce, la rende debole e la condanna alla sofferenza perpetua. Ma Cinzia, questo è il nome della donna che, nuda, ha voluto sfidare il potere del maschio, ha sconfitto questa condizione e, nuda sull’altare “dove l’ostia si fa Gesù Cristo e il vino si fa sangue suo”, ha redento tutte quelle sorelle che hanno subito, subiscono e subiranno la sua stessa sorte. Seppur mascherata da divagazione, la storia di questa donna, credo, sia la più potente dell’intero romanzo. Quella che condensa una condotta troppo spesso tollerata e considerata giusta. Una condotta dalla quale ci dovremmo affrancare definitivamente, rendendo universale il monito che l’appello di Sentimi ci grida con urgenza e passione, perché l’atto di redenzione sia salvifico non solo per le protagoniste del romanzo, ma per chiunque abbia la forza di accoglierlo.

Sentimi, infine, è un inno alla Puisia, sia essa composta da sante o buttune, dannati o beati, ché “U cielu è chino ‘i puisia […] L’anciuli su’ puisia. U ventu è puisia. I manu to’ ca trafichiunu su’ puisia”. La penna di Tea Ranno è Puisia.