Amnesia

di Francesco Staffa

Amnesia, difesa da un trauma o impedimento alla presa di coscienza? Arrendevole oblio o irrequieto tormento? È tra questi poli opposti che si srotola la storia di Izzy Darlow. “Una storia a più voci, una varietà tale di voci da non sembrare la storia di un solo uomo”, che si struttura per cerchi concentrici e che arriva a lambire la Storia umana, a contenerla e a restituirla per la sua drammatica ferocia.
Una storia che Izzy narra come una confessione ipnotica, circolare, magnetica rilasciata alle inconsapevoli orecchie di un anonimo archivista. Un uomo dalla vita apparentemente ordinaria, un uomo che sta per sposarsi da lì a poche ore. Un uomo che, irretito dal racconto, devierà dal proprio percorso perché forse non era “destinato a costruire qualcosa”. Forse era “destinato a essere un vagabondo” e, nel suo girovagare, destinato a raccogliere il canto sussurrato dai luoghi. Destinato a chiudere il cerchio di quella narrazione che, inizialmente confusa e confusionaria, attraverso frammenti, riflessi, schegge “si ripete” e “riproduce come un cancro”. “Un dramma nel dramma, una storia nella storia: la più piccola parte di questo racconto contiene al suo interno, come un ologramma, l’inizio, lo svolgimento e la fine dell’intera vicenda”.
Disperato, incalzante, fluviale, il racconto di Izzy si intreccia, sovrapponendosi, alle storie di Katie (fragile e complessa icona archetipica della femminilità violata), di Campell (incarnazione di una coscienza dai tratti ambigui e mutevoli), di Margaret (rappresentazione del senso di colpa), della stessa famiglia di Izzy, di cui è rievocata la disgregazione (che è poi quella di un intero popolo se non quella dell’umanità tutta). Lo scenario è quello di una città, Toronto, ma ancor di più delle sue strade, dei suoi archivi, delle sue biblioteche, della sua decadenza e delle sue rovine da cui affiorano le fondamenta della Storia (individuale e collettiva). La città si fa corpo e mente, mostra le proprie ferite, le proprie crepe e, come la memoria, si disvela per essere raccontata e rivissuta. Ma per lacerare il velo rassicurante dell’oblio è necessario passare dall’oscura gola che sembra fagocitare ogni cosa richiudendola nel suo abisso profondo. È necessario abitare quella tenebra, lasciarsi soffocare dalla sua selvatica natura, affrontare il fantasma della colpa ancestrale che rende la gola viva, pulsante, divoratrice. È necessario morire lì per poter rinascere da quel grembo umido, sferzato dal vento. È necessario assecondare il dolore, assorbirlo e superarlo “in un momento di sintesi” in cui “qualcosa si chiarisce”. Solo così è possibile essere rigettati dalla gola per trovare poi il “proprio posto”. E da lì osservare “la mappa” con uno sguardo differente, pronto. Scoprire che d’un tratto dice qualcosa. Che “c’è una logica in quelle linee. Non si limitano a rinviare, parlano” o cantano. “La mappa si estende alla città che ti circonda, e c’è un momento di chiarezza, di corrispondenza, di reciprocità. Il mondo si disegna. La mappa diventa uno specchio. Il tuo volto, riflesso nello specchio, si ritrova nella culla della città. […] È un momento di integrazione, di chiarezza, un istante in cui si tracciano coordinate”. Ed è allora che l’imperfezione diventa ricordo, bagaglio imprescindibile per continuare a esistere. Lo svelamento è compiuto e con esso la trasformazione, che Cooper ipotizza possibile grazie ad alleati che illuminano e accendono le sinapsi della mente: l’arte, la letteratura, la cultura tout court.
Ripubblicato da d editore a distanza di oltre vent’anni dalla sua prima uscita italiana, Amnesia risulta, oggi, ancora più necessario per la sua sconcertante attualità. In tempi in cui la “perdita della memoria” diventa un vanto, uno “stigma” di cui andare fieri, una pratica doverosa e cercata per poter giustificare (o meglio, sottovalutare) gli errori che si commettono, questa lunga “via dei Canti” che Cooper ha composto sembra essere un rituale che tutti dovrebbero compiere per riappropriarsi della propria identità. Sembra un monito, un grido disperato affinché ci si rammenti che, in assenza di una ritualizzazione degli eventi passati, appare inevitabile il sopraggiungere di un decadimento completo, di uno schizofrenico disorientamento spirituale che coinvolge tutti gli aspetti della vita individuale e comunitaria. E proprio per scongiurare questo pericolo è necessario dare voce ai luoghi, ascoltarli per poi narrarli, restituendo le loro storie a chi sia pronto a recepirle: perché “parlare non è un rimedio (solo) se siamo soli”.
Un romanzo sorprendente, una “mappa” da seguire per ricomporre la geografia della propria storia e riconnetterla a quella più ampia della collettività, senza il timore di comprendere e accettare le debolezze peculiari dell’“essere” umani.

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