AzioneAtzeni – Discanto Diciannovesimo: Savina Dolores Massa
AzioneAtzeni – Discanto Diciannovesimo: Savina Dolores Massa
AzioneAtzeni – Discanto Diciannovesimo: Savina Dolores Massa
Cosa vorresti ora messié? Meglio: cosa aspetti che succeda, in questa storia? Forse immagini che io voglia narrarti, ora, una storia d’amore. Una storia d’amore. Anche a me, piacerebbe. Credi.
dal racconto ‘Da Nicola a Nicola, il giorno della sua morte’ di Sergio Atzeni, in I sogni della città bianca
Sale
di
Savina Dolores Massa
Quell’attimo.
Mentre l’errato calcolo di un dio porgeva già la schiena alla sorte mortale degli umani, degli animali, dei fiori e di tutte le cose, il vecchissimo Nino avvertì sulla lingua un sapore di sale conosciuto soltanto tra le cosce della moglie trascinatagli via in un tempo distante da lì, dentro una bara di legno messa su con gli avanzi di una barchetta affondata di intera poppa sulla sponda dello stagno. Sede di guerriglia tra ratti, anguille e tuoni intimoriti di sé, era colei dondolante da anni in attesa di un veliero che le dicesse, Bacerò ogni notte la tua coda da sirena.
E invece così non andò, come per qualsiasi sogno delle barchette senza dote. Una cassa da morto, fu.
I chiodi battuti a martello, batacchi mossi da campanari di una chiesa miscredente costruita nell’inferno in attesa dei mortali, giù, giù, dove la terra vermina.
Nino, la donna diretta alla sepoltura neppure la salutò, offeso per il furto dell’amore di cui ancora, allora, pativa il senso.
Dal giorno, senza capirlo, l’intero suo passato gli si era iniziato a confondere nella memoria della testa e del cuore: rancori scambiati per tenerezze; stupori pensati come indifferenze; vocaboli urlati creduti risate. Altri intuirono l’embrione di demenza nell’uomo e solo rari reietti al suo pari gli lanciavano saltuariamente sui piedi pane duro, croste di formaggio, avanzi di abardente in bottiglie scaraventate in mare da qualche marinaio rabbioso di solitudine. Bottiglie giunte a riva strette forte a un’onda astemia. E altre consolazioni alle quali Nino non voltava le spalle pur imprecando santi, luciferi e madonne, e sputi alla femmina inchiodata dentro la marcescenza, la peste del mare, di una barca e le alghe.
Lei, portata via nei seni e nel ventre, nella pelle da stella esplosa, nella voce di sposa vergognosa. Aperte le cosce, “per te soltanto Nino mio.” L’infame. In fame, lei, non l’aveva mai lasciata.
Infine l’uomo, generazione dopo generazione, venne scordato, attraversato da passi svagati.
Nino si pietrificò in se stesso, lasciandosi ricoprire da patelle e granchi, confusi coi baci e i morsi sempre dispensati dalla sposa in giovinezza: distante farsa. Un passato sottratto a qualcun altro, con premeditazione, così pretese sua moglie conclusa la breve fascinazione dell’innamoramento e lui, mai che le avesse portato perle e coralli incastonati in monili, velluti e cappelli da signora.
L’amore ripudiato e nudo di nome e forma, divenne qualcosa da lanciare, pietra piatta rimbalzante, alle acque: le dolci, le salate. E al mare. E alle Saline, enormi cataratte bucate da scheletri d’uomini e di muli, certe notti di scirocco africano e Nino ebbro di abardente fino a quando gli durò la scorta. Ma la scorta non esisteva già più. Ubriacarsi immaginando, l’uomo.
E allora, per anni, Nino dormiva o vegliava arrotolato nelle proprie ossa sull’ultimo vagone lasciato sul binario morto – sempre in fiore di lacrimate fatiche – fermo, concluso, sulla sponda del mare.
Ma quell’inconfondibile sapore di sale sulla lingua giunse una mattina in principio di novembre, quando infiniti stormi bianchi di uccelli di ogni razza e dimensione si sollevarono dai monti, ciechi, di Saline improvvisamente rose da rose spinate nei petali volanti, così parve al vecchio, dentro una nebbia, così parve al vecchio, salita infida dalle acque, così parve al vecchio, per gelargli le unghie delle mani e dei piedi. Così parve al vecchio,
così parve,
così.
Udì, Nino, la tosse degli uccelli.
Tossì lui pure di riflesso, salivando sangue sul mento che condì di sale leccandolo. Buono gli sembrò il pasto: un vino arso, un cuore in principio di novembre, un migrante di sé.
Tossì fino a quando il sonno lo svegliò.
Forse fu un istante oppure anni, nei quali giovane si immergeva nelle acque dolci, in sale o da mare aperto privo di orizzonti risucchiati dal fondale. Vide l’intero firmamento nuotargli accanto, e ci credette. Lo disse mai a nessuno della luna spezzata a metà per ogni sua iride, mai alla moglie quando lo attendeva sulla riva in attesa di polpi e ricci da vendere al mercato: lei lo avrebbe malmenato a causa di simili visioni da poeta, perché risaputo che i poeti muoiono tutti assassinati di mano propria. E così taceva gli incanti perfino al mulo a lui destinato nelle giornate in cui lavorava alle Saline, timoroso di privare il mare della luce anche di una sola stella. Ma lui di sé non dubitò, si considerò un prescelto del Creato, riuscendo così a sopportare assieme alla sua bestia, ogni sacco di sale trasportato ai padroni, anche loro, quanto la moglie, in attesa sulle sponde. E lui la notte piangeva tra le cosce della donna, desolato per i sogni non detti, accontentandosi ma non intero di quell’odore salso di femmina, chissà se messo alla pesa anch’esso assieme all’oro bianco delle acque. Non glielo domandò neppure una volta: avrebbe disturbato i mogi canti dei muli illividiti dalla fatica, ma anche loro impegnati tra le cosce delle proprie compagne. Il consolo.
Non esisteva giorno in cui almeno tre muli cadessero spezzandosi le gambe e sapeva Nino del silenzio non paragonabile ad altro silenzio che seguiva lo sparo di una rivoltella su una fronte. Forse,
forse,
forse,
il firmamento in fondo al mare poteva somigliargli.
Poi un giorno cadde Nino rompendosi, la moglie si imbronciò scurendosi in volto e nulla disse, con l’indice gli indicò gli stagni e il mare. Da allora chiuse le sue cosce.
Forse,
forse,
forse
a lui soltanto.
Non si può smentire in propria lingua o d’altro luogo che da quel giorno Nino immerso in mare un po’ triste lo divenne, ma non fu sorte tanto infausta divenire un uomo in salamoia in sella agli astri, e poeta o dir si voglia. Resta innegabile, o no? come l’intelligenza umana, mai seppe dimostrare la fronte di un astro saltata per aria a causa di una polvere da sparo. Almeno ai tempi della svicolata vita di Nino.
Trascorse altro tempo e sempre, ancora e ancora, giunse un altro principio di novembre sull’ultimo vagone rugginoso, sul binario morto, sugli stagni, sui migrare degli uccelli nella superficie del cielo, sulla città bianca dipinta di foglie carminio, immobile guardiana delle proprie acque.
Su Nino secco, dissalato.
La vecchiaia, in fondo, o diciamo pure in un fondale, è così infinitamente simile al non esistere prima di ogni venuta al mondo. È il nulla dai significati imposti, la vita, una celebrazione delle azioni a termine, una luce iniziale e i chiodi delle conclusioni.
Nino proseguiva a esistere senza capacitarsene, perdute la fame e la sete, dilaniato in mille luci il dolore, scomposti il sonno e la veglia, i muli sfiancati, i calendari, le costellazioni, gli orologi, le campane bradicardiche destinate alla compassione verso gli altri. Quegli altri neppure intuiti, più. Il resto intero dentro la nebbia più nera concessa a un mortale.
Eppure qualcosa accadde nell’uomo a gennaio: l’oblio e la lucidità insieme gli sussurrarono Nino, all’orecchio, scavalcando l’acufene, sbaragliando il moto ondoso forza sei del mare, imbiancandosi di sale, ragliando ribellione, castrando l’uomo nel suo punto più ferito dove si era nascosta una moglie fedifraga, mentendo sull’attenzione di una città bianca nei suoi confronti: vanesie le mura, senza re e regine il suo castello.
Nino con un coltello si amputò le ciglia cispose.
Abbandonò il vagone. Discese cadendo in ginocchio. Battendo la testa su una traversina. Insanguinandosi il volto. Sembrerebbe menzogna sparsa sugli indifferenti il perché e il come un grande vecchio quale era sentisse su di sé i suoi e suoi soltanto giovani anni tornati.
Fu allora che nel binario morto sulla riva di tanta acqua notturna e luna grande in alto bianca come il sale,
lo vide.
Un candido uccello alto quanto lui, le ali strette sul corpo per non patire la neve addosso. Non neve ma sale, pensò Nino con intelligenza rispolverata, È falso forse che sia l’una quanto l’altro si sciolgono con una pioggia?
Si narra sia evento raro la neve sul mare nel luogo scelto per questa incanutita storia.
Eppure.
Eppure Nino, seppure mai ne avesse incontrato uno, seppe riconoscere guardandolo a distanza, e annusandolo a distanza, un pavone figlio delle Saline, delle schiume delle acque, della bianca città. E il suo, generato da un corpo svenato ormai.
Eburneo era divenuto Nino.
Disse il pavone, Vieni a me.
Nino fece un passo, poi un altro fino a cinque.
In quell’attimo l’uccello spalancò la stupefacente coda. Nino ricordò le morbide cosce della moglie e subito le scordò.
Lasciato il binario entrò in mare conclusi i cinque passi, udendo il pavone mormoragli, Addio.
Si può seguire il PODCAST su:
⇨ Youtube
⇨ SPOTIFY
