Vadetecum letterario: Francesco Carbone
La sola regola del successo in Letteratura
di
Francesco Carbone
Abstract
Scopo di questo sbroglio è di venire il più possibile frainteso e così assurgere all’immortalità. Infatti: tutte le opere di letteraria eccellenza che pretendono di uscire dalla fetale idiozia dell’inedito, devono sapersi ridurre in formule brevi, memorabili ed erronee.
Nelle seguenti stringate righe si sosterrà che ogni capolavoro che abbia guadagnato il sollievo dell’Eterno avrà confermato la seguente legge inderogabile: «perché un’opera si faccia famigerata e immortale, deve suscitare potenti e ostinati fraintendimenti». Questi devono a loro volta sapersi dire alla spiccia, per formulari recepibili come ovvi e inconfutabili: «Dante padre della lingua italiana», «Kafka aedo dell’angoscia», «Flaubert poeta del reale», eccetera. Sono questi i motivetti che, come certe micidiali canzonette, restano in testa anche per sempre: il che non può dirsi– dico a caso – della Sagra della Primavera di Stravinskij. (Visto che ci siamo: la traduzione altamente fraintendente e quindi definitiva dell’originale Sacre in Sagra è già fenomenale).
Codicillo dell’Abstract – Meglio se i fraintendimenti saranno molteplici, contemporanei, rissosi, inconciliabili: in questo caso fortunato, l’Opera capace di fomentare tanta babele otterrà un successo clamoroso e perenne.
La regola della Fraintendimento viene persino rafforzata dall’autore per il quale fosse stato predisposto il destino amaro della sua scoperta in articulo mortis, o, peggio ancora, postuma: Giacomo Leopardi, Edgar Allan Poe, Dino Campana, Arthur Schopenhauer, eccetera.
Sulla peculiarità di casi desolati come i succitati, ci proponiamo di tornare con più elegiaco ardore, affastellando uno sbroglio specifico, dal titolo: «Della quadruplice sventura di essere Omero».
- Dovrebbe essere facile immaginare, anche a un cauto coro d’accademici azzimati e primaverili professoresse, che deserto sarebbe la letteratura universale senza il continuo fraintendimento dei suoi capolavori. Quando nessuno più equivocherà nulla, vorrà solo dire che nessuno sta più leggendo, e soprattutto leggendo rapito in un generoso donchisciottesco amore.
- Per chi ancora non avesse intuito dove si stia andando a parare, spoiler: è il vitale tonificante fraintendimento che tiene in vita le mummie altrimenti marcescenti dei capolavori. – La Bibbia! Malgrado gli acciacchi, sempre troneggia come sontuosa elefantessa nella sala: sublime, turneriana (nel senso del pittore), regalmente fraintesa, eccelsa tra i testamenti traditi. A suo riguardo nulla occorrerà dire. Basterà che il qui presente lettore esponga le sue corna di lumaca oltre il bordo della pagina, per vedere cosa del Libro faccia in ogni momento e dappertutto il mondo: una selva di, per quanto comatose ed estenuate, eresie. – Le quali, quando saranno tutte estinte, sarà segno che la religione stessa ha tirato le cuoia.
Essere fraintesi è essere, è essere al mondo: essere fraintesi dalle moltitudini è proprio di chi abita il mondo regalmente. – E, poiché nel supremo c’è il segreto del minimo, si può dire: ogni libro, foss’anche il mal estroflesso opuscolo d’un autore che s’atteggia modesto, invidia la Bibbia. Non c’è scriba che non si vorrebbe Parola del Signore.
Al contrario del sublime comandamento di Vishnu, non c’è tra noi nessuno che non aspiri ad aumentare la confusione universale.
- Di queste cose, il classico, e dunque molto frainteso, Goethe (legioni di suicidi per l’antisuicidale Werther!) aveva compreso tutto. Goethe sentenziò all’amico Eckermann: «un capolavoro è ingiudicabile». – Assurgere all’ingiudicabile è l’agognante delirio di chi scrive libri: è il buco bianco in cui vorrebbe essere risucchiato. – Ingiudicabile è lo stesso che dire: accolto nell’Olimpo senza ritorno del Fraintendibile. In questo senso, la regola del fraintendimento artistico non è che un caso specifico della regola del Malinteso universale, chiarissima grazie a Baudelaire: «se, sfortunatamente, ci si comprendesse, non ci si potrebbe mai mettere d’accordo» (Diari intimi).
- Allo stesso tempo, consapevoli di una quantistica complementarietà, si deve anche riconoscere che cedere alle sirene del Fraintendere è la strada maestra dell’incontro col Capolavoro.
Proprio come una numinosa creatura che limpida sfolgora oltre la grigia insignificanza di tutti gli altri, il Capolavoro aizzerà timori, domande, preghiere: tutto il febbrile diorama dei «dubbiosi disiri».
Al cospetto di questo «Tremendo all’inizio», la sola fedeltà possibile sarà iniziare ad amare. Ma amare il Capolavoro sarà esorcizzarlo, offrirgli sacrifici implorando che non ci divori, e chiedergli perdono per il nostro infinito mancarlo, e costruirgli chiese millenarie che non abiterà mai.
- È questo il contrario del teorema non di Gödel ma di Goebbels, tanto vero per l’onnivora politica: una menzogna detta tante volte nell’Arte non diventa verità; al contrario, una verità detta molte volte diventa sempre falsa. – Il punto è che proprio quest’entropia è ciò che tutti desideriamo: tutti, nel trito e ritrito del banale, ci sentiamo al riparo dello scandalo!
Del degrado dal bello all’ovvio, s’accorgerà qualche spirito morboso ed eccentrico. Forse allora, come il bambino nella fiaba dei vestiti dell’imperatore, cederà alla tentazione di urlare? Ma sarà inutile, a meno che il suo «Re Nudo!» a sua volta non abbia il talento di entrare nel circolo degradante delle letture, le quali solo fraintendendo sanno salvare. Walter Benjamin, Simone Weil, Giorgio Manganelli, Meister Eckhart… – In questo campo d’Agramante, lo svantaggiante vantaggio di un’allenata teologia negativa è evidente.
- Giovane autore, che persino in questo secolo vorresti, a mo’ di fagiolo fatato, germogliare fino al settimo cielo dei grandi: Proust, Petrarca, Calvino, Catullo?… Guardati da costoro che son morti! Quel paradiso è Alcatraz: lì, strizzato nella camicia di forza dello scrittore santificato, chiavato tra le Commedie umane e le divine, i Perduti Paradisi e i Tempi Ritrovati, le Grandi Speranze e gli Ultimi Fuochi, cosa potresti volere ancora? Da lì in poi, c’è l’ecolalia delle accademie, i castelli di Silling in cui ogni perversione sta in un regolamento!
- Il primo a fraintendersi è quindi l’autore stesso. Il fraintendimento è la sua Musa, ogni Musa è un fraintendimento. Cantami o diva è il migliore inizio perché è già un delirio perfetto. Nell’inevitabile catastrofico autointerpretarsi, l’autore è Stravinskij che dirige da sé il suo Sacre: un equivocarsi atroce! Da dirgli: Igor, fraintenditi meglio! Hai combinato ben altro che questo solfeggiarti! – Ed è Dante!, il quale sinceramente ci spaccia Beatrice per santa tra le supreme: più della Maddalena, più di Elisabetta e di Santa Chiara! – Al cospetto di tanta sublime allucinata protervia, noi altri non potremo che fingerci convertiti: con sospensione suprema dell’incredulità, che però sappiamo dura quel che dura!
- Ricapitolando: ogni opera si millanta frutto sacro di «cielo e terra», e aspira alla girandola delle babeli, al pòlemos, al marasma della fama. Detesta, l’opera, stare sola e pensosa nel disertato campo della sua genialità: piuttosto si darebbe fuoco (il che spesso accade). Ogni opera è una macchina, un odradek, che ha tramato (già prima di nascere!) solo per essere liberata dalla sua povertà immedicabile: per accedere allo sguardo salvifico degli altri. E cioè noi, la legione degli isterici.
- Solo per questo il mondo cerca l’Arte. Ogni Tempo, per quanto narciso, in segreto si conosce per vano – «racconto d’un’idiota» -, se non venisse giustificato dall’arte che sola riscatta il verminaio delle «sciagure umane». – Isterico per bisogno d’imprinting, il Tempo s’illude di trovare capolavori degni di lui per lo più dove sono monumentali imposture.
- Il bovarismo è la sola salvezza da noi stessi (fosse pure credersi Rocky, o Barbie o Stephen King). Riconoscersi coralmente in un artificio artistico è un’isteria tonificante. Tutte le isterie sono consolazioni. L’isteria è quanto serve a ogni vita per viversi; l’isteria è l’elisir, è il credersi, è il credersi di credere, è il Sì alla Vita, è la corsa al galoppo nel futuro oltre il pantano dell’esistere.
- A questo punto è chiaro perché il Capolavoro deve apparire facile. Il facile è più fraintendibile – e dunque memorabile – del difficile. «Non uccidere», «m’illumino d’immenso», «il fine giustifica i mezzi», sono ben più fraintendibili di «Io è un altro», o «Amore è donare ciò che non si ha a qualcuno che non lo vuole», o «Ineluctable modality of the visible». Casi questi d’intelligenze catastrofiche! Nessuna eresia è possibile partendo da aforismi così astrusi.
I due minuti e cinquanta secondi della languida Per Elisa (dice l’Intelligenza Artificiale: «malinconica e riconoscibile») saranno subito adorabili, mentre la suprema Hammerklavier, condensato di «misteri per iniziati» (Rattalino) ha richiesto almeno un mezzo secolo per iniziare a farsi interrogare (in avanscoperta c’era stato Franz Liszt!). Sull’Hammerklavier chiosa sempre l’AI: «dimensioni immense, complessità armonica ed enormi difficoltà tecniche»: la stroncatura è evidente – Facile traslare l’esempio musicale a Joyce, Gadda, il Paradiso di Dante, eccetera.
- I due fraintendimenti capitali del Capolavoro che tutti implorano sono: che ci porti un messaggio, e meglio ancora molti, e che sia attuale. O il Capolavoro sarà visto come una casual machine di messaggi morali e perfettamente adattabili al volubile presente, o non sarà. Questo perché il messaggio è facile, la forma è difficile; e l’istantanea attualità è più facile di qualunque altro tempo. Da qui la scolastica & giornalistica compulsione per le parafrasi e per i temi. Il Nobel per la letteratura, epitome di tutti i premi possibili, potrà essere propinato solo ad autori altamente parafrasabili le cui forme, per quanto faticate, possono essere degradate subito a messaggi. I messaggi sono linguistici, le opere d’arte mai del tutto, e mai essenzialmente. Cosa c’è nello spartito? «tutto tranne l’essenziale» (Gustav Mahler).
- Lo Zeitgeist (Spirito del Tempo) è sempre la fatua zitella che, nell’immortale, e fraintesissimo, Cuore di tenebra di Conrad, s’illude di essere la fedele penelopesca fidanzata dell’atroce Kurtz: la poverina, incapace di una seria pazzia, si crederà sempre vedova di un uomo eroico, garibaldino e suo. Ma proprio così, per prima e da sola, salverà Kurtz dall’oblio. Charles Marlow non è stato che lo scriba di questo vitale fraintendimento. – Lo Zeitgeist è Max Brod che, stracapendolo, salva Kafka. Sarà almeno quest’ultima frase equivoca abbastanza?
