Quel “mito genuino” cantato da Bruno Di Pietro

Ἐλέα. Quando verrà il passato

di

Paolo Lago

In una delle sequenze iniziali di Medea (1970) di Pier Paolo Pasolini, il Centauro, una presenza mitica e contemporaneamente sacra, si rivolge a Giasone bambino con queste parole: “Tutto è santo, tutto è santo. Non c’è niente di naturale nella natura, ragazzo mio, tienitelo bene in mente. Quando la natura ti sembrerà naturale, tutto sarà finito e comincerà qualcos’altro”. Questa concezione della natura sacra e magica deriva a Pasolini dalle teorie di Eliade e Frazer, importanti fonti per la tessitura ‘antropologica’ del suo film, ma si potrebbero azzardare anche dei punti di contatto con la concezione del “mito genuino” che Furio Jesi deriva da un altro importante antropologo e studioso, Károly Kerény.

Se il “mito tecnicizzato” è il frutto della deformazione mostruosa del passato operata dagli apparati di potere, quello “genuino” può essere bene rappresentato anche dall’opera di artisti e poeti come, ad esempio, secondo Jesi, dalle DuineserElegiendi Rilke .

Bruno Di Pietro, nella sua recente raccolta poetica dal titolo Ἐλέα. Quando verrà il passato (LesFlaneurs Edizioni, 2024) rappresenta uno spazio naturale ‘non naturale’, un universo mitico scaturito appunto da un “mito genuino”. Il luogo dove sorgeva l’antica Elea si trasforma così in una spazialità mitica e assoluta, solcata da un Parmenide (filosofo noto per le sue teorie sull’Essere statico e immutabile) convertitosi alla teoria del divenire.
In un componimento dal sapore proemiale, riportato in caratteri corsivi, Di Pietro scrive infatti: “Parmenide convertito al divenire / è in buona salute. / Zenone si è offeso. / La bouganville è in rigoglio / il melograno è in fiore / ponente pettina il grano. / Nella piana di Elea / tutto è e sarà / come è sempre stato. (Io invecchio)” (p. 11).

Quella frase “tutto è e sarà come è sempre stato” si riferisce indubbiamente alla teoria parmenidea ma è come se racchiudesse in sé il segreto del “mito genuino”: quel passato non è passato, è ancora lì; la piana di Elea è ancora quella solcata da Parmenide e da Zenone.
Le parole poetiche dell’autore riescono, in una sorta di evocazione sacrale, a ricreare una spazialità mitica che non è cambiata, che è rimasta immutata nel tempo, luogo deputato all’“antica festa” come immaginata da Jesi. Quest’ultimo, infatti, individua nelle pagine di alcuni romanzi di Cesare Pavese un altro spazio mitico genuino, quello della campagna delle Langhe, un vero e proprio “luogo sacro” .

La piana di Elea è come la campagna pavesiana o il Friuli materno di Pasolini: uno spazio intatto, mitico, ove possono ripetersi in una sorta di estatica continuità i rituali di un passato che non si è mai spento.

Nella prima sezione della raccolta, intitolata Ἔως, cioè “aurora”, viene descritto un luogo ancora avvolto dalle ombre della notte, in cui ancora splende la lunae sono accese delle torce, in cui “danzano l’uno e i molti / intorno alla rotonda luna”, una danza scaturita dal pensiero filosofico parmenideo ma anche – pare – profondamente legata allo spirito arcano del luogo, a una dimensione di “antica festa” che mai si è offuscata (e, nel momento dell’aurora, sarà una ragazza a “improvvisare” “sulla spiaggia / una danza del senso”, p. 28).

Il pensiero filosofico, nei versi di Di Pietro, erompe potentemente come entità corporea e fisica che si manifesta negli elementi naturali-non naturali: la luna, i boschi, gli ulivi, il mare (che compare ad esempio in un efficace distico allitterante: “Solo il mare / rumoreggia”, p. 21) assieme a figure sacrali come le ninfe. L’“antica festa” si materializza così in un teatro mitico in cui protagonisti sono elementi naturali anch’essi mitici come quei “suoni di alberi / scossi dai vènti” (p. 22).

È un luogo ove giungono anche le antiche vestigia del passato, vestigia che ancora continuano a parlare riferendo i loro arcani messaggi, le loro antiche e quasi inenarrabili storie, come quei “cocci di argilla” che il poeta ci dipinge come recanti “tracce di una lingua arcana” che “dicono di un’isola / dalle spiagge rosa” (p. 24): immagini frammentarie di un mitico mondo antico che ci può far pensare ai frammenti narrativi messi in scena da Federico Fellini nel suo Satyricon (1969), storie interrotte, spazi esotici e magici, anch’essi inesorabilmente appartenenti ad un “mito genuino” che non smette di sopravvivere nelle parole dei poeti.

Ma quella parola foriera di storie, nella dimensione della festa, può perdersi e frammentarsi ulteriormente in pura ed arcana sonorità: “Suoni e riti e miti / riportano i vènti / meridionali. Dall’orizzonte / è scomparsa la parola” (p. 26). Quel vento che elimina la parola, il vento mitico del ricordo e del passato, felliniano ma anche montaliano, è una voce che sembra erompere, ancora una volta, da una dimensione mitica pura. Perché, come ricorda il poeta, “c’è più mistero nel creato / che nel creatore”, p. 30).

Nella seconda parte della raccolta, intitolata Κρόνος, cioè “tempo”, lo spazio del mito è inquadrato dallo sguardo di Parmenide, ormai anziano, ormai preda dello scorrere del tempo (“Ho incontrato da vecchio / il tempo. / E mi umilia”, p. 38).

Se lo spazio appare incastonato in un’assolutezza dai contorni sacrali, fermo nella sua appartenenza all’“antica festa”, la figura di Parmenide è caratterizzata da un corpo mortale, un corpo preda della malattia che contempla quella stessa assolutezza (“Quanta eternità mi circonda! / E non mi appartiene”, p. 42): forse anche il mito, allora, può appartenere al tempo e al suo movimento, alla trasformazione incessante che investe la realtà. Ma, nonostante questa trasformazione, esso rimane costantemente “genuino”, nell’accezione data da Jesi: ed è grazie allo sguardo del personaggio Parmenide ma, soprattutto, grazie allo sguardo del poeta che si conserva questa caratteristica, se così si può dire, di ‘genuinità’.

Lo sguardo di Parmenide è ‘mitizzante’ perché appartiene ad un sapiente, a un filosofo che in nessun modo può osservare ciò che lo circonda in modo banale e scontato: “Di bellezza vera mi appare / lo sguardo paziente / dei muli al frantoio, / la sapienza della chiocciola / che nel guscio sverna. / Di bellezza vera / forse eterna” (componimento n. 8, parte seconda, p. 44). Parmenide è il sapiente che veglia la notte per aumentare la sua sapienza, vorrebbe capire più a fondo ciò che è scritto nel mondo e negli astri, ma ormai il tempo e la malattia lo aggrediscono: “Vegliato notti intere. / Interrogati gli astri / per carpirne le leggi, / so che Vespero e Lucifero / sono la stessa stella” (p. 47).

La figura del filosofo ci potrebbe far venire in mente – l’inconsueto paragone non mi sembra azzardato – il Filemazio, “protomedico, matematico, astronomo, forse saggio”, protagonista della canzone Bisanzio, dall’album Metropolis (1981) di Francesco Guccini, che, ormai vecchio e malato, si trova di fronte a un mondo che non riesce più a comprendere: “Anche questa sera / la luna è sorta affogata in un colore / troppo rosso e vago. / Vespero non si vede, / si è offuscata / la punta dello stilo / si è spezzata. / Che oroscopo puoi trarre questa sera, mago?” .

Se, come è stato notato, la figura di Filemazio può essere stata ispirata a Guccini dal personaggio di Tiresia presente ne La Terra desolata di Thomas Stearns Eliot , è doveroso ricordare che Eliot è anche uno dei poeti preferiti di Bruno Di Pietro, considerato un vero e proprio “testo sacro”, secondo quanto egli stesso afferma in un’intervista rilasciata a Michele Paoletti e uscita su “Laboratori Poesia” l’8 febbraio 2019. Ma se il Filemazio di Guccini appare immerso nella storia in quanto non riesce più a comprendere i cambiamenti storici e sociali che stanno avvenendo a Bisanzio, il Parmenide di Di Pietro riesce pur sempre a decifrare lo spazio che lo circonda e a carpirne la bellezza, una bellezza che appartiene indubitabilmente ad un ambiente sacro, abitato dagli dei: “Il sale impregna la gola / la parola non ha suono. Respiro la bellezza del mondo” (p. 51).

La terza e ultima parte, intitolata φύσις, cioè “natura”, si configura come un canto alla natura in tutta la sua sacralità, una natura scaturita dall’immaginario di un uomo antico appartenente al mondo antico, sulla quale si posa una “luce greca” e ove soffiano “venti orientali”, mentre ancora presente appaiono la luna e le stelle, in notti attraversate dalle lucciole, albe e ore meridiane (rinfrescate da ombrosi faggi) che si aprono su baie solcate da placide imbarcazioni, leggere sul mare come lo scorrere del tempo.

La raccolta di Di Pietro, impreziosita da sapienti tonalità ritmiche e musicali frante in assonanze, allitterazioni e rime al mezzo, si conclude con un componimento intitolato Incipit in modo ossimorico, ma qui lo sguardo pare affidato al ricordo di un tempo dell’infanzia capace, forse, di stendere un nuovo orizzonte mitico: “Allora noi bambini / si andava per canneti / a fare capanne improvvisate / e cerbottane / mangiavamo la sorba spontanea / e una radice dal sapore di liquirizia”(p. 77).

Lo spazio circostante torna ad essere inquadrato in una dimensione mitica da uno sguardo che si volge all’infanzia come lo sguardo “fanciullino” pascoliano o il ricordo del passato messo in atto da Pavese. Anche uno spazio connotato dal continuo divenire e da una continua trasformazione, grazie soprattutto allo sguardo del poeta, rimane incastonato in una dimensione mitica “genuina”. Infatti, dopo aver letto l’intera raccolta ci rendiamo conto che la sapiente parola poetica di Ἐλέα riesce meravigliosamente a rendere mitico e sacro uno spazio naturale consegnandolo all’eternità.

[Paolo Lago è dottore di ricerca in Letterature e Scienze della Letteratura e in Scienze linguistiche, filologiche e letterarie. Si occupa soprattutto di ricezione dell’antico, estetica del romanzo, critica tematica nella letteratura e nel cinema. È redattore della rivista “Carmilla online” e collabora con altre riviste. Fra le sue monografie: L’ombra corsara di Menippo. La linea culturale menippea, fra letteratura e cinema, da Pasolini a Arbasino e Fellini (Le Monnier, 2007); La nave, lo spazio e l’Altro. L’eterotopia della nave nella letteratura e nel cinema (Mimesis, 2016); Lo spazio e il deserto nel cinema di Pasolini. “Edipo re”, “Teorema”, “Porcile”, “Medea”(Mimesis, 2020); La natura ostile. Visioni e prospettive nella narrativa contemporanea (Terracqua, 2023).]

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Daniele Ventre (Napoli, 19 maggio 1974) insegna lingue classiche nei licei ed è autore di una traduzione isometra dell'Iliade, pubblicata nel 2010 per i tipi della casa editrice Mesogea (Messina).
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