I poeti appartati: Francesca Tisano

Tre poesie
di
Francesca Tisano
1.
Potremmo parlare di epifania:
Intorno a noi qualcosa si rende manifesta
in un’apparizione inattesa.
Ma qui io oggi mi spingo oltre
e dico che potremmo addirittura assistere
a una ierofania.
Un incipit perfetto
in questo romanzo che compongo
dove tutto inizia e nulla si conclude
dove albeggiano in rincorsa nuovi inizi
in questo romanzo senza rimandi:
nessun filo che tenga.
Incipit
per un dialogo tra me
e la mia bocca:
ma io ti ascolto,
O mia bocca,
e ti sento,
e quell’attesa di prima
non sboccia nell’apparire inatteso.
Incipit
per una nuova visione:
“Esposizione”.
Non so se era questo che volevi dire,
forse resta disatteso
il senso del tuo vagire.
Corro, corro e non lo so dire,
corro come corre il sangue nel mio corpo
Corrono i pensieri
Si disfano le parole
Non resta niente
Niente resta
“Addio, me ne vado”.
Dico: “addio”.
Io vivo di incipit
Come in un romanzo
senza fine.
2.
Terminate le trattative con il tempo
si suggella il patto tra te e te stesso
il pugno si scioglie
la morsa si arresta
dichiarata la tregua dal perché e dal come
sbaragliata ogni finzione
cadiamo dentro, senza parola
in questo indugiare protetto.
Fatale si schiude l’intimità
aperti i recessi degli sguardi vietati
si infrangono i nessi.
Precisa la luce intaglia questa metratura interiore,
la radice non mente
questo è il luogo dove attendere.
Il gesto quotidiano confonde festivo e feriale
e insorge la domanda
su dove conduce quella porta di sempre.
Ma qui si ferma la comprensione
e resta l’enigma,
una finestra sul cortile
un’anta socchiusa,
ritorna la mente all’elementare,
si dispone la tavola
in quest’ora che tace.
Riparte così il gioco del computare.
Per cura del sopravvenire
segniamo linee di confine
in attesa del prossimo smarginare.
3.
E così hai sollevato il tuo volto.
Chissà se nel tuo gesto c’è stata timidezza
il segno di una certa insicurezza,
oppure se è stato tutto d’un fiero fiato.
Per la prima volta hai offerto il tuo petto,
le mani un tempo macchiate di terra
hanno affrontato il mondo esterno.
Superbo cammini come animale diviso
che il suolo disprezza e non teme il domani,
ti sei sentito invincibile padrone del mondo.
Tu hai sentito il gusto del fare e del disfare:
nelle tue mani pulite ricreavi il mondo.
E insieme alla tua superiorità è emersa tutta la tua fragilità
come stelo di fiore potevi piegarti adesso
calpestato dal dolore, dal sovrasenso delle cose
Nel tuo nuovo gioco di simboli hai lottato eretto,
ma hai dimenticato la natura del tuo gesto,
al trotto del tuo agire fingevi l’assenza
di un’antica rottura.
Adesso la guardi questa presenza,
il tuo seme lanciato in alto torna a voltare lo sguardo
giù, giù, ancora, poi dentro, fino a un cieco ricordo.
Lo senti mentre svuoti le tue ossa lungo il torace,
mentre il suono che non forma parole chiama aria a raccolta,
quando distendi lieve una mano su una fiamma, e poi la ritrai?
Adesso che sai forse non potrai più fuggirti,
qualunque stratagemma il tuo ingegno potrà costruire,
sempre con te la stortura esistente farà sentire il suo inciampo.
Raccogli nel tuo gesto questa possibilità dell’inesistente,
rompi gli scopi, le mire, i postulati, gli ammaestramenti.
Nessuno ci chiederà un rapporto, una fatturazione o un resoconto
delle ore passate su questa terra la cui memoria finirà,
nessun libro di storia racconterà la “Storia dell’umanità”.
