La Moda – racconto di Manuel Perrone, illustrazioni di Ettore Tripodi

di Manuel Perrone e Ettore Tripodi

LA MODA

testo di Manuel Perrone / illustrazioni di Ettore Tripodi

La moda è -forse- l’unica soluzione di continuità dopo Beckett. Dopo Godot. Non succede nulla. C’è tutto: la luce, la scenografia, la musica e i costumi. Ma non c’è neanche un tentativo di drammaturgia.
A modo loro non ci sono problemi. Tutto sta per iniziare, ma è già finito.
Ho assistito una sola volta a una sfilata di moda, alla villa Noailles di Hyères. Tutto stava per succedere. Il pubblico era composto da gente che arrivava in elicottero. Una vecchia stalla per i tori in mezzo alle acque paludose della presque-ile. Agenti di sicurezza con l’inalambrico e l’ansia da guardie del corpo. Tutti seduti stretti e trepidanti. Un anti-comunione in cui l’obiettivo ultimo è l’esclusione e non l’inclusione. Un rituale post-moderno di una non-comunità.


Poi il silenzio. Le luci, la musica, e i personaggi che arrivano … e se ne vanno.
Cos’è questo teatro che nega un ruolo all’attore, al conflitto e al suo sviluppo? Anche i corpi che sfilano sono già risolti. A volte un qualche stilista ambizioso userà un vecchio, ma usandolo anche la vecchiaia in quella forma liofilizzata sarà già risolta. Ma anche i più belli durano una sola stagione, sono intercambiabili. L’abito non fa il monaco, è monaco, resta solo lui, a mala pena ha bisogno di corpi per essere portato.
La sfilata non prevede nient’altro. Si vede che le piacciono i codici del teatro, le mitologie del cinema, ma è un inno all’eiaculazione precoce come soluzione ultima alla continuazione della specie.
Cerco di capire Milano da quando ci vivo. La cerco nelle canzoni di Jannacci ma trovo altro. O non trovo e continuo a cercare. Da tempo inizio a intuire che non troverò niente, che è proprio quello l’elemento da trovare.

Le prime sfilate di moda nascono durante il secondo impero, leggo, quello di Napoleone terzo. L’imperatore vuole fare della capitale francese una vetrina.
Ecco. La moda sta alla vetrine come il teatro sta al palcoscenico.
Ma le nostre città che erano palcoscenici involontari sono tutte diventate vetrine? Ma vetrine per chi, per cosa? Chi è che compra e che cosa è in vendita?
A Milano sono andato al salone del mobile. Perché voglio capire. Non so esattamente quand’è che poeti e compositori hanno lasciato il posto a mutande e posaceneri. Ma evidentemente è il loro turno storico.
Vedo una fila. Mi metto in fila dietro l’ultima persona. Non so se posso. Arriva il mio turno, la guardia mi chiede di inquadrare un QR-code con il telefono. Lo faccio. E ho diritto a entrare.

Seguo la fila. Dentro non so esattamente cosa c’è da guardare e, per sbaglio, guardo le altre persone. Poi guardandole meglio vedo che tutti guardano un divano. E allora guardo il divano anch’io. E aspetto. Lo spazio è bello, un hangar industriale rivisitato con un lucernario da cui filtra la luce del giorno come un occhio di bue a teatro, delle pensiline metalliche che portano a porte chiuse a mezz’aria. Ma non si può camminare sulle pensiline. Non si può far altro che guardare il divano. E prendersi in foto con lui, come se fosse una pop-star o un papa. Poi tutti vanno. Io resto ancora un po’ a guardarlo. Esito. Indugio. Caso mai facesse qualcosa, avesse un messaggio. Poi vado.

La vetrina si è evoluta e non serve neanche più a vendere qualcosa. Le sfilate non servono a vendere tessuti o a indicarci come ci dovremo vestire. Il divano non è in vendita. è “l’esperienza di stare con lui” che è offerta a noi, pubblico privilegiato.
Non scomoderei i marziani e il loro stupore nel vederci fare cose cosi, penso che gli extraterrestri abbiano già materiale sufficiente da millenni per trovarci incongruenti e strani. Ma penso che siamo strani anche agli occhi dell’umano. Cioè c’è qualcosa di oggettivamente fuori luogo. Eppure.

Non so perché ma mi sento solo in questo pensiero. Eppure lo so che anche gli altri in fondo si chiedono quando inizia, anche per gli altri è una forma di arte abortita, di coito interrotto. C’è tutto, dico, c’è veramente tutto e ci sono anche i mezzi perché succeda qualcosa. Eppure.
Forse è questo che vogliono? Kafka ha scritto le leggi e Beckett la Bibbia?
La moda è la fine di tutto perché è il trionfo di un nulla sovrano?
Adesso le marche hanno più soldi di tutti. Gli stilisti sono gli ultimi faraoni.
Adesso comprano tutto il resto: finanziano musei, pagano il cinema, danno anche qualche
monetina ai teatri.

Tra poco inizia. Sta per iniziare. Ma già tutto è finito.


Manuel Perrone. Autore e regista. Il suo linguaggio artistico si esprime tra cinema, teatro e radio e quando può scrive, che gli piace tanto…. Vive e lavora tra Milano e Marsiglia. La sua serie podcast “Cristo si è fermato a Seveso” ha ricevuto numerosi premi. I suoi lavori filmici sono stati presentati a Quinzaine des realisateurs/Cannes, MoMA, Locarno IFF. Prepara il suo primo lungometraggio “L’Ultima Cena”.

Ettore Tripodi(Milano, Italia, 1985). Vive e lavora a Milano.
Spazia dalla pittura alla scultura, con una particolare predilezione per il disegno.
Compone le immagini in una forma che ricorda quella del poema. Accostando un’opera all’altra crea una struttura narrativa non lineare. Ettore Tripodi è tra i fondatori di MammaFotogramma Studio.

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