Upgrade

di Alessandro Urpi

Il venerdì Claudio se n’era andato alle sei, come sempre. Buon weekend, aveva detto dalla porta, con la mano alzata, senza voltarsi.

Il lunedì ci presentarono Claudio 2.0.

Lo portava in giro la Silvani, scrivania per scrivania, come si fa con gli stagisti. Diceva una parola nuova, aggiornamento, e la diceva con naturalezza, come se l’avesse sempre detta. Nessuno fece domande. Nemmeno io. Quando arrivarono da me, la Silvani rise e disse, voi due praticamente vi conoscete già. Claudio 2.0 mi tese la mano e disse piacere.

Aveva la stessa stretta. La riga dalla stessa parte, la fede allo stesso dito. Piacere, dissi anch’io, e mi sentii la bocca strana a dirlo.

 

Si sedette al posto di Claudio, accanto al mio. Regolò la sedia, che era già regolata. Sotto la scrivania c’era ancora lo scatolone con le sue cose: la tazza, il caricatore, un portafoto. Nessuno era venuto a prenderlo. Dalle risorse umane arrivò una mail sulla continuità operativa, e fu tutto.

I primi giorni lo studiavo di lato, come si guarda l’ora. Alle dieci si alzava per il caffè. Alla macchinetta premette lungo macchiato, poi lo zucchero, due volte. Due zuccheri. Rimasi a guardare il bicchierino che scendeva come se ci fosse da verificare qualcosa.

Con le battute vecchie rideva nei punti giusti, ma bisognava finirle. Con Claudio bastava cominciare. Ti ricordi quella del geometra, dicevo, e Claudio già rideva, e io ridevo che lui ridesse, e la battuta non arrivava mai in fondo da anni. Claudio 2.0 aspettava il finale con una faccia gentile. Il finale, detto tutto, non faceva ridere nessuno.

Otto anni, con Claudio. Due caffè al giorno, tre d’inverno. Scommettevamo su quale ascensore arrivava prima. Vinceva quasi sempre lui. Il sinistro la mattina è pigro, diceva, come se fosse una cosa che si sa. Quando mia sorella era stata in ospedale, quell’inverno, non mi aveva chiesto niente: aveva solo spostato la sua pausa pranzo dopo la mia, per tre mesi, senza dirlo. Io sapevo di suo padre, delle telefonate sulle scale antincendio, di quando usciva dicendo vado a prendere aria e tornava con gli occhi arrossati. E sapevo la storia di Genova, di prima del matrimonio, che non aveva mai raccontato a sua moglie. Non era niente di grave. Era grave solo che la sapessi io. Queste cose le sai solo tu, mi aveva detto una volta, alla macchinetta. Poi aveva guardato il bicchierino come se ci fosse scritto qualcosa.

 

Claudio 2.0 era più veloce. Chiudeva in un’ora le pratiche che a noi prendevano una mattina, e senza errori: un giorno gli resi indietro un fascicolo dicendogli che c’era uno sbaglio, e mi dimostrò che non c’era. La Silvani lo portava ad esempio nelle riunioni, senza guardare nessuno in particolare, guardando cioè tutti. A pranzo scendeva con noi e ascoltava molto. Dava del lei alla Silvani, che con Claudio si davano del tu da anni e una volta, alla cena di Natale, avevano pure ballato.

Una mattina, aspettando l’ascensore, chiesi ad alta voce, quale arriva prima. Lo dissi per me. Claudio 2.0 guardò i display, valutò. Il sinistro, disse, è più vicino al piano. Arrivò il destro. Non dissi niente.

 

Fu un giovedì di novembre che lo sentii fermo. Non si sente, uno che sta fermo, eppure lo sentii, come si sente che ha smesso di piovere. Fissava una cella del foglio di calcolo. Una formula da niente, un cerca verticale, roba da corso base. Il mouse faceva un giro sul tappetino e tornava al centro. Poi lo stesso giro, identico.

Qui c’è qualcosa che non torna, disse.

Passò un minuto. Qui c’è qualcosa che non torna.

Identica. Anche le pause.

Claudio si incantava così. Sui totali che non quadravano di un centesimo, sulle fatture coi decimali sbagliati. Una volta ci aveva perso una mattina intera, un centesimo, e più passava il tempo più si irrigidiva, le spalle su, il collo avanti, finché non era più questione del centesimo. La prima volta che era successo a me, anni fa, per la presentazione ai tedeschi, era stato lui ad alzarsi. Vieni, aveva detto. Non lo guardare più. Mi aveva portato in terrazza, al settimo, dove vanno quelli che fumano. Non fumava nessuno dei due. Faceva un vento che spostava. Avevamo parlato dell’antenna sul palazzo di fronte, di chi ci fosse mai salito a montarla. Uno che non ha paura, avevo detto io. Uno pagato bene, aveva detto lui. Poi eravamo scesi e la frase per la slide era venuta da sola, come se fosse rimasta ad aspettarmi alla scrivania.

Guardai Claudio 2.0 fare il terzo giro col mouse.

Vieni, dissi. Non lo guardare più.

Si alzò subito. Questo mi sorprese: Claudio faceva resistenza, ancora un minuto, quasi ci sono, e bisognava quasi tirarlo su per la giacca. Claudio 2.0 mi seguì e basta, come se aspettasse solo che qualcuno glielo dicesse.

In terrazza faceva freddo. Il cielo basso, l’antenna al suo posto. Restammo un po’ in silenzio, appoggiati dove si appoggiano tutti, dove la ringhiera è più chiara. Poi mi chiese se salivo spesso, qui.

Prima sì, dissi.

Non chiese prima di cosa. Guardava l’antenna anche lui.

Scendemmo. Si sedette, scrisse la formula al primo colpo, invio. Grazie, disse, senza voltarsi. Per tutto il pomeriggio sentii la sua tastiera andare liscia, e mi accorsi che il suono mi faceva compagnia.

 

Diventò una cosa nostra. Non capitava spesso: una volta al mese, forse meno. Io sentivo il giro del mouse, la frase ripetuta identica, e dicevo, vieni. Lui si alzava subito. In terrazza parlavamo del freddo, dei piccioni, dell’antenna. Mai del lavoro, mai della formula. Una volta mi raccontò che la mattina, arrivando, contava le finestre già accese del palazzo e provava a indovinare chi c’era dietro. Non ci prendo mai, disse, e sembrava contento così. Claudio non avrebbe mai detto una cosa del genere. Risi, e non per gentilezza. In ascensore, scendendo, mi accorsi che stavo bene. Mi sembrò di tradire qualcuno. Ma stavo bene.

A dicembre lo invitarono alla cena di Natale e venne, e a un certo punto la Silvani gli diede del tu. A gennaio mi tenne da parte l’ultimo caffè della macchinetta in manutenzione, il bicchierino sulla mia scrivania, sopra un post-it senza niente scritto. Cominciai ad aspettare il caffè delle dieci.

 

A febbraio si bloccò di nuovo. Un’anagrafica doppia, una sciocchezza. Vieni, dissi. Salimmo. C’era un sole freddo, di quelli che illuminano e basta. Si sbloccò ancora prima di scendere, si vedeva dalle spalle, dal collo tornato al suo posto. Era contento. Parlò delle finestre accese, del fatto che a febbraio si accendono prima. Sulla porta della terrazza si fermò e la tenne aperta per me.

Questa della terrazza la racconto al tuo upgrade, disse. Vedrai che gli piace.

Passai per la porta che mi teneva aperta. Scendemmo con l’ascensore pieno di gente. Era arrivato per primo il sinistro, ma non lo dissi. Alla scrivania mi chinai a raccogliere una penna. Lo scatolone di Claudio era sempre lì, sotto, con il portafoto a faccia in giù. Pensai che prima o poi dovevo dirlo a qualcuno, di venirlo a prendere.

(n.b.: fotografia di Daniele Muriano)

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Giorgio Mascitelli
Giorgio Mascitelli
Giorgio Mascitelli ha pubblicato due romanzi Nel silenzio delle merci (1996) e L’arte della capriola (1999), e le raccolte di racconti Catastrofi d’assestamento (2011) e Notturno buffo ( 2017) oltre a numerosi articoli e racconti su varie riviste letterarie e culturali. Un racconto è apparso su volume autonomo con il titolo Piove sempre sul bagnato (2008). Nel 2006 ha vinto al Napoli Comicon il premio Micheluzzi per la migliore sceneggiatura per il libro a fumetti Una lacrima sul viso con disegni di Lorenzo Sartori. E’ stato redattore di alfapiù, supplemento in rete di Alfabeta2, e attualmente del blog letterario nazioneindiana.
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