Overbooking: Alberto Bertoni

Nota
di
Pasquale Vitagliano
Di cosa parliamo quando parliamo di poesia? Principalmente d’amore, ma senza postura, con sincerità. È questa la vocazione della parola poetica. Lo è almeno nell’ultima raccolta di Alberto Bertoni, Semplici abbandoni (Einaudi, 2025). Il verso è il tentativo (apparentemente) più ingenuo, eppure più lucido e preciso di trattenere ciò che resta della vita quando tutto è passato. Quante cose scompaiono/ giorno dopo giorno/ se ne vanno per conto loro. D’altra parte, dobbiamo lasciare che le cose passino perché diventino importanti, sacre direi. Così la memoria, non solo custodisce, ma svolge anche la sua funzione levatrice. Gli abbandoni si rivelano semplici, indolori direi, perché accettati, anzi desiderati.
Quante volte siamo stati felici nella vita? Il mondo vero ha il fiato corto. Cambia la domanda. Quando e dove siamo stati felici? Si sente corporea una gioia domestica e una malinconia geografica. Il cibo modenese, la calma di Parma, la nebbia di Ferrara, i bisnonni bevitori, la collana di turchesi della madre, la cugina Luisa e il ciclamino, e poi la gatta con i suoi croccantini, lo sport e la moglie Adriana. La dolcezza dei ricordi è fulminea. La memoria è sempre obliqua. Ai modenesi le madeleines possono far male. I fiori qualcuno li raccoglie, te li dona/ e dopo esplodono. Il poeta è un osservatore errante, capace di cogliere le insidie della nostalgia. Questa consapevolezza si acutizza progressivamente allungando il passo, raggiungendo altri luoghi, Varsavia, le Americhe, il Mondo intero, gettando sulla realtà uno sguardo storico, sulle tragedie, le epidemie, che rende il verso civile e acuminato. Non è un sogno, ti giuro,/ ma un ricordo/ condensato in quell’urlo/ (…) perché il mondo è tanto più confuso/ (…) dove oggi fai fatica a dire fede,/ pronostico, impatto della vita/ contro un muro. Ciascun elemento di questa poesia, dalle scelte metrico-prosodiche all’ispirazione socio-culturale, cuce un tessuto complessivo della cui trama di significati si coglie plasticamente l’espansione.
Bertoni non è andato a dormire presto la sera: poeta che a caccia di qualunque senso/ anche infinitesimo/ ho imparato da solo a bere forte,/ a giocarmi tutti i soldi sulle corse,/ su tutte le corse. Ogni verso di questa raccolta è impastato con cose reali e concrete: luoghi, oggetti, abitudini, situazioni precise, esseri viventi in carne e ossa. Questo realismo, però, non è un esangue repertorio. Anche Bertoni mette in versi la vita. Ma senza fenomenologia. Ogni elemento rifrange altrove, verso altri mondi. L’esito finale è quello di un’odissea allegra. I naufraghi si sono rimessi in mare, senza rimpianto per ciò che hanno lasciato e con la speranza che il ritorno alla vera dimora non sia troppo lontano. Ma quale sia il momento/ di tornare ogni giorno dal suo viaggio,/per l’intero tempo di lavoro/ al trattorista ignoto non lo dicono/ le rivincite del gelo tutt’attorno// Finché non condivide col mio sogno/ l’ansia dell’ippodromo vuoto. Gli abbandoni poetici di Bertoni ci permettono di inspirare immaginazione e visione di un’altra realtà, e di espirare via l’acquiescenza passiva e l’autismo sociale del già-detto, del già-sentito.
La raccolta si conclude con quattro Requiem per quattro voci amiche che non ci sono più. Chiudono senza lutto questo poetico diario di bordo. Con un finale omaggio a Paul Celan. E noi, in ordine sparso,/ a seguirlo di un passo// Di qua dal confine del senso/ del lutto.
Più che un’elegia, un vero e proprio canto generale dei sopravvissuti.
